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	<title>resistenza - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>La guerra sporca contro l’EZLN</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse a Vienna, da dove s’irradierà in piccoli gruppi per tutto il continente. Un sequestro che la&nbsp;<em>Comandacia General</em>&nbsp;del EZLN considera come un tentativo di “sabotaggio” della Gira per la Vita.</p>



<p>Le persone solidali con lo zapatismo, in Messico e in Europa, si sono subito mobilitate per denunciare il crimine e, dopo più di una settimana di prigionia, i due zapatisti sono stati liberati. &nbsp;Poi, il 24 settembre, si sono svolte manifestazioni in solidarietà con l’EZLN in una sessantina di città in tutto il mondo, anche in Italia, per chiedere la fine della guerra irregolare contro le comunità del Chiapas.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3281" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>È una guerra che non riguarda solo l’EZLN: la violenza colpisce anche altre organizzazioni indigene chiapaneche: a luglio l’ex presidente de Las Abejas di Acteal è stato ucciso da un sicario, e alcune famiglie che sono parte dell’organizzazione sono state sfollate. In municipi come Chenalhó, Pantelhó, Aldama, Chalchihuitán e Chilón, la popolazione civile soffre la violenza di gruppi armati che fanno parte della criminalità organizzata e hanno l’appoggio dei sindaci.</p>



<p>“Il Chiapas è sull’orlo di una guerra civile, come scrive l’EZLN nel suo ultimo comunicato”, ha detto al microfono un uomo alla fine della manifestazione che il 24 settembre ha sfilato nelle vie centrali di Città del Messico. “Diciamo alla Comandancia General del EZLN che non sono soli., che siamo al loro fianco in questa lotta contro il capitalismo e contro il patriarcato”.</p>



<p>I due zapatisti sequestrati si chiamano Sebastián Nuñez Pérez e José Antonio Sánchez e stavano viaggiando in un veicolo che è stato presto rintracciato nel villaggio “7 de Febrero”, nel municipio chiapaneco di Ocosingo, dove si trova la sede della Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO). Si tratta di un’organizzazione di produttori di caffè che fino alla fine degli anni ’90 era vicina allo zapatismo, ma si è poi alleata con il governo. Secondo l’EZLN, l’ORCAO è un gruppo politico-militare di tipo paramilitare, come si definiscono i gruppi armati che fanno il “lavoro sporco” al posto dell’esercito e che in Messico operano in totale impunità.</p>



<p>Negli ultimi 20 anni, l’ORCAO ha minacciato le basi d’appoggio dell’EZLN, ha realizzato attacchi con armi da fuoco, machetes e pietre, ha sfollato famiglie intere, distrutto una casa dove venivano accolti militanti internazionalisti, ha invaso terreni coltivati e rubato i raccolti delle comunità autonome. Dall’estate 2020, gli attacchi sono stati particolarmente intensi e frequenti, soprattutto contro le comunità autonome Nuevo San Gregorio e Moisés Gandhi, dove l’ORCAO ha saccheggiato e incendiato due magazzini di caffè zapatista e ha poi sequestrato e torturato il base d’appoggio dell’EZLN Féliz López Hernández. Aggressioni armate sono state registrate anche nel gennaio 2021 e, in uno dei villaggi sotto influenza dell’ORCAO, mesi dopo sono stati sequestrati due membri dell’organizzazione di diritti umani Frayba, che da sempre accompagna le comunità indigene chiapaneche.</p>



<p>Secondo la Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva, di cui i due zapatisti sequestrati fanno parte, i soldi che l’ORCAO ha ricevuto dal governo per costruire una scuola sono stati investiti in armi.</p>



<p>“L’ORCAO compra uniformi, attrezzature ed armi con il denaro che riceve dai programmi sociali del governo. Si tiene una parte dei soldi e l’altra la distribuisce tra i funzionari del governo. Con queste armi sparano tutte le notti alla comunità zapatista di Moisés Gandhi”, scrive il subcomandante insurgente Galeano in un comunicato che è stato pubblicato il 19 settembre, subito dopo la liberazione dei suoi compagni Sebastián e José Antonio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3280" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nel testo intitolato “Il Chiapas sull’orlo di una guerra civile”, il subcomandante zapatista accusa il governatore chiapaneco, Rutilio Escandón, di destabilizzare la regione finanziando gruppi di tipo paramilitare in varie zone del Chiapas, permettendo loro di operare nella totale impunità, alleandosi con il crimine organizzato e sabotando la Gira per la Vita in Europa, con la finalità di provocare una reazione dell’EZLN.</p>



<p>“Prenderemo le misure pertinenti per fare in modo che si applichi la giustizia nei confronti dei criminali dell’ORCAO e dei funzionari che li proteggono”, scrivono gli zapatisti nel loro comunicato. E concludono, taglienti: “È tutto. La prossima volta non ci saranno comunicati. Nel senso che non ci saranno parole, ma fatti”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria nell’ottobre 2021.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/10/05/la-guerra-sporca-contro-lezln/">La guerra sporca contro l’EZLN</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 09:51:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&#160;purépecha&#160;riempivano le sue giornate, e non aveva molto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.</p>



<p>Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3306" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.</p>



<p>“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.</p>



<p>Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi&nbsp;<em>purépecha</em>s, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3307" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1000%2C667&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1500&amp;ssl=1 1500w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la&nbsp;<em>meseta purépecha</em>, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati&nbsp;<em>k’eri</em>&nbsp;in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.</p>



<p>“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex&nbsp;<em>k’eri&nbsp;</em>Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia&nbsp;<em>tacos</em>&nbsp;nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della&nbsp;<em>meseta</em>&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.</p>



<p>La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3311" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Il&nbsp;<em>pickup</em>&nbsp;si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano&nbsp;<em>perrito</em>&nbsp;(cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del&nbsp;<em>pickup</em>, che sobbalza per le buche continue.</p>



<p>“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro&nbsp;<em>pickup&nbsp;</em>degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3310" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la&nbsp;<em>milpa</em>, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.</p>



<p>Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati&nbsp;<em>narcos</em>&nbsp;vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.<br>Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/05/28/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/">Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico: le torture sessuali ad Atenco furono un “crimine di Stato”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2019/01/03/messico-le-torture-sessuali-ad-atenco-furono-un-crimine-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 17:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Atenco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello di Atenco fu un crimine di Stato. L’ha riconosciuto il 21 dicembre 2018 la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CoIDH), con una sentenza in cui afferma che lo Stato messicano è responsabile delle violenze e torture sessuali commesse durante l’operazione di polizia avvenuta a San Salvador Atenco fra il 3 e 4 maggio 2006.&#160;Quella&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quello di Atenco fu un crimine di Stato. L’ha riconosciuto il 21 dicembre 2018 la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CoIDH), con una sentenza in cui afferma che lo Stato messicano è responsabile delle violenze e torture sessuali commesse durante l’operazione di polizia avvenuta a San Salvador Atenco fra il 3 e 4 maggio 2006.&nbsp;Quella notte circa 2.500 mila agenti della Polizia Municipale, Statale e Federale entrarono nel paese. Presero a pretesto una rissa tra venditori di fiori nel mercato per vendicarsi della vittoria che i contadini di Atenco avevano registrato nel 2002 contro il governo messicano, quando riuscirono a fermare la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico sul loro territorio.&nbsp;Gli scontri tra gli abitanti di Atenco e la polizia iniziarono il 2 maggio, e molti accorsero in solidarietà con la popolazione.<br>Tra loro Italia Méndez, militante filozapatista. La notte del 3 maggio Italia Méndez si trovava in una casa di Atenco, quando un gruppo di poliziotti irruppe e la arrestò arbitrariamente. La picchiarono, la insultarono e la trascinarono su un autobus. Nel corridoio c’erano persone sdraiate su cui i poliziotti camminavano. Italia fu depositata nell’ultima fila, sopra altre persone, come fosse un sacco di patate.<br>“Lì iniziarono i soffocamenti, le percosse, le minacce di morte. Mi abbassarono i pantaloni fino alle caviglie e mi alzarono la maglia fino alla testa, rimasi nuda durante tutto il viaggio. Introdussero vari strumenti nella mia vagina, non ho idea di cosa fossero esattamente”, ricorda la donna. “Mentre mi torturavano mi minacciavano di morte, con un linguaggio totalmente misogino, ed ero costretta ad ascoltare mentre venivano torturate le altre persone”.<br>Secondo la governativa Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), 202 vittime dell’operazione hanno subito un trattamento “crudele, inumano e degradante”, 2 studenti sono morti – un ragazzino di 14 anni e uno di 20 – e 23 donne sono state torturate sessualmente dalla polizia. Undici di loro hanno presentato denuncia presso il tribunale internazionale.<br>“La tortura sessuale si può concretizzare con il palpeggiamento di parti intime o con umiliazioni verbali. Ad esempio, dire a una donna ‘puttana’ o affermare che prova gusto ad essere violentata”, spiega l’avvocatessa Araceli Olivos Portugal del Centro Agustín Pro Juárez, Ong che ha accompagnato le donne di Atenco. “Questo tipo di tortura può anche consistere in minacce di violenza sessuale o che hanno a che vedere con i ruoli di genere. I poliziotti dicevano alle donne di Atenco che le stavano violentando perché, invece di stare a casa a cucinare, si erano messe a fare le ribelli”.<br>La donne di Atenco sono ricorse alla Corte internazionale dopo anni di calvario giudiziario nei tribunali messicani, che hanno aperto vari processi penali. L’unico che è arrivato a conclusione ha emesso una sentenza di assoluzione.<br>“Avremmo potuto presentare una denuncia anonima ma abbiamo deciso di non farlo; portiamo lo stigma della violenza sessuale, perché la nostra sessualità è stata esibita pubblicamente, ma pensiamo che mostrare il nostro volto dia più forza alla nostra lotta”, afferma Italia Méndez. “Lo Stato messicano deve rispondere non solo a noi e alle nostre famiglie, ma a tutta la società per essere stato capace di aver utilizzato il corpo della donna come strategia di controllo sociale contro le organizzazioni”.<br>La sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani afferma che le torture e violenze sessuali sono state compiute per umiliare e castigare le donne di Atenco, e obbliga lo Stato messicano a offrire pubbliche scuse ed indagare sulle responsabilità penali, anche degli alti vertici istituzionali. Tra i responsabili dell’operativo figurano gli ex presidenti Vicente Fox ed Enrique Peña Nieto, che ha concluso il suo mandato alla fine dello scorso novembre, e che tempo fa affermò che le donne di Atenco si erano inventate gli abusi subiti.</p>



<p><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://altreconomia.it/messico-torture-sessuali-atenco-crimine-stato/" target="_blank">Articolo pubblicato da Altreconomia il 27 dicembre 2018</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/01/03/messico-le-torture-sessuali-ad-atenco-furono-un-crimine-di-stato/">Messico: le torture sessuali ad Atenco furono un “crimine di Stato”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Omicidi di Stato a Oaxaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Aug 2018 16:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[CODEDI]]></category>
		<category><![CDATA[crimini di stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò. Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò.</p>



<p>Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini. Alejandro Antonio Díaz Cruz (41 anni), Ignacio Basilio Ventura Martínez (17 anni) e Luis Ángel Martínez (18 anni), erano morti.<a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3462" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?w=1359&amp;ssl=1 1359w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’attacco armato è stato perpetrato contro un gruppo di militanti del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), un’organizzazione indigena zapoteca presente nello Stato di Oaxaca, che stava tornando da una riunione con rappresentanti del governo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3463" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD6.jpg"></a></p>



<p>Secondo CODEDI, lo Stato è responsabile dell’attacco. “Hanno utilizzato R15, dei fucili in dotazione esclusiva dell’esercito, per questo pensiamo sia gente del governo. E uno dei sicari portava un giubbotto antiproiettile come quelli della Polizia Ministeriale”, afferma Abraham Ramírez Vásquez.</p>



<p>CODEDI afferma che l’attacco vuole reprimere la lotta per l’autonomia e contro le imprese minerarie, idroelettriche e turistiche che operano nella regione, contro il disboscamento del loro territorio da parte del crimine organizzato, e contro la costruzione di Zone Economiche Speciali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3465" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD3.jpg"></a>Le minacce a CODEDI sono aumentate a partire dal 2014, quando l’organizzazione ha recuperato un terreno di più di 300 ettari nella ex Finca Alemania, vicino a Santa Maria Huatulco, in cui ha costruito un centro di formazione autonomo per giovani indigeni, in cui si svolgono circa 18 corsi di formazione e in cui sono presenti vari progetti produttivi.</p>



<p>Da allora l’organizzazione, che inizialmente era presente in meno di 10 villaggi, è cresciuta fino ad essere presente in 53.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Arivista nell’aprile 2018.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/08/01/omicidi-di-stato-a-oaxaca/">Omicidi di Stato a Oaxaca</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Migliaia di donne da tutto il mondo arrivano in Chiapas per lottare insieme alle zapatiste per i propri diritti</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2018/03/21/migliaia-di-donne-da-tutto-il-mondo-arrivano-in-chiapas-per-lottare-insieme-alle-zapatiste-per-i-propri-diritti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2018 18:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[zapatisti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> Animal Político (traduzione: yabastaedibese)</em></p>



<p>Entrando nel Caracol zapatista di Morelia, zona de Tzotz Choj, Chiapas, Angélica Ávila di Fuerzas Unidas por Nuestrxs Desaparecidxs en Nuevo León (FUNDENL) ha sentito una “energia di lotta” molto forte. Con uno zaino sulla spalla è stato accolta da uno striscione che diceva “benvenute donne del mondo”, e poi ha trovato case di legno dipinte con murales colorati, circondati da bosco e prati verdi.&nbsp;Uno spazio dove gli zapatisti sono riusciti a costruire un altro mondo, dove i giovani non scompaiono come è successo a suo figlio Gino, che un giorno nel 2011 ha lasciato la sua casa e non è più tornato.</p>



<p>Quando Angelica è entrata nel Caracol di Morelia – uno dei cinque centri amministrativi zapatisti presenti in Chiapas – stava iniziando l’inaugurazione del primo incontro internazionale, politico, artistico, sportivo e culturale delle donne che lottano, convocato in occasione dell’8 marzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="653" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/05/EncuentroMujeres3-1.jpg?resize=980%2C653&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3453" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/05/EncuentroMujeres3-1.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/05/EncuentroMujeres3-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/05/EncuentroMujeres3-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/05/EncuentroMujeres3-1.jpg?w=1232&amp;ssl=1 1232w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>«Sappiamo che ci sono diversi colori, dimensioni, lingue, culture, professioni, pensieri e forme di lotta. Ma noi diciamo che siamo donne e anche donne che lottano, quindi siamo diversi, ma siamo uguali. La violenza e la morte ci rendono uguali», ha detto l’Insurgente Erika dal palco, circondata da basi di sostegno e di milicianas dell’EZLN.</p>



<p>Da un altro palco, Marichuy e le rappresentanti del Consiglio Indigeno di Governo hanno osservato l’inaugurazione dell’evento, senza mai intervenire.</p>



<p>«L’obiettivo del sistema capitalista patriarcale è mantenerci sottomesse. Se vogliamo essere libere dobbiamo conquistare la libertà noi stesse, come donne che siamo», ha concluso l’insurgente zapatista.</p>



<p>Mentre la donna parlava, le tende cominciavano a riempiere la collina, occupando ogni angolo del Caracol di Morelia. Poco alla volta, più di 5 mila donne provenienti dai cinque continenti si sono avvicinate per ascoltare le sue parole. È stato l’evento più di successo e partecipato degli ultimi anni in territorio zapatista.</p>



<p>Durante i tre giorni le oltre sette mila donne che hanno partecipato all’incontro, hanno giocato a calcio e basket, hanno visto opere di teatro, ballato al suono della musica zapatista del gruppo Dignidad Rebelde. Hanno scambiato esperienze per «alimentare la nostra lotta che ognuna di noi ha dove vive». Hanno scoperto che in Australia l’estrattivismo colpisce le comunità e che nella lontana Finlandia le donne indigene sami lottano per la loro vita. Hanno discusso su salute, educazione, lesbismo, sulla violenza di genere e di Stato.</p>



<p>Durante l’incontro con le zapatiste e le altre donne del mondo Angélica Ávila ha parlato a nome di tutte i membri del FUNDENL, raccontando della sparizione dei loro figli e della lotta che come madri stanno portando avanti. Si è emozionata di fronte a un pubblico così attento e partecipe.</p>



<p>«Una donna zapatista ha preso la parola per darmi coraggio in questa lotta e sono crollata», ha detto Angélica Ávila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres4-1-1024x683-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3473" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres4-1-1024x683-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres4-1-1024x683-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres4-1-1024x683-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Gli uomini non sono stati invitati all’incontro che, per la prima volta, è stato organizzato solamente dalle donne zapatiste. Sono rimasti ai margini del Caracol di Morelia, cucinando, pulendo e facendo altre attività perché l’incontro potesse svolgersi. Per ogni donna zapatista che ha partecipato – più di due mila – c’è stato un uomo che è rimasto nella comunità a prendersi cura dei figli e della casa.</p>



<p>Perà gli uomini, in accordo con le zapatiste e con altre donne che abbiamo intervistato, devono essere inclusi nella lotta. «Credo che sia importante che ci siano spazi di sole donne, gli uomini dirigono e si prendono spazio e parola», ha detto l’afrodominicana Ochy Curiel del gruppo colombiano Tremenda Revoltosa Batucada Feminista.</p>



<p>In assenza degli uomini, le donne hanno preso parola con più sicurezza, hanno discusso e ballato più liberamente.</p>



<p>«Penso comunque che gli uomini debbano essere antipatriarcali. Hanno privilegi, ma nella misura in cui sono disposti a metterli in discussione sento che possono essere femministi, di più: dovrebbero esserlo», ha aggiunto Ochy Curiel.</p>



<p>«Il femminismo è una scommessa per il mondo, di trasformazione delle relazioni diseguali di sfruttamento, discriminazione e razzismo».</p>



<p>UN LUNGO CAMMINO</p>



<p>Marta Dillón ha fatto circa 7 mila chilometri per arrivare in Chiapas. Ha preso la decisione nel dicembre passato, nel momento in cui ha letto la convocazione delle donne zapatiste.</p>



<p>«Sono venuta per conoscere l’esperienza di autonomia del movimento zapatista e per vincolarmi con le donne di tutto il mondo», ha commentato la militante argentina del movimento Ni Una Menos.</p>



<p>«Dobbiamo iniziare a progettare ciò che vogliamo quando diciamo che vogliamo cambiare tutto. Questo implica l’immaginazione collettiva e penso che qui, tra tante esperienze di tanti luoghi diversi nel mondo, l’immaginazione si possa espandere e possiamo progettare il mondo in cui vogliamo vivere».</p>



<p>Secondo con Vilma Almendra, indigena nasa misak del Cauca (Colombia) del collettivo Pueblos en Camino, l’obbiettivo dell’incontro è che le partecipanti si incontrino per conoscersi e «aprire un grande spazio politico a partire dalle donne per continuare a lavorare con altre e altri».</p>



<p>«Ci sono donne della città che ci disprezzano perché non conosciamo la lotta di (altre) donne, perché non abbiamo letto libri dove le femministe dicono come deve essere (il femminismo)», ha affermato l’insurgente Erika durante l’inaugurazione. Vilma Almendra è d’accordo con lei, ma riconosce che le femministe hanno dato alcuni spunti importanti: «dobbiamo metterci a dialogare questi spunti con le nostre culture; non prenderle come formule, ma capire cosa hanno a che fare queste esperienze con noi».</p>



<p>Al pari di altre donne indigene messicane, la guatemalteca e maya q’eqchi’ Lorena Cabnal si è definita come femminista comunitaria: «per me essere femminista è un atto di trasgressione e ribellione. Non esiste la parola femminismo, però credo che i femminismi nel mondo ha portato elementi per interpretare la vita».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="653" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?resize=980%2C653&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3475" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?resize=1536%2C1023&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Secondo la scrittrice Francesca Gargallo, autrice di “Feminismo desde Abya yala”, libro che ha scritto in “dialogo con le donne di 607 popoli originari della Nostra America”, si può definire come femminista ogni lotta di donne per migliorare la propria condizione.</p>



<p>«Definirsi femminista nella maggior parte delle lingue è la traduzione di qualcosa di molto più complesso, allo stesso modo tutte le traduzioni sono riduttive», ha spiegato Francesca Gargallo, che vede il femminismo come parte della lotta per il “buen vivir”.</p>



<p>«Ci sono donne che usano metafore per dire ciò che sono, alcune dicono di essere le “donne del cuore” o “donne in ricerca di una buova vita”. Ogni volta che questa ricerca parte dalla riflessione tra donne, credo si possa parlare di femminismo».</p>



<p>CONDIVIDERE ESPERIENZE</p>



<p>Lucia indossa un abito maya tzeltal, porta un paliacate legato al cappello e una ricetrasmittente. A volte il dispositivo emette un rumore e le tocca interrompere il discorso per rispondere. Nella costruzione fatta di tavole di legno, che normalmente funziona come una sala da pranzo, a poco a poco più donne stanno entrando. Si siedono per terra per assistere a questo scambio inusuale e insolito, mentre una miliziana cammina nella stanza.</p>



<p>Le donne presenti hanno preso la parola una ad una, hanno fatto osservazioni e domande.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres5-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3476" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres5-1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres5-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres5-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres5-1.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Lucía, che vive nella zona de La Realidad, si è presa il suo tempo per trovare le parole più adeguate per rispondere. Ha parlato di guerra a bassa intensità contro le comunità zapatiste e di come queste organizzano il loro sistema di salute, giustizia ed educazione autonoma. Ha raccontato dell’alleanza con gli altri popoli indigeni che fanno parte del Congreso Nacional Indigena (CNI) e della relazione con il Movimento di Donne del Kurdistan, che hanno inviato un video per salutare l’evento, visto che una sua rappresentante è stata deportata all’arrivo a Città del Messico.</p>



<p>«Mai nella mia vita da quando sono nata nella selva, mai ho conosciuto gente come quella che si trova qui, quasi pensavo esistevamo solo noi», ha detto Lucía con un sorriso.</p>



<p>«Grazie a questo incontro sto conoscendo donne di altri stati e di altri paesi. Mi piace che ci capiamo e condividiamo esperienze. Niente sarà più uguale, forse faremo progressi o commetteremo errori, ma continueremo nella lotta».</p>



<p>Si sentono le grida del laboratorio di danza africana che si sta svolgendo là fuori, e il fischio della partita di pallavolo. La notte cadrà presto e le donne zapatiste saliranno di nuovo sul palco per chiudere l’evento. Lo faranno con le parole dolci che commuoveranno molte. E inviteranno le donne che lottano non solo ad analizzare “chi sono i responsabili dei nostri dolori che abbiamo”, ma ad incontrarsi di nuovo il prossimo anno in territorio zapatista.</p>



<p><em>Articolo tratto da&nbsp;<a href="https://www.animalpolitico.com/sociedad/zapatistas-mujeres-lucha" target="_blank" rel="noopener" title="">Animal Politico</a></em> <em>e tradotto da</em> <em><a href="http://www.yabastaedibese.it/2018/03/migliaia-di-donne-da-tutto-il-mondo-arrivano-in-chiapas-per-lottare-insieme-agli-zapatisti-per-i-propri-diritti/" target="_blank" rel="noopener" title="">yabastaedibese</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/03/21/migliaia-di-donne-da-tutto-il-mondo-arrivano-in-chiapas-per-lottare-insieme-alle-zapatiste-per-i-propri-diritti/">Migliaia di donne da tutto il mondo arrivano in Chiapas per lottare insieme alle zapatiste per i propri diritti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 19:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni honduras]]></category>
		<category><![CDATA[golpe elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato l’inizio del coprifuoco per le undici di sera. Fu proprio a quell’ora che una pallottola sparata dalla Polizia Militare le si è conficcata nella testa.</p>



<p>Kimberly è una delle 14 vittime della repressione contro la popolazione honduregna che dalla settimana scorsa, dopo le elezioni presidenziali di domenica 26 novembre, manifesta nelle strade di tutto il paese urlando “Fuera JOH”, acronimo di Juan Orlando Hernández del conservatore Partido Nacional.</p>



<p>Orlando Hernández venne eletto presidente nel 2013, e anche le elezioni di allora furono in odore di brogli. Durante il suo mandato, il presidente è riuscito a far in modo che la Corte Suprema cambiasse la Costituzione per presentare la sua ricandidatura, e ha dovuto fare slalom tra le accuse piovute dal boss Leonel Rivera Maradiaga, che hanno portato gli inquirenti statunitensi ad affermare che la sua campagna elettorale è stata finanziata con denaro del narcotraffico.</p>



<p>Dopo le elezioni del 26 novembre, la situazione in uno dei paesi più pericolosi del mondo è ancora più caotica. Nei giorni scorsi, i poliziotti della Squadra di Operazioni Speciali COBRA hanno incrociato le braccia e dichiarato che non usciranno più in strada a reprimere la popolazione. Inoltre, i dubbi sulla trasparenza del processo elettorale sono stati sollevati anche da uno dei magistrati del Tribunal Supremo Electoral (TSE). Intervistato dal portale salvadoregno&nbsp;<em>El Faro</em>, il magistrato Marco Ramiro Lobo ha sottolineato come la tendenza durante il conteggio dei voti, che vedeva in vantaggio Salvador Nasralla dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura, è cambiata dopo due black out del sistema; quando questo ha riiniziato a funzionare, in testa c’era Juan Orlando Hernández.</p>



<p>Entrambi i candidati si sono proclamati vincitori ma, a più di una settimana dalle elezioni, l’autorità ha dichiarato vittorioso Orlando Hernández, con un margine di circa 50 mila voti. Ora Nasralla e i suoi chiedono un riconteggio dei voti, o un ballottaggio tra i due candidati.</p>



<p>Intanto, le principali strade dell’Honduras sono bloccate da manifestanti che sfidano il coprifuoco ed intonano cori, battono pentole e bruciano copertoni. Con ogni probabilità molti di loro sono gli stessi che nel 2009 protestarono contro il colpo di Stato all’allora presidente Manuel Zelaya, eletto con i voti della destra e spostatosi poi verso posizioni progressiste, e che oggi fa parte dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura.</p>



<p>Secondo Wikileaks, nel golpe del 2009 c’era lo zampino degli Stati Uniti, che storicamente hanno segnato le sorti di questo paese che è la Repubblica delle Banane per eccellenza. Da sempre il governo nordamericano ha scelto presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.</p>



<p>Il colpo di Stato del 2009 venne promosso per garantire la continuità al governo dell’oligarchia honduregna, dei cui interessi Orlando Hernández è portatore; un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria&nbsp;<em>maquiladora</em>e nelle coltivazioni intensive di prodotti da esportazione, come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH.</p>



<p>I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il Partido Liberal e il Partido Nacional. L’alternanza che l’Alleanza d’Opposizione sta cercando di interrompere.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.12.2017.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/">Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>EZLN. Storie di crimini e di contrainsurgencia</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/ezln-storie-di-crimini-e-di-contrainsurgencia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[zapatisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A partire dal 1994 nella nostra zona ci siamo preparati, uomini,&#160; donne e bambini, a resistere pacificamente alla presenza militare.&#160; Nell’anno 1995, un 9 di febbraio, quando il presidente Zedillo&#160; mandò 60mila soldati per catturare la dirigenza zapatista,&#160; molti di noi si sono dovuti allontanare dai loro villaggi per non provocare i militari.&#160; Alcuni tornarono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A partire dal 1994 nella nostra zona ci siamo preparati, uomini,&nbsp;</em></p>



<p><em>donne e bambini, a resistere pacificamente alla presenza militare.&nbsp;</em></p>



<p><em>Nell’anno 1995, un 9 di febbraio, quando il presidente Zedillo&nbsp;</em></p>



<p><em>mandò 60mila soldati per catturare la dirigenza zapatista,&nbsp;</em></p>



<p><em>molti di noi si sono dovuti allontanare dai loro villaggi per non provocare i militari.&nbsp;</em></p>



<p><em>Alcuni tornarono a rioccupare le loro comunità,&nbsp;</em></p>



<p><em>si allontanarono un mese o poco più, ma altri rimasero molto più tempo&nbsp;</em></p>



<p><em>fuori dal loro villaggio perché l’esercito lo aveva occupato.</em></p>



<p>Anahí, membro della Giunta di Buon Governo de La Realidad<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">1</a></sup></p>



<p>La chiesa di Acteal è stata costruita dopo il massacro. È un edificio grande per una comunità così piccola, e ha l’aria di un’opera eretta per compensare l’incompensabile. Alle sue spalle sorge quella che prima era la cappella del paese, una costruzione minuta e buia di assi di legno.</p>



<p>Me la mostrò Manuel Vázquez Luna, un giovane indigeno&nbsp;<em>tzotzil</em>&nbsp;che il 22 dicembre 1997 si trovava lì con un gruppo di persone della Sociedad Civil Las Abejas, un’organizzazione cattolica che condivide le rivendicazioni dell’EZLN pur essendo contraria alla lotta armata. Sapevano che il paese era sotto minaccia di un attacco paramilitare, ma erano convinte che la loro fede le avrebbe protette.</p>



<p>Così non è stato. Alle 11 del mattino un centinaio di paramilitari del gruppo Máscara Roja, vicino al conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), entrarono nella cappella e massacrarono 45 persone. Nove uomini, quindici bambini e ventuno donne, quattro erano incinte. Manuel Vázquez Luna<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">2</a></sup>, che al tempo aveva tredici anni, riuscì a sopravvivere al massacro perché si nascose dietro un albero, da dove vide uccidere nove persone della sua famiglia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3929" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/P1020472.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Mural nel Caracol di Oventic. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nel 2005 la Sociedad Civil Las Abejas di Acteal presentò una petizione alla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) in cui denuncia che, durante il massacro, la polizia si trovava a circa 200 metri dalla comunità, ma non intervenne. Secondo l’organizzazione cattolica filozapatista, esiste una politica di stato “finalizzata a commettere attacchi generalizzati e sistematici contro la popolazione civile, eseguiti da gruppi paramilitari finanziati, addestrati e protetti dalle stesse autorità nazionali, per indebolire le basi dell’EZLN e le comunità che gli manifestano simpatia<a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">3</a>”.</p>



<p>I gruppi paramilitari sono, per definizione, milizie irregolari addestrate dallo stato che vengono utilizzate per fare “il lavoro sporco” al posto dell’esercito. Le azioni più violente che, compiute dai militari, causerebbero una serie di lamentele e ripercussioni internazionali, lo stato le affida ai paramilitari. Spesso, come nel caso di Acteal, i paramilitari vengono arruolati nella stessa zona in cui vivono loro vittime.</p>



<p>I responsabili del massacro di Acteal non sono stati assicurati alla giustizia. “Gli autori intellettuali del massacro non sono mai stati processati, e si sono adoperati per fare scarcerare gli autori materiali, pagando avvocati prestigiosi, scrittori e giornalisti”, denuncia José Alfredo Jiménez Pérez della Sociedad Civil Las Abejas. “Continueremo a lottare, esigendo giustizia e rispetto dei diritti umani, affinché il massacro di Acteal non rimanga impunito”<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">4</a></sup>.</p>



<p>Sessantanove dei 75 paramilitari che erano stati incarcerati per il massacro di Acteal sono stati liberati per irregolarità formali durante il processo o la detenzione. Nessun giudice ne ha quindi riconosciuto l’innocenza, e la loro colpevolezza era stata a suo tempo accertata dalla persone sopravvissute al massacro, che difficilmente possono confonderne i visi visto si tratta di vicini di casa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3930" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=1024%2C575&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?resize=1536%2C863&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/IMG_2569.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Basi d’appoggio dell’EZLN. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Molti paramilitari liberati sono ritornati a vivere nei pressi di Acteal, a stretto contatto con i sopravvissuti al massacro. Il ritorno dei carnefici ha create nuove tensioni nella zona, come nell’Ejido Puebla, un paese incastonato tra pareti di montagne e raggiunto solo da una strada sterrata e malmessa.</p>



<p>Nell’aprile 2013 due zapatisti dell’Ejido Puebla furono accusati dai priisti<a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">5</a>&nbsp;di aver avvelenato l’acqua della cisterna. I conservatori iniziarono a minacciare 17 famiglie zapatiste e filozapatiste del paese, che dovettero abbandonare le loro case.</p>



<p>“Alcuni paramilitari che parteciparono al massacro di Acteal sono originari dell’Ejido Puebla. Fra loro Jacinto Arias, che all’epoca era sindaco di Chenalhó<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">6</a></sup>: è stato in carcere 14 anni, oggi è libero ed è tornato in paese<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">7</a></sup>”, denuncia Víctor Hugo López Rodríguez, direttore del Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba), che vincola il ritorno di Arias allo sfollamento delle 17 famiglie.</p>



<p><strong>Onori e cariche istituzionali</strong></p>



<p>Anche gli abitanti del nord del Chiapas, a circa 200 km da Acteal, devono convivere con gli assassini dei loro familiari: i paramilitari di Desarrollo, Paz y Justicia, che operano nella zona dagli anni ’90. Alcuni di loro sono stati premiati con importanti cariche istituzionali, chi come sindaco e chi come deputato del Congresso locale.</p>



<p>Nel 2004 Armando Díaz, ex paramilitare di Desarrollo, Paz y Justicia, confessò al Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) che la milizia irregolare si presenta come un’organizzazione di agricoltori per poter ricevere i sussidi del governo, ma poi li utilizza per comprare armi<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">8</a></sup>.</p>



<p>La stessa organizzazione non governativa ha documentato che tra il 1995 e il 1999 nel nord del Chiapas – fra i Municipi di Tila, Sabanilla, Tumbalá, Yajalón e Salto de Agua – i gruppi paramilitari hanno commesso 81 esecuzioni extragiudiziarie, causato la sparizione di 36 persone e lo sfollamento di circa 3500.</p>



<p>Minerva Guadalupe Pérez López è tra le vittime di Desarrollo, Paz y Justicia. Aveva 19 anni quando, il 20 giugno 1996, venne sequestrata mentre andava a visitare il padre malato nella comunità Miguel Alemán. Secondo i testimoni, fu rinchiusa in una casa dove per tre giorni fu picchiata e violentata da una trentina di uomini, che in seguito la squartarono<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">9</a></sup>. Nessuno di loro è stato processato.</p>



<p>I crimini dei paramilitari di Máscara Roja e Desarrollo, Paz y Justicia non sono gli unici ad essere rimasti impuniti. Il 13 novembre 2006, una quarantina di uomini del gruppo Organización Para la Defensa de los Derechos Indígenas y Campesinos (OPDDIC), dotati di armi pesanti e accompagnati da circa 300 elementi della Polizia Settoriale, entrarono nella comunità di Viejo Velasco. Uccisero cinque persone, due vennero fatte sparire e 36 furono cacciate dalle loro case, dove non poterono mai tornare.</p>



<p>I casi di Viejo Velasco e dell’Ejido Pueblo non sono isolati. Egipto, El Rosario, Busiljá, Banavil, San Marcos Avilés, Comandante Abel; sono altri nomi di comunità che, a vent’anni dalla fine formale della guerra in Chiapas, continuano ad essere vittime della violenza dei gruppi armati irregolari<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=400&amp;pag=98.htm#note">10</a></sup>.</p>



<p>Note:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Quaderni di testo della prima&nbsp;<em>Escuelita Zapatista, Gobierno autónomo II</em>, pag. 22. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo&nbsp;<a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html</a>.</li>



<li>Manuelito, come lo chiamavano tutti, è morto nel novembre 2012 in un ospedale pubblico di San Cristóbal de Las Casas, a causa della negligenza del personale.</li>



<li>Petizione scaricabile all’indirizzo:&nbsp;<a href="http://bit.ly/1Ij7xP8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://bit.ly/1Ij7xP8</a>.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a José Alfredo Jiménez Pérez, Acteal, dicembre 2012.</li>



<li>Affiliati al gruppo conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI).</li>



<li>Acteal si trova nel Municipio di Chenalhó.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Víctor Hugo López Rodriguez, Ejido Puebla, febbraio 2014.</li>



<li>Marta Durán de Huerta,&nbsp;<em>Un ex paramilitar arrepentido revela los horrores cometidos, con respaldo oficial, contra zapatistas en Chiapas</em>, quotidiano elettronico&nbsp;<em>Sin Embargo</em>, 16 gennaio 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.sinembargo.mx/16-01-2014/873781" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.sinembargo.mx/16-01-2014/873781</a>.</li>



<li>Bollettino n.20 del Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas,&nbsp;<em>18 años de exigencia de justicia,&nbsp;</em><em>18 años de impunidad, 18 años de no cansarse de buscar a Minerva hasta encontrarla</em>, San Cristóbal de Las Casas, 20 giugno 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140620_boletin_20_minerva.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140620_boletin_20_minerva.pdf</a>.</li>



<li>Sui casi delle comunità di Viejo Velasco, Banavil e San Marcos Avilés vedi:&nbsp;<a href="http://www.rostrosdeldespojo.org/casos/viejo-velasco/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.rostrosdeldespojo.org/casos/viejo-velasco/</a>.</li>
</ol>



<p><em>Articolo pubblicato su Arivista nell’estate 2015.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/ezln-storie-di-crimini-e-di-contrainsurgencia/">EZLN. Storie di crimini e di contrainsurgencia</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Chiapas: turismo, autostrade e repressione</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/chiapas-turismo-autostrade-e-repressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 14:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[paramilitarismo]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“I compagni si sono già abituati a vedere i militari,&#160; ci sono comunità che si trovano al bordo della strada&#160; e quando passano i veicoli militari li vedono come se fossero veicoli normali,&#160; hanno perso la paura nei loro confronti”. Gabriel, base d’appoggio zapatista del Municipio Autonomo General Emiliano Zapata1 Dalle loro automobili i turisti&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/chiapas-turismo-autostrade-e-repressione/">Chiapas: turismo, autostrade e repressione</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“I compagni si sono già abituati a vedere i militari,&nbsp;</em></p>



<p><em>ci sono comunità che si trovano al bordo della strada&nbsp;</em></p>



<p><em>e quando passano i veicoli militari li vedono come se fossero veicoli normali,&nbsp;</em></p>



<p><em>hanno perso la paura nei loro confronti”.</em></p>



<p>Gabriel, base d’appoggio zapatista del Municipio Autonomo General Emiliano Zapata<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">1</a></sup></p>



<p>Dalle loro automobili i turisti guardano stupiti gli indigeni tzeltal incappucciati, seduti ai bordi della strada che porta alle cascate di Agua Azul. I loro machetes e passamontagna mettono in dubbio l’immagine di tranquillo paradiso terrestre promossa dal governo dello Stato del Chiapas.</p>



<p>Gli aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">2</a></sup>&nbsp;di San Sebastián Bachajón<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">3</a></sup>riscuotono il pedaggio e distribuiscono volantini ai turisti, in cui spiegano la decisione di riprendere il controllo di quella parte del loro territorio che conduce al balneario di Agua Azul. È da quattro anni che rivendicano il diritto a riscuotere e gestire i soldi che vengono dal biglietto di entrata alle cascate.</p>



<p>Per settimane, dal giorno in cui è avvenuta l’ultima azione di recupero del territorio, il 21 dicembre 2014, famiglie intere di aderenti alla Sesta di Bachajón hanno vissuto nei locali occupati della Protezione Civile locale, condividendo cibo, coperte e aspettative.</p>



<p>Ci accolgono con fagioli fumanti e&nbsp;<em>tortillas</em>, ci ringraziano per la visita e mostrano bastoni e sguardi taglienti alle nostre macchine fotografiche. Durante il pranzo chiediamo informazioni su quello che sta succedendo. Quando proponiamo un’intervista formale, si riuniscono per scegliere un portavoce e dopo pochi minuti si avvicina un uomo, si mette il passamontagna e accendiamo la videocamera.</p>



<p>C’è silenzio intorno a noi. L’uomo racconta brevemente gli anni di lotta e la repressione. Accusa le autorità locali di non gestire con trasparenza i fondi che provengono dai biglietti di entrata alle cascate, e di essere corrotte. “<em>Il comisariado ejidal</em><sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">4</a></sup>&nbsp;Alejandro Moreno Gómez non ci dà informazioni sulla quantità denaro che incassa dai biglietti e su come viene utilizzato”, spiega. “Vogliamo nominare un’altra persona che sappia amministrare le risorse, che appartengono a noi<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">5</a></sup>”.</p>



<p>Dopo circa tre settimane dal nostro incontro, il 9 gennaio 2015, il governo del Chiapas ha ordinato lo sgombero degli aderenti alla Sesta. La Polizia Statale ha occupato la zona, costringendoli alla fuga. I filozapatisti hanno poi bloccato la strada per protestare contro lo sgombero e sono stati attaccati dalla Polizia Statale, che ha sparato contro di loro per 20 minuti. È il più recente ma non certo ultimo atto del conflitto di Agua Azul<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">6</a></sup>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3933" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB10.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Abitanti di San Sebastián Bachajón pochi giorni dopo aver recuperato il loro territorio. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p><strong>Turismo e megaprogetti</strong></p>



<p>Pochi turisti sanno che Agua Azul, dove si trovano delle stupende cascate di acqua turchese immerse nella vegetazione selvaggia della Lacandona, è uno dei luoghi più conflittuali del Chiapas. Nel 2008 le agenzia di consulenza per il turismo EDSA e Norton Consulting consigliarono alle autorità di fare in modo che i turisti si sentissero sicuri e protetti nella zona.</p>



<p>“Il movimento zapatista è ancora fortemente associato al Chiapas”, scrissero in un documento sulle strategie per la costruzione di un hotel di lusso sulla riva delle cascate. “Il Chiapas continua ad essere considerato insicuro per molti che non hanno famigliarità con la regione<a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">7</a>”.</p>



<p>Tre anni dopo, il 2 febbraio 2011, 17 turisti che si trovavano ad Agua Azul vennero evacuati con un elicottero. Quel giorno un gruppo vicino al&nbsp;<em>Partido Verde Ecologista de México</em>(PVEM), partito al governo che di ambientalista non ha proprio nulla, attaccò i simpatizzanti zapatisti che stavano riscuotendo il pedaggio.</p>



<p>All’attacco seguì uno scontro in cui morì un membro del gruppo governativo, mentre 117 filozapatisti vennero arrestati. “Non abbiamo problemi con i padroni dei ristoranti che si trovano nel&nbsp;<em>balneario</em>, laggiù compete a un altro municipio. Però qui dove c’è il casello di pedaggio è territorio nostro, e il denaro ci appartiene<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">8</a></sup>”, mi spiegò nel giugno 2012 Juan Vázquez Guzmán, leader degli aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona di San Sebastián Bachajón.</p>



<p>Dopo meno di un anno Juan, che aveva 32 anni e due figli, venne assassinato di fronte alla porta di casa con sei colpi di arma da fuoco. Un destino simile è toccato al suo compagno Juan Carlos Gómez Silvano, freddato da 20 pallottole durante un’imboscata, il 21 marzo 2014.</p>



<p>A sei mesi dalla morte di Juan Carlos, tre agricoltori di Bachajón sono stati arrestati e torturati per l’omicidio di un poliziotto, accusa basata solamente sulla testimonianza dei colleghi dell’agente. “Il loro arresto è stato una vendetta perché chiedevano giustizia per l’omicidio di Juan Carlos”, ha denunciato in conferenza stampa Domingo Pérez, portavoce dei simpatizzanti zapatisti di Bachajón<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">9</a></sup>.</p>



<p>Quello che è in gioco ad Agua Azul è più del denaro che proviene dai biglietti di ingresso alle cascate. Dal 2000 il governo ha in progetto la costruzione di un parco tematico sulle rive del fiume, che farebbe parte del Centro Integralmente Planeado (CIP) Palenque-Agua Azul, un megaprogetto turistico che comprende la costruzione di aeroporti, hotel di lusso e strade.</p>



<p>L’opera è prevista dal Progetto Mesoamerica, che attraverso la costruzione di una rete infrastrutturale vuole promuovere lo sviluppo economico dell’area compresa tra il sud del Messico e la Colombia<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">10</a></sup>.</p>



<p>I governi e le imprese coinvolte nel Progetto Mesoamerica assicurano che le loro opere porteranno benessere agli abitanti regione, ma una parte della popolazione locale si oppone. L’idea di sviluppo e benessere degli investitori può infatti non coincidere con quella degli indigeni, che spesso preferiscono mantenere le loro abitudini contadine a vendere la terra per convertirsi in camerieri o facchini degli hotel di lusso.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/CASCADAS.webp?resize=777%2C583&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3934" width="777" height="583" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/CASCADAS.webp?w=700&amp;ssl=1 700w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/CASCADAS.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 777px) 100vw, 777px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Cascate di Agua Azul.</em></figcaption></figure>



<p>Secondo il Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e altre leggi locali, governi e imprese devono consultare i popoli indigeni prima di costruire un progetto nel loro territorio<a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">11</a>. Spesso l’accordo internazionale non viene rispettato: molti conflitti in America Latina girano proprio intorno al rifiuto da parte delle nazioni indigene di miniere, idroelettriche o autostrade che le grandi imprese vogliono costruire nei loro territori, senza averli previamente consultati.</p>



<p>Lo stato reagisce alla resistenza della popolazione con l’occupazione militare o appoggiando gruppi e organizzazioni locali – i cosiddetti paramilitari – affinché mettano a tacere con la violenza ogni forma di dissenso<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">12</a></sup>. L’intervento militare e paramilitare vuole eliminare la lotta contadina e cacciare dalle loro case le persone che vivono in zone ricche di risorse naturali, in modo da liberare il territorio e lasciare spazio all’occupazione delle grandi imprese, intenzionate a sfruttare quelle risorse.</p>



<p>Una volta costretta ad abbandonare la propria casa, la popolazione scapperà sulle montagne, nascondendosi e vivendo alle interperie con la speranza di essere accolta dalle comunità circostanti. Si stima che in Chiapas dal 1994 al 1998 – a partire dall’insurrezione zapatista e negli anni seguenti di offensiva militare e paramilitare – tra le 50mila e le 84mila persone sono state cacciate dalle loro case.</p>



<p>Negli anni successivi la situazione è migliorata ma la violenza non si è fermata, e attualmente sono circa 25mila gli sfollati chiapanechi. Il 70% di loro non ha ricevuto nessun tipo di aiuto da parte dello Stato, mentre il restante 30% ha beneficiato di un’attenzione solo parziale<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">13</a></sup>.</p>



<p>Le istituzioni non sono state in grado di proteggere o risarcire la popolazione sfollata, né di fornire cifre chiare sull’entità del problema. Nel febbraio 2012, il Congresso dello Stato del Chiapas ha approvato una legge la cui applicazione, secondo il Centro di Monitoraggio dello Sfollamento Interno del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, “è stata lenta; pochi sfollati sono stati beneficiati e la risposta del governo allo sfollamento interno in generale è stata insufficiente a soddisfare le necessità della popolazione<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">14</a></sup>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB27.webp?resize=777%2C583&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3936" width="777" height="583" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB27.webp?w=437&amp;ssl=1 437w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/AGUAZUL241212OB27.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 777px) 100vw, 777px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Abitanti di San Sebastián Bachajón pochi giorni dopo aver recuperato il loro territorio. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p><strong>Autostrada tra le rovine maya</strong></p>



<p>Oltre al parco tematico sulle rive delle cascate, il CIP Palenque-Agua Azul contempla altri progetti, come la costruzione di un nuovo aeroporto internazionale nella città di Palenque – già inaugurato, nel febbraio 2014 – e di un’autostrada tra l’antica città maya e il centro coloniale di San Cristóbal de Las Casas.</p>



<p>Il governo assicura che l’arteria di 169 km, che permetterebbe di dimezzare il tempo di percorrenza tra le due città, arrampicandosi per più di 2mila metri tra la fitta vegetazione che le divide, beneficerebbe tutte le comunità della zona.</p>



<p>Una parte della popolazione è però contraria. Afferma che l’autostrada causerebbe gravi danni ambientali e sostiene che il suo vero scopo è permettere alle imprese estrattive un trasporto più rapido delle risorse locali fuori dal Chiapas.</p>



<p>Secondo i critici, l’opera permetterebbe anche all’esercito di militarizzare il territorio più facilmente, visto che passa davanti alla base militare di Rancho Nuevo, nei pressi di San Cristóbal de Las Casas, passandoci davanti. Non è forse un caso se per la costruzione dell’autostrada è richiesto il parere del Ministero della Difesa, che fornisce osservazioni dal punto di vista della sicurezza nazionale<a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">1</a><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note">5</a>.</p>



<p><strong>Progetti di&nbsp;<em>contrainsurgencia</em></strong></p>



<p>“Il governo vuole che le comunità si approprino della sua visione neoliberale sull’agroindustria e il turismo di massa, promettendo che lo sviluppo basato sul mercato le beneficerà”, spiega l’accademico statunitense Juan Romero. “L’autostrada è anche un progetto di&nbsp;<em>contrainsurgencia</em>: l’idea del governo è che la gente abbandonerà la resistenza nel momento in cui farà propria una logica di mercato<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">16</a></sup>”.</p>



<p>Nel 2009 il governo fu costretto a interrompere il progetto a causa dell’opposizione degli abitanti della zona, in particolare della comunità di Mitzitón, dove il passaggio della strada avrebbe distrutto case, campi, boschi e contaminato l’acqua. Il gruppo paramilitare Ejército de Dios si prese la briga di punirli: attaccò i contadini filozapatisti di Mitzitón, uccidendo uno di loro e ferendone cinque.</p>



<p>Attualmente buona parte delle lotte degli indigeni del Chiapas riguardano l’opposizione alla costruzione di opere che girano intorno al CIP Palenque-Agua Azul, come il parco tematico vicino alle cascate di Agua Azul o l’autopista San Cristóbal-Palenque. Il governo risponde con la repressione militare o paramilitare.</p>



<p>Le istituzioni non stanno neanche diffondendo pubblicamente i dettagli dei progetti infrastrutturali, dando informazioni parziali e contraddittorie. Perché tanto mistero, se porteranno benessere alla popolazione?<br>“Il governo non fornisce alle comunità tutte le informazioni perché non vuole che conoscano l’entità reale dell’impatto di queste opere, non dà dettagli per timore che l’opposizione sociale cresca”, spiega Ricardo Lagunes, avvocato dei simpatizzanti zapatisti di Bachajón<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">17</a></sup>.</p>



<p>Nella scorsa lettera dal Chiapas abbiamo elencato una serie di comunità, zapatiste o simpatizzanti, a cui i gruppi armati irregolari hanno incendiato case e campi, costringendo famiglie intere alla fuga. Numerosi i feriti, i desaparecidos, gli assassinati. Secondo la Red contra la Represión y por la Solidaridad, dal 2006 al 2012 la Giunte di Buon Governo dei 5 Caracoles hanno presentato 114 denunce, in ognuna delle quali vengono denunciate molteplici aggressioni<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">18</a></sup>.</p>



<p>Ci sono stati anche casi di omicidi, tra cui quello di José Luis Solís López, da tutti chiamato Galeano, base d’appoggio zapatista assassinato il 2 maggio 2014. Quel giorno entrarono nel Caracol della Realidad 140 persone, integranti dei conservatori&nbsp;<em>Partido Verde Ecologista de México</em>&nbsp;(PVEM) e&nbsp;<em>Partido Acción Nacional</em>&nbsp;(PAN), e della&nbsp;<em>Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica</em>&nbsp;(CIOAC-H), organizzazione che gli zapatisti considerano paramilitare. Ferirono 15 persone a assassinarono Galeano con 3 colpi di pistola e uno di machete nella bocca. Il suo cadavere presentava anche numerose contusioni. Prima di andarsene da la Realidad, gli aggressori distrussero la scuola e la clinica autonoma<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">19</a></sup>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/HIDRA020515OB8.webp?resize=768%2C1024&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3937" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/HIDRA020515OB8.webp?resize=768%2C1024&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/HIDRA020515OB8.webp?resize=225%2C300&amp;ssl=1 225w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/HIDRA020515OB8.webp?resize=1152%2C1536&amp;ssl=1 1152w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/HIDRA020515OB8.webp?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Zapatiste nel Caracol di Oventic durante l’evento di commemorazione a Galeano. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Un anno dopo, il 2 maggio 2015, basi d’appoggio e simpatizzanti dell’EZLN arrivati da differenti regioni del Messico e del mondo si sono trovati nel Caracol di Oventic per rendere omaggio a Galeano. Con gli stivali e i pantaloni sporchi di fango, sono scesi fino al campo di basket e si sono radunati di fronte al palco con la testa all’insú.</p>



<p>Hanno partecipato la figlia e il figlio di Galeano, poco più che adolescenti, ricordando la vita del padre. Il Subcomandante Marcos – che ora si fa chiamare Galeano in onore al suo compagno – ha letto alcune pagine del diario dello zapatista assassinato e ha concluso: “Il compagno e maestro zapatista Galeano sarà ricordato dalle comunità zapatiste senza chiasso, senza primi piani. La sua vita, e non la sua morte, sarà allegria nella nostra lotta per generazioni<a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">20</a>”.</p>



<p><strong>Lo strumento dei programmi assistenzialisti</strong></p>



<p>A volte, come ricordato più volte nelle nostre&nbsp;<em>Lettere dal Chiapas</em>, invece di ricorrere alla violenza lo stato compra il consenso “con le buone”, offrendo aiuti e programmi assistenzialisti alle famiglie più povere con il fine di evitare il conflitto sociale.</p>



<p>Robert McNamara, che negli anni ’60 è stato capo del Pentagono e poi presidente della Banca Mondiale, ha affermato: “Quando i privilegiati sono tanti e i disperatamente poveri sono molti, e quando la forbice tra i due gruppi si fa più grande invece di rimpicciolirsi, è necessario scegliere fra i costi politici di una riforma e i costi politici di una ribellione. Per questo motivo, nei paesi in via di sviluppo l’applicazione di politiche finalizzate a ridurre la miseria del 40% più povero della popolazione è consigliabile non solo come questione di principio, ma anche di prudenza. La giustizia sociale non è solamente un imperativo morale, ma anche un imperativo politico. Mostrare indifferenza a questa frustrazione sociale equivale a fomentarne la crescita”.</p>



<p>Il giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi scrive che la lotta alla povertà rappresenta un pretesto per disgregare i focolai di resistenza sottomettendoli dolcemente, ad esempio proponendo loro di accettare soldi e programmi assistenzialisti.</p>



<p>Per poter ricevere questi fondi, i movimenti sociali si dovranno trasformare in Organizzazioni Non Governative (ONG), istituzionalizzate e con un personale professionalizzato, e l’assemblea come spazio di decisione collettiva sarà soppiantata da una dinamica decisionale gerarchica. Attraverso questo meccanismo le ONG, soggetti che non lottano per un cambio sistemico ma negoziano concessioni con lo stato, si appropriano dello spazio politico dei movimenti sociali.</p>



<p>Questa strategia governativa è un “imperialismo morbido”, una tattica di&nbsp;<em>contrainsurgencia</em>travestita da filantropia. Sono metodi che la Banca Mondiale ha teorizzato e implementato già decenni fa, e che continuano ad essere utilizzati dai governi, anche quelli progressisti che dal 2000 governano alcuni paesi dell’America Latina, come Brasile, Argentina, Uruguay, Cile ed Equador<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">21</a></sup>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3938" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?resize=1024%2C575&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?resize=1536%2C863&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?resize=2048%2C1151&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/11/EDU041014OB1-scaled.webp?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Un esempio di come in Messico la lotta alla povertà sia utilizzata come strategia di&nbsp;<em>contrainsurgencia</em>&nbsp;è la “Crociata Nazionale contro la Fame”. Per inaugurarla il governo avrebbe potuto scegliere uno qualsiasi tra i comuni più “affamati” del Messico, ma decise di farlo a Las Margaritas, dimenticata cittadina del sud del Chiapas ad alta presenza zapatista e a due passi dal Caracol de La Realidad, dove poche settimane prima era stato ucciso Galeano.</p>



<p>Quel giorno, il 23 maggio 2014, a Las Margaritas arrivarono in pompa magna il Presidente della Repubblica Enrique Peña Nieto e il Governatore del Chiapas Manuel Velasco Coello. Lì lanciarono il programma che secondo loro avrebbe tirato migliaia di indigeni fuori dalla povertà e, perché no, magari anche dalla resistenza zapatista<a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">22</a>.</p>



<p>La promozione di programmi assistenzialisti con lo scopo di dividere le comunità e comprare i suoi leaders è una strategia inaugurata in Messico nel 2000, con l’arrivo alla presidenza del Partido de Acción Nacional (PAN). Una tattica di&nbsp;<em>contrainsurgencia</em>&nbsp;che da quindici anni accompagna quella più tradizionale dell’occupazione militare e dell’intervento di paramilitari che, come dimostrano alcuni documenti declassificati, sono appoggiati dai governi di Stati Uniti e Messico<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">23</a></sup>.</p>



<p>È la cosiddetta “guerra di bassa intensità”, teorizzata dagli Stati Uniti dopo un’attenta valutazione degli errori compiuti in Vietnam, e vuole distruggere il tessuto sociale delle comunità non solo utilizzando la forza ma anche tattiche politiche, economiche e psicologiche, con lo scopo di “togliere l’acqua al pesce”. Nel “Manuale di&nbsp;<em>Contrainsurgencia</em>3-24”, l’Università di Chicago ricorda&nbsp;<em>all’intelligence</em>&nbsp;statunitense l’importanza di studiare la popolazione e la cultura della zona in cui deve operare, avvalendosi della collaborazione di antropologi, geografi ed esperti in economia”<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">24</a></sup>.</p>



<p>In Chiapas l’applicazione pratica della guerra di bassa intensità è stata affidata a due manuali del Ministero della Difesa messicano, “Plan de Campaña Chiapas 94” e “Chiapas 2000”<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">25</a></sup>. Il primo è stato disegnato per privilegiare “l’azione paramilitare con il fine di evitare l’influenza espansiva dell’EZLN, commettendo attacchi sistematici contro la popolazione civile”. Incubato nella zona nord del Chiapas l’indomani dell’insurrezione zapatista, si è espanso poi nella zona Altos.</p>



<p>Malgrado il coinvolgimento del governo nelle azioni dei paramilitari sia stato provato, il discorso pubblico e mediatico che viene portato avanti dalle istituzioni parla di rispetto di diritti umani e dei popoli indigeni. All’inizio del 2014 il governatore del Chiapas Manuel Velasco Coello – che l’EZLN considera “massimo capo paramilitare” – ha riconosciuto l’apporto delle comunità zapatiste al processo di cambiamento del paese e ha dichiarato il suo rispetto nei loro confronti, affermando che avrebbe continuato ad appoggiare la distensione e la soluzione politica del conflitto<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=401&amp;pag=110.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">26</a></sup>. Cinque mesi dopo, un gruppo di cui facevano parte alcuni membri del partito del governatore è entrato nel Caracol de La Realidad e ha ucciso Galeano.</p>



<p><a></a>Note</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Quaderni di testo della prima Escuelita Zapatista,&nbsp;<em>Gobierno autónomo II</em>, pag. 22. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo <a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noopener" title="">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuelazapatista-descarga-sus.html</a>.</li>



<li>Simpatizzanti zapatisti, persone o collettivi di tutto il mondo che non fanno parte dell’EZLN ma si riconoscono nei principi espressi dagli zapatisti nella Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.</li>



<li>San Sebastián Bachajón fa parte del Municipio di Chilón e una parte del suo territorio comprende la strada che porta alle cascate di Agua Azul, tra le città di San Cristóbal de Las Casas e Palenque.</li>



<li>Funzionario amministrativo.</li>



<li>Intervista ad un aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona di Bachajón, San Sebastián Bachajón, dicembre 2014.</li>



<li>Sul conflitto di Agua Azul si può leggere: Ricardo Lagunes e Jessica Davies,&nbsp;<em>San Sebastián Bachajón: la lucha contra el despojo</em>, revista elettronica&nbsp;<em>Desinformémonos</em>, aprile 2015. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://desinformemonos.org/2015/04/san-sebastian-bachajon-la-lucha-contra-el-despojo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://desinformemonos.org/2015/04/san-sebastian-bachajon-la-lucha-contra-el-despojo/</a>. Versione in inglese nella rivista&nbsp;<em>Upside Down World</em>:&nbsp;<a href="http://upsidedownworld.org/main/mexico-archives-79/5311-san-sebastian-bachajon-the-struggle-against-dispossession-in-mexico" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://upsidedownworld.org/main/mexico-archives-79/5311-san-sebastian-bachajon-the-struggle-against-dispossession-in-mexico</a>.</li>



<li>Diapositive sulla strategia dell’istituzione pubblica Fondo Nacional de Fomento al Turismo (FONATUR) in Chiapas. Consultabili in:&nbsp;<a href="http://www.future-agricultures.org/search-documents/global-land-grab/presentations-1/1379-rocheleau/file" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.future-agricultures.org/search-documents/global-land-grab/presentations-1/1379-rocheleau/file</a>.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Juan Vázquez Guzmán, San Sebastián Bachajón, giugno 2012.</li>



<li>Orsetta Bellani,&nbsp;<em>Chiapas: rimangono in carcere i tre indigeni tzeltales arrestati e torturati dalla polizia</em>, 25 settembre 2014, blog&nbsp;<em>Sobre América Latina</em>. Consultabile in:&nbsp;<a href="https://www.sobreamericalatina.com/?p=1531" target="_blank" rel="noopener" title="">https://www.sobreamericalatina.com/?p=1531</a>.</li>



<li>Mariela Zunino,<em>&nbsp;Integración para el despojo: el Proyecto Mesoamérica o la nueva escalada de apropiación del territorio</em>, boletín&nbsp;<em>Chiapas al día</em>&nbsp;no. 583 del Centro de Investigación Económicas y Políticas de Acción Comunitaria (CIEPAC), 28 maggio 2010. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.adital.com.br/site/noticia_imp.asp?cod=48203&amp;lang=ES" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.adital.com.br/site/noticia_imp.asp?cod=48203&amp;lang=ES</a>.</li>



<li>Convegno 169 dell’OIL:&nbsp;<a href="http://www.gfbv.it/3dossier/diritto/ilo169-conv-it.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.gfbv.it/3dossier/diritto/ilo169-conv-it.html</a>.</li>



<li>Carlos Fazio,&nbsp;<em>La brecha, el Galeano y la digna rabia. In quotidiano La Jornada</em>, 26 maggio 2014. Consultabile in: http://www.jornada.unam.mx/2014/05/26/opinion/017a1pol.</li>



<li><em>Estudio sobre los desplazados por el conflicto armado en Chiapas</em>, pubblicazione realizzata nel quadro del&nbsp;<em>Programa Conjunto OPAS-1969 “Prevención de conflictos, desarrollo de acuerdos y construcción de la paz en comunidades con personas internamente desplazadas en Chiapas 2009-2012</em>”, Messico, 2012. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://culturadepaz.org.mx/sitio/Informe_desplazadas_web.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://culturadepaz.org.mx/sitio/Informe_desplazadas_web.pdf</a>.</li>



<li>Disponibile in:&nbsp;<a href="http://www.internal-displacement.org/americas/mexico/summary" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.internal-displacement.org/americas/mexico/summary</a>.</li>



<li>Juan Romero,&nbsp;<em>La autopista San Cristobal-Palenque, la espina dorsal del CIPP: Sigilo y destrucción violenta</em>, Bollettino del&nbsp;<em>Centro de Investigaciones Económicas y Políticas de Acción Comunitaria&nbsp;</em>(CIEPAC), ottobre 2009. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.ecoportal.net/Temas_Especiales/Pueblos-Indigenas/la_autopista_san_cristobal_palenque_la_espina_dorsal_del_cipp_sigilo_y_destruccion_violenta" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.ecoportal.net/Temas_Especiales/Pueblos-Indigenas/la_autopista_san_cristobal_palenque_la_espina_dorsal_del_cipp_sigilo_y_destruccion_violenta</a>.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Juan Romero, San Cristóbal de Las Casas, novembre 2014.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Ricardo Lagunes, San Cristóbal de Las Casas, gennaio 2015.</li>



<li><em>Informe de agresiones a las bases de apoyo zapatistas 2006-2012</em>, Red contra la Represión y por la Solidaridad, maggio 2013.</li>



<li><em>Agresión a Bases del EZLN en sede de la Junta de Buen Gobierno de La Realidad</em>, comunicato stampa del Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) del 5 maggio 2014. Consultabile all’indirizzo:<a href="http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/05/05/junta-de-buen-gobierno-hacia-la-esperanza-denuncia-energicamente-a-los-paramilitares-cioaquistas-organizados-por-los-3-niveles-de-los-malos-gobiernos-en-contra-de-nuestros-pueblos-bases-de-apoyo-del-e/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/05/05/junta-de-buen-gobierno-hacia-la-esperanza-denuncia-energicamente-a-los-paramilitares-cioaquistas-organizados-por-los-3-niveles-de-los-malos-gobiernos-en-contra-de-nuestros-pueblos-bases-de-apoyo-del-e/</a>.</li>



<li><em>Maestro zapatista Galeano: appunti di una vita</em>, Comunicato dell’EZLN del 2 maggio 2015. Consultabile in italiano:&nbsp;<a href="http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2015/05/04/maestro-zapatista-galeano-appunti-di-una-vita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2015/05/04/maestro-zapatista-galeano-appunti-di-una-vita/</a>.</li>



<li>Raúl Zibechi,&nbsp;<em>Política &amp; Miseria. Una propuesta de debate sobre la relación entre el modelo extractivo, los planes sociales y los gobiernos progresistas</em>, Editorial La Vaca, Argentina. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://es.scribd.com/doc/204505800/Zibechi-Raul-Politica-Y-Miseria#" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://es.scribd.com/doc/204505800/Zibechi-Raul-Politica-Y-Miseria#</a>.</li>



<li>Hermann Bellinghausen,&nbsp;<em>La actual etapa contrainsurgente inicia en Las Margaritas con la Cruzada Contra el Hambre</em>, quotidiano&nbsp;<em>La Jornada</em>, 24 maggio 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.jornada.unam.mx/2014/05/24/politica/016n1pol" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.jornada.unam.mx/2014/05/24/politica/016n1pol</a>.</li>



<li>Pedro Faro,&nbsp;<em>El gran teatro de la impunidad en Chiapas. Nuevas evidencias del genocidio y la guerra encubierta, mensile Ojarasca</em>, 14 dicembre 2013. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://www.jornada.unam.mx/2013/12/14/oja-teatro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.jornada.unam.mx/2013/12/14/oja-teatro.html</a>.</li>



<li>Gilberto López y Rivas,&nbsp;<em>Estudiando la contrainsurgencia de Estados Unidos. Manuales, mentalidades y uso de la antropología</em>, Ocean Sur, Messico, 2 giugno 2014.</li>



<li>Paulina Fernández Christlieb,&nbsp;<em>El EZLN y la GBI en Chiapas: derechos indígenas contra corporaciones transnacionales</em>, Revista Mexicana de Ciencias y Políticas Sociales, vol. XLVI, núm. 189, maggio-dicembre 2003, pag. 213-262, Universidad Autónoma de México, Messico.</li>



<li>Ángeles Mariscal,&nbsp;<em>Dice Manuel Velasco que reconoce aporte de comunidades indígenas zapatistas</em>, periodico elettronico&nbsp;<em>Revolución 3.0</em>, 2 gennaio 2014. Consultabile in:&nbsp;<a href="http://revoluciontrespuntocero.com/dice-manuel-velasco-que-reconoce-aporte-de-comunidades-indigenas-zapatistas/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://revoluciontrespuntocero.com/dice-manuel-velasco-que-reconoce-aporte-de-comunidades-indigenas-zapatistas/</a></li>
</ol>



<p><em>Articolo pubblicato su Arivista nell’ottobre 2015.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/11/03/chiapas-turismo-autostrade-e-repressione/">Chiapas: turismo, autostrade e repressione</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Insegnanti contro la riforma: in Messico si uccide sempre</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/26/insegnanti-contro-la-riforma-in-messico-si-uccide-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 12:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
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		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>José Luis ha il viso di Che Guevara appeso al collo e tatuato sul braccio. Insegna in una scuola elementare dello stato meridionale del Chiapas e fa parte della&nbsp;<em>Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación</em>&nbsp;(CNTE), l’ala più combattiva di un sindacato di insegnanti. “Manifesteremo fino a quando il governo non abrogherà la riforma che apre le porte alla privatizzazione dell’educazione”, afferma José Luis, mentre riposa all’ombra del casello autostradale che unisce le città di Tuxtla Gutiérrez e San Cristóbal de Las Casas.</p>



<p>Lo sta occupando con altri 8mila insegnanti della CNTE per bloccare il transito dei veicoli, una delle forme di protesta più comuni in Messico. Poco prima, circa 2mila poliziotti federali in assetto antisommossa avevano fatto muro per impedire l’azione, mentre a pochi metri era schierata la CNTE, con caschi, scudi e maschere antigas.</p>



<p>Il sole ribolliva l’asfalto e la tensione inspessiva l’afa. Era difficile non pensare a quanto successo pochi giorni prima a Nochixtlán, nello Stato di Oaxaca, quando durante un’azione simile della CNTE la polizia ha sparato sulla folla e ucciso 12 persone. Tra loro uno studente del seminario di diciannove anni, che era accorso per soccorrere i feriti.</p>



<p>Lo sciopero degli insegnanti è iniziato il 15 maggio in varie regioni del Messico. “Il governo dice che darà tablets ai bambini, ma dove io insegno non c’è neanche l’energia elettrica. E poi, se i bambini arrivano a scuola senza avere fatto colazione, come si pensa possano pagare un libro di testo?”, chiede un maestro di una zona chiamata Altos de Chiapas, dove l’88% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.</p>



<p>Dopo una decina di giorni dall’inizio delle manifestazioni, a Tuxtla Gutiérrez la polizia ha caricato con violenza gli insegnanti, ottenendo la reazione contraria a quella sperata: migliaia di cittadini che videro le cariche dalle loro finestre sono scesi in piazza con la CNTE.</p>



<p>“Credo che il modo di evitare un altro massacro travestito da difesa dell’ordine pubblico sia scendere in strada a manifestare. La solidarietà che la gente sta dimostrando agli insegnanti si deve anche a uno sfinimento generale, causato dalla crisi economica e sociale”, afferma in intervista Julieta Albores Gonzaléz, architetta e scultrice chiapaneca.</p>



<p>Molte persone hanno iniziato a portare viveri nell’accampamento che gli insegnanti hanno costruito nel centro della città con pali, tendoni e materassi, dove hanno stabilito turni per cucinare, pulire e dormire, e da cui ogni giorno organizzano attività di protesta.</p>



<p>Dopo più di un mese di manifestazioni e notti passate sotto i tendoni, la mobilitazione in Messico continua a crescere, e si è espansa verso le regioni più conservatrici del nord. Uno sciopero degli insegnanti che sta assumendo le caratteristiche di un’insurrezione popolare, a cui si sono uniti dipendenti della sanità pubblica, universitari, alcuni settori della Chiesa e cittadini in generale.</p>



<p>Lo Stato in cui le proteste sono più forti è Oaxaca. Da settimane le strade sono bloccate dalla CNTE e in molte regioni si fa fatica a trovare benzina e cibo. La polizia sgombera gli insegnanti, che in poco tempo reinstallano i&nbsp;<em>bloqueos</em>. E il saldo degli scontri non conta solo i 12 morti di Nochixtlán; a Juchitán, un giornalista è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco a bruciapelo. Si registrano feriti,&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;e detenuti, tra cui due leaders della CNTE.</p>



<p>La notte dell’11 giugno, la capitale dello Stato di Oaxaca ha visto un fantasma del suo passato. La polizia ha caricato una protesta della CNTE che, con l’aiuto della popolazione, ha costruito barricate e iniziato una battaglia con la polizia. Erano passati esattamente dieci anni dallo sgombero dell’accampamento dei professori del giugno 2006, quando le cariche furono così violente che i cittadini si unirono alle proteste, bloccarono l’accesso alla città, cacciarono i partiti politici e per mesi promossero un’esperienza di autogoverno nota come Comuna di Oaxaca.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 26.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/26/insegnanti-contro-la-riforma-in-messico-si-uccide-sempre/">Insegnanti contro la riforma: in Messico si uccide sempre</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ezln, Questioni economiche</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/01/10/ezln-questioni-economiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jan 2016 14:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
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		<category><![CDATA[zapatisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Satoschi apre la busta e mostra una mazzetta di banconote. Sono 17mila pesos2&#160;da consegnare alla Giunta di Buon Governo, spiega che li ha raccolti un collettivo pro zapatista giapponese durante un evento solidale.Una nebbia spessa imbeve la montagna, impedendo di vedere al di là della sbarra che delimita l’accesso al Caracol di Oventic. Un uomo&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/01/10/ezln-questioni-economiche/">Ezln, Questioni economiche</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Satoschi apre la busta e mostra una mazzetta di banconote. Sono 17mila pesos<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">2</a></sup>&nbsp;da consegnare alla Giunta di Buon Governo, spiega che li ha raccolti un collettivo pro zapatista giapponese durante un evento solidale.<br>Una nebbia spessa imbeve la montagna, impedendo di vedere al di là della sbarra che delimita l’accesso al Caracol di Oventic. Un uomo con il volto coperto dal passamontagna segna su un foglio i dati anagrafici miei, del ragazzo giapponese e dell’amico che mi accompagna.<br>“Motivo della visita?”, chiede con la voce attutita dalla lana che gli copre la bocca. “Ho dei soldi da consegnare”, dico. “Li ha raccolti la squadra di calcio del fratello di un ragazzo ucciso dai paramilitari, mi hanno chiesto di consegnarli alla giunta”.</p>



<p>Dietro la scrivania, due donne e tre uomini della Giunta di Buon Governo di Oventic ricevono la busta e ascoltano con attenzione le mie parole. Spiego da dove proviene il denaro, poi uno per uno contano i soldi e preparano la ricevuta. Alle loro spalle il ritratto di un guerrigliero zapatista, uno di Che Guevara, alcune foto e disegni di bambini, uno scudetto dell’Inter.</p>



<p>“Ci fa piacere ricevere la vostra solidarietà e vi ringraziamo molto. Comunque noi non vi abbiamo chiesto nulla”, dice uno di loro.<br>“Sí, lo sappiamo”, rispondo stupita della franchezza, mentre sento fremere di emozione il mio amico, che per la prima volta incontra una Giunta di Buon Governo.<br>“Io vengo dallo stato di Chihuahua, nel nord del paese. Da Chihuahua sempre lotteremo al vostro fianco”, dice con trasporto.<br>“Grazie – gli risponde pacificamente un membro della giunta -, ma noi non ve lo abbiamo chiesto”. Il mio amico si offende un po’, a me viene da ridere.</p>



<p>Fino a una decina di anni fa, le donazioni da parte di gruppi solidali, nazionali ed internazionali, venivano versate direttamente ai Municipi Autonomi. Se i municipi limitrofi non ricevevano lo stesso tipo di cooperazione si creavano squilibri tra una zona e l’altra, che dal 2003 con la creazione delle Giunte di Buon Governo si è cercato di evitare, convogliando tutte le donazioni nelle loro mani. Nella zona della Garrucha non riuscirono ad adattarsi subito al nuovo modello, e fino al 2007 continuarono a lasciare che i municipi gestissero le risorse. Uno zapatista che vive nella zona racconta:</p>



<p>“Quando ci siamo resi conto che non andava bene camminare in quel modo nell’autonomia, si sospese tutto per fare tutto collettivamente, perché la Giunta di Buon Governo possa controllare tutti i progetti, che controlli il progetto di educazione, quello di salute e quelli delle altre aree. In questo modo camminiamo nello stesso cammino<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">3</a></sup>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/P1020487-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4028" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/P1020487-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/P1020487-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/P1020487-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Casa della Giunta di Buon Governo di Oventic. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Una volta ricevuta la donazione o la proposta di un progetto da implementare nei territori autonomi, le Giunte di Buon Governo si riuniranno con i rappresentanti dei municipi, che a loro volta ne parleranno con le basi d’appoggio zapatiste. È la base dell’organizzazione che decide come investire le nuove risorse, e la Giunta non dovrebbe far altro che mettere in pratica le sue decisioni. In realtà, si sono verificati casi in cui membri della Giunta di Buon Governo hanno cercato di far confluire gli aiuti o i progetti verso la propria comunità.</p>



<p><strong>Che cosa c’è dietro i programmi assistenziali</strong></p>



<p>È difficile valutare la sostenibilità economica del progetto zapatista, soprattutto a causa della mancanza di dati pubblici. Quel che è certo è che le donazioni sono utili ma modeste, e che il cammino verso l’autonomia dovrebbe tendere alla completa indipendenza anche dalle cooperazioni solidarie.</p>



<p>Più volte gli zapatisti hanno affermato che non esiste un copione per la costruzione dell’autonomia, che stanno creando attraverso un processo fatto di tentativi ed errori. Secondo una base d’appoggio della comunità Victórico Grajales: “L’obiettivo principale è questo: resistere e costruire quella che chiamiamo autonomia, cioè essere indipendenti dal governo, dal mal governo, ed imparare ad organizzarci in modo indipendente, perché pensiamo che quello che stiamo facendo è una cosa simile ad una scuola in cui impariamo molte cose, impariamo ad organizzarci in collettivo, impariamo ad organizzare vari lavori. Cosa faremo più avanti? Non lo sappiamo, ma il nostro compito è questo: rendere realtà il sogno zapatista di costruire quella che noi chiamiamo l’autonomia dei popoli zapatisti, dei popoli indigeni<a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">4</a>”.</p>



<p>Perché questa autonomia sia effettiva, gli zapatisti non accettano i programmi governativi che dispensano aiuti economici alle famiglie più povere. Pensiamo quanto sarebbe difficile per noi rinunciare a un sussidio di disoccupazione o a una borsa di studio e capiremo quanto può essere duro per una famiglia umile, come sono le famiglie zapatiste.</p>



<p>Molti programmi governativi sono stati avviati dopo l’insurrezione del 1994 e vengono considerati dall’EZLN come una strategia di controinsurgenza, visto che portano i beneficiari ad allontanarsi dalla resistenza in cambio di “briciole”. Sono infatti studiati per dare un contentino a chi li riceve, senza essere capaci di cambiarne la vita in modo strutturale.</p>



<p>L’appoggio del governo può consistere, ad esempio, nella consegna di una lamina per il tetto o in un versamento mensile in denaro. Sono programmi assistenzialisti che possono portare i beneficiari ad essere totalmente dipendenti da essi, invece di aiutarli ad avviare un’attività produttiva che permetta loro di essere autonomi dagli aiuti. Si può affermare che, invece di incentivare la creatività e l’indipendenza economica dei cittadini, lo stato dà una paghetta mensile ai cittadini, rendendoli passivi e privi di iniziativa.</p>



<p>Il programma Prospera<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">5</a></sup>&nbsp;distribuisce alle donne 130 pesos al mese (meno di 9 euro), più 110 pesos (poco più di 7 euro) per ogni figlio tra zero e nove anni<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note">6</a></sup>. Si tratta di un apporto economico minimo che rappresenta un aiuto per chi vive ai margini della sussistenza, ma che non può dare una reale spinta all’economia famigliare. I dati dimostrano che in dodici anni i risultati del programma sono stati scarsi: il 25% delle famiglie hanno problemi di accesso al cibo e più del 30% non è uscita dal circolo intergenerazionale della povertà, che è l’obiettivo principale del programma<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note">7</a></sup>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/IMG_1019-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4030" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/IMG_1019-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/IMG_1019-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/01/IMG_1019-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Anziano zapatista. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Alcune organizzazioni sociali denunciano che Prospera/Oportunidades porta le beneficiarie ad avere un atteggiamento passivo e ad affidare al programma quasi il totale mantenimento della propria famiglia. “L’unica cosa che ci dà da mangiare è Oportunidades”, spiega una donna del Municipio di Chilón. “La terra ha già perso forza, non dà più nulla, e non c’è lavoro. Ora mantengo la mia famiglia con quello che ci dà il governo con Oportunidades<a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">8</a>”.</p>



<p><strong>E la banca zapatista?</strong></p>



<p>Le comunità zapatiste cercano, al contrario, di incentivare il lavoro produttivo. Per iniziare un progetto è necessario un capitale iniziale, che può provenire dalle donazioni solidali, dai piccoli risparmi delle basi d’appoggio o da un prestito della BAZ, la Banca Autonoma Zapatista.</p>



<p>La cassa presta denaro alle famiglie zapatiste con un interesse che varia dal 3% al 5%, a seconda della zona, mentre scende al 2% se la richiesta è motivata da una malattia che comporta spese in medicine o cure. Se la persona decede, alla famiglia non verrà chiesto il pagamento del debito.</p>



<p>L’idea di creare una banca ad uso delle basi d’appoggio dell’EZLN nacque per rispondere alla pratiche di usura che si erano create all’interno delle comunità, con richieste di tassi d’interesse che potevano arrivare fino al 20%<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note">9</a></sup>.</p>



<p>“Ho lavorato per alcuni anni in una comunità zapatista che vide migrare molte persone negli Stati Uniti”, racconta Guadalupe Cardenas Zitle del Colectivo Femenista Mercedes Oliveira (COFEMO). “Ricordo il caso di un migrante la cui moglie, a cui ogni mese mandava denaro, ad un certo punto divenne “la ricca” della comunità. Si mise a prestare soldi ed iniziò ad avere problemi con molte famiglie, alla fine se ne è dovuta andare. Ora la coppia vive negli Stati Uniti e non è più zapatista<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">10</a></sup>”.</p>



<p>La BAZ ha dato avvio a progetti di successo, come quello di un gruppo di donne del Caracol de La Realidad, che con un prestito di 15mila pesos (circa 870 euro) aprirono un ristorantino e un negozio. Organizzarono l’attività e i turni di lavoro, e dopo non molto tempo avevano già raccolto 40mila pesos. In generale, però, l’esperimento della banca zapatista non ha avuto molta fortuna. Nella zona de La Garrucha sono stati ripagati solo il 50% dei prestiti concessi dalla BAZ, e si sono verificati casi di persone che falsificavano i documenti per poter ricevere crediti superiori a quelli concordati con le autorità zapatiste<sup><a href="http://www.arivista.org/?nr=398&amp;pag=28.htm#note" target="_blank" rel="noopener" title="">11</a></sup>.</p>



<p><em>All’economia delle comunità zapatiste sarà dedicato anche un altro articolo.</em></p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Circa 1000 euro.</li>



<li>Quaderni di testo della prima Escuelita Zapatista, Gobierno autónomo II, pag. 8. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo&nbsp;<a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html</a>.</li>



<li>Cristina Híjar González,&nbsp;<em>Autonomía Zapatista. Otro mundo es posible</em>, AMV, México, 2008, pag. 230.</li>



<li>Fino al settembre 2014 chiamato&nbsp;<em>Oportunidades</em>.</li>



<li><a href="https://www.prospera.gob.mx/Portal/wb/Web/oportunidades_cumple_15_anos_de_incentivar" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.prospera.gob.mx/Portal/wb/Web/oportunidades_cumple_15_anos_de_incentivar</a>.</li>



<li>Ángelica Enciso L.,&nbsp;<em>Oportunidades no logró romper cadena generacional de pobreza</em>, quotidiano&nbsp;<em>La Jornada</em>, 24 febbraio 2015. Consultabile all’indirizzo:&nbsp;<a href="http://www.jornada.unam.mx/2015/02/24/sociedad/035n1soc" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.jornada.unam.mx/2015/02/24/sociedad/035n1soc</a>.</li>



<li><a href="http://www.sipaz.org/es/informes/118-informe-sipaz-vol-xviii-no-4-noviembre-de-2013/472-enfoque-violencia-hacia-las-mujeres-en-mexico-olvidan-castigar-a-los-responsables.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.sipaz.org/es/informes/118-informe-sipaz-vol-xviii-no-4-noviembre-de-2013/472-enfoque-violencia-hacia-las-mujeres-en-mexico-olvidan-castigar-a-los-responsables.html</a>.</li>



<li>Quaderni di testo della prima Escuelita Zapatista,&nbsp;<em>Gobierno autónomo II</em>, pag. 44. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo&nbsp;<a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html</a>.</li>



<li>Intervista di Orsetta Bellani a Guadalupe Cárdenas Zitle, San Cristóbal de Las Casas, aprile 2014.</li>



<li>Quaderni di testo della prima Escuelita Zapatista,&nbsp;<em>Gobierno autónomo II</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Resistencia Autónoma</em>. I quaderni si possono scaricare all’indirizzo&nbsp;<a href="http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela-zapatista-descarga-sus.html</a>.</li>
</ol>



<p><em>Articolo pubblicato sul mensile Arivista nel maggio 2015.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/01/10/ezln-questioni-economiche/">Ezln, Questioni economiche</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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