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	<title>diritti umani - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>diritti umani - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Il ritrovamento del campo di sterminio della criminalità organizzata di Teuchitlán in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2025 16:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) Il ranch Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025. Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Il <em>ranch</em> Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo <a href="https://www.facebook.com/p/Guerreros-Buscadores-De-Jalisco-61555458753120/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores</a> de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025.</p>



<p>Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri, di <em>desaparecidos</em> del Messico, si sono stupite di non trovarli visto che il <em>ranch</em> di 10mila metri quadrati, che si trova nel Comune di Teuchitlán, nello Stato del Jalisco, era sotto la custodia delle forze dell’ordine che sei mesi prima avevano rinvenuto al suo interno un “narco-accampamento”.</p>



<p>Una volta entrate le Guerreros buscadores hanno trovato ammucchiati 154 paia di scarpe, 435 capi di vestiario e 18 valigie, oltre a tre forni circondati da frammenti ossei umani semi-cremati. Hanno rinvenuto anche delle lettere: “Amore mio, se non torno ricordati quanto ti amo”, si legge in una di queste scritta nel 2003.</p>



<p>Le madri dei <em>desaparecidos</em> hanno avuto un’intuizione raccapricciante: il cartello di Jalisco Nueva Generación usava il <em>ranch</em> come centro di addestramento e detenzione clandestino e bruciava i cadaveri delle persone che uccideva per farne sparire le tracce. Si sono poi chieste come fosse possibile che le autorità, che avevano ispezionato l’immobile, non avessero rinvenuto gli oggetti personali, i forni e i frammenti ossei.</p>



<p>“Il <em>ranch</em> è molto grande e non li abbiamo visti”, ha risposto la Procura, causando rabbia tra i genitori dei d<em>esaparecidos</em> che pensano invece si tratti di un tentativo, da parte delle autorità, di insabbiare la questione.</p>



<p>In Messico i <em>desaparecidos</em> sono più di 125mila, quasi tutti vittime della guerra al narcotraffico che l’ex presidente Felipe Calderón ha iniziato alla fine del 2006. Questa non ha indebolito i cartelli criminali, che da allora sono cresciuti insieme alla militarizzazione del territorio, con pessime conseguenze sul rispetto dei diritti umani. Nel Paese si registrano in media 30 sparizioni al giorno ed è evidente che buona parte di queste persone non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata. Perché le organizzazioni criminali sequestrano, uccidono e fanno sparire delle persone innocenti? È una delle domande più difficili del Messico contemporaneo e l’inchiesta delle madri di Guerreros unidos offre delle possibili risposte.</p>



<p>Dopo essere entrate nel <em>ranch</em> Izaguirre hanno iniziato a raccogliere le testimonianze di persone che sono riuscite a scappare da quel luogo. Hanno così scoperto che il cartello di Jalisco Nueva Generación attirava i giovani grazie a false offerte di lavoro che pubblicava su internet, con salari piuttosto alti. La comunicazione con gli aspiranti lavoratori avveniva tramite WhatsApp: veniva dato loro un appuntamento alla stazione degli autobus e da quel viaggio non tornavano mai più.</p>



<p>Secondo le testimonianze, erano sottoposti a un addestramento obbligatorio e disumanizzante, finalizzato al reclutamento forzato nelle file del cartello. I giovani che venivano preparati per essere sicari erano obbligati a combattere tra loro come nel Colosseo, e a torturare o uccidere gli altri detenuti quando si rifiutavano di partecipare all’addestramento o cercavano di scappare. I testimoni parlano anche di esperimenti medici e vendita di organi.</p>



<p>Secondo l’accademica e giornalista messicana Alejandra Guillén González, nel <em>ranch </em>Izaguirre le vittime venivano trasformate in carnefici. “Lì il cartello distruggeva la soggettività e psiche delle persone, le disfaceva, rompeva loro l’anima -ha spiegato durante un’intervista con il portale messicano <em><a href="https://adondevanlosdesaparecidos.org/2025/03/19/teuchitlan-forma-parte-de-un-circuito-desaparecedor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">¿Adónde van los desaparecidos?</a>-. </em>Non è una cattiveria spontanea ma c’è un piano molto chiaro che ha una sua logica ed è finalizzato a convertire le vittime in carnefici. È lo stesso meccanismo che descrive Primo Levi quando racconta la sua esperienza nel campo di concentramento: se hai fame e vivi in condizioni disumane tutto quello che fai è cercare di sopravvivere. Se questo implica uccidere uno dei tuoi compagni […] secondo me è troppo facile accusare di collaborazionismo chi accetta di farlo”.</p>



<p>Per la giornalista messicana luoghi di questo tipo ci dicono anche un’altra cosa: non tutti i <em>desaparecidos </em>sono morti. Alcuni sono vivi e costretti a lavorare per la criminalità organizzata. Inoltre sarebbe un errore pensare che tutti i capi di vestiario trovati nel <em>ranch</em> appartengano a persone che sono state assassinate. Le foto dei vestiti, che sono state sistematizzate in un sito web, sono uno strumento prezioso per i familiari dei <em>desaparecidos</em> che, consultandole, possono trovare un capo della persona che stanno cercando che rappresenta una traccia del suo passaggio da quel luogo.</p>



<p>“I resti ossei sono tutti uguali ma i vestiti, gli oggetti, umanizzano la perdita: hanno un valore simbolico chiave, sono l’ultima traccia, l’ultimo segno di una presenza -aggiunge lo psicologo Carlos Beristain, specializzato nell’accompagnamento psicosociale di vittime della violenza-. Le foto dei vestiti portano con sé dei significati possibili, non solo testimoniano che la persona è stata in quel luogo, in qualche modo ci dicono anche che cosa le è successo, che cosa le hanno fatto”.</p>



<p>Allo stesso tempo, però, anche se i familiari della persona scomparsa vedessero i vestiti dei loro cari, non riuscirebbero a rispondere alle domande che li tormentano: è vivo o è morto? Dove si trova ora?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4577" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Familiares de desaparecidos buscan restos humanos en el Rancho La Gallera, Veracruz. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Alejandra Guillén González, che nel 2019 ha pubblicato un <em>reportage</em> in cui descriveva un “circuito della sparizione” molto simile in un Comune limitrofo a Teuchitlán -giovani attirati con false promesse di lavoro, addestrati e obbligati a lavorare come sicari o come guardie armate nei campi in cui si coltiva droga-, afferma che sono state date varie definizioni a luoghi come il <em>ranch </em>Izaguirre. “Campo di sterminio” è forse quella più usata ma in fondo “come società ci mancano parole per nominare posti di questo tipo”, conclude.</p>



<p>Di <em>ranch</em> Izaguirre ne esistono tanti in Messico ma il suo ritrovamento ha comunque mosso qualcosa di profondo nella società messicana, forse a causa della sua dimensione e delle foto delle montagne di vestiti e scarpe che ricordano i <em>lager</em> nazisti. Manifestazioni, <em>sit-in</em> e fiaccolate sono state organizzati in tutto il Paese.</p>



<p>“Chi può gestire un centro di sterminio e reclutamento senza l’appoggio dello Stato? Come si possono trasportare tante persone e farle sparire senza che esistano tracce nei documenti della procura e nelle scrivanie degli uffici del governo?”, scrive il Grupo de trabajo contra la desaparición en Chiapas (Gruppo di lavoro contro le sparizioni in Chiapas), che ha organizzato un raduno a 1.500 chilometri del <em>ranch</em> Izaguirre.</p>



<p>Per i crimini avvenuti in Jalisco finora sono state arrestate dodici persone, tra cui el comandante Lastra, considerato il principale responsabile del reclutamento e del funzionamento del “campo di sterminio” tra maggio del 2024 e marzo 2025.</p>



<p>“Non daremo spazio all’impunità”, ha assicurato la presidente Claudia Sheinbaum, anche se in Messico il tasso d’impunità per il delitto di sparizione di persona arriva al 99%. Sheinbaum ha poi presentato una serie di riforme alla legge sulle sparizioni forzate che sono state accolte con scetticismo dalle organizzazioni a favore dei diritti umani e dai familiari delle vittime, che chiedono invece di essere coinvolti nella pianificazione delle politiche pubbliche in materia di sparizioni.</p>



<p>I familiari dei <em>desaparecidos </em>continuano a protestare e, soprattutto, non smettono di cercare. Fanno il lavoro che le autorità non svolgono: organizzano brigate in cui, con picconi e pale, vanno alla ricerca di possibili fosse clandestine nelle campagne di tutto il Messico. L’ultima brigata nazionale è stata il 19 e 20 aprile di quest’anno e hanno partecipato 70 collettivi di genitori di <em>desaparecidos</em>. “La nostra lotta è autonoma, indipendente dai partiti politici. Continueremo fino a quando non troveremo i nostri cari”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-ritrovamento-del-campo-di-sterminio-della-criminalita-organizzata-di-teuchitlan-in-messico/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato da Altreconomia il 30 aprile 2025.</a></em></p>



<p></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2025/05/01/il-ritrovamento-del-campo-di-sterminio-della-criminalita-organizzata-di-teuchitlan-in-messico/">Il ritrovamento del campo di sterminio della criminalità organizzata di Teuchitlán in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 16:33:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli statunitensi Rio Grande, li separava dalla loto meta: a poche centinaia di metri dalla cella dove erano rinchiusi si trova infatti il ponte che collega la città messicana alla sua “gemella” sul lato settentrionale della frontiera, la texana El Paso.</p>



<p>Orlando José Maldonado Pérez era venezuelano e la sua storia è stata raccontata al quotidiano messicano <a href="https://laverdadjuarez.com/2023/03/29/nos-metieron-a-un-calabozo-migrante-describe-el-lugar-de-la-tragedia-en-la-estacion-migratoria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La Verdad</em></a> dal cognato, Abel Ortega Oviedo. I due uomini erano partiti insieme dal Venezuela e avevano viaggiato per circa settemila chilometri per arrivare alla desertica Ciudad Juárez, dove si sono ritrovati davanti la frontiera statunitense, completamente sbarrata. Sono quindi rimasti bloccati nella città messicana, senza lavoro né casa, e sono stati arrestati per strada mentre chiedevano l’elemosina. La polizia ha portato entrambi al centro per migranti gestito dall’Instituto nacional de migración (Inm) ma Abel, che ha intrapreso il lungo viaggio portando con se i due figli piccoli, è stato rilasciato. Solo il giorno successivo all’incendio, mentre cercava Orlando negli ospedali della città, ha saputo che il cognato era morto nelle fiamme.</p>



<p>“Durante la campagna elettorale Joe Biden aveva promesso di smantellare la politica migratoria dell’amministrazione Trump ma non l’ha fatto. Al contrario, ha continuato a portarla avanti. Ha mantenuto la retorica della migrazione come una minaccia ed è ancora in funzione il cosiddetto ‘Titolo 42’, una misura entrata in vigore durante la pandemia da Covid-19 che permette l’espulsione immediata dei migranti che arrivano alla frontiera, senza che possano presentare domanda d’asilo”, spiega Helena Olea, direttrice di <a href="https://www.alianzaamericas.org/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alianza Americas</a>, una Ong con sede negli Stati Uniti. “All’inizio Biden ha cercato di derogare al ‘Titolo 42’ ma i governatori degli Stati meridionali hanno presentato ricorso e vinto la loro battaglia legale. Quello che ha fatto è stato stabilire alcune eccezioni a questa misura: ad esempio, da inizio gennaio possono entrare negli Usa persone provenienti da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela, ma solo a condizione che abbiano un ‘patrocinatore’, ovvero una persona negli Stati Uniti che dimostri di poterli mantenere”.</p>



<p>Di fronte alle espulsioni di massa e alle pressioni di Washington, il Messico ha accettato di ricevere ogni mese 30mila migranti respinti dall’ingombrante vicino. Di conseguenza, le città a ridosso della frontiera si sono rapidamente riempite di uomini, donne e bambini intrappolati in un limbo, a un passo dal “sogno” americano. Una situazione che alimenta le tensioni all’interno delle comunità locali.</p>



<p>“La nostra pazienza sta arrivando al limite, adotteremo una postura più dura nel proteggere la città”, aveva dichiarato a metà marzo Cruz Pérez Cuellar, sindaco di Ciudad Juárez, quando un gruppo di cittadini venezuelani ha distrutto le barriere nel ponte internazionale di Santa Fè nel tentativo di entrare negli Stati Uniti. Contravvenendo alla legge messicana -secondo la quale una situazione migratoria irregolare non rappresenta di per sé un reato- Pérez Cuellar ha ordinato alla polizia di arrestare i migranti presenti in città. Come Orlando Maldonado e Abel Ortega, molti non avevano commesso alcuna infrazione ma sono finiti in manette semplicemente perché chiedevano l’elemosina o pulivano i vetri ai semafori e sono stati rinchiusi in centri per migranti che gli attivisti e le Ong descrivono come luoghi indegni. Celle sovraffollate chiuse a chiave, nessuna assistenza medica né accesso all’acqua potabile.</p>



<p>“Sono centri di detenzione: le persone rinchiuse qui dentro non sono state ‘soccorse’ dalla polizia, come dicono le autorità, ma sono state arrestate, private della libertà in modo arbitrario”, ha denunciato un attivista del collettivo Frontera Sur durante l’azione che si è svolta davanti alla sede dell’Instituto nacional de migración di San Cristóbal de Las Casas, nel Sud del Messico.</p>



<p>Oltre ai 39 morti -tutti uomini, in maggioranza provenienti dal Guatemala, ma anche da Honduras, El Salvador, Venezuela, Ecuador e Colombia- nell’incendio sono rimaste ferite altre 27 persone, alcune delle quali versano in gravi condizioni. Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura generale messicana, sarebbe stato un migrante ad appiccare il rogo dando fuoco a un materasso per protestare proprio contro gli agenti di custodia che li avevano lasciati tutto il giorno senz’acqua. Un video, ripreso da una camera di sorveglianza la notte dell’incendio, mostra quello che è successo subito dopo: le guardie sono uscite correndo dal centro senza prima aprire la cella chiusa a chiave, lasciando i migranti in balìa delle fiamme. Gli inquirenti messicani hanno emesso nove ordini di arresto: uno contro l’uomo che avrebbe causato l’incendio e gli altri contro agenti e personale dell’agenzia di sicurezza privata che lavora nel centro di Ciudad Juárez.</p>



<p>Intanto centinaia di migranti provenienti da diversi Paesi dell’America Latina continuano a raggiungere la frontiera settentrionale del Messico. Un flusso alimentato anche dalla falsa notizia che, a seguito della strage, gli Stati Uniti avrebbero iniziato ad accettare le domande di protezione internazionale. Molti si sono presentati alla frontiera con l’illusione di essere ricevuti ma sono stati respinti.</p>



<p>Negli ultimi anni i flussi migratori verso gli Stati Uniti sono aumentati considerevolmente. Tra ottobre 2021 e agosto 2022 sono state arrestate più di due milioni di persone, il 24% in più rispetto all’anno precedente. Quando è entrato in carica, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva promesso una politica di maggiore apertura verso le migrazioni ma <a href="https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/)" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le minacce commerciali dell’amministrazione Biden</a> hanno trasformato il Messico nel gendarme degli Stati Uniti, che ha di fatto esternalizzato il controllo della propria frontiera meridionale: nel 2022 nel Paese sono stati dispiegati quasi 45mila militari per contenere i flussi migratori diretti verso gli Usa. “Le politiche migratorie degli Stati Uniti e di altri Paesi della regione sono sempre più disumane e rendono quasi impossibile l’accesso al diritto di richiedere asilo. Fatti come quelli di Ciudad Juárez sono conseguenza delle restrittive e crudeli politiche migratorie di Messico e Stati Uniti”, ha denunciato Amnesty International in un comunicato. In questi giorni, sulle sbarre che racchiudono la stazione migratoria di Ciudad Juárez sono state appese le foto dei defunti, le bandiere dei loro Paesi, fiori e cartelli che dicono “migrare non è un delitto”.</p>



<p><a href="https://altreconomia.it/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia il 31 marzo 2023.</a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/">Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>A sei anni dalla sparizione degli studenti di Ayotzinapa, in Messico, la verità è ancora lontana</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2020/09/25/a-sei-anni-dalla-sparizione-degli-studenti-di-ayotzinapa-in-messico-la-verita-e-ancora-lontana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 10:21:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 settembre è il sesto anniversario della sparizione forzata dei 43 studenti nello Stato di Guerrero. Inchieste indipendenti smontano la “verità” ufficiale che ha coperto l’esercito. La testimonianza di alcuni genitori e di un giovane sopravvissuto all’attacco. Due grammi sono il peso di un pizzico di sale, di una nocciolina o di una spilla&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/09/25/a-sei-anni-dalla-sparizione-degli-studenti-di-ayotzinapa-in-messico-la-verita-e-ancora-lontana/">A sei anni dalla sparizione degli studenti di Ayotzinapa, in Messico, la verità è ancora lontana</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 26 settembre è il sesto anniversario della sparizione forzata dei 43 studenti nello Stato di Guerrero. Inchieste indipendenti smontano la “verità” ufficiale che ha coperto l’esercito. La testimonianza di alcuni genitori e di un giovane sopravvissuto all’attacco.</p>



<p>Due grammi sono il peso di un pizzico di sale, di una nocciolina o di una spilla da balia. Per i genitori di Christian Alfonso Rodríguez Telumbre, studente di Ayotzinapa, due grammi sono il peso di quello che, secondo le autorità, è rimasto di loro figlio: un frammento dell’osso del suo piede destro, trovato nel novembre 2019 nel burrone La Carniceria, a Cocula, nello Stato di Guerrero, in Messico. I familiari di Christian credono ai risultati dell’esame del DNA del laboratorio forense dell’Università di Innsbruck, che sono stati loro comunicati all’inizio di luglio, ma non pensano che rappresentino una prova della morte del ragazzo: una persona può vivere senza un piede, dicono, Christian potrebbe essere ancora vivo.</p>



<p>“Non accetterò così facilmente la morte di mio figlio e continuerò a cercarlo”, afferma suo padre Clemente Rodríguez dall’altro capo del telefono, nella sua casa di Tixtla, a pochi chilometri dalla scuola magistrale di Ayotzinapa. Si sta preparando per viaggiare con sua moglie Luz María Telumbre e gli altri genitori dei 43 giovani scomparsi a Città del Messico, dove sabato 26 settembre manifesteranno in occasione del sesto anniversario del crimine. Lo fanno ogni mese da quel 26 settembre 2014, quando i ragazzi sono stati attaccati con armi da fuoco mentre attraversavano in autobus la città di Iguala, nello Stato di Guerrero. Sei morti, più di 80 feriti e 43 studenti spariti. Un ossicino così piccolo da polverizzarsi durante le analisi del DNA, può essere sufficiente per considerare morto il proprio figlio? Com’è arrivato il frammento del piede di Christian al burrone La Carniceria? Dove sono i 43 studenti di Ayoztinapa? Domande a cui gli inquirenti cercano di rispondere malgrado, dopo tanti anni dal crimine e gli innumerevoli depistaggi ed inquinamenti di prove, sia sempre più difficile arrivare alla verità.</p>



<p>Nel momento in cui è entrato in carica, nel dicembre 2018, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha istituito una Commissione della verità e un’unità speciale della Procura per indagare sui fatti. “Entrambe le istituzioni stanno lavorando bene, ma sono lente. Esiste la volontà politica di fare luce sul caso, ma bisognerebbe destinare più fondi perché si traduca in un’efficace capacità di azione”, afferma Omar García, ex studente di Ayoztinapa sopravvissuto all’attacco del 26 settembre 2014. Una volontà politica in un certo senso imposta dai riflettori delle Nazioni Unite e dei media internazionali, da anni puntati sulla vicenda. “La logica di questo governo è risolvere alcuni casi emblematici: si sta concentrando su Ayotzinapa, sul massacro della famiglia mormona LeBarón, su alcuni celebri casi di corruzione; ma non fa nulla per contrastare in modo sistemico il fenomeno della violenza e le violazioni ai diritti umani, che in Messico sono sistematiche”, afferma Jacobo Dayán, esperto in diritto dell’Università Iberoamericana.</p>



<p>La risposta di López Obrador è comunque un passo avanti rispetto a quella dell’ex presidente. Durante il governo Peña Nieto, infatti, la Procura ha fabbricato una menzogna chiamata poi “verità storica”. Secondo l’ex Procuratore Generale Jesús Murillo Karam, oggi indagato, gli studenti sarebbero stati attaccati mentre viaggiavano in autobus dalla Polizia Municipale, che li avrebbe consegnati al gruppo criminale Guerreros Unidos. Questi li avrebbe bruciati nella discarica del paese di Cocula e buttato i loro resti nel vicino fiume San Juan. Il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei) -nominato dalla Commissione interamericana di diritti umani (Cidh) per condurre un’inchiesta indipendente con l’aiuto del prestigioso Equipo argentino de antropología forense (Eaaf)- ha dimostrato invece che è scientificamente impossibile che nella discarica di Cocula siano stati bruciati 43 cadaveri, ed ha affermato che la ricostruzione della Procura Generale è piena di “irregolarità, contraddizioni e gravi omissioni”. Secondo il GIEI, nelle due scene del crimine erano presenti agenti della polizia municipale, statale, federale e l’esercito. Potrebbero aver agito per recuperare un carico di eroina nascosto in uno degli autobus, a insaputa degli studenti; un’ipotesi che si basa sulle dichiarazioni di Pablo Cuevas Vegas, membro dei Guerreros Unidos che, durante un processo negli Stati Uniti, ha dichiarato che la sua organizzazione trafficava droga da Iguala a Chicago, utilizzando degli autobus. Cinquantasei detenuti sono stati torturati affinché confermassero la “verità storica” della Procura generale, che non contemplava la partecipazione di polizia federale e militari, esimendo lo Stato da ogni responsabilità. Sono 61 i funzionari pubblici indagati per quelle torture e per gli insabbiamenti. Tra loro Tomás Zerón, ex direttore dell’Agenzia di indagine criminale e oggi latitante in Israele, accusato di fabbricazione di prove false: il funzionario è apparso in un video mentre camminava con un membro dei Guerreros Unidos sulle rive del fiume San Juan, proprio il giorno prima del ritrovamente, in quel luogo, di una borsa contenente i resti dell’unico altro studente identificato finora, Alexander Mora Venancio.</p>



<p>L’ossicino di Christian Alfonso Rodríguez Telumbre è stato trovato a più di 800 metri dalla discarica di Cocula. “È un fatto molto importante che cambia la narrazione imposta negli anni scorsi dalla Procura, la cosiddetta ‘verità storica’, perché è in un luogo completamente diverso da quello che questa aveva presentato come punto finale di arrivo degli studenti”, afferma María Luisa Aguilar Rodríguez del Centro di diritti umani Miguel Agustín Pro Juárez (Prodh), organizzazione che accompagna i familiari dei 43 studenti spariti. Il caso Ayotzinapa è pieno di contraddizioni, punti oscuri, dolore. Tanto che ha rappresentato un punto di svolta nella storia del conflitto messicano, iniziato nel dicembre del 2006, quando l’ex presidente Felipe Calderón ha militarizzato il Paese con il pretesto di combattere le organizzazioni criminali, causando una crisi umanitaria.</p>



<p>La sparizione degli studenti scosse così tanto la popolazione messicana che nei mesi successivi a quel 26 settembre 2014, ogni giorno scendeva in strada per chiedere che venisse chiarito il caso. Ed è a partire da quella data che i familiari delle migliaia di persone sparite di tutto il Paese hanno iniziato ad organizzarsi per cercare i propri cari, esigendo verità e giustizia. Perché i giovani&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;in Messico non sono 43, ma più di 73 mila.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/ayotzinapa-sei-anni-dopo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia il 25.09.2020</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/09/25/a-sei-anni-dalla-sparizione-degli-studenti-di-ayotzinapa-in-messico-la-verita-e-ancora-lontana/">A sei anni dalla sparizione degli studenti di Ayotzinapa, in Messico, la verità è ancora lontana</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in bilico in Colombia: l’esercito e le nuove regole d’ingaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2019 11:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto colombiano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[esercito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torna l’incubo dei “falsos positivos”, le esecuzioni extragiudiziali che tra 1998 e 2014 hanno fatto almeno 2.448 vittime civili nel Paese sudamericano. Carmenza Gómez entrò in una stanza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienza Forense di Bogotá. Era agosto del 2008. Una donna la fece accomodare davanti al computer. “È preparata per quello che sta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Torna l’incubo dei “falsos positivos”, le esecuzioni extragiudiziali che tra 1998 e 2014 hanno fatto almeno 2.448 vittime civili nel Paese sudamericano.</p>



<p>Carmenza Gómez entrò in una stanza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienza Forense di Bogotá. Era agosto del 2008. Una donna la fece accomodare davanti al computer.</p>



<p>“È preparata per quello che sta per vedere?”, chiese.</p>



<p>“Nessuna madre è mai preparata per vedere suo figlio morto”, rispose Carmenza Gómez.</p>



<p>Ma le toccò farlo: su uno schermo opacato dalla polvere e dalle ditate, vide la foto del cadavere di suo figlio Victor Fernando. “Avrei voluto che la terra si aprisse e mi mangiasse”, ricorda. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Le autorità le dissero che a una decina di centimetri dal cadavere c’era una pistola 9 mm. Le spiegarono che la Brigata 15 del Battaglione Santander gli aveva sparato nella fronte ed era morto con un solo colpo, durante uno scontro, perché suo figlio era un guerrigliero.&nbsp;</p>



<p>Ma Carmenza non aveva dubbi: Victor Fernando non si interessava di politica e non era un combattente delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).&nbsp;</p>



<p>Zoraida Muñoz visse un’esperienza simile un paio di settimane prima. Alcuni funzionari della Procura arrivarono a casa sua e le mostrarono delle foto di suo figlio Jonny Duvián, sdraiato a pancia in su e con tre colpi di arma da fuoco nella schiena. “Mi dissero che era morto durante uno scontro con l’esercito, ma mio figlio non è mai stato un guerrigliero”, afferma la donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3419" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Carmenza Gómez (Foto: Orsetta Bellani)</em></figcaption></figure>



<p>Jonny Duvián era sparito da qualche settimana, dopo essere partito per il Dipartimento Norte de Santander con Jaime Castillo, un suo collega. Entrambi sognavano di diventare soldati e si erano fidati di un uomo chiamato Alexander Carretero Díaz, che si era presentato loro come un reclutatore dell’esercito. Aveva mentito. Quando arrivarono a un finto posto di blocco, Carretero Díaz consegnò Jonny Duvián e Jaime a un gruppo di militari che in cambio gli diedero 600 euro. Poco dopo, i corpi dei due giovani si trovavano in una fossa comune della cittadina di Ocaña.&nbsp;</p>



<p>In quel periodo i telegiornali trasmettevano una notizia allarmante: l’esercito assassinava giovani civili e li presentava all’opinione pubblica come guerriglieri morti in battaglia. I soldati lo facevano perché avevano diritto a premi ed incentivi, come vacanze o soldi extra, per ogni combattente ucciso.&nbsp;</p>



<p>“Quando le autorità mi dissero che mio fratello era stato riportato come guerrigliero morto in battaglia, mi sono ricordata di quello che avevo visto al telegiornale. Ho capito che era lì che mi trovavo”, afferma Jacqueline Castillo, sorella di Jaime Castillo. Sapeva di trovarsi dove nessuno vorrebbe stare.</p>



<p>Oggi Jacqueline Castillo, come Carmenza Gómez e Zoraida Muñoz, fa parte dell’associazione MAFAPO (Madri di Falsi Positivi di Soacha e Bogotá), che lotta perché nessun caso di “falso positivo” rimanga nell’impunità. “Falso positivo” è il termine con cui in Colombia vengono chiamate le esecuzioni extragiudiziali di questo tipo.&nbsp;</p>



<p>Quando nel 2007 lo scandalo divenne pubblico, il governo affermò che i “falsi positivi” erano dovuti ad alcune “mele marce” che operavano all’interno dell’esercito. Però presto le organizzazioni sociali iniziarono a denunciarli come una politica di Stato, perché i comandanti dell’esercito incalzavano i soldati ad uccidere i nemici piuttosto che arrestarli. “I morti non sono la cosa più importante, ma l’unica cosa che importa”, diceva una direttiva interna del generale Mario Montoya, allora comandante in capo dell’esercito. Nessun generale fu condannato per “falsi positivi”, ma sono state sentenziate 1300 persone tra soldati ed ufficiali.</p>



<p>Tra il 1998 e il 2014 in Colombia si sono registrate 2248 vittime di “falsi positivi”. Il 59% di queste esecuzioni extragiudiziarie sono avvenute tra il 2006 e il 2008, quando Álvaro Uribe Vélez era Presidente della Repubblica e il Ministro della Difesa era Juan Manuel Santos – ex presidente che nel 2016 ha vinto il Nobel per la Pace, a seguito della firma degli accordi di pace con le FARC.</p>



<p>Un accordo che, malgrado abbia portato alla reincorporazione alla vita civile di circa 14 mila ex combattenti, non ha messo fine al conflitto nel paese, in cui vasti territori sono ancora controllati dai Gruppi Armati Organizzati – eredi dei paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) -, dai guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN) e dalle “dissidenze delle FARC”, gruppi che non hanno accettato gli accordi firmati nel 2016. Alla fine di agosto 2019, anche alcuni ex comandanti delle FARC che da tempo erano spariti nel nulla hanno annunciato di essersi sentiti “obbligati a riprendere in mano le armi”, a causa del tradimento del governo agli accordi firmati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3420" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Jacqueline Castillo (Foto: Orsetta Bellani)</em></figcaption></figure>



<p>È all’interno di questa nuova geopolitica del conflitto che riappare l’ombra dei “falsi positivi”. Un’inchiesta del New York Times, basata su interviste con tre ufficiali dell’esercito colombiano, ha rivelato l’esistenza di nuovi ordini finalizzati ad intensificare gli attacchi senza che i soldati “esigano perfezione”. Proprio come durante la peggiore epoca dei “falsi positivi”, ai soldati venivano offerti in cambio vacanze ed incentivi economici.</p>



<p>Le direttive sono state emesse dal maggior generale Nicacio Martínez Espinel che, come altri nove generali, sarebbe coinvolto in alcuni casi di “falsi positivi” avvenuti nel decennio scorso. La situazione preoccupa i famigliari delle vittime di “falsi positivi”, malgrado uno di questi ordini sia stato ritirato dai vertici dell’esercito a seguito della pubblicazione dell’articolo.&nbsp;</p>



<p>“Le direttive del generale Nicacio Martínez hanno nuovamente acceso gli allarmi”, afferma Jacqueline Castillo di MAFAPO. “Nel momento in cui si esige all’esercito di raddoppiare i morti in battaglia, aumenta la possibilità che vengano uccisi dei civili e che vengano presentati come persone morte in battaglia”.</p>



<p>Secondo un’inchiesta pubblicata da Revista Semana dopo l’articolo apparso sul New York Times, nei primi mesi del 2019 sarebbero avvenuti alcuni nuovi casi di “falsi positivi”. La rivista colombiana rivela anche l’esistenza di una “caccia” all’interno dell’esercito colombiano finalizzata ad individuare e sanzionare i militari che hanno filtrato informazioni alla stampa: alcuni ufficiali sarebbero stati obbligati a passare alla prova del poligrafo e un centinaio di loro sarebbero stati trasferiti.</p>



<p>Intimidazioni e minacce di morte avrebbero colpito, sempre secondo l’inchiesta della rivista Semana, anche i militari che stanno testimoniando dinnanzi alla JEP (Justicia Especial para la Paz – Giustizia Speciale per la Pace), un tribunale creato dagli accordi di pace del 2016 per giudicare i crimini di guerra e favorire la riconciliazione del paese attraverso un meccanismo di giustizia che prevede pene alternative al carcere. La JEP ha aperto il caso 003 sui “falsi positivi”, a cui parteciperanno 55 militari.</p>



<p>Le donne di MAFAPO criticano il nuovo tribunale. “I militari arrivano alla JEP e fanno uno show mediatico, non sono sinceri quando chiedono scusa alle vittime”, afferma Carmenza Gómez. “Vogliamo sapere la verità e conoscere la catena di comando, pretendiamo che si faccia luce sulle responsabilità degli ex presidenti Álvaro Úribe e Juan Manuel Santos, e del generale Mario Montoya”.&nbsp;</p>



<p>La JEP ha un compito difficile, soprattutto a causa del panorama politico che si è aperto in Colombia dopo la firma degli accordi di pace. Nell’agosto 2018 è stato eletto come presidente Iván Duque dell’ultraconservatore Centro Democrático, partito fondato da Álvaro Uribe.&nbsp;</p>



<p>“Chi crea gli ostacoli più grandi al processo di riconciliazione del paese è un partito politico che è sempre stato contrario al processo di pace”, afferma in intervista Patricia Linares, presidentessa della JEP. Da quando è tornato al potere il Centro Democrático, che ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote al processo di pace dall’inizio delle negoziazioni tra governo e FARC, crea intoppi al funzionamento del tribunale speciale, ad esempio approfittando della facoltà di erogare i fondi per il suo funzionamento.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/pace-in-bilico-in-colombia-lesercito-e-le-nuove-regole-dingaggio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nel novembre 2019.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/12/22/pace-in-bilico-in-colombia-lesercito-e-le-nuove-regole-dingaggio/">Pace in bilico in Colombia: l’esercito e le nuove regole d’ingaggio</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il Messico si prepara a ricevere i migranti deportati</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/02/13/il-messico-si-prepara-a-ricevere-i-migranti-deportati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2017 14:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trump rispetta le promesse fatte in campagna elettorale, ed ha già iniziato la caccia ai migranti. “Voglio che consegnate i cattivi”, ha detto mercoledì alla polizia. “Li allontaneremo dal paese e li manderemo da dove sono venuti, e lo faremo rapidamente”. Secondo la stampa statunitense, le retate antimigranti si stanno svolgendo in sei stati. Centinaia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Trump rispetta le promesse fatte in campagna elettorale, ed ha già iniziato la caccia ai migranti. “Voglio che consegnate i cattivi”, ha detto mercoledì alla polizia. “Li allontaneremo dal paese e li manderemo da dove sono venuti, e lo faremo rapidamente”.</p>



<p>Secondo la stampa statunitense, le retate antimigranti si stanno svolgendo in sei stati. Centinaia di persone sono state arrestate nelle loro case, nei loro luoghi di lavoro o in posti di blocco, ma le autorità hanno assicurato che si tratta di operazioni di rutine.</p>



<p>Retate simili a quelle di questi giorni sono state realizzate anche durante il governo di Obama e hanno portato all’espulsione di migliaia di persone, ma allora non colpivano, come sta succedendo ora, persone con la fedina penale pulita. Come Guadalupe García de Rayos, deportata in Messico dopo 20 anni passati negli Stati Uniti, dove ha lasciato il marito e i due figli, nati nel paese. La portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna ha comunque assicurato che la maggior parte delle persone fermate in questi giorni sono “pericolosi criminali”.</p>



<p>Secondo uno studio del Senato messicano, gli Stati Uniti potrebbero deportare circa 500 mila messicani all’anno e, considerando uno “scenario catastrofico”, potrebbero arrivare a 900 mila. È necessario, affermano alcuni ricercatori, che il governo appoggi economicamente gli Stati del nord del Messico che dovranno ricevere i rimpatriati.</p>



<p>“Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa”, afferma in intervista Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del Migrante di San Luis Potosí (Messico), una struttura che ospita e assiste i migranti centroamericani che attraversano il paese nel loro viaggio verso il nord. “Quasi il 90% delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che presto arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine”.</p>



<p>Il governo messicano, che fino a poco tempo fa dubitava che Trump potesse realmente mettere in atto un piano di espulsioni su larga scala, afferma di “essere perfettamente pronto” a ricevere i rimpatriati, assicura che sarà in grado di offrire loro un lavoro e che agevolerà l’ingresso dei più giovani al sistema educativo, mentre la prestigiosa Universidad Iberoamericana offrirà 1500 borse di studio a giovani deportati dagli Stati Uniti.</p>



<p>Ma parte della stampa locale continua a definire “opaco e titubante” l’atteggiamento del presidente Peña nei confronti di Trump, e non pensa che la crisi possa essere risolta dal nuovo titolare degli Esteri, Luis Videgaray. Un uomo privo di esperienza diplomatica, messo a capo di questo ministero dopo essersi dimesso da quello delle Finanze, a seguito delle polemiche motivate proprio dall’aver organizzato il viaggio di Trump in Messico, in piena campagna elettorale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 12.02.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/02/13/il-messico-si-prepara-a-ricevere-i-migranti-deportati/">Il Messico si prepara a ricevere i migranti deportati</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Left]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Sospese alla frontiera</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/07/31/sospese-alla-frontiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 13:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra contro le droghe, che in Messico e Centroamerica ha portato ad un incremento della violenza e delle migrazioni forzate.</p>



<p>Seduta al mio fianco in autobus, durante un viaggio interminabile attraverso il territorio messicano, Myrna mi ha raccontato di avere lasciato nel 1998 lo Stato di Puebla, nel centro del Messico, per migrare negli Stati Uniti. Aveva 20 anni, suo padre era morto da poco e doveva aiutare la madre a mantenere i tre fratelli minori.</p>



<p>Myrna decise allora di viaggiare fino a New York, dove aveva qualche contatto. Non fu facile inserirsi nella metropoli, ma alla fine la vita le è venuta incontro: ha trovato lavoro come baby sitter, poi come cuoca in un ristorante messicano. I titolari la trattavano bene e riusciva a mandare rimesse a sua madre. S’innamorò di un ragazzo, anche lui messicano, ed ebbero due figlie: Heidy e Michel, che oggi hanno quindici e otto anni.</p>



<p>La vita scorreva tranquilla, ma a Myrna mancavano la madre e i fratelli. Dopo 15 anni negli Stati Uniti, decise di andare a trovarli con la sua famiglia. In quel momento prese in considerazione la possibilità di trasferirsi nuovamente in Messico, ma temeva per la sicurezza delle sue bambine. “La violenza, i femminicidi”, dice Myrna. “Qui se sanno che vieni dagli Stati Uniti, che hai dei dollari, sei facile preda dei sequestri. E poi le mie figlie sono di New York, hanno la loro vita là”, afferma la donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="551" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=980%2C551&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3969" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>L’incontro tra Myrna e le figlie a Monterrey, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Terminata la visita a casa della nonna, Heidy e Michel ritornarono a New York in aereo con il marito di Myrna, mentre a lei, che non aveva documenti per entrare regolarmente negli Stati Uniti, toccò viaggiare via terra e clandestinamente, come aveva fatto la prima volta.&nbsp;<em>De mojada</em>, come si dice in Messico, espressione che letteralmente significa “da bagnata”, e che si riferisce al fatto che per raggiungere gli Stati Uniti i migranti sono costretti a guadare un fiume, il Rio Bravo. Ma Myrna decise di attraversare la frontiera tra lo Stato di Sonora e l’Arizona, dove c’è solo deserto, terra arida e calore. Aveva fretta di arrivare a New York. “Di lì a poco Michel avrebbe compiuto sei anni e le avevo promesso che avremmo tagliato insieme la sua torta di compleanno”, ricorda Myrna.</p>



<p>Durante il suo viaggio solitario nel deserto dell’Arizona, Myrna venne intercettata dalla&nbsp;<em>Border Patrol</em>&nbsp;e spedita al centro di detenzione per migranti di Tucson. “Il tuo unico diritto è andartene dal mio paese”, le disse una donna che lavorava in quel carcere per migranti, dove Myrna venne obbligata a stare un mese. Myrna ricorda il razzismo delle guardie, il freddo costante che si pativa all’interno del centro di detenzione: “lo facevano apposta a tenere la temperatura così bassa, per farci impazzire”, dice.</p>



<p>Venne poi deportata in Messico, con le mani e i piedi ammanettati, come se fosse una criminale, e con l’ordine di non mettere più piede negli Stati Uniti per dieci anni. Mentre il marito e le figlie, di nazionalità statunitense, si trovavano a New York.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3971" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella città di Oaxaca, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Malgrado la tristezza e le lacrime che le attraversavano il viso mentre mi raccontava la sua storia, Myrna ritrovò forza quando iniziò a parlare del lavoro di difesa dei diritti umani che svolge all’interno della organizzazione non governativa Asamblea Popular Familias Migrantes (APOFAM). “Tutta questa frustrazione ora si converte in lotta. So che posso apportare qualcosa alla mia comunità e agli altri bambini che sono rimasti senza genitori a causa delle deportazioni. Una madre non si stanca mai di lottare per stare con le sue figlie”, mi disse, ricordando che fino al 2012 sono circa 200mila le famiglie separate dalle leggi migratorie degli Stati Uniti.</p>



<p>Spesso Myrna pensò di invitare le sue figlie a vivere con lei in Messico, però sapeva che la vita delle bambine era a New York, al sicuro dal contesto di violenza e insicurezza che sarebbe loro toccato vivere a Puebla.</p>



<p><strong>Angélica non ce l’ha fatta</strong></p>



<p>Le leggi migratorie statunitensi sono la barriera che obbliga i genitori deportati a vivere lontani dai loro figli, mentre l’insicurezza che si vive in Messico è la condizione che impedisce ai bambini di raggiungere i propri famigliari.</p>



<p>Angélica María Díaz che come Myrna è un’attivista di Apofam e ha partecipato alla Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, ha partorito la sua prima figlia negli Stati Uniti, dove è entrata senza documenti, nascosta nel portapacchi dell’automobile del marito. Era il 1995 e dopo sei mesi in Nord America si trasferì con suo marito a Tacupa, un paese nello Stato messicano di Michoacán, dove ha avuto un’altra bambina.</p>



<p>“Tutto andava bene, poi improvvisamente iniziò ad arrivare gente armata”, racconta Angélica. “Mia figlia maggiore, quando aveva quattordici anni, veniva minacciata da persone che la volevano obbligare a portare droga a delle case isolate, dove c’erano persone armate. Avevamo molta paura e non sapevamo cosa fare”:</p>



<p>Fu di fronte alla paura che Angélica e il marito maturarono la decisione di mandare la figlia negli States, visto il suo passaporto nord americano. Oggi vive negli Usa con la sorella minore che, nel frattempo l’ha raggiunta. E studia Medicina.</p>



<p>Malgrado il dolore che le causa vivere lontana dalle figlie, Angelica preferisce non tornino in Messico a causa della violenza che si vive nella regione chiamata Tierra Caliente, nello Stato di Guerrero, dove la donna è stata costretta a tornare per prendersi cura della madre.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3972" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella sua casa di New York (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p><strong>Il lieto fine</strong></p>



<p>Quando la Carovana è arrivata alla frontiera tra il Messico e il Texas, Myrna sembrava nervosa e preoccupata. Aveva già abbracciato le sue figlie a Monterrey, una città messicana che si trova a un paio d’ore dalla frontiera. Dopo tre anni senza vederle si trovavano lì, al suo fianco, nel giorno più difficile, quello in cui avrebbe attraversato la frontiera per consegnarsi alle autorità statunitensi.</p>



<p>Nella città di Nuevo Laredo, all’entrata del ponte che conduce in Texas, davanti agli uffici dove si sbrigano le pratiche migratorie per entrare negli Stati Uniti, Myrna mostrò un cartello che diceva “le mie figlie sentono la mia mancanza e non sono colpevoli del fatto che io sia una migrante”. Iniziò a camminare, con le figlie a braccetto, gli attivisti della carovana dietro di lei e i media che seguivano ogni suo passo. Quando raggiunse la linea che segnala l’inizio del territorio statunitense, Myrna si consegnò alle autorità e presentò la sua richiesta di asilo politico.</p>



<p>Gli attivisti che accompagnavano il caso di Myrna si aspettavano che sarebbe stata trattenuta alla frontiera un paio di settimane, e da lì trasferita a un centro di detenzione per migranti. “Normalmente questo è il procedimento, a volte ancora più crudele, perché la persona viene isolata completamente dalla sua comunità e, spesso, per giorni o settimane non si sa neanche dove si trova”, spiega Juan Carlos Ruiz, sacerdote della Chiesa di Sion di New York e difensore dei diritti dei migranti, che ha accompagnato il caso di Myrna.</p>



<p>Non appena gli attivisti della Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità terminarono le pratiche burocratiche alla frontiera, arrivò la notizia sorprendente: da lì a poche ora, Myrna sarebbe stata liberata. Le sue figlie si abbracciarono e piansero, questa volta di felicità.</p>



<p>“A Myrna è stato concesso uno status condizionale per un anno, per darle il tempo di presentare i documenti necessari a richiedere di vivere negli Stati Uniti in modo permanente”, spiega Juan Carlos Ruiz. “Lo scenario per noi è ottimistico, visto che ci sembra evidente che la violenza e l’impunità che si vivono in Messico non sono un contesto appropriato per una famiglia che rispetta le condizioni necessarie per vivere permanentemente negli Stati Uniti”.</p>



<p>Ora, seduta nella sua casa di New York, Myrna mi stringe forte la mano e mi sorride. “Ti saresti mai aspettata di vedermi qui?”, mi chiede. “No, davvero, non me lo aspettavo”, le rispondo.</p>



<p>Mi racconta l’ultima parte della sua storia. Arrivata alla stazione migratoria della frontiera tra Messico e Texas, un funzionario la infastidiva facendo commenti razzisti. “Ai messicani non diamo asilo politico. Se varchi la porta ti arrestiamo”, le disse.</p>



<p>Ma poi un altro le chiese se aveva intenzione di andare fino a New York. “Speravo di arrivarci con la carovana”, rispose Myrna, che si sorprese quando quello le rispose: “Sì, lei andrà a New York”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato nel numero di luglio di Narcomafie.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/07/31/sospese-alla-frontiera/">Sospese alla frontiera</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Insegnanti contro la riforma: in Messico si uccide sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 12:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[CNTE]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Nochixtlan]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>José Luis ha il viso di Che Guevara appeso al collo e tatuato sul braccio. Insegna in una scuola elementare dello stato meridionale del Chiapas e fa parte della&#160;Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación&#160;(CNTE), l’ala più combattiva di un sindacato di insegnanti. “Manifesteremo fino a quando il governo non abrogherà la riforma che apre&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>José Luis ha il viso di Che Guevara appeso al collo e tatuato sul braccio. Insegna in una scuola elementare dello stato meridionale del Chiapas e fa parte della&nbsp;<em>Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación</em>&nbsp;(CNTE), l’ala più combattiva di un sindacato di insegnanti. “Manifesteremo fino a quando il governo non abrogherà la riforma che apre le porte alla privatizzazione dell’educazione”, afferma José Luis, mentre riposa all’ombra del casello autostradale che unisce le città di Tuxtla Gutiérrez e San Cristóbal de Las Casas.</p>



<p>Lo sta occupando con altri 8mila insegnanti della CNTE per bloccare il transito dei veicoli, una delle forme di protesta più comuni in Messico. Poco prima, circa 2mila poliziotti federali in assetto antisommossa avevano fatto muro per impedire l’azione, mentre a pochi metri era schierata la CNTE, con caschi, scudi e maschere antigas.</p>



<p>Il sole ribolliva l’asfalto e la tensione inspessiva l’afa. Era difficile non pensare a quanto successo pochi giorni prima a Nochixtlán, nello Stato di Oaxaca, quando durante un’azione simile della CNTE la polizia ha sparato sulla folla e ucciso 12 persone. Tra loro uno studente del seminario di diciannove anni, che era accorso per soccorrere i feriti.</p>



<p>Lo sciopero degli insegnanti è iniziato il 15 maggio in varie regioni del Messico. “Il governo dice che darà tablets ai bambini, ma dove io insegno non c’è neanche l’energia elettrica. E poi, se i bambini arrivano a scuola senza avere fatto colazione, come si pensa possano pagare un libro di testo?”, chiede un maestro di una zona chiamata Altos de Chiapas, dove l’88% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.</p>



<p>Dopo una decina di giorni dall’inizio delle manifestazioni, a Tuxtla Gutiérrez la polizia ha caricato con violenza gli insegnanti, ottenendo la reazione contraria a quella sperata: migliaia di cittadini che videro le cariche dalle loro finestre sono scesi in piazza con la CNTE.</p>



<p>“Credo che il modo di evitare un altro massacro travestito da difesa dell’ordine pubblico sia scendere in strada a manifestare. La solidarietà che la gente sta dimostrando agli insegnanti si deve anche a uno sfinimento generale, causato dalla crisi economica e sociale”, afferma in intervista Julieta Albores Gonzaléz, architetta e scultrice chiapaneca.</p>



<p>Molte persone hanno iniziato a portare viveri nell’accampamento che gli insegnanti hanno costruito nel centro della città con pali, tendoni e materassi, dove hanno stabilito turni per cucinare, pulire e dormire, e da cui ogni giorno organizzano attività di protesta.</p>



<p>Dopo più di un mese di manifestazioni e notti passate sotto i tendoni, la mobilitazione in Messico continua a crescere, e si è espansa verso le regioni più conservatrici del nord. Uno sciopero degli insegnanti che sta assumendo le caratteristiche di un’insurrezione popolare, a cui si sono uniti dipendenti della sanità pubblica, universitari, alcuni settori della Chiesa e cittadini in generale.</p>



<p>Lo Stato in cui le proteste sono più forti è Oaxaca. Da settimane le strade sono bloccate dalla CNTE e in molte regioni si fa fatica a trovare benzina e cibo. La polizia sgombera gli insegnanti, che in poco tempo reinstallano i&nbsp;<em>bloqueos</em>. E il saldo degli scontri non conta solo i 12 morti di Nochixtlán; a Juchitán, un giornalista è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco a bruciapelo. Si registrano feriti,&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;e detenuti, tra cui due leaders della CNTE.</p>



<p>La notte dell’11 giugno, la capitale dello Stato di Oaxaca ha visto un fantasma del suo passato. La polizia ha caricato una protesta della CNTE che, con l’aiuto della popolazione, ha costruito barricate e iniziato una battaglia con la polizia. Erano passati esattamente dieci anni dallo sgombero dell’accampamento dei professori del giugno 2006, quando le cariche furono così violente che i cittadini si unirono alle proteste, bloccarono l’accesso alla città, cacciarono i partiti politici e per mesi promossero un’esperienza di autogoverno nota come Comuna di Oaxaca.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 26.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/26/insegnanti-contro-la-riforma-in-messico-si-uccide-sempre/">Insegnanti contro la riforma: in Messico si uccide sempre</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 13:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[farc]]></category>
		<category><![CDATA[narcostato]]></category>
		<category><![CDATA[narcotraffico]]></category>
		<category><![CDATA[paramilitarismo]]></category>
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<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/">Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi potrebbe essere un giorno storico per la Colombia. Gli occhi del paese sono puntati sull’Avana, dove ci si aspetta che il presidente Juan Manuel Santos annunci la firma dei trattati di pace con i guerriglieri delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC). Proprio lì, nella capitale cubana, nel novembre 2012 sono iniziate le negoziazioni per mettere fine a un conflitto di mezzo secolo, che ha visto i guerriglieri marxisti contrapporsi alle forze armate e ai paramilitari, milizie irregolari create dall’esercito e dai cartelli criminali per fare il lavoro sporco. Secondo stime ufficiali, i paramilitari hanno commesso più di mille massacri e ucciso circa 25mila persone.</p>



<p>Una guerra che i colombiani stentano a definire tale, ma che ha causato circa 600mila morti e ha reso il paese sudamericano il secondo al mondo per numero di sfollati dopo la Siria, con 6 milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case.</p>



<p>Tra loro Juan Camilo, che nel 1999, quando era bambino, fu obbligato a lasciare il suo villaggio natale nel dipartimento di Antioquia. Ci è tornato circa un anno fa, e mi mostra i progetti di floricoltura e itticoltura che ha avviato nel suo terreno, “ripulito” dalle mine antiuomo dall’organizzazione non governativa Halo Trust.</p>



<p>“Più di una volta ho camminato lì da bambino, non sapevamo che c’erano 6 mine”, dice il giovane indicando il campo.</p>



<p>Malgrado sia tornato nel suo villaggio perché, afferma, “la situazione ora è molto più tranquilla”, Juan Camilo fa spallucce quando gli chiedo se pensa che la firma di un accordo di pace cambierà veramente la situazione del paese.</p>



<p>Forse perché è difficile immaginare la pace quando hai conosciuto solo la guerra. E ancora di più in un paese che continua a ribollire di conflitti sociali.</p>



<p>Lunedì è iniziata una protesta a tempo indefinito di organizzazioni, soprattutto contadine, che ha coinvolto circa 200mila persone in 27 dei 33 dipartimenti del paese. La settimana scorsa, nel Cauca, due indigeni sono stati uccisi dalla polizia durante una protesta, mentre i guerriglieri dell’<em>Ejército de Liberación Nacional&nbsp;</em>(ELN) -che dovrebbero iniziare presto i negoziati di pace con il governo-, hanno sequestrato tre giornalisti per sei giorni.</p>



<p>Sono ancora vive le ferite lasciate dai massacri commessi dai paramilitari nel decennio scorso, dagli abusi dell’esercito sulla popolazione civile, dalla brutalità della guerriglia. Continua ad essere violento il contrasto tra le campagne e i quartieri di classe media e alta della capitale Bogotá, dove la guerra si vede solo in tv. In Colombia il 20% della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, e il 30,6% della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà, bacino ideale di reclutamento per le organizzazioni criminali che, malgrado siano diminuiti i livelli di violenza rispetto agli anni ‘90, continuano a controllare buona parte del territorio.</p>



<p>“Con i trattati di pace devono avvenire dei cambiamenti strutturali. La guerra in Colombia non è mai finita perché le condizioni che l’hanno generata persistono: disuguaglianze, povertà, esclusione sociale, mancanza di opportunità e di educazione”, afferma in intervista Leonardo Ilich Rojas, ex combattente delle FARC. “Cosa succederebbe se la guerriglia abbandonasse le armi e nel paese non avvenisse nessun cambiamento strutturale? I guerriglieri che hanno un addestramento militare, se non sanno dove andare a lavorare, in pochi anni saranno diventati dei delinquenti”.</p>



<p>Il reinserimento sociale degli ex guerriglieri è una delle questioni chiave della Colombia post-conflitto, un paese che mantiene fresco il ricordo del fallimento della desmobilizzazione dei gruppi paramilitari, iniziata nel 2003, che si sono riarmati e riuniti sotto il nome di&nbsp;<em>Bandas Criminales</em>&nbsp;(BaCrim). Come dell’insuccesso degli accordi di pace del 2002, quando i combattenti delle Farc vennero integrati nella vita politica all’interno del partito&nbsp;<em>Unión Patriotica</em>&nbsp;(UP). I suoi dirigenti e militanti vennero massacrati dalle milizie paramilitari e dall’esercito, e gli ex guerriglieri ripresero in mano le armi.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 5.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/">Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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