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	<title>salute - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 10:28:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato dalle grida, dagli spari, dal sangue che poco a poco colora la sua maglietta. In Chiapas il coronavirus non ha causato solo malati, ma anche feriti da arma da fuoco.</p>



<p>Era il 27 aprile 2020 e da diciassette giorni la pandemia era arrivata in questa zona del Chiapas dove la maggior parte della popolazione è indigena maya chol e maya tseltal. Romario Guzmán Montejo stava protestando con altri abitanti del villaggio Hidalgo Joshil, nel Municipio di Tumbalá, perché da settimane il piccolo ospedale della sua comunità era chiuso. Manifestavano anche contro i “filtri sanitari” delle autorità della vicina Yajalón, dei posti di blocco installati per impedire l’entrata dei forestieri come misura di prevenzione dal coronavirus.<br>Una decisione che è stata presa da molte comunità indigene messicane: chiudersi nel proprio territorio, stabilire una quarantena collettiva invece che individuale. I primi a farlo sono stati gli zapatisti, che si sono dichiarati in allerta rossa e parallelamente hanno lanciato nel loro territorio una strategia di prevenzione al Covid-19. “Considerando la mancanza di informazione veritiera ed opportuna sulla portata e gravità del contagio, così come l’assenza di un piano reale per affrontare la minaccia, considerato il compromesso zapatista nella nostra lotta per la vita, abbiamo deciso di decretare l’allerta rossa nei nostri villaggi, comunità e quartieri e in tutte le istanze organizzative zapatiste”, scrive l’EZLN in un comunicato del 16 marzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3386" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un abitante de San Juan Chamula incontra un medico della “carovana della salute”, organizzata dal governo del Chiapas per arrivare nelle zone indigene isolate e senza ospedali. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p><strong>Sanità pubblica in Chiapas: problemi strutturali</strong></p>



<p>Nel caso di Yajalón, però, i “filtri sanitari” impedivano alla popolazione che vive nei municipi circostanti di raggiungere il suo ospedale pubblico, che è il più grande della zona.<br>Roberto N. stava accompagnando un famigliare malato all’ospedale di Yajalón, quando è arrivato all’incrocio dove si trovavano i manifestanti del villaggio di Hidalgo Joshil, poco prima che Romario Guzmán Montejo venisse ferito. Si è messo in fila dietro alle altre macchine senza capire cosa stesse succedendo. Ha sentito le sirene e gli spari, e le pietre hanno iniziato a volare. Improvvisamente è apparso un gruppo di uomini con una maglietta rossa con la bandiera messicana cucita sulla manica, mascherine chirurgiche e bastoni. Li hanno utilizzati per rompere i vetri e il parabrezza della sua auto.<br>Era il Grupo Táctico, un gruppo di tipo paramilitare che faceva il lavoro sporco per il sindaco di Yajalón, Juan Manuel Utrilla, e che è stato smantellato all’inizio di giugno dopo essere stato accusato di sequestro e omicidio di un commerciante.<br>Se il Grupo Táctico avesse permesso a Roberto N. di raggiungere l’Hospital General de Yajalón, avrebbe trovato una struttura che ha iniziato a operare mesi dopo il taglio del nastro realizzato in pompa magna dall’ex governatore dello Stato del Chiapas, Manuel Velasco Coello, con interi reparti che non sono mai stati aperti e con 220 lavoratori al posto dei 638 che sarebbero necessari. All’inizio di maggio, il sindaco di Yajalón aveva annunciato l’apertura di una “clinica Covid” in questa che è una delle zone indigene con il maggior numero di casi di coronavirus del Chiapas, ma la struttura non è stata mai inaugurata: non ci sono gasometri clinici e mancano i medici specialisti.<br>I primi pazienti con sintomi di Covid-19 sono arrivati a Yajalón all’inizio di aprile. Medici e infermieri hanno inviato al Ministero della Sanità chiapaneco una lettera in cui esigevano l’indispensabile: gel antibatterico, guanti, sapone, cloro, alcool, mascherine. Non hanno ottenuto risposta. Ne hanno scritta un’altra e un’altra ancora. Poco a poco hanno iniziato a ricevere alcune cose, ma non abbastanza da impedire a 10 persone tra medici e infermieri di Yajalón di risultare positivi al coronavirus.<br>In mancanza della “clinica Covid”, il personale medico ha deciso di utilizzare uno dei reparti inaugurati nel 2018 e mai aperti per isolare i possibili casi di coronavirus e stabilizzarli. Un membro del Sindicato Nacional de Trabajadores de Salud (SNTS) di Yajalón – di cui non diremo il nome perché vari suoi colleghi hanno sofferto minacce di licenziamento per aver fatto denunce pubbliche – afferma che in questa zona molte persone con sintomi di Covid-19 non si muovono dai loro villaggi, non fanno il tampone e non vengono contabilizzati dalle statistiche, e che chi arriva all’Hospital General normalmente è già in condizioni molto gravi. Se l’esito del tampone di questi pazienti è positivo, vengono trasferiti alle “cliniche Covid” delle città di Ocosingo, San Cristóbal de Las Casas e Tuxtla Gutiérrez, che si trovano fino a sei ore di una strada piena di curve e dossi da Yajalón.<br>“Non abbiamo soldi per pagare la benzina delle ambulanze e siamo costretti a chiedere ai pazienti di coprire i costi per farsi trasferire alla clinica Covid”, afferma il membro del Sindicato Nacional de Trabajadores de Salud in un’intervista telefonica. “In questa regione il 90% della popolazione vive in situazione di povertà e non ha soldi per farlo. Molti ci hanno detto che se devono morire preferiscono farlo in casa loro, e se ne tornano al proprio villaggio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="655" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=980%2C655&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3387" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=1024%2C684&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=768%2C513&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?resize=1536%2C1026&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Rodeo-Chiapas-Covid.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Festa della comunità di Chilil, Chiapas, nel giorno di Pasqua, in piena pandemia. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p><br>Secondo il Ministero della Sanità, tra il 28 febbraio e il 15 giugno in Messico 1760 indigeni sono risultati positivi al Covid-19 e 327 sono morti. Dati ufficiali mostrano che a causa della marginalizzazione e della discriminazione strutturale in cui vivono da secoli, gli indigeni hanno il 70% in più di possibilità di morire a causa del coronavirus rispetto a una persona non indigena.</p>



<p><strong>Processioni e proteste</strong></p>



<p>Esistono regioni indigene che sono entrate in quarantena collettiva e altre in cui si continuano a organizzare eventi di massa. Nel paese maya tsotsil di San Juan Chamula, migliaia di persone hanno partecipato alla Via Crucis del Venerdì Santo, San Juan Cancuc non ha rinunciato alla sua festa patronale e nella settimana di Pasqua a Venustiano Carranza si è celebrata una processione con 3 mila persone che chiedevano al Signore del Pozzo di proteggerli dalla pandemia, come si dice abbia fatto nel 1882 con la peste.<br>La difficoltà delle autorità nel comunicare con la popolazione indigena riguardo alle caratteristiche del coronavirus e ai suoi rischi, aggravata dalla sfiducia che i popoli originari hanno nelle istituzioni che da cinquecento anni li discrimina e inganna, ha avuto conseguenze preoccupanti a Venustiano Carranza e in altri paesi indigeni.<br>Incitati da catene di Whatsapp e messaggi che giravano su Facebook, in cui si affermava che il coronavirus non esiste e che un drone del sindaco spargeva una polvere che causava forti danni ai polmoni, a fine maggio gli abitanti di Venustiano Carranza sono scesi per strada per protestare contro il sindaco, realizzando saccheggi e appiccando fuoco alla sua casa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3389" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-proteste-Chiapas.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un’ambulanza e un ospedale comunitario distrutti durante le proteste per le fumigazioni contro la dengue a Las Rosas, Chiapas. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p>Episodi simili sono successi in altri paesi indigeni come Las Rosas, dove la popolazione ha bruciato un’ambulanza e rotto i vetri dell’ambulatorio quando le autorità hanno realizzato fumigazioni contro la dengue. Secondo una catena di Whatsapp, le fumigazioni erano in realtà finalizzate a spargere il coronavirus nella loro comunità.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Arivista nel luglio-agosto 2020.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/07/31/messico-pandemia-e-popoli-indigeni-tra-quarantene-collettive-e-processioni-religiose/">Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Nei territori zapatisti del Chiapas durante la pandemia</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2020/07/05/nei-territori-zapatisti-del-chiapas-durante-la-pandemia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2020 10:34:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il dottor Joel Heredia guida sulla strada che dalla città di Ocosingo, nello Stato meridionale del Chiapas, in Messico, porta al villaggio di Las Tazas, nel cuore della Selva Lacandona. Porta una mascherina e ha il bagagliaio pieno di&#160;brochure&#160;sul nuovo Coronavirus che Sadec (Salud y desarrollo comunitario), la ong che ha fondato, ha preparato per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il dottor Joel Heredia guida sulla strada che dalla città di Ocosingo, nello Stato meridionale del Chiapas, in Messico, porta al villaggio di Las Tazas, nel cuore della Selva Lacandona. Porta una mascherina e ha il bagagliaio pieno di&nbsp;<em>brochure</em>&nbsp;sul nuovo Coronavirus che Sadec (Salud y desarrollo comunitario), la ong che ha fondato, ha preparato per i&nbsp;<em>promotores de salud,&nbsp;</em>zapatiste e zapatisti che curano con le erbe e con la medicina occidentale.&nbsp;</p>



<p>È il 19 maggio e sta accompagnando il suo collega Luis Enrique Fernández Máximo alla clinica autonoma zapatista di Las Tazas per iniziare il suo turno di venti giorni nell’unica comunità in cui Sadec sta lavorando, visto che con la dichiarazione di allerta rossa della&nbsp;<em>Comandancia General</em>&nbsp;dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la maggior parte dei medici sono stati invitati ad uscire dal territorio zapatista.</p>



<p>L’EZLN ha dichiarato l’allerta rossa il 16 marzo 2020, quando in Messico c’erano solo 82 persone positive al nuovo Coronavirus: “Considerando la mancanza di informazione veritiera ed opportuna sulla portata e gravità del contagio, così come l’assenza di un piano reale per affrontare la minaccia, considerato il compromesso zapatista nella nostra lotta per la vita; abbiamo deciso di decretare l’allerta rossa nei nostri villaggi, comunità e quartieri ed in tutte le istanze organizzative zapatiste”.</p>



<p>Nel comunicato il&nbsp;<em>subcomandante insurgente</em>&nbsp;Moisés definiva “frivolo” l’atteggiamento del presidente messicano López Obrador, che in quei giorni invitava le famiglie a non smettere di andare a mangiare fuori, e raccomandava la chiusura dei Caracoles e dei Centri di Resistenza e Disobbedienza zapatisti, sedi del governo autonomo zapatista.</p>



<p>Quando nel 1994 insorse in armi, l’EZLN tolse ai latifondisti più di 150 mila ettari di terra per distribuirli ai contadini, dove costruì un sistema di governo, uno di giustizia, uno di educazione e uno sanitario che sono totalmente autonomi dallo Stato. Lo ha fatto con l’aiuto di collettivi ed organizzazioni non governative come Sadec, che dal 1995 nelle aree rurali dei Municipi di Palenque ed Ocosingo organizza corsi di formazione per i&nbsp;<em>promotores de salud</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="613" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?resize=980%2C613&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3380" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?resize=1024%2C640&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?resize=300%2C188&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?resize=768%2C480&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?resize=1536%2C960&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Clinica_Autonoma_Las-Tazas_Isabel_Mateos1-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Clinica Autonoma de Las Tazas. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p>“Nella facoltà di medicina ci insegnano che la salute è ‘assenza di malattia’, ma dai&nbsp;<em>promotores de salud</em>&nbsp;ho imparato che la salute è molto più di questo: ha a che vedere con lo stare bene con gli altri e con sé stessi, con aver voglia di fare cose e di scherzare”, spiega Heredia.</p>



<p>Racconta che parallelamente alla dichiarazione di allerta rossa, l’EZLN ha ordinato ai&nbsp;<em>promotores de salud&nbsp;</em>di lasciare le cliniche autonome presenti nei Caracoles, che sono quelle più grandi ed attrezzate, per tornare alle loro comunità di origine, dove esistono dei piccoli ambulatori zapatisti. “La strategia dell’EZLN è restringere la possibilità di movimento all’interno del territorio zapatista per evitare la propagazione del virus, e avere però la capacità di ricevere i pazienti localmente, in ogni punto in cui c’è un&nbsp;<em>promotor de salud</em>”, continua il dottore.&nbsp;</p>



<p>I&nbsp;<em>promotores</em>&nbsp;sono stati istruiti sulle misure di prevenzione al Covid-19 e sono tornati ai loro villaggi, anche quelli più remoti, per spiegarle alla popolazione. “L’EZLN ha deciso di mettere da parte il lavoro assistenziale e concentrarsi su quello preventivo. È una strategia che comporta dei costi, ad esempio non si stanno occupando di persone che hanno altri tipi di malattie”, conclude.</p>



<p>Entriamo in una strada sterrata che ci porterà a Las Tazas. Ai suoi bordi cartelli colorati, con stelle rosse e disegni di volti coperti da passamontagna, ci ricordano che siamo in territorio zapatista, “dove il popolo comanda e il governo ubbidisce”. Nell’area del Chiapas sotto influenza dell’EZLN, però, non vivono solo zapatisti, ma anche persone che non fanno parte dell’organizzazione. Per questo gli zapatisti non hanno potuto bloccare totalmente l’entrata ai propri villaggi per isolarsi dal virus, come hanno fatto altre comunità indigene messicane.</p>



<p>La preoccupazione più grande è rappresentata dalle persone che sono migrate negli Stati Uniti o in altre regioni del Messico, come le fabbriche del Nord o le zone turistiche dei Caraibi, e che tornano al villaggio dopo aver perso il loro impiego a causa del&nbsp;<em>lockdown</em>. A Las Tazas sono 150 i migranti ritornati.</p>



<p>La strategia dell’EZLN nei confronti dei propri migranti di ritorno è chiara: metterli in quarantena. “Sappiamo che in alcune comunità i fratelli che vengono da fuori sono stati isolati e hanno incontrato le loro famiglie dopo 15 o 30 giorni. Questo tipo di precauzioni che state prendendo sono corrette”, dice il comandante Tacho in un messaggio vocale che è girato su Whatsapp tra i civili zapatisti.</p>



<p>Arriviamo alla clinica autonoma di Las Tazas. “Riceviamo una decina di pazienti al giorno, che vengono anche dalle comunità vicine, nessuno di loro aveva sintomi di Covid-19”, afferma Juan Carlos Martínez Vásquez, medico che incontriamo al nostro arrivo. Dice che la difficoltà più grande che trova a Las Tazas è la comunicazione in&nbsp;<em>tzeltal</em>, la lingua indigena che si parla in questa zona del Chiapas, ma la&nbsp;<em>promotora de salud</em>&nbsp;che lavora nella clinica autonoma lo aiuta con la traduzione allo spagnolo. Da lei il giovane medico ha imparato quello che non gli hanno insegnato all’università: occuparsi del paziente invece che della malattia, avvicinarsi alle persone in modo umano.</p>



<p>La clinica di Las Tazas esiste da 25 anni, ma i murales che la adornano sono nuovi. Un cartello plastificato appeso al muro spiega che cos’è il nuovo Coronavirus e come si può prevenire. All’interno della clinica è presente una farmacia -le visite mediche sono gratuite, ma i medicinali hanno un costo-, un consultorio dentale e uno medico con una apparecchiatura per la terapia a ultrasuoni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3383" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=1000%2C667&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?w=1500&amp;ssl=1 1500w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/07/Covid-Chamula2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Clinica Autonoma de Las Tazas. Foto: Isabel Mateos</em></figcaption></figure>



<p>Il suo servizio è fondamentale per la popolazione, sia zapatista sia non, visto che l’ambulatorio pubblico di Las Tazas apre solo tre giorni alla settimana, e nelle ultime tre settimane ha aperto solo due giorni. L’ospedale pubblico più vicino e che riceve i casi gravi, eventualmente anche quelli di Covid-19, si trova ad Ocosingo, a quasi tre ore di distanza.</p>



<p>In Chiapas circa il 76% della popolazione vive in condizione di povertà e la sanità pubblica soffre di grandi carenze, soprattutto nelle comunità contadine ed indigene in cui, da quando è arrivato il virus, solo nel 16% dei casi sono presenti dei medici. Secondo il ministero della Sanità, tra il 28 febbraio e il 15 giugno in tutto il Messico 1.760 indigeni sono risultati positivi al Covid-19 e 327 sono morti. Dati ufficiali mostrano che a causa della marginalizzazione e della discriminazione strutturale in cui vivono da secoli, gli indigeni hanno il 70% in più di possibilità di morire a causa del nuovo Coronavirus rispetto a una persona non indigena.</p>



<p>Paradossalmente nei municipi di Ocosingo e Palenque la situazione è migliorata con l’arrivo dell’epidemia. “Prima non esistevano reparti di terapia intensiva in nessuna delle due città, visto che chi ne aveva più bisogno erano le donne indigene che avevano complicazioni durante il parto, di cui a nessuno importa”, dice Joel Heredia. “Ora che anche il sindaco o un deputato possono avere bisogno della terapia intensiva hanno aperto i reparti. Una cosa terribile di questa pandemia è che ha messo in luce la vulnerabilità di tutti gli esseri umani”.</p>



<p>Lasciamo il dottor Luis Enrique Fernández a Las Tazas per iniziare il suo turno nella clinica autonoma e partiamo. I suoi occhi che spuntano dalla mascherina sorridono e ci saluta con un cenno della mano. “Invitiamo a non perdere il contatto umano e a cambiare temporalmente i modi di saperci compagne e compagni”, ha scritto l’EZLN nel suo comunicato del 16 marzo. “La parola e l’ascolto, con il cuore, hanno molte strade, molti modi, molti calendari e molte geografie per incontrarsi. E questa lotta per la vita può essere una di queste”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/reportage-chiapas-pandemia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia il 23.06.2020</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/07/05/nei-territori-zapatisti-del-chiapas-durante-la-pandemia/">Nei territori zapatisti del Chiapas durante la pandemia</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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