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	<title>repressione - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>repressione - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 23:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso Gustavo Castro si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano Berta Cáceres, attivista indigena honduregna e sua amica di lunga data. Di lei Castro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p><strong>Gustavo Castro</strong> si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano <strong>Berta Cáceres</strong>, attivista indigena <strong>honduregna</strong> e sua amica di lunga data.</p>



<p>Di lei Castro ricorda il <strong>coraggio</strong>, la <strong>coerenza</strong>, la <strong>tenacità</strong> e una grande <strong>capacità di analisi politica</strong>. «Camminava sempre con la sua gente, con il popolo indigeno lenca. La sua azione non si deve intendere come individuale né separarla dall’organizzazione di cui faceva parte: Berta non sarebbe esistita senza il Consejo cívico de organizaciones populares e indígenas de Honduras (Copinh)», dice.</p>



<p>Gustavo Castro è coordinatore della ong messicana <strong>Otros Mundos</strong> e in quei giorni si trovava in Honduras per dare un corso al <strong>Copinh</strong>, di cui Cáceres era leader e cofondatrice. Rimase ospite a casa dell’amica che non vedeva da anni e, prima di ritirarsi nella sua stanza, rimase a chiacchierare in veranda con lei.</p>



<p><strong>Era la notte tra il 1 e il 2 marzo 2016</strong>. Se avesse vissuto due giorni in più, Berta Cáceres avrebbe compiuto <strong>45 anni</strong>. Era madre di quattro figli.</p>



<p>A <strong>dieci anni</strong> dall’uccisione di Berta Cáceres, l’inchiesta del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, ha portato alla luce le responsabilità nel crimine di alcune istituzioni finanziarie internazionali come la banca olandese <strong>Fmo</strong>, la finlandese <strong>Finnfund</strong> e la <strong>Banca centroamericana di integrazione economica</strong> (Bcie): il 67 per cento del credito ottenuto da queste banche per la costruzione del progetto idroelettrico <strong>Agua Zarca</strong> dell’azienda locale <strong>Desarrollo Energéticos</strong> (Desa) – più di dieci milioni di euro – sarebbero stati dirottati per «creare un contesto di minacce e violenza» nei confronti dell’opposizione al megaprogetto portata avanti da Copinh, e per poi pagare i sicari che in quella notte di dieci anni fa hanno ucciso Berta Cáceres.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2226" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?w=1456&amp;ssl=1 1456w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Berta Cáceres durante un&#8217;intervista a Tegucigalpa, capitale dell&#8217;Honduras. Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Nel 2011 Desa iniziò i lavori di costruzione della centrale idroelettrica sul fiume <strong>Gualcarque</strong> senza il consenso – indispensabile secondo vari trattati internazionali – delle comunità indigene della zona, distruggendo campi coltivati e restringendo l’accesso al corso d’acqua, che è sacro per il popolo lenca. I villaggi che sono parte del Copinh si organizzarono e bloccarono l’entrata dei macchinari, impedendo la costruzione dell’opera. Desa e lo Stato risposero con la repressione e nel 2013, durante una protesta pacifica, un soldato sparò al militante di <strong>Copinh Tomás García</strong>, assassinandolo.</p>



<p>«Dei fiumi il popolo lenca è custode ancestrale, protetto dagli spiriti che ci insegnano che dare la vita in loro difesa è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta. Sveglia! Sveglia umanità! Non c’è più tempo», disse Cáceres nell’aprile 2015, quando ricevette il prestigioso <strong>premio ambientale Goldman</strong>, considerato come “il <strong>Premio Nobel verde</strong>”.</p>



<p>Un documento pubblicato recentemente dalle <strong>Nazioni Unite</strong> afferma che le aziende e le banche hanno <strong>responsabilità sempre maggiori</strong> negli episodi di violenza a danno delle persone che difendono il territorio nel mondo.</p>



<p>Nel caso del Copinh e di Berta Cáceres, il Giei assicura che in Honduras si è creata una struttura criminale formata dalle istituzioni finanziarie internazionali, Desa e dal governo honduregno. Quando Cáceres è stata uccisa, il Paese centroamericano era presieduto dall’ultraconservatore <strong>Juan Orlando Hernández</strong>, che nel 2024 è stato condannato per narcotraffico negli Stati Uniti e poi indultato dal presidente Donald Trump.</p>



<p>Il report finale degli esperti indipendenti, pubblicato nel gennaio 2026, afferma che il governo honduregno era a conoscenza del piano per uccidere Cáceres già due mesi prima dell’omicidio e non si è mosso per evitarlo. «Con l’omicidio di Berta si cercò di rompere la resistenza contro il progetto idroelettrico Agua Zarca. <strong>È stato un crimine politico</strong>», afferma il Giei, che sottolinea anche la dimensione misogina e razzista del crimine.</p>



<p>Cáceres e Thomas García non sono gli unici membri del Copinh che sono stati uccisi: nel 2024 è toccato a <strong>Juan López</strong>, freddato in macchina mentre usciva da una chiesa. «Siamo nella mira dei sicari, le nostre vite pendono da un filo», disse poco prima di morire Berta Cáceres. Da tempo era vittima di minacce e denunciava quanto fosse comune in Honduras tra le persone che, come lei, difendono la terra, il territorio e l’ambiente.</p>



<p>Per Gustavo Castro, il <strong>coinvolgimento dello Stato</strong> honduregno nella morte della leader indigena è stato immediatamente evidente. Da subito sono iniziati i depistaggi delle indagini e il tentativo di presentare il crimine politico come “passionale”: quando gli chiesero di fare un identikit del sicario, Castro notò che qualsiasi indicazione desse l’uomo mandato dalla Procura disegnava un volto che aveva le sembianze dell’ex compagno di Cáceres, anche lui membro del Copinh.</p>



<p>L’attivista messicano temeva che gli assassini si volessero liberare di lui, unico testimone oculare dell’omicidio. «<strong>Avevo paura che le autorità mi volessero far sparire</strong>», ripete in varie occasioni durante l’intervista, in cui racconta del tentativo di avvelenamento subito in hotel da suo fratello, che lo aveva raggiunto in Honduras per non lasciarlo da solo, delle forti pressioni e manipolazioni a cui fu sottoposto dalle autorità subito dopo il crimine, e di quando nell’aeroporto della capitale Tegucigalpa fu circondato da alcuni agenti della Procura, che «spuntarono dal nulla» per impedirgli di lasciare il Paese. «<strong>Protezione consolare!</strong>», gridarono l’ambasciatrice e il console messicano, circondandolo con le braccia, quando quegli uomini li bloccarono.</p>



<p>La persecuzione è continuata anche nei mesi seguenti in Messico: lo hanno cercato persino <strong>all’uscita di scuola dei suoi figli</strong> e una volta <strong>l’Esercito</strong> si è presentato nel suo ufficio. Alla fine, per proteggere la sua sicurezza e quella della sua famiglia, Castro ha deciso di esiliarsi due anni in Spagna, dove partecipava a conferenze ed eventi pubblici in cui raccontava della situazione in Honduras e della lotta di Berta Cáceres.</p>



<p>L’attivista messicano ha presentato una <strong>denuncia contro il governo</strong> dell’Honduras presso la Commissione interamericana dei diritti umani, per gli errori di procedimento e le torture psicologiche subite nel mese successivo all’omicidio di Cáceres, quando le autorità lo obbligarono a rimanere in Honduras contro la sua volontà. «Esigo che il governo honduregno riconosca pubblicamente quello che mi ha fatto; il riconoscimento sarebbe per me una forma di riparazione del danno», dice.</p>



<p>Castro afferma anche che non è ancora stata fatta giustizia, malgrado alcuni responsabili dell’omicidio di Berta Cáceres siano già stati condannati, tra di loro il presidente esecutivo di Desa <strong>David Castillo</strong>.</p>



<p>«Non penso che il nuovo governo honduregno (presieduto da <strong>Nasry Asfura</strong>, appoggiato da Donald Trump) farà caso alle raccomandazioni del Giei, che esorta lo Stato ad approfondire le responsabilità penali dell’élite economica honduregna e dei funzionari pubblici. In ogni caso, sono convinto che l’inchiesta indipendente fornisca un forte sostegno alla lotta per la giustizia per Berta e permette di mantenere vigente la pressione mediatica», afferma.</p>



<p><em><a href="https://lespresso.it/c/mondo/2026/03/17/berta-caceres-morte-anniversario-cause/60559" title="">Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 13 marzo 2026.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/">Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La guerra sporca contro l’EZLN</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2021/10/05/la-guerra-sporca-contro-lezln/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia Libertaria]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse a Vienna, da dove s’irradierà in piccoli gruppi per tutto il continente. Un sequestro che la&nbsp;<em>Comandacia General</em>&nbsp;del EZLN considera come un tentativo di “sabotaggio” della Gira per la Vita.</p>



<p>Le persone solidali con lo zapatismo, in Messico e in Europa, si sono subito mobilitate per denunciare il crimine e, dopo più di una settimana di prigionia, i due zapatisti sono stati liberati. &nbsp;Poi, il 24 settembre, si sono svolte manifestazioni in solidarietà con l’EZLN in una sessantina di città in tutto il mondo, anche in Italia, per chiedere la fine della guerra irregolare contro le comunità del Chiapas.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3281" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4892.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>È una guerra che non riguarda solo l’EZLN: la violenza colpisce anche altre organizzazioni indigene chiapaneche: a luglio l’ex presidente de Las Abejas di Acteal è stato ucciso da un sicario, e alcune famiglie che sono parte dell’organizzazione sono state sfollate. In municipi come Chenalhó, Pantelhó, Aldama, Chalchihuitán e Chilón, la popolazione civile soffre la violenza di gruppi armati che fanno parte della criminalità organizzata e hanno l’appoggio dei sindaci.</p>



<p>“Il Chiapas è sull’orlo di una guerra civile, come scrive l’EZLN nel suo ultimo comunicato”, ha detto al microfono un uomo alla fine della manifestazione che il 24 settembre ha sfilato nelle vie centrali di Città del Messico. “Diciamo alla Comandancia General del EZLN che non sono soli., che siamo al loro fianco in questa lotta contro il capitalismo e contro il patriarcato”.</p>



<p>I due zapatisti sequestrati si chiamano Sebastián Nuñez Pérez e José Antonio Sánchez e stavano viaggiando in un veicolo che è stato presto rintracciato nel villaggio “7 de Febrero”, nel municipio chiapaneco di Ocosingo, dove si trova la sede della Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO). Si tratta di un’organizzazione di produttori di caffè che fino alla fine degli anni ’90 era vicina allo zapatismo, ma si è poi alleata con il governo. Secondo l’EZLN, l’ORCAO è un gruppo politico-militare di tipo paramilitare, come si definiscono i gruppi armati che fanno il “lavoro sporco” al posto dell’esercito e che in Messico operano in totale impunità.</p>



<p>Negli ultimi 20 anni, l’ORCAO ha minacciato le basi d’appoggio dell’EZLN, ha realizzato attacchi con armi da fuoco, machetes e pietre, ha sfollato famiglie intere, distrutto una casa dove venivano accolti militanti internazionalisti, ha invaso terreni coltivati e rubato i raccolti delle comunità autonome. Dall’estate 2020, gli attacchi sono stati particolarmente intensi e frequenti, soprattutto contro le comunità autonome Nuevo San Gregorio e Moisés Gandhi, dove l’ORCAO ha saccheggiato e incendiato due magazzini di caffè zapatista e ha poi sequestrato e torturato il base d’appoggio dell’EZLN Féliz López Hernández. Aggressioni armate sono state registrate anche nel gennaio 2021 e, in uno dei villaggi sotto influenza dell’ORCAO, mesi dopo sono stati sequestrati due membri dell’organizzazione di diritti umani Frayba, che da sempre accompagna le comunità indigene chiapaneche.</p>



<p>Secondo la Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva, di cui i due zapatisti sequestrati fanno parte, i soldi che l’ORCAO ha ricevuto dal governo per costruire una scuola sono stati investiti in armi.</p>



<p>“L’ORCAO compra uniformi, attrezzature ed armi con il denaro che riceve dai programmi sociali del governo. Si tiene una parte dei soldi e l’altra la distribuisce tra i funzionari del governo. Con queste armi sparano tutte le notti alla comunità zapatista di Moisés Gandhi”, scrive il subcomandante insurgente Galeano in un comunicato che è stato pubblicato il 19 settembre, subito dopo la liberazione dei suoi compagni Sebastián e José Antonio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3280" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/10/IMG_4881.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nel testo intitolato “Il Chiapas sull’orlo di una guerra civile”, il subcomandante zapatista accusa il governatore chiapaneco, Rutilio Escandón, di destabilizzare la regione finanziando gruppi di tipo paramilitare in varie zone del Chiapas, permettendo loro di operare nella totale impunità, alleandosi con il crimine organizzato e sabotando la Gira per la Vita in Europa, con la finalità di provocare una reazione dell’EZLN.</p>



<p>“Prenderemo le misure pertinenti per fare in modo che si applichi la giustizia nei confronti dei criminali dell’ORCAO e dei funzionari che li proteggono”, scrivono gli zapatisti nel loro comunicato. E concludono, taglienti: “È tutto. La prossima volta non ci saranno comunicati. Nel senso che non ci saranno parole, ma fatti”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria nell’ottobre 2021.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/10/05/la-guerra-sporca-contro-lezln/">La guerra sporca contro l’EZLN</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 09:41:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando viene alla luce un bambino, in Colombia si sotterra il suo cor- done ombelicale dove è stato par- torito. Quello di Héctor Carabalí Charrupí si trova in un villaggio sulle rive del fiume Tambo, nel Dipartimento del Cauca, e per quanto le minacce di morte che riceve dai gruppi paramilitari lo costringano a vagare da un posto all’altro, il legame con quella terra è indissolubile. Già da ragazzino, Héctor Carabalí Charrupí partecipava alle lotte della sua comunità in difesa del territorio, minacciato dalla costruzione di una diga e dall’estrazione mineraria. In età più avanzata, ha fondato il Coordinamento nazionale di organizzazioni e comunità afrodiscendenti (Conafro), che è parte del movimento Marcha Patriotica, e l’associazione di vittime del conflitto armato Renacer siglo XXI.</p>



<p>Non è facile essere un militante politico in Colombia, il Paese latinoamericano più pericoloso per i leader sociali: secondo le Nazioni Unite, ne sono stati uccisi più di 420 dal 2016, anno in cui il governo e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep) hanno firmato degli accordi di pace per mettere fine a un conflitto che durava da una cinquantina d’anni. “Speravamo che con quella firma il conflitto sarebbe gradualmente diminuito, invece la situazione è peggiorata. Noi che facciamo parte delle comunità contadine, indigene e nere viviamo in mezzo al fuoco incrociato. Il partito Centro Democratico (fondato dell’ex presidente di estrema destra Álvaro Uribe,&nbsp;<em>ndr</em>), che da sempre è stato contrario a negoziare con le Farc, oggi è al governo e non sta rispettando gli accordi di pace firmati -dice Héctor Carabalí Charrupí-. Ad esempio, il governo non sta garantendo la sicurezza degli ex combattenti e dalla firma degli accordi di pace, nel 2016, ne sono stati uccisi più di 270. In pochi casi il governo ha rispettato la promessa di finanziare i progetti creati dagli ex guerriglieri per potersi reinserire nella vita civile con un lavoro dignitoso. Senza quello, è facile per loro pensare che l’unica opzione sia imbracciare di nuovo le armi”. Nel 2019 alcuni tra gli ex comandanti più in vista della guerriglia, che per anni erano stati seduti ai tavoli dei negoziati, hanno ripreso in mano i fucili e fondato gruppi chiamati “Dissidenze delle Farc”. Operano in zone rurali della Colombia, dove proliferano anche altri gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico.</p>



<p>“Non penso si possa affermare che le Dissidenze delle Farc abbiano un’ideologia politica e, almeno finora, non rispondono a un comando centralizzato”, chiarisce Héctor Carabalí. L’ultima azione delle Dissidenze delle Farc che ha raggiunto le cronache internazionali è avvenuta a fine marzo 2021, quando hanno fatto esplodere un’autobomba davanti al municipio della cittadina di Corinto, nel Cauca, ferendo 43 persone.</p>



<p>La situazione in Colombia è poi esplosa il 28 aprile, a causa di una riforma fiscale che aumentava le tasse in piena crisi economica causata dalla pandemia. La goccia che ha fatto traboccare un vaso che da tempo si stava riempiendo. “La riforma fiscale è stata il detonatore di uno scontento che ha a che vedere con una serie di debiti storici che lo Stato ha con il popolo colombiano: la mancanza di sanità pubblica, di educazione e di infrastrutture, oltre al mancato rispetto degli accordi di pace con le Farc. Il governo non ha saputo sanare le fratture lasciate dal conflitto armato -spiega il militante colombiano-. Per tutto questo la gente è scesa per strada con tanta rabbia, giorno dopo giorno, malgrado la repressione della forza pubblica. Alla fine di una manifestazione, nella città di Cali, un poliziotto ha sparato in testa a un ragazzo del mio villaggio, e sono tante le storie simili. La nostra speranza è che la comunità internazionale posi gli occhi sulla Colombia e su quello che ha fatto e sta facendo il presidente Iván Duque”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="592" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=980%2C592&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3289" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=1024%2C619&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=300%2C181&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=768%2C464&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=1536%2C929&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">Plaza Bolívar, la piazza principale di Bogotá, durante una protesta nel 2015. Foto: Orsetta Bellani</figcaption></figure>



<p>Héctor Carabalí riconosce l’importanza della solidarietà internazionale e plaude iniziative come la sessione del Tribunale permanente dei popoli, che si è tenuta in Colombia dal 25 al 27 marzo, per giudicare lo Stato colombiano per genocidio politico, impunità e per crimini contro la pace, e la cui sentenza verrà pubblicata a giugno: “Per noi è molto importante denunciare e rendere visibile anche a livello internazionale quel- lo che succede in Colombia, pensiamo che possa aiutare a mitigare la situazione. Vogliamo tessere reti con altri Paesi per condividere esperienze e conoscenze”.</p>



<p><br>Migliaia di persone in tutto il mondo hanno espresso solidarietà al popolo colombiano, anche attraverso&nbsp;<em>sit in&nbsp;</em>ed eventi pubblici. La repressione della polizia -che ha sparato sui manifestanti facendo precipitare le città colombiane in scenari di guerra- e l’utilizzo di gruppi di civili armati protetti dalle forze dell’ordine è stato oggetto di condanne anche dall’Unione europea. Secondo l’Ong colombiana Istituto per lo sviluppo e la pace (Indepaz), centinaia di persone sono state ferite e 41 sono state uccise dalla polizia.<br>In Colombia la violenza continua anche nelle zone rurali. La firma degli accordi di pace e l’uscita delle Farc dal conflitto hanno causato un riposizionamento degli attori armati, e alcuni analisti affermano che il conflitto armato colombiano sia più frammentato rispetto a prima del 2016. “In ogni regione operano vari gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico, malgrado l’alto numero di militari presenti. Il Cauca, il dipartimento da cui provengo, è la zona in cui vengono uccisi più leader sociali e in cui più massacri avvengono, e ci sono soldati ovunque. Evidentemente mili- tarizzare il territorio con il pretesto di combattere il narcotraffico non è la soluzione -afferma Héctor Carabalí- Il narcotraffico è stato utilizzato in molti Paesi come un pretesto per invadere il territorio e colonizzarlo. Esistono altre forze che stanno avanzando nelle zone rurali, come i mega- progetti estrattivisti delle multinazionali”. Carabalí Charrupí è d’accordo con chi afferma che in Colombia sia stata firmata una pace per il capitalismo, che quando le Farc hanno accettato di “reincorporarsi” nella vita civile e fondare un partito hanno abbandonato territori ricchi di risorse naturali, aprendo così la porta alle&nbsp;<em>corporation&nbsp;</em>interessate a sfruttarle.</p>



<p>“Noi dei movimenti sociali abbiamo appoggiato la firma degli accordi di pace, e lo abbiamo fatto più con il cuore che con la ragione. Prima dell’arrivo delle grandi multinazionali, le zone rurali ricche di risorse naturali sono state completamente militarizzate e non per proteggerle o per proteggere la popolazione. Ma per favorire gli interessi delle grandi società, aprire loro il campo in modo che si possano impadronire di minerali, acqua, biodiversità. Questo viene fatto cercando di mettere a tacere, con la repressione, le comunità che si oppongono all’entrata delle&nbsp;<em>corporation</em>. Il ruolo dei movimenti contadini è continuare a rafforzare il loro processo organizzativo per difendersi da questa invasione; se non esistessero queste regioni sarebbero già totalmente divorate dalle multinazionali”.</p>



<p>L’ottimismo di Héctor Carabalí sulle elezioni presidenziali che si terranno nel maggio 2022 è molto cauto, malgrado in testa ai sondaggi ci sia Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá ed ex membro della guerriglia M19, dopo decenni di presidenti di partiti conservatori. Sarà Gustavo Petro il primo presidente di sinistra della storia colombiana? “L’ex presidente ultraconservatore Álvaro Uribe ha governato per molto tempo e ha creato una struttura che gli ha permesso di mantenere il suo partito al potere. Se il popolo colombiano, noi dei movimenti popolari, riuscissimo a unirci intorno a un’iniziativa progressista che promuova gli interessi del popolo, potrebbe essere che il partito di Uribe non riesca a vincere. Pero non so se sarà possibile -dice Carabalí Charrupí-. Ci sono vari candidati alternativi e se non riescono a mettersi d’accordo e scegliere un candidato unico, sarà molto difficile vincere contro il partito di Uribe”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/colombia-senza-pace-leader-sociali-nel-mirino/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato sulla rivista Altreconomia nel giugno 2021.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/07/23/non-ce-pace-per-la-colombia-e-i-leader-sociali-restano-nel-mirino/">Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Continuano gli attacchi paramilitari all’EZLN. Sono parte di una guerra globale contro i popoli e le donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 11:11:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia Libertaria]]></category>
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		<category><![CDATA[controinsurgenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A una donna zapatista del villaggio Moisés Gandhi, nel meridionale Stato del Chiapas, viene voglia di piangere ogni volta che vede la sua casa “ferita da colpi di arma da fuoco”. Un’altra vive con la sensazione che il suo compagno “sia già morto”, ucciso dalle parole di un membro dell’Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A una donna zapatista del villaggio Moisés Gandhi, nel meridionale Stato del Chiapas, viene voglia di piangere ogni volta che vede la sua casa “ferita da colpi di arma da fuoco”. Un’altra vive con la sensazione che il suo compagno “sia già morto”, ucciso dalle parole di un membro dell’Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO), un gruppo armato di tipo paramilitare, che ha minacciato di ucciderlo ed appendergli le interiora al collo.</p>



<p>Sono alcune testimonianze di donne zapatiste raccolte dalla Carovana di Solidarietà con le Comunità Autonome di Nuevo San Gregorio e Moisés Gandhi, che è stata realizzata a fine ottobre, pochi giorni prima del sequestro, da parte della ORCAO, del zapatista Felix López Hernández, che è stato poi torturato da una ventina di uomini.</p>



<p>Dall’inizio del 2020, in varie occasioni la ORCAO ha attaccato l’EZLN: minacce ed aggressioni, danni alla scuola media autonoma zapatista, saccheggio e poi incendio di due magazzini pieni di caffè zapatista. Gli uomini della ORCAO rubano il raccolto delle famiglie dell’EZLN ed invadono i campi che ha “recuperato” quando è insorto in armi nel 1994 – si tratta, cioè, di terre che gli zapatisti hanno tolto ai latifondisti per distribuirle tra i suoi militanti.</p>



<p>La Carovana di Solidarietà ha constatato i danni materiali che gli attacchi paramilitari causano alle comunità zapatiste e le loro conseguenze psicologiche, in particolare nei bambini e nelle donne. Queste vivono con un’angoscia costante: non possono avvicinarsi ai campi por paura di essere aggredite dagli uomini armati della ORCAO, i loro raccolti marciscono sotto il sole e le loro tavole rimangono vuote. Al ruscello per prendere l’acqua si avvicinano solo in gruppo.</p>



<p>“I bambini non sanno se dormire con le scarpe, perché gli spari non hanno orario”, ha affermato Marisol Culej Culej del Centro de Derechos de la Mujer de Chiapas (CDMCH), durante il forum “Violenza Paramilitare contro le Donne Zapatiste”, organizzato il 25 novembre in occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne. Secondo l’ONG chiapaneca, le donne zapatiste non si vittimizzano, e attraverso il lavoro collettivo hanno creato forme di resistenza all’azione di organizzazioni come la ORCAO, “il cui obiettivo primordiale è lo sfiancamento”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/01/EncuentroMujeres4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3343" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/01/EncuentroMujeres4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/01/EncuentroMujeres4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/01/EncuentroMujeres4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/01/EncuentroMujeres4.jpg?w=1298&amp;ssl=1 1298w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Partita a basket durante il Primo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano, organizzato dalle zapatiste. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“Guerra integrale di sfiancamento” è il nome che si da alla fase attuale della guerra di bassa intensità in Chiapas. Dopo il massacro avvenuto nel villaggio chiapaneco di Acteal nel 1997 – dove un gruppo paramilitare ha ucciso 45 indigeni maya tzotziles mentre stavano pregando per la pace in Chiapas – , la strategia dello Stato contro le comunità autonome del Chiapas non è più attaccarle direttamente con grandi operazioni militari, ma consiste in “sfinire” la popolazione con atti non così appariscenti da attirare l’attenzione dei media. Allo stesso tempo, il governo “compra” il favore delle persone dando loro soldi e programmi assistenzialisti, allontanandole in questo modo dalle organizzazioni in lotta, come l’EZLN.</p>



<p>“Il governo attua individualizzando la persona, dandole soldi e separandola dal corpo collettivo di cui fa parte, e che finora gli ha permesso di resistere all’azione dello Stato messicano e al progressismo”, ha affermato la sociologa Margara Millán durante il suo intervento al forum. “Le donne si trovano al centro di questo conflitto perché promuovono varie lotte, e si convertono in questo modo in un oggetto da intimidare e debilitare. Lo Stato attacca le donne zapatiste perché ci hanno insegnato che non dobbiamo avere paura”.</p>



<p>Lo stesso schema di violenza colpisce le famiglie di altri villaggi e zone del Chiapas: Aldama, Chalchihuitán, Chilón, Los Chorros o Banavil. E va anche oltre le frontiere chiapaneche: secondo l’antropologa Aida Hernández Castillo, in varie parti del mondo si utilizzano pratiche di guerra simili. Lo afferma Carolyn Nordstrom dell’Università di Notre Dame in una citazione che Aida Hernández Castillo legge durante il forum Violenza Paramilitare contro le Donne Zapatiste: “Dopo aver condotto ricerche sul campo negli epicentri di guerra nei tre continenti durante più di quindici anni, ho imparato che il concetto stesso di guerre locali, che siano centrali o periferiche, è una finzione”, scrive Nordstrom. “Non ci sono conflitti locali: l’industria della guerra internazionale è massivamente interconnessa e rende possibile le guerre in ogni parte del mondo. Ho visto i manuali di addestramento militare fare il giro del mondo, passando da una guerra all’altra. Quando una nuova tecnica di tortura viene introdotta in un paese, di lì a pochi giorni la solita tecnica può essere trovata in altre parti del mondo”.</p>



<p>Uno dei territori in cui l’”industria della guerra internazionale” implementa le sue strategie è il Kurdistán. Lì, ispirate dalla lotta delle zapatiste, le curde che quotidianamente resistono agli attacchi dello Stato turco propongono alle donne in lotta di tutto il pianeta di unire gli sforzi per creare un’organizzazione mondiale di donne. “Senza costruire una lotta in comune non si può rompere il patriarcato”, ha affermato alla chiusura dell’evento Melike Yasar del Movimento delle Donne Curde.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria nel gennaio 2021.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/03/EncuentroMujeres4-1.jpg?ssl=1"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/01/06/continuano-gli-attacchi-paramilitari-allezln-sono-parte-di-una-guerra-globale-contro-i-popoli-e-le-donne/">Continuano gli attacchi paramilitari all’EZLN. Sono parte di una guerra globale contro i popoli e le donne</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico: le torture sessuali ad Atenco furono un “crimine di Stato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 17:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quello di Atenco fu un crimine di Stato. L’ha riconosciuto il 21 dicembre 2018 la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CoIDH), con una sentenza in cui afferma che lo Stato messicano è responsabile delle violenze e torture sessuali commesse durante l’operazione di polizia avvenuta a San Salvador Atenco fra il 3 e 4 maggio 2006.&nbsp;Quella notte circa 2.500 mila agenti della Polizia Municipale, Statale e Federale entrarono nel paese. Presero a pretesto una rissa tra venditori di fiori nel mercato per vendicarsi della vittoria che i contadini di Atenco avevano registrato nel 2002 contro il governo messicano, quando riuscirono a fermare la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico sul loro territorio.&nbsp;Gli scontri tra gli abitanti di Atenco e la polizia iniziarono il 2 maggio, e molti accorsero in solidarietà con la popolazione.<br>Tra loro Italia Méndez, militante filozapatista. La notte del 3 maggio Italia Méndez si trovava in una casa di Atenco, quando un gruppo di poliziotti irruppe e la arrestò arbitrariamente. La picchiarono, la insultarono e la trascinarono su un autobus. Nel corridoio c’erano persone sdraiate su cui i poliziotti camminavano. Italia fu depositata nell’ultima fila, sopra altre persone, come fosse un sacco di patate.<br>“Lì iniziarono i soffocamenti, le percosse, le minacce di morte. Mi abbassarono i pantaloni fino alle caviglie e mi alzarono la maglia fino alla testa, rimasi nuda durante tutto il viaggio. Introdussero vari strumenti nella mia vagina, non ho idea di cosa fossero esattamente”, ricorda la donna. “Mentre mi torturavano mi minacciavano di morte, con un linguaggio totalmente misogino, ed ero costretta ad ascoltare mentre venivano torturate le altre persone”.<br>Secondo la governativa Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), 202 vittime dell’operazione hanno subito un trattamento “crudele, inumano e degradante”, 2 studenti sono morti – un ragazzino di 14 anni e uno di 20 – e 23 donne sono state torturate sessualmente dalla polizia. Undici di loro hanno presentato denuncia presso il tribunale internazionale.<br>“La tortura sessuale si può concretizzare con il palpeggiamento di parti intime o con umiliazioni verbali. Ad esempio, dire a una donna ‘puttana’ o affermare che prova gusto ad essere violentata”, spiega l’avvocatessa Araceli Olivos Portugal del Centro Agustín Pro Juárez, Ong che ha accompagnato le donne di Atenco. “Questo tipo di tortura può anche consistere in minacce di violenza sessuale o che hanno a che vedere con i ruoli di genere. I poliziotti dicevano alle donne di Atenco che le stavano violentando perché, invece di stare a casa a cucinare, si erano messe a fare le ribelli”.<br>La donne di Atenco sono ricorse alla Corte internazionale dopo anni di calvario giudiziario nei tribunali messicani, che hanno aperto vari processi penali. L’unico che è arrivato a conclusione ha emesso una sentenza di assoluzione.<br>“Avremmo potuto presentare una denuncia anonima ma abbiamo deciso di non farlo; portiamo lo stigma della violenza sessuale, perché la nostra sessualità è stata esibita pubblicamente, ma pensiamo che mostrare il nostro volto dia più forza alla nostra lotta”, afferma Italia Méndez. “Lo Stato messicano deve rispondere non solo a noi e alle nostre famiglie, ma a tutta la società per essere stato capace di aver utilizzato il corpo della donna come strategia di controllo sociale contro le organizzazioni”.<br>La sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani afferma che le torture e violenze sessuali sono state compiute per umiliare e castigare le donne di Atenco, e obbliga lo Stato messicano a offrire pubbliche scuse ed indagare sulle responsabilità penali, anche degli alti vertici istituzionali. Tra i responsabili dell’operativo figurano gli ex presidenti Vicente Fox ed Enrique Peña Nieto, che ha concluso il suo mandato alla fine dello scorso novembre, e che tempo fa affermò che le donne di Atenco si erano inventate gli abusi subiti.</p>



<p><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://altreconomia.it/messico-torture-sessuali-atenco-crimine-stato/" target="_blank">Articolo pubblicato da Altreconomia il 27 dicembre 2018</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/01/03/messico-le-torture-sessuali-ad-atenco-furono-un-crimine-di-stato/">Messico: le torture sessuali ad Atenco furono un “crimine di Stato”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Omicidi di Stato a Oaxaca</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2018/08/01/omicidi-di-stato-a-oaxaca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Aug 2018 16:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò. Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò.</p>



<p>Tornando, scoprì che Emma Martínez era sopravvissuta perché era riuscita a nascondersi sotto i seggiolini. Alejandro Antonio Díaz Cruz (41 anni), Ignacio Basilio Ventura Martínez (17 anni) e Luis Ángel Martínez (18 anni), erano morti.<a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3462" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD4.jpg?w=1359&amp;ssl=1 1359w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’attacco armato è stato perpetrato contro un gruppo di militanti del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), un’organizzazione indigena zapoteca presente nello Stato di Oaxaca, che stava tornando da una riunione con rappresentanti del governo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3463" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD6.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD4.jpg"></a><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD6.jpg"></a></p>



<p>Secondo CODEDI, lo Stato è responsabile dell’attacco. “Hanno utilizzato R15, dei fucili in dotazione esclusiva dell’esercito, per questo pensiamo sia gente del governo. E uno dei sicari portava un giubbotto antiproiettile come quelli della Polizia Ministeriale”, afferma Abraham Ramírez Vásquez.</p>



<p>CODEDI afferma che l’attacco vuole reprimere la lotta per l’autonomia e contro le imprese minerarie, idroelettriche e turistiche che operano nella regione, contro il disboscamento del loro territorio da parte del crimine organizzato, e contro la costruzione di Zone Economiche Speciali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3465" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/08/COD3.jpg?w=1440&amp;ssl=1 1440w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/02/COD3.jpg"></a>Le minacce a CODEDI sono aumentate a partire dal 2014, quando l’organizzazione ha recuperato un terreno di più di 300 ettari nella ex Finca Alemania, vicino a Santa Maria Huatulco, in cui ha costruito un centro di formazione autonomo per giovani indigeni, in cui si svolgono circa 18 corsi di formazione e in cui sono presenti vari progetti produttivi.</p>



<p>Da allora l’organizzazione, che inizialmente era presente in meno di 10 villaggi, è cresciuta fino ad essere presente in 53.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Arivista nell’aprile 2018.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/08/01/omicidi-di-stato-a-oaxaca/">Omicidi di Stato a Oaxaca</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Chi tocca la penna muore: escalation di giornalisti uccisi in Messico</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2018/07/31/chi-tocca-la-penna-muore-escalation-di-giornalisti-uccisi-in-messico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 17:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti uccisi]]></category>
		<category><![CDATA[libertà stampa]]></category>
		<category><![CDATA[massacro giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Vera]]></category>
		<category><![CDATA[Narvarte]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Rubén Espinosa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinque cadaveri in un appartamento della Narvarte, una zona di classe media di Città del Messico. Un fatto inconsueto in un quartiere benestante anche in un paese come il Messico, il secondo più violento al mondo dopo la Siria. Era il 31 luglio 2015. Chi sono le vittime? Si chiedevano i primi telegiornali. Presto arrivò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cinque cadaveri in un appartamento della Narvarte, una zona di classe media di Città del Messico. Un fatto inconsueto in un quartiere benestante anche in un paese come il Messico, il secondo più violento al mondo dopo la Siria. Era il 31 luglio 2015.</p>



<p>Chi sono le vittime? Si chiedevano i primi telegiornali. Presto arrivò la risposta: nell’appartamento viveva Nadia Vera Pérez, giovane antropologa, artista e militante del movimento universitario YoSoy132. I cadaveri delle altre tre donne erano delle sue coinquiline – Mile Virginia Martin e Yesenia Atziry Quiroz Alfaro – e della donna delle pulizie, Olivia Alejandra Negrete Avilés. Il corpo della quinta vittima era di Rubén Espinosa, fotoreporter amico di Nadia Vera. Tutti furono torturati prima di essere giustiziati con un colpo alla testa. I loro parenti lo scoprirono guardando la televisione o attraverso i social networks.</p>



<p>Come Nadia, da poco Rubén si era trasferito a Città del Messico dallo Stato di Veracruz a causa delle minacce che riceveva. “Nel caso in cui mi succeda qualcosa responsabilizzo Javier Duarte Ochoa, governatore dello Stato di Veracruz, e il suo gabinetto”, disse Nadia Vera in un’intervista che rilasciò poco prima di essere uccisa.</p>



<p>Allora Veracruz era governato da Javier Duarte Ochoa del conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), arrestato nel 2017 per impiego di denaro di provenienza illecita e criminalità organizzata. Durante i suoi sei anni di governo, Veracruz si è trasformato in una fossa comune – 2340 persone sono sparite – ed è diventato la regione più pericolosa per la stampa in America Latina: 17 giornalisti sono stati uccisi e 3 sono desaparecidos.</p>



<p>In totale, dall’inizio di quest’anno in Messico sono stati uccisi 11 giornalisti e nel 2017 è stato assassinato un reporter al mese, come in Siria e più che in Iraq ed Afghanistan.</p>



<p>Nell’inchiesta sul multiple femminicidio ed omicidio nell’appartamento della Narvarte le autorità non hanno mai preso in considerazione le minacce che i due giovani ricevevano, né il fatto che lui era un fotoreporter e lei una militante politica. Nel giugno 2017, la Comisión de Derechos Humanos de la Ciudad de México ha segnalato varie irregolarità avvenute nelle indagini, tra cui inquinamento di prove, incorrettezze nelle autopsie, mancanza di attenzione nei confronti dei famigliari delle vittime.</p>



<p>“A tre anni dai fatti non abbiamo nessuna risposta, ci sentiamo come se fossimo al primo giorno. È evidente che le autorità non hanno la capacità né l’interesse di chiarire il crimine. Chi proteggono? Di chi hanno paura? Lo Stato ha una responsabilità in questo crimine?”, ha detto in conferenza stampa Patricia Espinosa Becerril, sorella di Rubén.</p>



<p>Gli autori intellettuali del massacro non sono stati indagati, e solo una delle tre persone arrestate – un ex poliziotto – ha ricevuto una sentenza di 315 anni di carcere, e la condanna si trova ora in appello.</p>



<p>“Sapevo che Nadia Vera è mia figlia, ma non sapevo che fosse causa ed inspirazione di tanti movimenti sociali ed artistici”, ha affermato la poetessa Mirtha Luz Pérez Robledo, madre di Nadia Vera. “Non ho consegnato il corpo di mia figlia al fuoco, lei è stata seme e bisognava consegnarla alla terra. “Che soli sono i morti!”, ha scritto Bécquer. Ma io non ho voluto lasciarla sola. Starò con lei per parlarle, per cantarle, per leggerle le poesie che per lei ho scritto. Questi versi non sono lamenti né lacrime, sono fili per tessere una tela che avvolga il suo corpo e lo copra amorosamente”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 31.07.2018.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/07/31/chi-tocca-la-penna-muore-escalation-di-giornalisti-uccisi-in-messico/">Chi tocca la penna muore: escalation di giornalisti uccisi in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>A Marielle Franco, non un passo indietro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2018/03/16/a-marielle-franco-non-un-passo-indietro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 19:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non una di meno]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Marielle Franco]]></category>
		<category><![CDATA[militarizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non Una di Meno “Le rose della resistenza nascono dall’asfalto, siamo quelle che ricevono rose, ma siamo anche quelle che con il pugno chiuso parlano dei nostri luoghi di vita e resistenza contro gli ordini e soprusi che subiamo.” Marielle Franco Apprendiamo con dolore, rabbia e sconcerto dell’uccisione a Rio de Janeiro di Marielle Franco,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Non Una di Meno</em></p>



<p>“<strong>Le rose della resistenza nascono dall’asfalto, siamo quelle che ricevono rose, ma siamo anche quelle che con il pugno chiuso parlano dei nostri luoghi di vita e resistenza contro gli ordini e soprusi che subiamo.” Marielle Franco</strong></p>



<p>Apprendiamo con dolore, rabbia e sconcerto dell’uccisione a Rio de Janeiro di Marielle Franco, 39 anni, militante femminista nera del Partito Socialismo e Libertà (Psol). Quinta consigliera comunale di Rio nelle elezioni del 2016, era nata nel Maré, una favela a nord della città e, per questo, amava definirsi “cria da Maré, “figlia della Marea”.</p>



<p>Attivista femminista, nera, sempre in prima linea per i diritti umani nelle favelas, contro lo sterminio delle popolazioni nere è stata uccisa. Una vera e propria esecuzione: è stata freddata con diversi colpi di pistola alla testa provenienti da una macchina che ha affiancato la sua. Insieme a lei è stato ucciso l’autista e gravemente ferita una sua collaboratrice. Marielle rientrava da un evento di femministe nere dove aveva difeso le politiche educative rivolte alla popolazione povera e nera, ricordando come lei stessa fosse riuscita a fare l’Università grazie ad esse.</p>



<p>Da settimane andava denunciando l’aumento della violenza e della brutalità della polizia nelle favela di Acari da parte del 41º Battaglione della Polizia Militare di Rio de Janeiro. Un giorno prima del suo assassinio scriveva in uno dei suoi ultimi tweet “Un altro omicidio di un giovane è entrato nella lista di crimini commessi dalla Polizia Militare. Matheus Melo stava uscendo da una chiesa. Quante persone ancora devono morire prima che questa guerra finisca?”</p>



<p>Questo omicidio, perpetrato a pochi giorni dallo sciopero globale dell’otto marzo, è un segnale della forte repressione in atto in Brasile, nei confronti di chi, come Marielle, donna nera e femminista, critica apertamente il presidente in carica Temer, per le sue politiche repressive contro le popolazioni più povere, e in particolare contro le persone di colore e le donne.</p>



<p>Il Presidente ha deciso all’inizio dell’anno di inviare l’esercito a Rio de Janeiro affidandogli il controllo e la sicurezza della città, per arginare quella che è stata presentata come un’escalation di violenze, in particolare di genere. In Brasile, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il tasso di femminicidi è di 4,8 per 100mila donne, il quinto posto a livello mondiale.</p>



<p>Marielle era entrata a far parte il 28 febbraio della Commissione che doveva monitorare l’intervento militare, che lei, insieme ad altri attivisti, consideravano un dispositivo per controllare e reprimere la popolazione nera e povera della città, usato dal Presidente a fini elettorali. La consigliera era stata tra le protagoniste delle manifestazioni massicce del movimento delle donne, che in questi anni hanno riempito anche le piazze del Brasile.</p>



<p>Sappiamo che chi, come Marielle, è sempre stata dalla parte delle donne nelle favelas, si opponeva in primo luogo alle politiche di “bonifica”(questo il termine tecnico usato per arresti di massa e uccisioni) da parte della polizia e alla concezione delle favelas come immensi quartieri dati in pasto alla criminalità organizzata. Le favelas rappresentano una necessità per il neoliberismo. Chi si è sempre schierato accanto alle donne, le più colpite dalla politica e dalla repressione, alle quali è preclusa ogni possibilità di uscire da una povertà assoluta, si è sempre ritrovata sotto attacco. In particolare, l’esecuzione di Marielle rappresenta un attacco a tutto quello contro cui lei stessa lottava: lo sterminio del popolo nero.</p>



<p>La marea femminista globale in questo difficile momento abbraccia le compagne femministe brasiliane, prendendo esempio dal coraggio e dalla forza di Marielle, gridando forte che “la nostra forza vi seppellirà!”.</p>



<p>Marielle è parte della marea femminista e la porteremo con noi in ogni latitudine e in ogni lotta a cominciare da quella contro il silenzio e l’oblio che cercheranno di far cadere su questo omicidio politico.</p>



<p><em><a href="https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/03/15/a-marielle-franco-non-un-passo-indietro-non-una-di-meno/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pubblicato su Non Una di Meno il 15.03.2018</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/03/16/a-marielle-franco-non-un-passo-indietro/">A Marielle Franco, non un passo indietro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Record di desaparecidos in Messico: uno ogni 90 minuti. È peggio di una dittatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2018 19:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il diciasettenne era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito.&#160;Lo accusarono di voler rapinare un passante&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il diciasettenne era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito.&nbsp;Lo accusarono di voler rapinare un passante e, anche se la presunta vittima lo negò, un agente con il casco gli diede una testata e gli altri lo picchiarono. “Lo portiamo alla Procura di Azcapotzalco”, dissero i poliziotti all’amico che lo accompagnava.</p>



<p>Ma ad Azcapotzalco non c’era traccia di lui. “In Procura ci hanno detto che probabilmente era scappato con la sua fidanzatina”, afferma la madre dell’adolescente. La stessa frase che migliaia di famiglie messicane si sono sentite dire dalle autorità quando hanno denunciato la sparizione del proprio figlio.</p>



<p>A molti il termine&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;fa pensare alle dittature sudamericane degli anni ’70. A film o romanzi che raccontano di oppositori politici torturati e uccisi, e il cui cadavere veniva gettato in fondo al mare.</p>



<p>Ma nel “democratico” Messico contemporaneo la parola&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;riempie ogni giorno le pagine dei giornali. Da una parte la sparizione di un gruppo di giovani, dall’altra il ritrovamento di una fossa comune. A volte la responsabilità viene data alle organizzazioni criminali, altre volte la connivenza delle autorità è più difficile da nascondere. E ci sono situazioni in cui la responsabilità dello Stato è accertata e, in questo caso, nel diritto internazionale si parla di sparizione forzata.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="713" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=980%2C713&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3499" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=300%2C218&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=768%2C559&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Marco Antonio durante il suo arresto nella foto scattata dall’amico che si trovava con lui.</em></figcaption></figure>



<p>L’esempio più noto è quello dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire nel 2014 e mai più apparsi. Il coinvolgimento delle autorità nel crimine, che ha causato anche la morte di 6 ragazzi, è stato documentato da una commissione indipendente d’inchiesta.</p>



<p>Ma in Messico ci sono migliaia di casi che non sono arrivati alla cronache internazionali. Leticia Hidalgo si trovava nella sua casa di Monterrey nel gennaio 2011, quando un gruppo di uomini armati entrò e si portò via Roy, suo figlio diciottenne. Alcuni di loro indossavano la casacca della polizia.</p>



<p>Come molte altre madri messicane, Leticia Hidalgo milita in un collettivo di familiari di&nbsp;<em>desaparecidos</em>, che non solo tengono viva l’attenzione sul problema delle sparizioni forzate, ma organizzano brigate per cercare fosse comuni, con pale e picconi alla mano.</p>



<p>Storie come quella di Roy sono tanto comuni in Messico che non fanno più scalpore. Secondo cifre ufficiali, in Messico più di 34 mila persone sono state denunciate come&nbsp;<em>desaparecidas</em>. Tra agosto e ottobre 2017, è stata fatta sparire una persona ogni 90 minuti.</p>



<p>E la cifra ufficiale sicuramente sottostima la realtà, perché molto spesso per paura le famiglie non sporgono denuncia. Un timore giustificato, visto che alcuni genitori che si sono organizzati per cercare i propri figli sono stati assassinati.</p>



<p>La sorte di Marco Antonio è stata differente. Forse perché la foto del giovane sdraiato a terra e picchiato dai poliziotti è circolata rapidamente nelle reti sociali, forse perché quello che succede nella capitale ha più risonanza di ciò che succede altrove, ma questa volta la risposta della popolazione alla denuncia della famiglia è stata immediata. Domenica le strade della capitale si sono riempite di gente che chiedeva: “dov’è Marco Antonio?”.</p>



<p>La notte stessa, il ragazzo è stato rintracciato mentre deambulava in stato confusionale a Melchor Ocampo. Presto le autorità si sono vantate di aver trovato una persona che loro stessi avevano fatto sparire, e le domande aperte sono ancora molte: com’è arrivato Marco Antonio a Melchor Ocampo, che si trova a 40 km dal posto in cui era stato arrestato? Cosa gli è successo durante quei 5 giorni?</p>



<p>Quel che si sa è che il ragazzo è apparso con sangue sul volto, con segni di percosse e vestiti differenti a quelli che indossava. Non riconosce i suoi genitori e a loro sembra un’altra persona: non parla ed è in stato confusionale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 31.01.2018.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/01/31/record-di-desaparecidos-in-messico-uno-ogni-90-minuti-e-peggio-di-una-dittatura/">Record di desaparecidos in Messico: uno ogni 90 minuti. È peggio di una dittatura</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 19:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni honduras]]></category>
		<category><![CDATA[golpe elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato l’inizio del coprifuoco per le undici di sera. Fu proprio a quell’ora che una pallottola sparata dalla Polizia Militare le si è conficcata nella testa.</p>



<p>Kimberly è una delle 14 vittime della repressione contro la popolazione honduregna che dalla settimana scorsa, dopo le elezioni presidenziali di domenica 26 novembre, manifesta nelle strade di tutto il paese urlando “Fuera JOH”, acronimo di Juan Orlando Hernández del conservatore Partido Nacional.</p>



<p>Orlando Hernández venne eletto presidente nel 2013, e anche le elezioni di allora furono in odore di brogli. Durante il suo mandato, il presidente è riuscito a far in modo che la Corte Suprema cambiasse la Costituzione per presentare la sua ricandidatura, e ha dovuto fare slalom tra le accuse piovute dal boss Leonel Rivera Maradiaga, che hanno portato gli inquirenti statunitensi ad affermare che la sua campagna elettorale è stata finanziata con denaro del narcotraffico.</p>



<p>Dopo le elezioni del 26 novembre, la situazione in uno dei paesi più pericolosi del mondo è ancora più caotica. Nei giorni scorsi, i poliziotti della Squadra di Operazioni Speciali COBRA hanno incrociato le braccia e dichiarato che non usciranno più in strada a reprimere la popolazione. Inoltre, i dubbi sulla trasparenza del processo elettorale sono stati sollevati anche da uno dei magistrati del Tribunal Supremo Electoral (TSE). Intervistato dal portale salvadoregno&nbsp;<em>El Faro</em>, il magistrato Marco Ramiro Lobo ha sottolineato come la tendenza durante il conteggio dei voti, che vedeva in vantaggio Salvador Nasralla dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura, è cambiata dopo due black out del sistema; quando questo ha riiniziato a funzionare, in testa c’era Juan Orlando Hernández.</p>



<p>Entrambi i candidati si sono proclamati vincitori ma, a più di una settimana dalle elezioni, l’autorità ha dichiarato vittorioso Orlando Hernández, con un margine di circa 50 mila voti. Ora Nasralla e i suoi chiedono un riconteggio dei voti, o un ballottaggio tra i due candidati.</p>



<p>Intanto, le principali strade dell’Honduras sono bloccate da manifestanti che sfidano il coprifuoco ed intonano cori, battono pentole e bruciano copertoni. Con ogni probabilità molti di loro sono gli stessi che nel 2009 protestarono contro il colpo di Stato all’allora presidente Manuel Zelaya, eletto con i voti della destra e spostatosi poi verso posizioni progressiste, e che oggi fa parte dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura.</p>



<p>Secondo Wikileaks, nel golpe del 2009 c’era lo zampino degli Stati Uniti, che storicamente hanno segnato le sorti di questo paese che è la Repubblica delle Banane per eccellenza. Da sempre il governo nordamericano ha scelto presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.</p>



<p>Il colpo di Stato del 2009 venne promosso per garantire la continuità al governo dell’oligarchia honduregna, dei cui interessi Orlando Hernández è portatore; un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria&nbsp;<em>maquiladora</em>e nelle coltivazioni intensive di prodotti da esportazione, come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH.</p>



<p>I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il Partido Liberal e il Partido Nacional. L’alternanza che l’Alleanza d’Opposizione sta cercando di interrompere.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.12.2017.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/">Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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