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	<title>Honduras - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Honduras - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 23:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso Gustavo Castro si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano Berta Cáceres, attivista indigena honduregna e sua amica di lunga data. Di lei Castro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p><strong>Gustavo Castro</strong> si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano <strong>Berta Cáceres</strong>, attivista indigena <strong>honduregna</strong> e sua amica di lunga data.</p>



<p>Di lei Castro ricorda il <strong>coraggio</strong>, la <strong>coerenza</strong>, la <strong>tenacità</strong> e una grande <strong>capacità di analisi politica</strong>. «Camminava sempre con la sua gente, con il popolo indigeno lenca. La sua azione non si deve intendere come individuale né separarla dall’organizzazione di cui faceva parte: Berta non sarebbe esistita senza il Consejo cívico de organizaciones populares e indígenas de Honduras (Copinh)», dice.</p>



<p>Gustavo Castro è coordinatore della ong messicana <strong>Otros Mundos</strong> e in quei giorni si trovava in Honduras per dare un corso al <strong>Copinh</strong>, di cui Cáceres era leader e cofondatrice. Rimase ospite a casa dell’amica che non vedeva da anni e, prima di ritirarsi nella sua stanza, rimase a chiacchierare in veranda con lei.</p>



<p><strong>Era la notte tra il 1 e il 2 marzo 2016</strong>. Se avesse vissuto due giorni in più, Berta Cáceres avrebbe compiuto <strong>45 anni</strong>. Era madre di quattro figli.</p>



<p>A <strong>dieci anni</strong> dall’uccisione di Berta Cáceres, l’inchiesta del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, ha portato alla luce le responsabilità nel crimine di alcune istituzioni finanziarie internazionali come la banca olandese <strong>Fmo</strong>, la finlandese <strong>Finnfund</strong> e la <strong>Banca centroamericana di integrazione economica</strong> (Bcie): il 67 per cento del credito ottenuto da queste banche per la costruzione del progetto idroelettrico <strong>Agua Zarca</strong> dell’azienda locale <strong>Desarrollo Energéticos</strong> (Desa) – più di dieci milioni di euro – sarebbero stati dirottati per «creare un contesto di minacce e violenza» nei confronti dell’opposizione al megaprogetto portata avanti da Copinh, e per poi pagare i sicari che in quella notte di dieci anni fa hanno ucciso Berta Cáceres.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2226" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?w=1456&amp;ssl=1 1456w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Berta Cáceres durante un&#8217;intervista a Tegucigalpa, capitale dell&#8217;Honduras. Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Nel 2011 Desa iniziò i lavori di costruzione della centrale idroelettrica sul fiume <strong>Gualcarque</strong> senza il consenso – indispensabile secondo vari trattati internazionali – delle comunità indigene della zona, distruggendo campi coltivati e restringendo l’accesso al corso d’acqua, che è sacro per il popolo lenca. I villaggi che sono parte del Copinh si organizzarono e bloccarono l’entrata dei macchinari, impedendo la costruzione dell’opera. Desa e lo Stato risposero con la repressione e nel 2013, durante una protesta pacifica, un soldato sparò al militante di <strong>Copinh Tomás García</strong>, assassinandolo.</p>



<p>«Dei fiumi il popolo lenca è custode ancestrale, protetto dagli spiriti che ci insegnano che dare la vita in loro difesa è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta. Sveglia! Sveglia umanità! Non c’è più tempo», disse Cáceres nell’aprile 2015, quando ricevette il prestigioso <strong>premio ambientale Goldman</strong>, considerato come “il <strong>Premio Nobel verde</strong>”.</p>



<p>Un documento pubblicato recentemente dalle <strong>Nazioni Unite</strong> afferma che le aziende e le banche hanno <strong>responsabilità sempre maggiori</strong> negli episodi di violenza a danno delle persone che difendono il territorio nel mondo.</p>



<p>Nel caso del Copinh e di Berta Cáceres, il Giei assicura che in Honduras si è creata una struttura criminale formata dalle istituzioni finanziarie internazionali, Desa e dal governo honduregno. Quando Cáceres è stata uccisa, il Paese centroamericano era presieduto dall’ultraconservatore <strong>Juan Orlando Hernández</strong>, che nel 2024 è stato condannato per narcotraffico negli Stati Uniti e poi indultato dal presidente Donald Trump.</p>



<p>Il report finale degli esperti indipendenti, pubblicato nel gennaio 2026, afferma che il governo honduregno era a conoscenza del piano per uccidere Cáceres già due mesi prima dell’omicidio e non si è mosso per evitarlo. «Con l’omicidio di Berta si cercò di rompere la resistenza contro il progetto idroelettrico Agua Zarca. <strong>È stato un crimine politico</strong>», afferma il Giei, che sottolinea anche la dimensione misogina e razzista del crimine.</p>



<p>Cáceres e Thomas García non sono gli unici membri del Copinh che sono stati uccisi: nel 2024 è toccato a <strong>Juan López</strong>, freddato in macchina mentre usciva da una chiesa. «Siamo nella mira dei sicari, le nostre vite pendono da un filo», disse poco prima di morire Berta Cáceres. Da tempo era vittima di minacce e denunciava quanto fosse comune in Honduras tra le persone che, come lei, difendono la terra, il territorio e l’ambiente.</p>



<p>Per Gustavo Castro, il <strong>coinvolgimento dello Stato</strong> honduregno nella morte della leader indigena è stato immediatamente evidente. Da subito sono iniziati i depistaggi delle indagini e il tentativo di presentare il crimine politico come “passionale”: quando gli chiesero di fare un identikit del sicario, Castro notò che qualsiasi indicazione desse l’uomo mandato dalla Procura disegnava un volto che aveva le sembianze dell’ex compagno di Cáceres, anche lui membro del Copinh.</p>



<p>L’attivista messicano temeva che gli assassini si volessero liberare di lui, unico testimone oculare dell’omicidio. «<strong>Avevo paura che le autorità mi volessero far sparire</strong>», ripete in varie occasioni durante l’intervista, in cui racconta del tentativo di avvelenamento subito in hotel da suo fratello, che lo aveva raggiunto in Honduras per non lasciarlo da solo, delle forti pressioni e manipolazioni a cui fu sottoposto dalle autorità subito dopo il crimine, e di quando nell’aeroporto della capitale Tegucigalpa fu circondato da alcuni agenti della Procura, che «spuntarono dal nulla» per impedirgli di lasciare il Paese. «<strong>Protezione consolare!</strong>», gridarono l’ambasciatrice e il console messicano, circondandolo con le braccia, quando quegli uomini li bloccarono.</p>



<p>La persecuzione è continuata anche nei mesi seguenti in Messico: lo hanno cercato persino <strong>all’uscita di scuola dei suoi figli</strong> e una volta <strong>l’Esercito</strong> si è presentato nel suo ufficio. Alla fine, per proteggere la sua sicurezza e quella della sua famiglia, Castro ha deciso di esiliarsi due anni in Spagna, dove partecipava a conferenze ed eventi pubblici in cui raccontava della situazione in Honduras e della lotta di Berta Cáceres.</p>



<p>L’attivista messicano ha presentato una <strong>denuncia contro il governo</strong> dell’Honduras presso la Commissione interamericana dei diritti umani, per gli errori di procedimento e le torture psicologiche subite nel mese successivo all’omicidio di Cáceres, quando le autorità lo obbligarono a rimanere in Honduras contro la sua volontà. «Esigo che il governo honduregno riconosca pubblicamente quello che mi ha fatto; il riconoscimento sarebbe per me una forma di riparazione del danno», dice.</p>



<p>Castro afferma anche che non è ancora stata fatta giustizia, malgrado alcuni responsabili dell’omicidio di Berta Cáceres siano già stati condannati, tra di loro il presidente esecutivo di Desa <strong>David Castillo</strong>.</p>



<p>«Non penso che il nuovo governo honduregno (presieduto da <strong>Nasry Asfura</strong>, appoggiato da Donald Trump) farà caso alle raccomandazioni del Giei, che esorta lo Stato ad approfondire le responsabilità penali dell’élite economica honduregna e dei funzionari pubblici. In ogni caso, sono convinto che l’inchiesta indipendente fornisca un forte sostegno alla lotta per la giustizia per Berta e permette di mantenere vigente la pressione mediatica», afferma.</p>



<p><em><a href="https://lespresso.it/c/mondo/2026/03/17/berta-caceres-morte-anniversario-cause/60559" title="">Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 13 marzo 2026.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/">Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2021/01/20/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 11:05:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.&#160; È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.&nbsp;</p>



<p>È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.</p>



<p>I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le&nbsp;<em>maras –</em>cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione.&nbsp;</p>



<p>La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana.&nbsp;</p>



<p>“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.<br>Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense.&nbsp;</p>



<p>Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.</p>



<p>“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.</p>



<p>Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula.&nbsp;</p>



<p>La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico.&nbsp;</p>



<p>A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila.&nbsp;</p>



<p>Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.</p>



<p>“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/01/20/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/">Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 19:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni honduras]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato l’inizio del coprifuoco per le undici di sera. Fu proprio a quell’ora che una pallottola sparata dalla Polizia Militare le si è conficcata nella testa.</p>



<p>Kimberly è una delle 14 vittime della repressione contro la popolazione honduregna che dalla settimana scorsa, dopo le elezioni presidenziali di domenica 26 novembre, manifesta nelle strade di tutto il paese urlando “Fuera JOH”, acronimo di Juan Orlando Hernández del conservatore Partido Nacional.</p>



<p>Orlando Hernández venne eletto presidente nel 2013, e anche le elezioni di allora furono in odore di brogli. Durante il suo mandato, il presidente è riuscito a far in modo che la Corte Suprema cambiasse la Costituzione per presentare la sua ricandidatura, e ha dovuto fare slalom tra le accuse piovute dal boss Leonel Rivera Maradiaga, che hanno portato gli inquirenti statunitensi ad affermare che la sua campagna elettorale è stata finanziata con denaro del narcotraffico.</p>



<p>Dopo le elezioni del 26 novembre, la situazione in uno dei paesi più pericolosi del mondo è ancora più caotica. Nei giorni scorsi, i poliziotti della Squadra di Operazioni Speciali COBRA hanno incrociato le braccia e dichiarato che non usciranno più in strada a reprimere la popolazione. Inoltre, i dubbi sulla trasparenza del processo elettorale sono stati sollevati anche da uno dei magistrati del Tribunal Supremo Electoral (TSE). Intervistato dal portale salvadoregno&nbsp;<em>El Faro</em>, il magistrato Marco Ramiro Lobo ha sottolineato come la tendenza durante il conteggio dei voti, che vedeva in vantaggio Salvador Nasralla dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura, è cambiata dopo due black out del sistema; quando questo ha riiniziato a funzionare, in testa c’era Juan Orlando Hernández.</p>



<p>Entrambi i candidati si sono proclamati vincitori ma, a più di una settimana dalle elezioni, l’autorità ha dichiarato vittorioso Orlando Hernández, con un margine di circa 50 mila voti. Ora Nasralla e i suoi chiedono un riconteggio dei voti, o un ballottaggio tra i due candidati.</p>



<p>Intanto, le principali strade dell’Honduras sono bloccate da manifestanti che sfidano il coprifuoco ed intonano cori, battono pentole e bruciano copertoni. Con ogni probabilità molti di loro sono gli stessi che nel 2009 protestarono contro il colpo di Stato all’allora presidente Manuel Zelaya, eletto con i voti della destra e spostatosi poi verso posizioni progressiste, e che oggi fa parte dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura.</p>



<p>Secondo Wikileaks, nel golpe del 2009 c’era lo zampino degli Stati Uniti, che storicamente hanno segnato le sorti di questo paese che è la Repubblica delle Banane per eccellenza. Da sempre il governo nordamericano ha scelto presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.</p>



<p>Il colpo di Stato del 2009 venne promosso per garantire la continuità al governo dell’oligarchia honduregna, dei cui interessi Orlando Hernández è portatore; un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria&nbsp;<em>maquiladora</em>e nelle coltivazioni intensive di prodotti da esportazione, come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH.</p>



<p>I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il Partido Liberal e il Partido Nacional. L’alternanza che l’Alleanza d’Opposizione sta cercando di interrompere.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.12.2017.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/">Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Assassinata leader ambientalista e indigena in Honduras</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/03/04/assassinata-leader-ambientalista-e-indigena-in-honduras/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2016 14:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Bertha Cáceres]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[pueblos indígenas]]></category>
		<category><![CDATA[represión]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I suoi assassini hanno aspettato che si addormentasse. All’una di notte di mercoledì scorso hanno forzato la porta e sono entrati nella sua casa di La Esperanza, in Honduras, per ucciderla. Bertha Cáceres era leader del&#160;Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras&#160;(COPINH), organizzazione che lottava per i diritti del popolo indigeno lenca. Nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I suoi assassini hanno aspettato che si addormentasse. All’una di notte di mercoledì scorso hanno forzato la porta e sono entrati nella sua casa di La Esperanza, in Honduras, per ucciderla.</p>



<p>Bertha Cáceres era leader del&nbsp;<em>Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras</em>&nbsp;(COPINH), organizzazione che lottava per i diritti del popolo indigeno lenca. Nel 2015 aveva ricevuto il&nbsp;<strong>Goldman Environmental Prize</strong><strong>,</strong>&nbsp;il “Nobel alternativo” per l’ambiente, soprattutto a causa del suo impegno contro la costruzione della centrale idroelettrica Agua Zarca di Sinohydro/Desa, la più grande impresa mondiale nel settore, che aveva ottenuto la concessione illegalmente e minacciava i contadini della zona.</p>



<p>“Dare la propria vita per la difesa dei fiumi è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta”, ha affermato Bertha durante la cerimonia di consegna del premio. A causa della determinazione del COPINH, Sinohydro e la Corporazione Finanziaria Internazionale, un’istituzione della Banca Mondiale, hanno dovuto ritirare la loro partecipazione al progetto.</p>



<p>Cáceres era in pericolo da tempo. Ha dovuto affrontare due processi giudiziari e riceveva numerose minacce di morte. “La persecuzione giudiziaria è solo un’espressione di tutta la persecuzione politica contro il COPINH ed è una strategia definita a livello presidenziale. Siamo coscienti che con la nostra lotta, che è pacifica però energica, ci confrontiamo con poteri grandi e influenti”, ha affermato Bertha Cáceres in un’intervista che ho raccolto nel novembre 2013, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali. Allora Bertha viveva muovendosi da un luogo all’altro, sempre allerta, sempre accompagnata da amici e amiche. Per garantire la sicurezza delle sue figlie, aveva dovuto allontanarle dall’Honduras.</p>



<p>Per anni il paese centroamericano è stato il più violento del mondo, nel 2015 superato dal vicino Salvador. La situazione in Honduras precipitò nel 2009, a seguito di un colpo di stato promosso dall’oligarchia di industriali che controlla il paese, che impone presidenti e leggi che favoriscano i suoi interessi. Chi si oppone, viene eliminato.</p>



<p>“Oggi in Honduras è un crimine difendere i diritti umani”, ha affermato Bertha Cáceres durante il nostro incontro. “Il Congresso e l’oligarchia honduregna hanno promosso la creazione della Polizia Militare di Ordine Pubblico, che sta operando come una struttura paramilitare contro i movimenti sociali. Non funzionano solo gli apparati di polizia e di intelligence, ma anche agenti infiltrati e agenzie di sicurezza private, che non sono altro che un altro esercito che protegge gli interessi dei grandi impresari”.</p>



<p>Ieri il Ministro di Sicurezza honduregno, Julian Pacheco, ha dichiarato che Bertha Cáceres godeva di vigilanza permanente. “È importante sottolineare che abbiamo arrestato una persona, ed è la guardia di sicurezza della residenza in cui è stata uccisa l’honduregna”, ha annunciato Pacheco.</p>



<p>La madre di Bertha, Austra Flores, ha dato la colpa della morte della figlia al governo honduregno, e ha affermato che spera non si trasformi in un numero che riempie statistiche. “La polizia dice che è morta a causa di un tentativo di furto, ma tutti sappiamo che l’hanno uccisa a causa della sua lotta sociale”, ha affermato la donna, da cui Bertha ha affermato di aver imparato il senso della giustizia.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 4.03.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/03/04/assassinata-leader-ambientalista-e-indigena-in-honduras/">Assassinata leader ambientalista e indigena in Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Oggi è un crimine difendere i diritti umani”. Intervista alla dirigente indigena honduregna Bertha Cáceres</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2014 11:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Bertha Cáceres]]></category>
		<category><![CDATA[copinh]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Honduras è il paese più violento del mondo, l’impunità copre l’80% dei delitti e il suo territorio è completamente militarizzato. I movimenti sociali sono vittima di repressione e persecuzione giudiziaria, come nel caso di Bertha Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras). Il Copinh è una delle maggiori organizzazioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Honduras è il paese più violento del mondo, l’impunità copre l’80% dei delitti e il suo territorio è completamente militarizzato. I movimenti sociali sono vittima di repressione e persecuzione giudiziaria, come nel caso di Bertha Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras). Il Copinh è una delle maggiori organizzazioni del paese centroamericano e lotta in difesa dei diritti del popolo indigeno lenca.&nbsp;A causa dell’opposizione alla costruzione dell’idroelettrica Agua Zarca, nella comunità di Río Blanco (Dipartimento di Intibucá), Bertha Cáceres e altri due integranti del Copinh, Tomás Gómez e Aureliano Molina, sono stati accusati di gravi delitti. Abbiamo incontrato Bertha Cáceres alla vigilia delle elezioni del 24 novembre, vinte dal nazionalista Juan Orlando Hernández, proclamato presidente malgrado le numerose accuse di brogli elettorali.</p>



<p><strong>Bertha, di cosa ti accusa la Procura? Come sta andando il processo giudiziario?</strong><br>La persecuzione giudiziaria è solo un’espressione di tutta la persecuzione politica contro il Copinh ed è una strategia definita a livello presidenziale. Siamo coscienti che con la nostra lotta, che è pacifica però energica, ci confrontiamo con poteri grandi e influenti. Una delle accuse che mi vengono rivolte è possesso illegale di armi e la Procura mi ha offerto di patteggiare: inizialmente mi è stato proposto di chiedere perdono allo stato e indennizzarlo, cosa che certamente non farò, visto che non ho commesso nessun delitto. Poi, vista la pressione esercitata dalla mia difesa, dai movimenti sociali, da Amnesty Internacional e dalle migliaia di espressioni di solidarietà che in tutto il mondo hanno denunciato quest’ingiustizia, il tribunale mi ha proposto di chiudere il processo se, in cambio, avessi pagato tutte le spese sostenute dallo stato. Ho rifiutato anche questa proposta.<br>Per l’altro processo, in cui l’impresa ci accusa di danni continuati e usurpazione, la prossima udienza è stata fissata per l’11 febbraio.</p>



<p><strong>Il processo è stato avviato a causa dell’opposizione del Copinh al progetto idroelettrico Agua Zarca, nella comunità di Río Blanco. Perché questa lotta è tanto importante per lo stato honduregno?</strong><br>Anni fa le comunità di Río Blanco che fanno parte del Copinh hanno iniziato una lotta per il territorio e per la difesa del fiume Gualcarque, che è un corso d’acqua considerato sacro dal popolo indigeno lenca. Siamo riusciti a cacciare Sinohydro/Desa, che è la più grande impresa mondiale nella costruzione di centrali idroelettriche, e a dedicarci ad un esercizio di autonomia e controllo territoriale. L’impresa ha ottenuto la concessione illegalmente nel 2010 e grazie ai suoi legami con i militari ha esercitato molta pressione sulle comunità della zona, non solo minacciando ma anche corrompendo le autorità e cercando di manipolare la popolazione. Questo indica che le transnazionali non hanno bisogno di intermediari politici, ma reprimono direttamente le comunità. Dove esiste l’intenzione di costruire progetti minerari o idroelettrici ci sono piani di militarizzazione. La lotta di Río Blanco è un cattivo esempio per il grande capitale, perché ha dimostrato che è possibile fermare un progetto di dominazione e di privatizzazione, dimostra che è possibile cacciare una trasnazionale.</p>



<p><strong>La persecuzione giudiziaria che lo stato sta portando avanti nei tuoi confronti sembra inserirsi in un clima di criminalizzazione della protesta sociale che sta vivendo il paese.</strong><br>Lo stato ha costruito strutture repressive che sono finanziate da vari organismi, come la Banca Interamericana di Sviluppo nel quadro Piano di Sicurezza Regionale per il Centroamerica. Oggi è un crimine difendere i diritti umani. Il Congresso e l’oligarchia hanno impulsato la creazione della Polizia Militare di Ordine Pubblico, che sta operando come una struttura paramilitare contro i movimenti sociali. Non funzionano solo gli apparati di polizia e di intelligence, ma anche agenti infiltrati e agenzie di sicurezza private, che non sono altro che un altro esercito che protegge gli interessi dei grandi impresari. Lavorano insieme a polizia ed esercito e raddoppiano il numero dei loro effettivi. Nella settimana elettorale è stata incrementata la presenza di militari e poliziotti nelle strade, non è un clima che aiuta lo svolgimento di elezioni democratiche.</p>



<p><strong>Alle elezioni presidenziali di domani la candidata per il partito Libertad y Refundación (Libre) è Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, deposto nel 2009 con un colpo di stato. Ha proposto una “via honduregna” al socialismo e vorrebbe rompere il bipartitismo che dura da cent’anni. Qual è la sua opinione su Castro?</strong><br>Il popolo honduregno è assetato di cambiamenti profondi, nel periodo successivo al colpo di stato abbiamo vissuto un processo di presa di coscienza e formazione, soprattutto nelle strade, dove abbiamo imparato più che in qualsiasi altro posto. Credo che sarebbe positivo se Libre vincesse le elezioni, è necessario che un altro partito si installi nel governo honduregno, non porterebbe cambiamenti profondi ma sarebbe un governo differente a quello della destra fascista che ha governato finora.</p>



<p><em>Intervista pubblicata su Arivista nel febbraio 2014</em>.</p>



<p><em><a href="https://sobreamericalatina.com/2013/12/20/hoy-es-un-crimen-defender-los-derechos-humanos-entrevista-con-la-dirigente-indigena-hondurena-bertha-caceres/" target="_blank" rel="noopener" title="">Versión en castellano</a></em></p>



<p><em><a href="http://copinhonduras.blogspot.mx/2014/01/de-radio-progreso-buenas-noticias.html" target="_blank" rel="noopener" title="">Aggiornamento sul caso Cáceres de 9.01.2014</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/02/04/oggi-e-un-crimine-difendere-i-diritti-umani-intervista-alla-dirigente-indigena-honduregna-bertha-caceres/">“Oggi è un crimine difendere i diritti umani”. Intervista alla dirigente indigena honduregna Bertha Cáceres</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[golpe]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[militarizzazione]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/">Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.<br>L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione di povertà e il 40% è disoccupata.&nbsp;La connivenza tra le autorità e il crimine organizzato è pervasiva e la militarizzazione della società, in nome della lotta al crimine organizzato, ha in realtà portato ad un incremento degli omicidi e della presenza del narcotraffico, che approfitta dell’impunità che tocca l’80% dei delitti. Secondo la statunitense Dea (Drug Enforcement Administracion), dall’Honduras transita più dell’80% della droga in viaggio verso gli Stati Uniti e nel 2013 le forze dell’ordine hanno sequestrato solo due tonnellate di cocaina. Inoltre, il viceministro della Difesa Carlos Roberto Funes ha recentemente affermato di sospettare che nel paese si trovi “El Chapo” Guzmán, capo dei capi del narcotraffico messicano.<br>In vista delle elezioni di domenica prossima è stata ulteriormente incrementata la presenza militare, forte dei nuovi mille effettivi della Polizia Militare di Ordine Pubblico. La formazione del corpo d’élite è stata promossa nell’agosto del 2013 da Juan Orlando Hernández, candidato presidenziale del Partito Nazionale, il partito conservatore al governo, mentre la candidata del partito Libre (Libertà e Rifondazione) Xiomara Castro ha promesso di togliere i militari dalle strade.<br>Secondo l’ultimo sondaggio Cid-Gallup “donna Xiomara”, che ha raccolto le simpatie dei movimenti e delle classi meno abbienti honduregne, si trova a parimerito con il nazionalista Orlando Hernández. Se la Castro parla di un “socialismo democratico” capace di assicurare garanzie agli investitori, il candidato nazionalista promette la creazione di migliaia di posti di lavoro nelle maquiladoras (industrie di assemblaggio in cui non sono previsti i diritti sindacali), il miglioramento della situazione abitativa delle classi meno abbienti e l’ampliamento delle coltivazioni di canna da zucchero e palma africana.<br>Il programma del nazionalista strizza l’occhio all’oligarchia honduregna, un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria maquiladora e nelle grandi coltivazioni di prodotti da esportazione come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, ci spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH. I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il partito nazionalista e quello liberale.<br>Di conseguenza, con la sua candidatura la Castro sfida non solo il maschilismo honduregno, ma anche il centenario bipartitismo dell’unico paese centroamericano che durante la Guerra Fredda non ha avuto una guerriglia capace di sfidare l’imperialismo statunitense. I nordamericani hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo in quella che si considera la Repubblica delle Banane per eccellenza, scegliendo presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.<br>Quando l’ex presidente Manuel Zelaya, che era stato eletto con i voti di destra, iniziò a mettere i bastoni fra le ruote alla stessa oligarchia di cui fa parte la sua famiglia, ci fu un colpo di stato. Era il giugno del 2009 e il popolo honduregno era stato chiamato a un referendum per decidere se convocare un’assemblea costituente. Oggi è la stessa moglie di Zelaya, Xiomara Castro, a presentarsi alle elezioni proponendo ancora una volta la formazione di una costituente.<br>“Nel 2009 Xiomara Castro era con noi nelle strade a manifestare contro il golpe e appoggio la sua candidatura, anche se non stimo alcuni membri del suo partito e mi riservo la facoltà di critica nei confronti del suo governo”, ci racconta Tomas Gómez Membreño dell’organizzazione indigena COPINH. “Inoltre temo che ci sia una frode elettorale, è difficile pensare che l’oligarchia la lasci governare”.<br>Così, questo bel paese di montagne e lunghe spiagge che nel suo piccolo territorio racchiude una grande varietà di culture e sapori, si prepara alle elezioni. La polizia ha nel cassetto un piano di contingenza per rispondere alla possibilità di conflitti durante le consultazioni, e i settecento osservatori internazionali sono pronti a vigilare su un processo elettorale che potrebbe rappresentare una svolta storica per il paese latinoamericano.</p>



<p><em>Reportage pubblicato il 23.11.2013 sul Secolo XIX</em>.</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/">Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Honduras: Dalla Repubblica delle Banane a quella della Palma Africana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2013 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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<p>In Honduras vengono assassinate venti persone al giorno. È il paese più violento del mondo, e leggendo la sua storia si rintracciano i motivi. Negli anni ’60 e ’70, mentre nei paesi limitrofi (Guatemala, El Salvador e Nicaragua) si consolidavano le guerriglie di sinistra, l’Honduras era un feudo statunitense.&nbsp;Il paese è stato poi utilizzato come base delle operazioni della Contra, le sanguinose truppe utilizzate dagli Stati Uniti per combattere i sandinisti nicaraguensi negli anni ‘80. L’Honduras è stata la “Repubblica delle Banane” per eccellenza. Qui per decenni industrie bananeras come Dole e Chiquita, i cui camion ancora oggi formano interminabili processioni in tutte le strade, si sono sostituite allo Stato. A Tela, che durante il secolo scorso ospitava l’omonima bananera, è facile sentir dire che “si stava meglio quando c’era la Tela”. Portava elettricità, scuola e lavoro. Oggi, più che una Repubblica delle Banane, l’Honduras ha l’aspetto di una Repubblica della Palma Africana. Da quando il governo ne ha incentivato la coltivazione, il paese ha perso l’autosufficienza alimentare e, secondo dati del Ministero degli Esteri, il paese attualmente importa la metà del suo fabbisogno di mais e riso. L’Honduras è fatto di immense distese di palma africana, e le circa 300mila tonnellate di olio che se ne ricavano – destinate al settore alimentare e alla produzione di agrocombustibili – vengono per il 70% vendute all’estero. Il 75% dei contadini che lavorano nei latifondi di palma vive con un dollaro al giorno. Lavorano immersi in sostanze chimiche che inquinano la terra ed avvelenano le falde acquifere del terzo paese più povero dell’America Latina. Questa situazione genera insofferenza tra i contadini e grandi introiti per la famiglia Facussé, una delle più potenti del paese. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, ricorda Miriam Miranda dell’organizzazione OFRANEH (Organización Fraternal Negra Hondureña). La oligarchia honduregna, che possiede il 40% del PIL, è composta dai discendenti di famiglie di origine ebraica o palestinese arrivate in centroamerica negli anni ’40. Grazie ad un forte pragmatismo imprenditoriale e politico sono riuscite a mettere da parte le storiche tensioni tra i due popoli, e si sono messe d’accordo per “spartirsi la torta”. Lo Stato è il loro maggiore cliente in un contesto in cui, come nota la presidentessa di COPINH (Consejo Civico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) Berta Caceres, “La funzione dello Stato è più che altro quella di rafforzare i poteri fattici”. Quasi tutti gli oligarchi honduregni contribuiscono economicamente ai due partiti, e vari membri di queste famiglie sono stati ministri del governo di turno. Jaime Rosenthal, che possiede banche, aeroporti, media, squadre di calcio, assicurazioni, compagnie telefoniche, cementifici e birrifici, è stato quattro volte candidato alla presidenza della Repubblica. Nel 2009, l’ex presidente Manuel Zelaya, eletto con i voti di destra e spostatosi poi verso posizioni progressiste, mise i bastoni fra le ruote della stessa oligarchia di cui fa parte la sua famiglia. Alzò il salario minimo del 66%, aderì all’ALBA (l’alleanza dei paesi socialisti latinoamericani promossa da Chavez) e promise la riforma agraria. Questa non vide mai la luce: il 28 giugno 2009, giorno in cui Zelaya chiamò la popolazione a decidere sulla convocazione di un’assemblea costituente, gli oligarchi del paese organizzarono un colpo di stato. Deposero Zelaya e misero al suo posto un governo in linea con i loro interessi, tanto intrecciati con quelli del narcotraffico che, secondo Wikileaks, utilizza i possedimenti di Facussé come pista d’atterraggio per i suoi aerei. Un esempio della prepotenza dell’oligarchia honduregna è il caso del Bajo Aguán. Nella regione, come nel resto del paese, le monocoltivazioni sono state create a seguito dei Piani di Aggiustamento Strutturale impulsati negli anni ’90 dalle Organizzazioni Finanziarie Internazionali e dal governo Callejas, che hanno invalidato la riforma agraria degli anni ’70. “A causa delle minacce, qui nel Bajo Aguán tutti iniziarono a vendere, soprattutto a Facussé. Chi si rifiutava veniva assassinato”, denuncia ad Arivista Vitalino Álvarez dell’organizzazione MUCA (Movimiento Unificado Campesino del Aguán). Quando poi i contadini si ribellarono, il governo promise la restituzione di buona parte delle terre, ma l’accordo non è mai stato rispettato. Alla fine di giugno, l’organizzazione contadina MARCA (Movimiento Auténtico Reivindicador del Aguán) ha ottenuto un’importante vittoria: un tribunale di Tegucigalpa (capitale dell’Honduras) ha sentenziato la restituzione di 1800 ettari di terra alle famiglie che ne vennero private nel 1994, riconoscendo l’illegalità dell’acquisizione da parte di Miguel Facussé e René Morales Carazo. Tuttavia, i magistrati honduregni hanno accolto il ricorso presentato dai due latifondisti, fatto che secondo il MARCA ribalta la precedente sentenza. Infatti, è innegabile che la decisione del tribunale metta le basi per nuovi episodi di violenza nel Bajo Aguán, regione in cui, dal principio del 2010, le guardie private di Facussé hanno ucciso 51 persone che facevano parte di organizzazioni contadine e un giornalista insieme alla sua compagna. “I decreti del governo legittimano l’impunità che vige dal golpe: quando è così generalizzata, questa corrisponde ad un piano”, ha affermato l’ex presidente Zelaya durante l’inaugurazione dell’Incontro Internazionale per i Diritti Umani in Solidarietà con l’Honduras, che si è tenuto a febbraio nel Bajo Aguán. Zelaya, esiliato a seguito del golpe del 2009, è tornato in Honduras nel maggio 2011, accolto da una folla festante che sventolava le bandiere del FNRP (Frente Nacional de Resistencia Popular), nato dopo il colpo di stato per coordinare le organizzazioni antigolpiste del paese. L’Accordo di Cartagena, che ha permesso il ritorno di Zelaya, ha stabilito il riconoscimento del FNRP come forza politica che può partecipare alle elezioni, malgrado quest’ultimo non avesse dato nessuna autorizzazione all’ex presidente per presentarsi alle negoziazioni in suo nome, dimostrando la distanza tra la base e i quadri già emersa in altre occasioni. In cambio del ritorno di Zelaya, il governo di Lobo ottenne il ritorno dell’Honduras nell’Organizzazione degli Stati Americani, con il conseguente riconoscimento internazionale della democraticità del regime golpista honduregno e l’afflusso di circa 600 milioni di dollari in aiuti. Il Partido Libertad y Refundación (LIBRE) di Zelaya parteciperà alle prossime elezioni presidenziali, ma il movimento di resistenza, inizialmente raccolto intorno all’ex presidente, al suo ritorno aveva già imparato a camminare da solo. Di conseguenza, la decisione di partecipare al processo elettorale e la creazione di LIBRE hanno creato una frattura nel FNRP. Oggi il FNRP comprende una corrente “elettorale” e una “rifondazionale”, che crede nella necessità di continuare la mobilitazione nelle strade per rifondare il paese. “Con il ritorno di Zelaya, il Frente ha smesso di essere uno sforzo sociale e si è convertito in una corrente interna del partito LIBRE, facendo scomparire il suo sforzo di articolare lotte differenti. Ora lottano per il potere ma ad ogni modo, anche se vincessero le elezioni, la oligarchia non gli permetterebbe di governare veramente”, racconta ad Arivista Salvador Zuñiga del COPINH. Quel che è certo è che l’incanalamento della resistenza honduregna nel processo elettorale ha permesso ai golpisti di tirare un respiro di sollievo: ora il FNRP è diviso e meno presente nelle strade del paese.</p>



<p>“Lobo ha permesso la partecipazione di LIBRE alle elezioni proprio per dividere il FNRP?“, ho chiesto a Miguel Angel Vásquez di ADEPZA (Asociación para el Desarrollo della Peninsula de Zacate Grande). “Sì, esattamente. Lobo utilizza Zelaya come un mezzo per mediare tra la lotte sociali e l’oligarchia. L’Accordo di Cartagena è stata firmato perché la resistenza, una volta iniziato il processo elettorale, diminuisse la sua lotta”.&nbsp;</p>



<p><em>Reportage pubblicato dal mensile Arivista nell’ottobre 2012</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/11/honduras-dalla-repubblica-delle-banane-a-quella-della-palma-africana/">Honduras: Dalla Repubblica delle Banane a quella della Palma Africana</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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