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	<title>popoli indigeni - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>popoli indigeni - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 23:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso Gustavo Castro si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano Berta Cáceres, attivista indigena honduregna e sua amica di lunga data. Di lei Castro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p><strong>Gustavo Castro</strong> si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano <strong>Berta Cáceres</strong>, attivista indigena <strong>honduregna</strong> e sua amica di lunga data.</p>



<p>Di lei Castro ricorda il <strong>coraggio</strong>, la <strong>coerenza</strong>, la <strong>tenacità</strong> e una grande <strong>capacità di analisi politica</strong>. «Camminava sempre con la sua gente, con il popolo indigeno lenca. La sua azione non si deve intendere come individuale né separarla dall’organizzazione di cui faceva parte: Berta non sarebbe esistita senza il Consejo cívico de organizaciones populares e indígenas de Honduras (Copinh)», dice.</p>



<p>Gustavo Castro è coordinatore della ong messicana <strong>Otros Mundos</strong> e in quei giorni si trovava in Honduras per dare un corso al <strong>Copinh</strong>, di cui Cáceres era leader e cofondatrice. Rimase ospite a casa dell’amica che non vedeva da anni e, prima di ritirarsi nella sua stanza, rimase a chiacchierare in veranda con lei.</p>



<p><strong>Era la notte tra il 1 e il 2 marzo 2016</strong>. Se avesse vissuto due giorni in più, Berta Cáceres avrebbe compiuto <strong>45 anni</strong>. Era madre di quattro figli.</p>



<p>A <strong>dieci anni</strong> dall’uccisione di Berta Cáceres, l’inchiesta del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, ha portato alla luce le responsabilità nel crimine di alcune istituzioni finanziarie internazionali come la banca olandese <strong>Fmo</strong>, la finlandese <strong>Finnfund</strong> e la <strong>Banca centroamericana di integrazione economica</strong> (Bcie): il 67 per cento del credito ottenuto da queste banche per la costruzione del progetto idroelettrico <strong>Agua Zarca</strong> dell’azienda locale <strong>Desarrollo Energéticos</strong> (Desa) – più di dieci milioni di euro – sarebbero stati dirottati per «creare un contesto di minacce e violenza» nei confronti dell’opposizione al megaprogetto portata avanti da Copinh, e per poi pagare i sicari che in quella notte di dieci anni fa hanno ucciso Berta Cáceres.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2226" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?w=1456&amp;ssl=1 1456w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Berta Cáceres durante un&#8217;intervista a Tegucigalpa, capitale dell&#8217;Honduras. Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Nel 2011 Desa iniziò i lavori di costruzione della centrale idroelettrica sul fiume <strong>Gualcarque</strong> senza il consenso – indispensabile secondo vari trattati internazionali – delle comunità indigene della zona, distruggendo campi coltivati e restringendo l’accesso al corso d’acqua, che è sacro per il popolo lenca. I villaggi che sono parte del Copinh si organizzarono e bloccarono l’entrata dei macchinari, impedendo la costruzione dell’opera. Desa e lo Stato risposero con la repressione e nel 2013, durante una protesta pacifica, un soldato sparò al militante di <strong>Copinh Tomás García</strong>, assassinandolo.</p>



<p>«Dei fiumi il popolo lenca è custode ancestrale, protetto dagli spiriti che ci insegnano che dare la vita in loro difesa è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta. Sveglia! Sveglia umanità! Non c’è più tempo», disse Cáceres nell’aprile 2015, quando ricevette il prestigioso <strong>premio ambientale Goldman</strong>, considerato come “il <strong>Premio Nobel verde</strong>”.</p>



<p>Un documento pubblicato recentemente dalle <strong>Nazioni Unite</strong> afferma che le aziende e le banche hanno <strong>responsabilità sempre maggiori</strong> negli episodi di violenza a danno delle persone che difendono il territorio nel mondo.</p>



<p>Nel caso del Copinh e di Berta Cáceres, il Giei assicura che in Honduras si è creata una struttura criminale formata dalle istituzioni finanziarie internazionali, Desa e dal governo honduregno. Quando Cáceres è stata uccisa, il Paese centroamericano era presieduto dall’ultraconservatore <strong>Juan Orlando Hernández</strong>, che nel 2024 è stato condannato per narcotraffico negli Stati Uniti e poi indultato dal presidente Donald Trump.</p>



<p>Il report finale degli esperti indipendenti, pubblicato nel gennaio 2026, afferma che il governo honduregno era a conoscenza del piano per uccidere Cáceres già due mesi prima dell’omicidio e non si è mosso per evitarlo. «Con l’omicidio di Berta si cercò di rompere la resistenza contro il progetto idroelettrico Agua Zarca. <strong>È stato un crimine politico</strong>», afferma il Giei, che sottolinea anche la dimensione misogina e razzista del crimine.</p>



<p>Cáceres e Thomas García non sono gli unici membri del Copinh che sono stati uccisi: nel 2024 è toccato a <strong>Juan López</strong>, freddato in macchina mentre usciva da una chiesa. «Siamo nella mira dei sicari, le nostre vite pendono da un filo», disse poco prima di morire Berta Cáceres. Da tempo era vittima di minacce e denunciava quanto fosse comune in Honduras tra le persone che, come lei, difendono la terra, il territorio e l’ambiente.</p>



<p>Per Gustavo Castro, il <strong>coinvolgimento dello Stato</strong> honduregno nella morte della leader indigena è stato immediatamente evidente. Da subito sono iniziati i depistaggi delle indagini e il tentativo di presentare il crimine politico come “passionale”: quando gli chiesero di fare un identikit del sicario, Castro notò che qualsiasi indicazione desse l’uomo mandato dalla Procura disegnava un volto che aveva le sembianze dell’ex compagno di Cáceres, anche lui membro del Copinh.</p>



<p>L’attivista messicano temeva che gli assassini si volessero liberare di lui, unico testimone oculare dell’omicidio. «<strong>Avevo paura che le autorità mi volessero far sparire</strong>», ripete in varie occasioni durante l’intervista, in cui racconta del tentativo di avvelenamento subito in hotel da suo fratello, che lo aveva raggiunto in Honduras per non lasciarlo da solo, delle forti pressioni e manipolazioni a cui fu sottoposto dalle autorità subito dopo il crimine, e di quando nell’aeroporto della capitale Tegucigalpa fu circondato da alcuni agenti della Procura, che «spuntarono dal nulla» per impedirgli di lasciare il Paese. «<strong>Protezione consolare!</strong>», gridarono l’ambasciatrice e il console messicano, circondandolo con le braccia, quando quegli uomini li bloccarono.</p>



<p>La persecuzione è continuata anche nei mesi seguenti in Messico: lo hanno cercato persino <strong>all’uscita di scuola dei suoi figli</strong> e una volta <strong>l’Esercito</strong> si è presentato nel suo ufficio. Alla fine, per proteggere la sua sicurezza e quella della sua famiglia, Castro ha deciso di esiliarsi due anni in Spagna, dove partecipava a conferenze ed eventi pubblici in cui raccontava della situazione in Honduras e della lotta di Berta Cáceres.</p>



<p>L’attivista messicano ha presentato una <strong>denuncia contro il governo</strong> dell’Honduras presso la Commissione interamericana dei diritti umani, per gli errori di procedimento e le torture psicologiche subite nel mese successivo all’omicidio di Cáceres, quando le autorità lo obbligarono a rimanere in Honduras contro la sua volontà. «Esigo che il governo honduregno riconosca pubblicamente quello che mi ha fatto; il riconoscimento sarebbe per me una forma di riparazione del danno», dice.</p>



<p>Castro afferma anche che non è ancora stata fatta giustizia, malgrado alcuni responsabili dell’omicidio di Berta Cáceres siano già stati condannati, tra di loro il presidente esecutivo di Desa <strong>David Castillo</strong>.</p>



<p>«Non penso che il nuovo governo honduregno (presieduto da <strong>Nasry Asfura</strong>, appoggiato da Donald Trump) farà caso alle raccomandazioni del Giei, che esorta lo Stato ad approfondire le responsabilità penali dell’élite economica honduregna e dei funzionari pubblici. In ogni caso, sono convinto che l’inchiesta indipendente fornisca un forte sostegno alla lotta per la giustizia per Berta e permette di mantenere vigente la pressione mediatica», afferma.</p>



<p><em><a href="https://lespresso.it/c/mondo/2026/03/17/berta-caceres-morte-anniversario-cause/60559" title="">Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 13 marzo 2026.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/">Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Zapatisti, le luci dal Chiapas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jan 2024 16:23:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p>Quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) arrestò il generale Absalón Castellanos, lo sottopose a un processo popolare in cui si decise che l’ex governatore del Chiapas, responsabile di numerose angherie contro la popolazione indigena maya, sarebbe stato liberato. Si stabilì che la sua condanna sarebbe stata “vivere fino all’ultimo dei suoi giorni con la pena e la vergogna di avere ricevuto il perdono e la bontà di coloro che, a lungo, ha umiliato, sequestrato, depredato e assassinato”. Erano i primi giorni del 1994 e risultò chiaro che l’EZLN non era una guerriglia come le altre.</p>



<p>Allora l’esercito di indigeni del Chiapas, la regione più povera del Messico, era appena insorto in armi contro cinquecento anni di sopraffazioni: all’inizio degli anni ’90, la popolazione maya lavorava ancora in una condizione di semischiavitù, senza nessun diritto e senza avere accesso a salute ed educazione. &nbsp;</p>



<p>L’insurrezione zapatista, che il primo gennaio 2024 compirà trent’anni, smosse molte coscienze. Nelle città messicane la popolazione si riversò immediatamente nelle strade in solidarietà con i rivoluzionari, spingendo il governo a decretare il cessate il fuoco dopo solo dodici giorni di combattimenti.</p>



<p>L’EZLN attirò immediatamente anche l’attenzione di una sinistra mondiale disorientata e confusa dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Migliaia di persone da tutto il pianeta, anche dall’Italia, viaggiarono in Chiapas per solidarizzarsi con gli indigeni zapatisti, conoscere la loro visione del mondo e la loro lotta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3506" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/12/MujeresEZLN.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>I maya ribelli divennero così un importante referente politico, non un modello da replicare ma un’esperienza a cui inspirarsi. Secondo molti analisti il loro esempio ha aperto la strada alle proteste anticapitaliste di Seattle del 1999, al Social Forum di Porto Alegre e alla nascita di movimenti sociali come quello No Global.</p>



<p>Presto gli zapatisti passarono da essere una guerriglia a un movimento politico, e sembravano proporre un’alternativa a chi non aveva mai creduto nel capitalismo ed era rimasto deluso dal comunismo: un azionare politico che si sviluppa fuori dalle strutture dello stato, in modo orizzontale e indipendente dai partiti politici. L’EZLN non ne ha mai creato uno né aspirato a governare il paese, a differenza di altre esperienze rivoluzionarie latinoamericane che spesso, una volta arrivate al governo, hanno costruito dei regimi oppressori.</p>



<p>Negli ambienti intellettuali latinoamericani, la rivoluzione zapatista ha provocato una riflessione critica sempre più profonda non solo sul neoliberalismo, ma anche sul leninismo. Scrive il messicano Gustavo Esteva: “Il leninismo è un’ingegneria sociale imposta dall’alto, dal tetto degli intellettuali e dei dirigenti, dopo aver preso il potere statale. Uno stato che sarà fascista se viene preso dai fascisti, rivoluzionario se lo prendono i rivoluzionari. Uno stato che, in ogni caso, viene visto come qualcosa di innocente che bisogna conquistare per poter fare la rivoluzione, che basta cambiare i dirigenti per fare felice il popolo, che togliendo Peña Nieto [ex presidente messicano] e mettendo al suo posto un altro, risolveremo i problemi della società”.</p>



<p>Gli zapatisti non hanno mai lottato per prendere il potere, ma hanno costruito nei loro territori del Chiapas una società e un governo autonomo e assembleario, che riflette la democrazia comunitaria praticata da sempre dagli indigeni di tutta America. “Qui il popolo comanda e il governo ubbidisce”, scrivono all’entrata dei loro territori.</p>



<p>L’EZLN ha distribuito terre a migliaia di famiglie contadine e ha creato un sistema di giustizia non punitivista ed efficiente, in un Messico in cui più del 96% dei delitti rimangono impuniti. Senza nessun aiuto da parte dello stato, lo zapatismo ha costruito scuole in zone in cui la maggior parte della popolazione era analfabeta e ospedali in villaggi in cui non si era mai visto un dottore, in regioni isolate che si trovano tra le montagne fredde e boscose della regione Altos de Chiapas, o nelle gole umide della Selva Lacandona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/12/EZLN2.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4301" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/12/EZLN2.jpg?w=993&amp;ssl=1 993w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/12/EZLN2.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/12/EZLN2.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>La penna affilata del “defunto” subcomandante Marcos, i suoi racconti e i suoi testi pieni di simboli e poesia, hanno sicuramente fatto la loro parte nel rendere lo zapatismo un movimento riconosciuto a livello internazionale. Nel 2014, il subcomandante ha annunciato la sua morte simbolica in un testo in cui riflette sul razzismo dei media che lo hanno mitizzato e sopravvalutato perché meticcio, offuscando in questo modo la lotta di migliaia di zapatisti indigeni. Per questo Marcos ha lasciato il comando dell’EZLN, è stato degradato a “capitano” e ha proclamato la sua sparizione simbolica. Disse allora: “Non ci sarà chi vivrà di essere stato il subcomandante Marcos. Non verranno ereditati né il suo nome, né il suo incarico. Non ci saranno viaggi all inclusive per dare conferenze all’estero. Non ci saranno cure in ospedali lussuosi. Non ci saranno vedove né eredi. Non ci saranno funerali, onori, statue, musei, premi, né qualsiasi altra cosa che il sistema fa per promuovere il culto all’individuo e sminuire la collettività”.</p>



<p>Ma lo zapatismo non è solo poesia e proclami: è una prassi ben visibile a chi visita i suoi territori, un esempio pratico dell’”altro mondo possibile”. È un sistema che funziona da trent’anni e che sopravvive anche grazie alla sua capacità di rinnovarsi. Negli ultimi mesi, gli zapatisti hanno annunciato dei cambiamenti interni finalizzati a governare il loro territorio in modo più efficiente e orizzontale.</p>



<p>In Chiapas non hanno mai smesso di arrivare attivisti da tutto il mondo, ma il loro numero è calato negli ultimi vent’anni, da quando lo zapatismo non è più di moda e i riflettori si sono spostati altrove. Anche su questo gli indigeni ribelli hanno una riflessione interessante. Nel 2014, quando le strade di tutto il Messico erano piene di manifestanti che chiedevano giustizia per i 43 studenti <em>desaparecidos</em> di Ayotzinapa, l’EZLN incontrò i loro genitori. “Sapete che probabilmente rimarrete soli”, disse il subcomandante Moisés. &nbsp;“Che può succedere che chi ora si affolla su di voi per usarvi a suo beneficio, vi abbandonerà e correrà altrove alla ricerca di un’altra moda, di un altro movimento, di un’altra mobilitazione. Per questo vi diciamo che non siete soli e che il vostro dolore è il nostro dolore, e nostra è la vostra degna rabbia”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 5 gennaio 2024.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/13/zapatisti-le-luci-dal-chiapas/">Zapatisti, le luci dal Chiapas</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 14:09:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[30esimo anniversario EZLN]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia I comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), uomini e donne, siedono sul palco del villaggio zapatista di Dolores Hidalgo. È la mezzanotte del 31 dicembre 2023, siamo nella Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, e l’Ezln sta celebrando il trentesimo anniversario della sua insurrezione armata.&#160; Dalla tribuna, i comandanti&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/06/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/">A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia</em></p>



<p>I comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), uomini e donne, siedono sul palco del villaggio zapatista di Dolores Hidalgo. È la mezzanotte del 31 dicembre 2023, siamo nella Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, e l’Ezln sta celebrando il trentesimo anniversario della sua insurrezione armata.&nbsp;</p>



<p>Dalla tribuna, i comandanti osservano la singolare parata di una (ex) guerriglia che è stata definita “antimilitarista”: hanno uniformi verdi e marroni, marciano battendo gli stivali e i bastoni di legno, ma la musica<em> cumbia</em> che si ascolta di sottofondo toglie solennità all’atto. È una parata militare paradossale, ironica. Come quando, nel 2021 e in piena pandemia, gli zapatisti <a href="https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hanno annunciato</a> che avrebbero attraversato l’Atlantico per raggiungere l’Europa in barca, con una donna transgender al comando della spedizione. O come quando, nel 1994, l’Ezln ha arrestato il generale ed ex governatore del Chiapas, Absalón Castellanos, e ha poi deciso di liberarlo, condannandolo a “vivere fino all’ultimo dei suoi giorni con la pena e la vergogna di avere ricevuto il perdono e la bontà di coloro che, a lungo, ha umiliato, sequestrato, depredato e assassinato”.</p>



<p>I miliziani zapatisti che sfilano davanti agli occhi stupiti di persone di tutto il mondo sono parte di un esercito che in realtà non lo è: protegge il suo territorio ma non spara, ed è composto in buona parte da giovani che sanno stare sull’attenti e marciare, però lo fanno al ritmo della <em>hit</em> del momento. Dopo la parata dei miliziani, il subcomandante Moisés ha letto un messaggio: “La proprietà della terra dev’essere del popolo e dev’essere ‘in comune’, e il popolo si deve governare da solo. Lo abbiamo dimostrato trent’anni fa e continueremo su questa strada”, ha detto il capo militare maya, riprendendo un tema centrale <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/12/21/ventesima-e-ultima-parte-il-comune-e-la-non-proprieta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nei comunicati</a> che l’Ezln ha pubblicato negli ultimi mesi del 2023, ossia stabilire che una parte delle terre zapatiste non apparteranno più a nessuno, saranno una “non proprietà”, e che verranno coltivate “in comune” con gli altri popoli della regione, stabilendo un sistema di turni. Negli stessi comunicati, l’Ezln annuncia anche una riorganizzazione interna della struttura autonomica zapatista.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="690" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/01/ANIVEZ311223OB.jpg?resize=980%2C690&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4312"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Entrata al Caracol zapatista di Dolores Hidalgo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>L’insurrezione dell’Ezln è avvenuta il primo gennaio del 1994, quando i guerriglieri maya della regione più impoverita del Messico si sono ribellati a 500 anni di angherie: negli anni Novanta, ancora lavoravano come braccianti in condizione di semi-schiavitù, senza diritti né accesso scolastico o sanitario. “La situazione in cui ci trovavamo era di morte e disperazione. Abbiamo dovuto aprire una crepa in quel muro che ci rinchiudeva e ci condannava. Come se tutto fosse oscurità e con il nostro sangue accendessimo una piccola luce. Questa è stata la sollevazione zapatista, una piccola luce nella notte più buia”, scrive Marcos, che recentemente <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/15/decima-parte-sulle-piramidi-e-sui-loro-usi-e-costumi-conclusioni-dallanalisi-critica-di-marez-e-jbg-frammento-dellintervista-al-subcomandante-insurgente-moises-di-agosto-settembre-2023-nelle-m/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha annunciato</a> di essere stato degradato da subcomandante a capitano.</p>



<p>La guerra allo Stato messicano è durata solo 12 giorni e si è interrotta quando la gente ha iniziato a manifestare chiedendo un “cessate il fuoco”. Le negoziazioni tra il governo e la guerriglia portarono alla firma degli Accordi di San Andrés, che il Congresso non ha mai ratificato. L’Ezln si è quindi sentito tradito dai partiti politici con cui aveva negoziato, ha preso distanza da loro e ha iniziato a costruire il suo progetto di autonomia nei territori in cui mantiene presenza. Senza nessun tipo di aiuto o sovvenzione da parte dello stato, gli zapatisti hanno istituito un governo indigeno e a rotazione, per evitare l’accumulazione di potere nelle mani di poche persone, e hanno creato un sistema di giustizia, di salute e di educazione totalmente autonomi, portando maestri e dottori in regioni isolate dove non ne avevano mai visto uno.&nbsp;</p>



<p>A poco a poco la parte civile dell’organizzazione è diventata più importante di quella militare. Nel 2003, l’Ezln ha deciso di dividere il suo territorio in cinque zone dove ha installato dei centri amministrativi chiamati <em>Caracoles</em> -che nel 2019 sono diventati 12- dove operavano le Giunte di buon governo, che erano gli organi di governo zapatista. La loro creazione è stata una risposta alla necessità di “consegnare” il governo alla parte civile dell’organizzazione. “Il governo dev’essere civile, non militare -ha scritto il capitano Marcos in un comunicato dello scorso novembre-. Il popolo deve cercare il suo cammino, il suo modo e il suo tempo. La parte militare deve servire solo per difendersi”. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/01/ANIVEZ311223OB11.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4311"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Miliziane dell&#8217;EZLN durante il discorso del subcomandante Moisés. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Negli ultimi mesi gli zapatisti hanno annunciato la soppressione delle Giunte di buon governo e dei Municipi autonomi zapatisti e la creazione di <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/13/nona-parte-la-nuova-struttura-dellautonomia-zapatista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una nuova struttura</a> che mette al centro il popolo e le comunità. La definiscono come una “piramide rovesciata” basata nei Governi autonomi locali (Gal), che sono delle assemblee presenti in ogni villaggio. Potranno convocare delle istanze più grandi -i Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti e le Assemblee dei Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti-, ma hanno maggiore autorità.&nbsp;</p>



<p>Gli zapatisti sono arrivati a questa decisione attraverso un processo di autocritica di dieci anni, che ha portato a cambiamenti profondi che si concentrano sulla base invece che sulla punta della piramide, con i piedi ben piantati nella democrazia comunitaria che i popoli indigeni praticano da sempre. “La lotta consiste in cambiare il mondo ma anche noi stessi, e gli zapatisti stanno dimostrando che hanno capacità di modificare la loro struttura. L’autonomia non è una cosa preconfezionata, ma un processo di creazione”, dice Azize Aslan, che è originaria del Kurdistan e ha partecipato ai festeggiamenti per i 30 anni dell’Ezln.&nbsp;</p>



<p>Quando, la notte di capodanno, ha ascoltato le parole del subcomandante Moisés, l’indigena<em> nahua</em> Marichuy Patricio Martínez ha pensato che i popoli originari messicani dovrebbero seguire l’esempio degli zapatisti e continuare a lottare e costruire la loro autonomia, malgrado gli attacchi del governo e nonostante la presenza delle corporazioni e del crimine organizzato nei loro territori. “La guerra contro di noi è forte, ma gli zapatisti ci mostrano che è possibile trovare dei modi, e farlo nella pratica”, dice la portavoce del <a href="https://www.congresonacionalindigena.org/che-cose-il-cni-movil/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Congresso nazionale indigeno (Cni)</a>.&nbsp;</p>



<p>“Nei prossimi anni faremo in modo che il popolo comandi, il governo obbedisca e i mezzi di produzione saranno in comune -ha detto durante l’intervento di Capodanno il subcomandante Moisés-. Ci difenderemo, non abbiamo bisogno di uccidere soldati o governanti corrotti, ma se ci attaccano ci difenderemo”. Ha parlato con fermezza e tranquillità, davanti al resto della <em>Comandancia general</em> dell’Ezln, prima che i fuochi d’artificio esplodessero nel cielo del villaggio di Dolores Hidalgo e iniziassero musica e balli per festeggiare il trentesimo anniversario della rivoluzione zapatista, e l’arrivo dell’anno nuovo.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/" title="">Articolo pubblicato da Altreconomia il 5 gennaio 2024.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/06/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/">A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 00:03:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Arevalo]]></category>
		<category><![CDATA[Guatemala]]></category>
		<category><![CDATA[Juan Francisco Sandoval]]></category>
		<category><![CDATA[Movimiento Semilla]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia non si parla quasi mai del Guatemala ma forse qualcuno ricorderà l’orribile guerra civile che per più di 30 anni si è combattuta nel Paese centroamericano.</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/">“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia</em></p>



<p>In Italia non si parla quasi mai del Guatemala ma forse qualcuno ricorderà l’orribile guerra civile che per più di 30 anni si è combattuta nel Paese centroamericano. Probabilmente c’è chi ha sentito parlare del generale Ríos Montt, il dittatore che all’inizio degli anni Ottanta ha promosso una politica di “terra bruciata” che, con il pretesto di combattere la guerriglia, ha causato 200mila vittime e il genocidio del popolo indigeno maya. Qualcuno, forse, avrà anche letto che per quel genocidio, nel 2013, Ríos Montt è stato condannato e che si è trattato di un processo che ha fatto storia: è stato il primo ex capo di Stato a essere sanzionato per genocidio da un tribunale nazionale. &nbsp;</p>



<p>Meno noto è forse il contesto in cui tutto ciò è successo: in quegli anni il Guatemala stava vivendo infatti un rinnovamento del suo sistema giudiziario, grazie soprattutto alla Comisión internacional contra la impunidad en guatemala (Cicig), un organo promosso dalle Nazioni Unite che ha portato a un rafforzamento del sistema giudiziario guatemalteco e all’apertura di importanti processi, legati a crimini di “lesa umanità” o a casi di corruzione che coinvolgevano personaggi di spicco del mondo industriale e politico. Le inchieste mettevano in luce la profonda relazione tra l’<em>élite</em> economico-politica guatemalteca e la criminalità organizzata, e l’impunità con cui portavano avanti i loro interessi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, subito dopo la sentenza a Ríos Montt l’oligarchia conservatrice guatemalteca ha iniziato a mettere un freno al processo: la condanna all’ex dittatore è stata annullata per motivi tecnici e la magistrata e la giudice che erano state in prima fila nel processo, Carla Paz y Paz e Yassmin Barrios, sono state fatte uscire di scena. Nel 2019, il presidente Jimmy Morales ha cacciato la Cicig dal Paese e l’anno precedente ha nominato a procuratrice generale della Repubblica la magistrata Consuelo Porras, che ha iniziato un vero e proprio processo di “purghe” interno al sistema giudiziario che ha obbligato molti suoi colleghi all’esilio e ha portato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti a inserirla nella Lista engels, un elenco di “attori corrotti e antidemocratici”.&nbsp;</p>



<p>Ma negli anni precedenti qualcosa di profondo si era mosso nella società guatemalteca: nel 2015 le strade si erano riempite di manifestazioni contro la corruzione che hanno poi portato alla nascita del Movimiento Semilla, un partito progressista che alcuni settori della sinistra accusano di essere troppo lontano dalle classi popolari, contadine e indigene. In ogni caso la “Semilla”, il seme piantato, ha dato i suoi frutti: il suo candidato Bernardo Arévalo ha vinto le elezioni presidenziali del 20 agosto. Ma la magistratura non fa che mettere ostacoli nel cammino di Semilla ed è arrivata a sospendere il partito.&nbsp;</p>



<p>“Esiste un gruppo di politici e funzionari corrotti che non accettano il risultato delle elezioni e hanno creato un piano per rompere l’ordine costituzionale e violentare la democrazia. È in corso un colpo di Stato e il sistema giudiziario viene usato per violare la giustizia, burlandosi della volontà che il popolo ha espresso liberamente”, ha detto Bernardo Arévalo, supportato da grandi manifestazioni popolari.&nbsp;</p>



<p>Il 2 ottobre alcune organizzazioni indigene hanno iniziato a bloccare diverse strade del Paese, pretendendo il rispetto del risultato delle elezioni e l’allontanamento della procuratrice generale Consuelo Porras, del capo della Procura speciale contro l’impunità (Fiscalía especial contra la impunidad, Feci) Rafael Curruchiche e del giudice Fredy Orellana. La protesta si è a poco a poco estesa a nuove regioni del Paese e si sono uniti studenti, lavoratori di vari settori, cittadini in generale. Ora sono più di 60 le strade bloccate e nella capitale la popolazione sfila in lunghi cortei. Assicurano che il loro sciopero è indefinito: manifesteranno finché Porras, Curruchiche e Orellana non si dimetteranno.&nbsp;</p>



<p>Da quando Consuelo Porras è diventata procuratrice generale, 42 magistrati guatemaltechi si sono dovuti allontanare. Abbiamo intervistato uno di loro: Juan Francisco Sandoval. Nato nel 1982, Sandoval ha iniziato a lavorare come pubblico ministero nel 2003, sei anni dopo è entrato nel <em>pool</em> di magistrati della Fiscalía especial contra la impunidad (Feci) e nel 2015 è stato nominato a capo di questa unità. Dal 2021 vive in esilio negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p><strong>Sandoval, per molti anni il Guatemala è stato un Paese riconosciuto a livello internazionale per la sua strategia anticorruzione. Come si è arrivati alla situazione attuale?</strong><br><strong>JFS</strong> Le indagini che portavamo avanti nella Feci, con l’aiuto della Cicig, hanno messo in luce il modo in cui operano le strutture illegali che controllano lo Stato, e come l’<em>élite</em> economica guatemalteca utilizza questo sistema corrotto. Erano preoccupati perché il sistema giudiziario si è rafforzato e si sono riorganizzati, dedicando tutte le loro energie a smantellare gli apparati anticorruzione: prima di tutto hanno cacciato i membri della Cicig, poi hanno smantellato la Feci e quindi hanno iniziato a perseguitare i funzionari che avevano scoperto i loro gravi atti di corruzione.&nbsp;</p>



<p><strong>Più in dettaglio, quali indagini portava avanti la Feci quando lei ne era a capo?</strong><br><strong>JFS </strong>Erano sulla corruzione di magistrati, di membri del governo e politici di primo piano, come l’ex presidente della Repubblica Otto Pérez Molina e l’ex vicepreside Roxana Baldetti, che sono stati poi condannati. Si trattava di casi riguardanti il finanziamento illecito di campagne politiche e le irregolarità avvenute durante le elezioni delle alte corti di giustizia, o indagini sul crimine organizzato e il riciclaggio di denaro. Ad esempio, un caso importante è stato quello legato alla corporazione edile brasiliana Odebrecht, che ha scosso l’intera America Latina e altri Paesi del mondo. Nel caso del Guatemala, 108 membri del Congresso avrebbero ricevuto almeno venti milioni di dollari in tangenti per beneficiare l’azienda. Come capo della Feci ero titolare di queste indagini, per questo è iniziata la persecuzione giudiziaria di cui sono vittima e che mi ha portato all’esilio negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando parla di persecuzione, a cosa si riferisce esattamente?<br></strong><strong>JFS </strong>Tutto è iniziato nel maggio 2018, quando Consuelo Porras è stata nominata procuratrice generale della Repubblica. Da allora sono state fatte più di cento denunce ed emessi sei mandati di cattura contro di me. In varie occasioni ho ricevuto minacce di morte e ho anche scoperto che Mario Estrada, un ex candidato presidenziale che si trova in prigione negli Stati Uniti a causa delle sue relazioni con il Cartello di Sinaloa, ha cercato di organizzare un attentato contro di me. Si tratta di un caso documentato dalle autorità statunitensi che non è mai stato indagato da quelle guatemalteche, ma non mi stupisce più di tanto perché conosco il modo di operare di Consuelo Porras, ho lavorato insieme a lei tre anni e quattro mesi prima di andarmene. &nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa è successo alle indagini che la Feci stava portando avanti quando lei era a capo dell’unità?<br></strong><strong>JFS </strong>I casi sono stati smantellati e ora la Procura li sta usando per creare delle false accuse contro i magistrati, ad esempio adducendo che sono stati commessi degli abusi o degli errori durante le indagini.&nbsp;</p>



<p><strong>Quest’anno ha vinto le elezioni il Movimiento Semilla, un partito nuovo che non rappresenta l’<em>élite</em> economica e politica tradizionale, ma sembra che l’oligarchia guatemalteca stia cercando di mettergli in tutti i modi i bastoni tra le ruote. Che cosa ne pensa?<br></strong><strong>JFS </strong>In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio. Le “forze oscure” che hanno organizzato la persecuzione contro di me e i miei colleghi stanno facendo la stessa cosa con la volontà del popolo guatemalteco, che si è espresso alle urne il 20 agosto. &nbsp;</p>



<p><strong>Pensa che in un futuro prossimo lei e i suoi colleghi esiliati potrete tornare in Guatemala?<br>JFS </strong>Ho qualche speranza legata al nuovo governo, ma penso che il mio ritorno sia molto improbabile, non ci sono garanzie.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia l&#8217;11 ottobre 2013.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/">“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2022/08/24/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 23:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
		<category><![CDATA[prezzo caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole. È strano vederla qui, a Chilón, un paese&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole.</p>



<p>È strano vederla qui, a Chilón, un paese di settemila anime del Chiapas circondato dalla selva e da campi di mais e caffè. A fianco di Capeltic c’è Bats’il Maya, una fabbrica con un magazzino dove arrivano decine di sacchi pieni di grani di caffè in pergamino (ossia ricoperti da una buccia) da tutta la regione.</p>



<p>Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel (yomolatel.org), affonda la mano in uno dei sacchi e mostra i chicchi ricoperti da una buccia gialla: entro poco tempo verranno sbucciati da una macchina, tostati in un forno, macinati,<br>quindi impacchettati e spediti.</p>



<p>“Abbiamo aperto il nostro impianto qui, nella Selva Norte del Chiapas, malgrado ci avessero consigliato di farlo nel centro del Messico o vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, perché i costi logistici e di commercializzazione sarebbero stati molto inferiori -dice la co-direttrice dell’azienda,<br>formata da circa 360 famiglie indigene maya tseltales-. Abbiamo invece deciso di costruire l’impianto nella selva, malgrado Chilón sia isolato e quasi nessuno arrivi fin qui. Vogliamo stare<br>vicino ai produttori di caffè, ci piace pensare che possano sentire l’impianto come se fosse loro”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL-1024x683.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3046" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>La giovane chiapaneca cammina tra le rumorose macchine di Yomol A’tel, parola che nella lingua<br>indigena locale significa “insieme lavoriamo, insieme camminiamo e insieme sogniamo”. Il progetto<br>nasce nel 2001 a partire da una riflessione, che durava da decenni, sul fatto che da sempre le famiglie indigene maya tseltales si limitavano esclusivamente a produrre la materia prima -il caffè- per poi venderlo agli intermediari a prezzi molto bassi. I contadini non avevano un ruolo<br>negli altri anelli della filiera, che permettono guadagni molto maggiori. Yomol A’tel vuole<br>rompere questa logica: l’idea è che i produttori che seminano e raccolgono il caffè imparino anche a spolparlo, tostarlo e a preparare un ottimo caffè in tazza, seguendo dei corsi di formazione<br>nella caffetteria Capeltic. “Seguiamo tutta la filiera: dal campo alla tazza. Sappiamo che ogni suo anello è importante: se il produttore ci manda chicchi di alta qualità, il caffè si rovina se il tostatore esagera con la fiamma. E se il tostatore fa un eccellente lavoro ma il barista non è in grado di estrarre il caffè, il prodotto in tazza sarà cattivo. Le nostre famiglie conoscono tutto il processo: questa è la nostra proposta di qualità”, dice Méndez Álvarez.</p>



<p>Secondo i calcoli di Yomol A’tel, un chilo di caffè in pergamino in chicchi che al produttore viene pagato 70 pesos (poco più di 3,3 euro), una volta venduto in tazza permette di guadagnarne circa 1.500 (71,5 euro). Per questo, il 40% del caffè di Yomol A’tel viene venduto nelle sue caffetterie: la Capeltic di Chilón e quelle di due prestigiose università messicane: l’Iteso di Guadalajara e l’Università Iberoamericana, nelle sue sedi di Città del Messico e Puebla.</p>



<p>“Avere i nostri bar ci permette pagare un prezzo giusto ai produttori, che sono l’anello più impoverito di questa filiera. Noi lo chiamiamo ‘paradosso del caffè’: le famiglie che seminano e<br>raccolgono questo prodotto, che è biologico, di altissima qualità e apprezzato in tutto il mondo,<br>vivono sotto la soglia di povertà -spiega Cristina Méndez Álvarez-. Yomol A’tel ridistribuisce la<br>ricchezza, facendo in modo che non si accumuli in mano di chi gestisce le caffetterie Capeltic”.<br>Secondo gli esperti, sono vari i fattori che stanno alla base del “paradosso del caffè”. Dalla natura<br>coloniale del prodotto che, come secoli fa, continua ad essere coltivato da persone indigene per essere esportato verso l’Europa e gli Stati Uniti, all’incapacità dei governi dei Paesi produttori di promuovere politiche per proteggerne la produzione e commercializzazione.</p>



<p>Nell’ultimo anno, il prezzo del caffè è più che raddoppiato. Questo aumento è causato in primo<br>luogo dagli effetti dei cambiamenti climatici in Brasile, che è il primo produttore mondiale della seconda bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua. Nel 2021, il Paese sudamericano ha dovuto affrontare un lungo periodo di siccità, seguito da una forte gelata, e ha immesso nel mercato 20 milioni sacchi di caffè in meno rispetto all’anno precedente, con un conseguente aumento del suo prezzo.</p>



<p>Ma c’è di più. “Ci sono due grandi mercati del caffè: quello reale, in cui le persone comprano<br>e vendono il prodotto, e in cui il suo prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta, e quello finanziario -spiega Manel Modelo di Impacto café (impactocafe.org), una Ong che accompagna decine di piccoli produttori di caffè in Chiapas-. Quest’anno sono stati prodotti tra i 140 e 170<br>milioni di sacchi di caffè in tutto il mondo. Nel mercato finanziario si comprano e vendono in quattro o cinque giorni, quello che si fa il resto dell’anno è speculazione pura e semplice”.</p>



<p>Il prezzo del caffè non si decide quindi solo nel mercato reale, ma anche nella borsa di valori di New York, dove in questo momento è alle stelle. Lì operano sei grandi broker che hanno come principali clienti Nescafé, Kraft, Sara Lee e Procter &amp; Gamble, ovvero le multinazionali che commercializzano circa la metà di tutto il caffè mondiale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2-1024x683.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3048" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’aumento del prezzo è sicuramente una buona notizia per i produttori, che devono però fare i conti con il fatto che sale e scende da un giorno all’altro. La volatilità crea molta incertezza e difficoltà nello stabilire quale sia il miglior momento per vendere, o fare qualsiasi tipo di proiezione a lungo termine. Per questo, i produttori preferirebbero un prezzo stabile, anche se più basso di quello attuale.</p>



<p>“Magari i prezzi rimanessero alti e stabili, e le famiglie smettessero di vivere alla giornata. Sappiamo che purtroppo presto scenderanno vertiginosamente”, commenta Cristina Méndez Álvarez, mentre mostra un camion pieno di pacchi di caffè con l’etichetta di Capeltic che sta per uscire dal magazzino per essere spediti in tutto il Messico, Stati Uniti e Spagna. “Non dico la quantità di problemi di trasporto che abbiamo, perché in questa strada che già di per sé è piena di curve, buche e rallentatori, spesso ci sono frane e cadono alberi. Ma non ci importa, è un rischio che siamo disposti a prendere per essere coerenti con il nostro tipo di progetto”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/">Articolo pubblicato da Altreconomia nel luglio 2022</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/08/24/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/">Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 09:51:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[autodifesa]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[avocado]]></category>
		<category><![CDATA[Cheran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&#160;purépecha&#160;riempivano le sue giornate, e non aveva molto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.</p>



<p>Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3306" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.</p>



<p>“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.</p>



<p>Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi&nbsp;<em>purépecha</em>s, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3307" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1000%2C667&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1500&amp;ssl=1 1500w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la&nbsp;<em>meseta purépecha</em>, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati&nbsp;<em>k’eri</em>&nbsp;in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.</p>



<p>“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex&nbsp;<em>k’eri&nbsp;</em>Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia&nbsp;<em>tacos</em>&nbsp;nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della&nbsp;<em>meseta</em>&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.</p>



<p>La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3311" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Il&nbsp;<em>pickup</em>&nbsp;si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano&nbsp;<em>perrito</em>&nbsp;(cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del&nbsp;<em>pickup</em>, che sobbalza per le buche continue.</p>



<p>“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro&nbsp;<em>pickup&nbsp;</em>degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3310" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la&nbsp;<em>milpa</em>, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.</p>



<p>Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati&nbsp;<em>narcos</em>&nbsp;vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.<br>Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/05/28/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/">Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2020/07/31/messico-pandemia-e-popoli-indigeni-tra-quarantene-collettive-e-processioni-religiose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 10:28:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato dalle grida, dagli spari, dal sangue che poco a poco colora la sua maglietta. In Chiapas il coronavirus non ha causato solo malati, ma anche feriti da arma da fuoco.</p>



<p>Era il 27 aprile 2020 e da diciassette giorni la pandemia era arrivata in questa zona del Chiapas dove la maggior parte della popolazione è indigena maya chol e maya tseltal. Romario Guzmán Montejo stava protestando con altri abitanti del villaggio Hidalgo Joshil, nel Municipio di Tumbalá, perché da settimane il piccolo ospedale della sua comunità era chiuso. Manifestavano anche contro i “filtri sanitari” delle autorità della vicina Yajalón, dei posti di blocco installati per impedire l’entrata dei forestieri come misura di prevenzione dal coronavirus.<br>Una decisione che è stata presa da molte comunità indigene messicane: chiudersi nel proprio territorio, stabilire una quarantena collettiva invece che individuale. I primi a farlo sono stati gli zapatisti, che si sono dichiarati in allerta rossa e parallelamente hanno lanciato nel loro territorio una strategia di prevenzione al Covid-19. “Considerando la mancanza di informazione veritiera ed opportuna sulla portata e gravità del contagio, così come l’assenza di un piano reale per affrontare la minaccia, considerato il compromesso zapatista nella nostra lotta per la vita, abbiamo deciso di decretare l’allerta rossa nei nostri villaggi, comunità e quartieri e in tutte le istanze organizzative zapatiste”, scrive l’EZLN in un comunicato del 16 marzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3386" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un abitante de San Juan Chamula incontra un medico della “carovana della salute”, organizzata dal governo del Chiapas per arrivare nelle zone indigene isolate e senza ospedali. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p><strong>Sanità pubblica in Chiapas: problemi strutturali</strong></p>



<p>Nel caso di Yajalón, però, i “filtri sanitari” impedivano alla popolazione che vive nei municipi circostanti di raggiungere il suo ospedale pubblico, che è il più grande della zona.<br>Roberto N. stava accompagnando un famigliare malato all’ospedale di Yajalón, quando è arrivato all’incrocio dove si trovavano i manifestanti del villaggio di Hidalgo Joshil, poco prima che Romario Guzmán Montejo venisse ferito. Si è messo in fila dietro alle altre macchine senza capire cosa stesse succedendo. Ha sentito le sirene e gli spari, e le pietre hanno iniziato a volare. Improvvisamente è apparso un gruppo di uomini con una maglietta rossa con la bandiera messicana cucita sulla manica, mascherine chirurgiche e bastoni. Li hanno utilizzati per rompere i vetri e il parabrezza della sua auto.<br>Era il Grupo Táctico, un gruppo di tipo paramilitare che faceva il lavoro sporco per il sindaco di Yajalón, Juan Manuel Utrilla, e che è stato smantellato all’inizio di giugno dopo essere stato accusato di sequestro e omicidio di un commerciante.<br>Se il Grupo Táctico avesse permesso a Roberto N. di raggiungere l’Hospital General de Yajalón, avrebbe trovato una struttura che ha iniziato a operare mesi dopo il taglio del nastro realizzato in pompa magna dall’ex governatore dello Stato del Chiapas, Manuel Velasco Coello, con interi reparti che non sono mai stati aperti e con 220 lavoratori al posto dei 638 che sarebbero necessari. All’inizio di maggio, il sindaco di Yajalón aveva annunciato l’apertura di una “clinica Covid” in questa che è una delle zone indigene con il maggior numero di casi di coronavirus del Chiapas, ma la struttura non è stata mai inaugurata: non ci sono gasometri clinici e mancano i medici specialisti.<br>I primi pazienti con sintomi di Covid-19 sono arrivati a Yajalón all’inizio di aprile. Medici e infermieri hanno inviato al Ministero della Sanità chiapaneco una lettera in cui esigevano l’indispensabile: gel antibatterico, guanti, sapone, cloro, alcool, mascherine. Non hanno ottenuto risposta. Ne hanno scritta un’altra e un’altra ancora. Poco a poco hanno iniziato a ricevere alcune cose, ma non abbastanza da impedire a 10 persone tra medici e infermieri di Yajalón di risultare positivi al coronavirus.<br>In mancanza della “clinica Covid”, il personale medico ha deciso di utilizzare uno dei reparti inaugurati nel 2018 e mai aperti per isolare i possibili casi di coronavirus e stabilizzarli. Un membro del Sindicato Nacional de Trabajadores de Salud (SNTS) di Yajalón – di cui non diremo il nome perché vari suoi colleghi hanno sofferto minacce di licenziamento per aver fatto denunce pubbliche – afferma che in questa zona molte persone con sintomi di Covid-19 non si muovono dai loro villaggi, non fanno il tampone e non vengono contabilizzati dalle statistiche, e che chi arriva all’Hospital General normalmente è già in condizioni molto gravi. Se l’esito del tampone di questi pazienti è positivo, vengono trasferiti alle “cliniche Covid” delle città di Ocosingo, San Cristóbal de Las Casas e Tuxtla Gutiérrez, che si trovano fino a sei ore di una strada piena di curve e dossi da Yajalón.<br>“Non abbiamo soldi per pagare la benzina delle ambulanze e siamo costretti a chiedere ai pazienti di coprire i costi per farsi trasferire alla clinica Covid”, afferma il membro del Sindicato Nacional de Trabajadores de Salud in un’intervista telefonica. “In questa regione il 90% della popolazione vive in situazione di povertà e non ha soldi per farlo. Molti ci hanno detto che se devono morire preferiscono farlo in casa loro, e se ne tornano al proprio villaggio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="655" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=980%2C655&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3387" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=1024%2C684&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=768%2C513&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=1536%2C1026&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Festa della comunità di Chilil, Chiapas, nel giorno di Pasqua, in piena pandemia. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p><br>Secondo il Ministero della Sanità, tra il 28 febbraio e il 15 giugno in Messico 1760 indigeni sono risultati positivi al Covid-19 e 327 sono morti. Dati ufficiali mostrano che a causa della marginalizzazione e della discriminazione strutturale in cui vivono da secoli, gli indigeni hanno il 70% in più di possibilità di morire a causa del coronavirus rispetto a una persona non indigena.</p>



<p><strong>Processioni e proteste</strong></p>



<p>Esistono regioni indigene che sono entrate in quarantena collettiva e altre in cui si continuano a organizzare eventi di massa. Nel paese maya tsotsil di San Juan Chamula, migliaia di persone hanno partecipato alla Via Crucis del Venerdì Santo, San Juan Cancuc non ha rinunciato alla sua festa patronale e nella settimana di Pasqua a Venustiano Carranza si è celebrata una processione con 3 mila persone che chiedevano al Signore del Pozzo di proteggerli dalla pandemia, come si dice abbia fatto nel 1882 con la peste.<br>La difficoltà delle autorità nel comunicare con la popolazione indigena riguardo alle caratteristiche del coronavirus e ai suoi rischi, aggravata dalla sfiducia che i popoli originari hanno nelle istituzioni che da cinquecento anni li discrimina e inganna, ha avuto conseguenze preoccupanti a Venustiano Carranza e in altri paesi indigeni.<br>Incitati da catene di Whatsapp e messaggi che giravano su Facebook, in cui si affermava che il coronavirus non esiste e che un drone del sindaco spargeva una polvere che causava forti danni ai polmoni, a fine maggio gli abitanti di Venustiano Carranza sono scesi per strada per protestare contro il sindaco, realizzando saccheggi e appiccando fuoco alla sua casa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3389" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un’ambulanza e un ospedale comunitario distrutti durante le proteste per le fumigazioni contro la dengue a Las Rosas, Chiapas. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p>Episodi simili sono successi in altri paesi indigeni come Las Rosas, dove la popolazione ha bruciato un’ambulanza e rotto i vetri dell’ambulatorio quando le autorità hanno realizzato fumigazioni contro la dengue. Secondo una catena di Whatsapp, le fumigazioni erano in realtà finalizzate a spargere il coronavirus nella loro comunità.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Arivista nel luglio-agosto 2020.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/07/31/messico-pandemia-e-popoli-indigeni-tra-quarantene-collettive-e-processioni-religiose/">Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Omicidi di Stato a Oaxaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Aug 2018 16:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[CODEDI]]></category>
		<category><![CDATA[crimini di stato]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò. Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò.</p>



<p>Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini. Alejandro Antonio Díaz Cruz (41 anni), Ignacio Basilio Ventura Martínez (17 anni) e Luis Ángel Martínez (18 anni), erano morti.<a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3462" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?w=1359&amp;ssl=1 1359w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’attacco armato è stato perpetrato contro un gruppo di militanti del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), un’organizzazione indigena zapoteca presente nello Stato di Oaxaca, che stava tornando da una riunione con rappresentanti del governo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3463" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD6.jpg"></a></p>



<p>Secondo CODEDI, lo Stato è responsabile dell’attacco. “Hanno utilizzato R15, dei fucili in dotazione esclusiva dell’esercito, per questo pensiamo sia gente del governo. E uno dei sicari portava un giubbotto antiproiettile come quelli della Polizia Ministeriale”, afferma Abraham Ramírez Vásquez.</p>



<p>CODEDI afferma che l’attacco vuole reprimere la lotta per l’autonomia e contro le imprese minerarie, idroelettriche e turistiche che operano nella regione, contro il disboscamento del loro territorio da parte del crimine organizzato, e contro la costruzione di Zone Economiche Speciali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3465" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD3.jpg"></a>Le minacce a CODEDI sono aumentate a partire dal 2014, quando l’organizzazione ha recuperato un terreno di più di 300 ettari nella ex Finca Alemania, vicino a Santa Maria Huatulco, in cui ha costruito un centro di formazione autonomo per giovani indigeni, in cui si svolgono circa 18 corsi di formazione e in cui sono presenti vari progetti produttivi.</p>



<p>Da allora l’organizzazione, che inizialmente era presente in meno di 10 villaggi, è cresciuta fino ad essere presente in 53.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Arivista nell’aprile 2018.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/08/01/omicidi-di-stato-a-oaxaca/">Omicidi di Stato a Oaxaca</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le mutilazioni genitali femminili tra le indigene colombiane</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/04/09/le-mutilazioni-genitali-femminili-tra-le-indigene-colombiane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 13:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Mutilazioni Genitali Femminili]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“A me hanno fatto la curazione, ma a mia figlia no” dice una giovane indigena di etnia Emberá Chamí. La ragazza allatta la bambina, mentre gli altri figli e i nipoti giocano. Siede davanti alla casa della madre a Santa Rita, un piccolo villaggio di case costruite con assi di legno che si trova in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“A me hanno fatto la curazione, ma a mia figlia no” dice una giovane indigena di etnia Emberá Chamí. La ragazza allatta la bambina, mentre gli altri figli e i nipoti giocano. Siede davanti alla casa della madre a Santa Rita, un piccolo villaggio di case costruite con assi di legno che si trova in una gola fra le montagne verdi del Dipartimento di Risaralda, in Colombia.&nbsp;Si può raggiungere solo a piedi, camminando lungo uno stretto sentiero che costeggia il fiume Agüita. “Curazione” è il termine con cui le donne Emberá Chamí descrivono la pratica che consiste nell’esportare il clitoride alle neonate. Non ne è molto chiara l’origine: alcuni studiosi ipotizzano che possa essersi sviluppata a seguito del contatto tra questo gruppo indigeno e un popolo proveniente dall’Africa. La madre della giovane si chiama Maria Lina ed è una partera (ostetrica), ha 48 anni di esperienza: “Quando avevo dodici anni mia nonna mi orientava” ricorda la donna, ormai anziana. “Mi diceva: ‘Quando morirò, tu dovrai prendere il mio posto; un giorno sarai partera’. Mi sono sposata a quattordici anni e l’anno dopo ho avuto una figlia. Chi mi ha accompagnata nel parto? Nessuno, a quel tempo non c’erano ostetriche nel villaggio. Oggi ce ne sono quattro”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3872" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Il villaggio di Santa Rita, nel Dipartimento di Risaralda. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nella sua vita Maria Lina ha accompagnato cinquantasei parti. Per farlo parte da Santa Rita e attraversa le montagne di Risaralda, camminando fino a sei ore per raggiungere le zone più isolate. Di notte il sentiero è illuminato dalla luce della luna, di giorno si muove sotto l’impietoso sole del tropico o bagnata dagli acquazzoni nella stagione delle piogge. Maria Lina assicura di non avere mai fatto la curazione a nessuna bambina, e che si faceva solo ai tempi di sua nonna. In realtà, in molti villaggi Emberá Chamí la mutilazione genitale viene ancora praticata dalla partera, d’accordo con la madre, nel momento in cui una bambina nasce. Secondo la cultura Emberá è necessario asportare il clitoride per evitare che le donne diventino brincona, cioè sessualmente promiscue. La pratica risponde alla credenza secondo cui il clitoride, se non viene tagliato, può crescere fino a raggiungere le dimensioni di un pene, causando il desiderio di avere rapporti sessuali con altre donne.</p>



<p>“Questa concezione non esiste più”, assicura un gruppo di Emberá Chamí. Durante l’intervista che alcune ostetriche e altre persone della zona ci hanno concesso per illustrare le caratteristiche della mutilazione genitale femminile presso la loro cultura, hanno affermato che per gli uomini Emberá non è più necessario che una donna sia “curata” affinché sia considerata desiderabile. Sostengono inoltre che ora le ostetriche hanno paura di essere sanzionate per avere praticato la clitoridectomia. Il timore è causato dalla risoluzione 001, emanata nel 2009 dal Consiglio Regionale Indigeno di Risaralda (CRIR), che prevede la “sospensione della pratica della curazione per proteggere la vita e la salute delle neonate del popolo Emberá di Risaralda”, e sancisce sanzioni che vanno da sei mesi a tre anni di lavori comunitari. “Quando mia nonna viveva nel mondo dei vivi, esisteva una piantina per fare la curazione, da applicare dopo l’operazione -ricorda Maria Lina-. Quella bimba è morta perché se la curazione viene fatta male esce molto sangue”.</p>



<p>La donna si riferisce a un episodio del marzo 2007, quando una neonata Emberá Chamí morì dissanguata in un ospedale pubblico di Pueblo Rico, a seguito di una clitoridectomia praticata da una partera. I maggiori media colombiani si occuperano del caso, e malgrado l’esistenza della pratica fosse già stata denunciata negli anni Novanta solo in quel momento venne conosciuta dal grande pubblico. Fino ad allora, si tendeva a pensare che la mutilazione genitale fosse presente solo presso alcuni popoli asiatici ed africani. Secondo l’Unicef, nel mondo circa 200 milioni di donne hanno subito una mutilazione genitale, e si calcola che ogni anno circa 3 milioni di bambine si aggiungano al totale. Il fenomeno interessa buona parte della popolazione femminile di alcuni Paesi africani -in Somalia, il 98%- ed è presente anche in Italia: il Dipartimento per le Pari Opportunità stima che 35mila donne migranti abbiano subito alcun tipo di mutilazione genitale, che vanno dalla recisione del clitoride all’infibulazione, che consiste nel cucire la vulva.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3873" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“È una pratica talmente intima che probabilmente è presente anche presso altre comunità dell’America Latina e non ne siamo a conoscenza -afferma Vivian Martínez Díaz, antropologa dell’Universidad de los Andes di Bogotá (Colombia)-. A livello politico ed etico occorre trattare il tema con attenzione: molti rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni non governative la considerano una pratica aberrante. Lo è, però questa valutazione non può portare a criminalizzare gli usi e costumi degli Emberá Chamí in generale, come hanno fatto molti media che li presentavano come un popolo selvaggio e violento”. Nel 2007, a seguito della morte della neonata, in Colombia si scatenò un dibattito che in alcune occasioni sfociò nel razzismo. Vivian Martínez Díaz sostiene che può essere molto complicato armonizzare il diritto all’autonomia dei popoli indigeni -sancito da leggi locali ed accordi internazionali come la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro- con l’ingerenza dello Stato su alcune materie. Un esempio può essere proprio il tentativo di applicare alle culture indigene un concetto occidentale come quello di “diritto umano”.</p>



<p>Nel dicembre 2012, le Nazioni Unite hanno condannato le mutilazioni genitali femminili e dichiarato il 6 febbraio come Giornata mondiale contro questa pratica. Cinque anni prima, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), il Consiglio Regionale Indigeno di Risaralda e due entità governative hanno lanciato un programma per mettere fine a queste pratiche in Colombia. Si chiama Embera Wera e consiste in corsi di formazione per sensibilizzare gli Emberá sulle conseguenze fisiche e psicologiche che l’esportazione del clitoride può avere sulle bambine. Secondo l’UNFPA, “tutto il popolo Emberá si è impegnato ad sradicare la pratica della mutilazione genitale”. “Il progetto ha raggiunto circa 5mila persone, e ha ottenuto l’appoggio delle autorità nella lotta -afferma Dana Barón Romero, consulente di Genere, Diritti e Interculturalità del UNFPA-. Per mettere fine a questa pratica ci vorranno però generazioni: secondo un calcolo degli stessi Emberá, nei loro villaggi si realizza la mutilazione genitale a due bambine ogni 5 nuove nate”. Finora il progetto UNFPA è stato realizzato in due dipartimenti colombiani: Chocó e Risaralda. A seguito della sua implementazione che il CRIR ha deciso di sanzionare la clitoridectomia, che continua comunque ad uccidere le neonate colombiane. Il progetto Embera-Wera non è ancora arrivato a tutti i 250mila Emberá che vivono in Risaralda, Chocó e negli altri dipartimenti della Colombia, come Caquetá, Putumayo, Nariño, Cauca, Antioquia e Córdoba. “Il fatto che una pratica sia ancestrale non vuol dire che non possa cambiare, le culture si trasformano, sono sempre in movimento -afferma la antropologa Vivian Martínez Díaz-. Molte donne indigene sono coscienti del fatto che esistono usi e costumi nelle loro comunità che le reprimono. Sanno che sono stati creati per controllare la loro sessualità, e che è necessario cambiarli”.</p>



<p><a href="https://altreconomia.it/colombia-mutilazioni-genitali-indigene/" target="_blank" rel="noopener" title=""><em>Articolo pubblicato da Altreconomia nel febbraio 2017.</em><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/04/09/le-mutilazioni-genitali-femminili-tra-le-indigene-colombiane/">Le mutilazioni genitali femminili tra le indigene colombiane</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>EZLN. Storie di crimini e di contrainsurgencia</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/ezln-storie-di-crimini-e-di-contrainsurgencia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[zapatisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A partire dal 1994 nella nostra zona ci siamo preparati, uomini,&#160; donne e bambini, a resistere pacificamente alla presenza militare.&#160; Nell’anno 1995, un 9 di febbraio, quando il presidente Zedillo&#160; mandò 60mila soldati per catturare la dirigenza zapatista,&#160; molti di noi si sono dovuti allontanare dai loro villaggi per non provocare i militari.&#160; Alcuni tornarono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A partire dal 1994 nella nostra zona ci siamo preparati, uomini,&nbsp;</em></p>



<p><em>donne e bambini, a resistere pacificamente alla presenza militare.&nbsp;</em></p>



<p><em>Nell’anno 1995, un 9 di febbraio, quando il presidente Zedillo&nbsp;</em></p>



<p><em>mandò 60mila soldati per catturare la dirigenza zapatista,&nbsp;</em></p>



<p><em>molti di noi si sono dovuti allontanare dai loro villaggi per non provocare i militari.&nbsp;</em></p>



<p><em>Alcuni tornarono a rioccupare le loro comunità,&nbsp;</em></p>



<p><em>si allontanarono un mese o poco più, ma altri rimasero molto più tempo&nbsp;</em></p>



<p><em>fuori dal loro villaggio perché l’esercito lo aveva occupato.</em></p>



<p>Anahí, membro della Giunta di Buon Governo de La Realidad<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">1</a></sup></p>



<p>La chiesa di Acteal è stata costruita dopo il massacro. È un edificio grande per una comunità così piccola, e ha l’aria di un’opera eretta per compensare l’incompensabile. Alle sue spalle sorge quella che prima era la cappella del paese, una costruzione minuta e buia di assi di legno.</p>



<p>Me la mostrò Manuel Vázquez Luna, un giovane indigeno&nbsp;<em>tzotzil</em>&nbsp;che il 22 dicembre 1997 si trovava lì con un gruppo di persone della Sociedad Civil Las Abejas, un’organizzazione cattolica che condivide le rivendicazioni dell’EZLN pur essendo contraria alla lotta armata. Sapevano che il paese era sotto minaccia di un attacco paramilitare, ma erano convinte che la loro fede le avrebbe protette.</p>



<p>Così non è stato. Alle 11 del mattino un centinaio di paramilitari del gruppo Máscara Roja, vicino al conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), entrarono nella cappella e massacrarono 45 persone. Nove uomini, quindici bambini e ventuno donne, quattro erano incinte. Manuel Vázquez Luna<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">2</a></sup>, che al tempo aveva tredici anni, riuscì a sopravvivere al massacro perché si nascose dietro un albero, da dove vide uccidere nove persone della sua famiglia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3929" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Mural nel Caracol di Oventic. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nel 2005 la Sociedad Civil Las Abejas di Acteal presentò una petizione alla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) in cui denuncia che, durante il massacro, la polizia si trovava a circa 200 metri dalla comunità, ma non intervenne. Secondo l’organizzazione cattolica filozapatista, esiste una politica di stato “finalizzata a commettere attacchi generalizzati e sistematici contro la popolazione civile, eseguiti da gruppi paramilitari finanziati, addestrati e protetti dalle stesse autorità nazionali, per indebolire le basi dell’EZLN e le comunità che gli manifestano simpatia<a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">3</a>”.</p>



<p>I gruppi paramilitari sono, per definizione, milizie irregolari addestrate dallo stato che vengono utilizzate per fare “il lavoro sporco” al posto dell’esercito. Le azioni più violente che, compiute dai militari, causerebbero una serie di lamentele e ripercussioni internazionali, lo stato le affida ai paramilitari. Spesso, come nel caso di Acteal, i paramilitari vengono arruolati nella stessa zona in cui vivono loro vittime.</p>



<p>I responsabili del massacro di Acteal non sono stati assicurati alla giustizia. “Gli autori intellettuali del massacro non sono mai stati processati, e si sono adoperati per fare scarcerare gli autori materiali, pagando avvocati prestigiosi, scrittori e giornalisti”, denuncia José Alfredo Jiménez Pérez della Sociedad Civil Las Abejas. “Continueremo a lottare, esigendo giustizia e rispetto dei diritti umani, affinché il massacro di Acteal non rimanga impunito”<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">4</a></sup>.</p>



<p>Sessantanove dei 75 paramilitari che erano stati incarcerati per il massacro di Acteal sono stati liberati per irregolarità formali durante il processo o la detenzione. Nessun giudice ne ha quindi riconosciuto l’innocenza, e la loro colpevolezza era stata a suo tempo accertata dalla persone sopravvissute al massacro, che difficilmente possono confonderne i visi visto si tratta di vicini di casa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3930" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=1024%2C575&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=1536%2C863&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Basi d’appoggio dell’EZLN. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Molti paramilitari liberati sono ritornati a vivere nei pressi di Acteal, a stretto contatto con i sopravvissuti al massacro. Il ritorno dei carnefici ha create nuove tensioni nella zona, come nell’Ejido Puebla, un paese incastonato tra pareti di montagne e raggiunto solo da una strada sterrata e malmessa.</p>



<p>Nell’aprile 2013 due zapatisti dell’Ejido Puebla furono accusati dai priisti<a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">5</a>&nbsp;di aver avvelenato l’acqua della cisterna. I conservatori iniziarono a minacciare 17 famiglie zapatiste e filozapatiste del paese, che dovettero abbandonare le loro case.</p>



<p>“Alcuni paramilitari che parteciparono al massacro di Acteal sono originari dell’Ejido Puebla. Fra loro Jacinto Arias, che all’epoca era sindaco di Chenalhó<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">6</a></sup>: è stato in carcere 14 anni, oggi è libero ed è tornato in paese<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">7</a></sup>”, denuncia Víctor Hugo López Rodríguez, direttore del Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba), che vincola il ritorno di Arias allo sfollamento delle 17 famiglie.</p>



<p><strong>Onori e cariche istituzionali</strong></p>



<p>Anche gli abitanti del nord del Chiapas, a circa 200 km da Acteal, devono convivere con gli assassini dei loro familiari: i paramilitari di Desarrollo, Paz y Justicia, che operano nella zona dagli anni ’90. Alcuni di loro sono stati premiati con importanti cariche istituzionali, chi come sindaco e chi come deputato del Congresso locale.</p>



<p>Nel 2004 Armando Díaz, ex paramilitare di Desarrollo, Paz y Justicia, confessò al Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) che la milizia irregolare si presenta come un’organizzazione di agricoltori per poter ricevere i sussidi del governo, ma poi li utilizza per comprare armi<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">8</a></sup>.</p>



<p>La stessa organizzazione non governativa ha documentato che tra il 1995 e il 1999 nel nord del Chiapas – fra i Municipi di Tila, Sabanilla, Tumbalá, Yajalón e Salto de Agua – i gruppi paramilitari hanno commesso 81 esecuzioni extragiudiziarie, causato la sparizione di 36 persone e lo sfollamento di circa 3500.</p>



<p>Minerva Guadalupe Pérez López è tra le vittime di Desarrollo, Paz y Justicia. Aveva 19 anni quando, il 20 giugno 1996, venne sequestrata mentre andava a visitare il padre malato nella comunità Miguel Alemán. Secondo i testimoni, fu rinchiusa in una casa dove per tre giorni fu picchiata e violentata da una trentina di uomini, che in seguito la squartarono<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">9</a></sup>. Nessuno di loro è stato processato.</p>



<p>I crimini dei paramilitari di Máscara Roja e Desarrollo, Paz y Justicia non sono gli unici ad essere rimasti impuniti. Il 13 novembre 2006, una quarantina di uomini del gruppo Organización Para la Defensa de los Derechos Indígenas y Campesinos (OPDDIC), dotati di armi pesanti e accompagnati da circa 300 elementi della Polizia Settoriale, entrarono nella comunità di Viejo Velasco. Uccisero cinque persone, due vennero fatte sparire e 36 furono cacciate dalle loro case, dove non poterono mai tornare.</p>



<p>I casi di Viejo Velasco e dell’Ejido Pueblo non sono isolati. Egipto, El Rosario, Busiljá, Banavil, San Marcos Avilés, Comandante Abel; sono altri nomi di comunità che, a vent’anni dalla fine formale della guerra in Chiapas, continuano ad essere vittime della violenza dei gruppi armati irregolari<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">10</a></sup>.</p>



<p>Note:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Quaderni di testo della prima&nbsp;<em>Escuelita Zapatista, Gobierno autónomo II</em>, pag. 22. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo&nbsp;<a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html</a>.</li>



<li>Manuelito, come lo chiamavano tutti, è morto nel novembre 2012 in un ospedale pubblico di San Cristóbal de Las Casas, a causa della negligenza del personale.</li>



<li>Petizione scaricabile all’indirizzo:&nbsp;<a href="http://bit.ly/1Ij7xP8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://bit.ly/1Ij7xP8</a>.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a José Alfredo Jiménez Pérez, Acteal, dicembre 2012.</li>



<li>Affiliati al gruppo conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI).</li>



<li>Acteal si trova nel Municipio di Chenalhó.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Víctor Hugo López Rodriguez, Ejido Puebla, febbraio 2014.</li>



<li>Marta Durán de Huerta,&nbsp;<em>Un ex paramilitar arrepentido revela los horrores cometidos, con respaldo oficial, contra zapatistas en Chiapas</em>, quotidiano elettronico&nbsp;<em>Sin Embargo</em>, 16 gennaio 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.sinembargo.mx/16-01-2014/873781" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.sinembargo.mx/16-01-2014/873781</a>.</li>



<li>Bollettino n.20 del Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas,&nbsp;<em>18 años de exigencia de justicia,&nbsp;</em><em>18 años de impunidad, 18 años de no cansarse de buscar a Minerva hasta encontrarla</em>, San Cristóbal de Las Casas, 20 giugno 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140620_boletin_20_minerva.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140620_boletin_20_minerva.pdf</a>.</li>



<li>Sui casi delle comunità di Viejo Velasco, Banavil e San Marcos Avilés vedi:&nbsp;<a href="http://www.rostrosdeldespojo.org/casos/viejo-velasco/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.rostrosdeldespojo.org/casos/viejo-velasco/</a>.</li>
</ol>



<p><em>Articolo pubblicato su Arivista nell’estate 2015.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/ezln-storie-di-crimini-e-di-contrainsurgencia/">EZLN. Storie di crimini e di contrainsurgencia</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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