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		<title>I nemici nei forni: il lager de Los Zetas era un carcere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2016 13:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Foto: Miguel Sierra/Epa) Il carcere di Piedras Negras è stato utilizzato dall’organizzazione criminale&#160;Los Zetas&#160;come un campo di concentramento. L’inchiesta è della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Coahuila, nel nord del Messico (le indagini sono iniziate nel 2014), e la settimana scorsa è arrivata una conferma dal Texas:&#160;Rodrigo Humberto Uribe Tapia, un industriale affiliato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Foto: Miguel Sierra/Epa)</em></p>



<p>Il carcere di Piedras Negras è stato utilizzato dall’organizzazione criminale&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;come un campo di concentramento. L’inchiesta è della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Coahuila, nel nord del Messico (le indagini sono iniziate nel 2014), e la settimana scorsa è arrivata una conferma dal Texas:&nbsp;Rodrigo Humberto Uribe Tapia, un industriale affiliato all’organizzazione criminale, ha dichiarato a un giudice che il carcere veniva utilizzato per impacchettare droga, modificare automobili, assassinare persone e fare sparire i loro corpi.</p>



<p>L’attività sarebbe stata frenetica tra il 2009 e il 2011, quando il Coahuila era governato da Humberto Moreira, del conservatore&nbsp;<em>Partido Revolucionario Institucional</em>&nbsp;(PRI), arrestato mesi fa in Spagna per presunto riciclaggio di denaro sporco e poi rilasciato in mancanza di prove. Uribe Tapia ha dichiarato anche che&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;avrebbero versato 4 milioni di dollari ad alcuni funzionari dell’entourage di Moreira.</p>



<p>Secondo la procura di Coahuila, nel penitenziario di Piedras Negras 150 persone sarebbero state uccise e cremate nei forni costruiti da&nbsp;<em>Los Zetas</em>; molti di loro erano innocenti che erano stati confusi con affiliati ad altre organizzazioni criminali. Sotto l’occhio complice delle autorità penitenziarie, i leaders de&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;potevano uscire dal carcere per bere un caffè o mangiare al ristorante, e tornare quando volevano.</p>



<p>Il penitenziario di Piedras Negras non è l’unico in Messico dove le organizzazioni criminali esercitano quello che si definisce “autogoverno”: comandano e obbligano i detenuti a pagare il pizzo o a lavorare per loro. Secondo la Commissione Nazionale di Diritti Umani, si trovano in questa situazione più della metà dei penitenziari del paese, e il Ministero degli Interni messicano ha ammesso che il 50% delle telefonate di estorsione provengono dalle carceri dello Stato di Tamaulipas in cui, evidentemente, i direttori decidono di non attivare un dispositivo capace di impedirle.</p>



<p>Fino allo scorso febbraio, Elvira aveva due figli detenuti nel carcere Topo Chico di Monterrey, a circa 4 ore da Piedras Negras. “Venivano obbligati a lavorare per la criminalità organizzata; mi dicevano che non ce la facevano più, che erano stanchi”, ci racconta la donna. “Quando è scoppiata la rivolta si sono nascosti in un tombino, da lì hanno visto uccidere e tagliare teste”.</p>



<p>Il giorno di cui racconta∫ Elvira, l’11 febbraio scorso, 49 persone persero la vita nel carcere di Topo Chico. Secondo la ricostruzione ufficiale, il massacro è stato causato dallo scontro di due gruppi rivali, entrambi affiliati a&nbsp;<em>Los Zetas</em>. Quando la polizia riuscì ad entrare nel penitenziario, trovò celle di lusso con eleganti pareti in pietra, vasche idromassaggio e&nbsp;<em>table dance</em>&nbsp;per ospitare spogliarelliste.</p>



<p>Nel 2014, la Commissione Nazionale di Diritti Umani visitò il carcere di Topo Chico, in cui registrò problemi nella prevenzione e nell’intervento in caso di episodi violenti, oltre che nelle condizioni materiali ed igiene delle installazioni. Allora i detenuti erano 4.585, in un carcere che può ospitare 3.635 persone.</p>



<p>Secondo Francisco Rivas, direttore dell’organizzazione non governativa&nbsp;<em>Observatorio Nacional Ciudadano</em>, la sovrappopolazione è uno dei principali problemi del sistema carcerario messicano. “Il 40% delle persone che si trovano in carcere sono in prigione preventiva. Oltre alle debolezze del sistema giudiziario messicano, che giudica colpevoli molti che non lo sono, queste sono persone che non sono neanche state processate”, spiega Rivas, che calcola una sovrappopolazione nelle carceri del 30% in un paese in cui, fino alla riforma del codice penale entrata in vigore a giugno, il 95% dei delitti veniva punito con il carcere.</p>



<p>“Le autorità carcerarie sono tolleranti con i criminali, o apertamente colluse”, conclude Rivas. “Il problema è che per i politici investire nelle carceri non ha molto senso perché è un investimento che il cittadino non vede, è denaro che non rende politicamente”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.08.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/08/23/i-nemici-nei-forni-il-lager-de-los-zetas-era-un-carcere/">I nemici nei forni: il lager de Los Zetas era un carcere</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Puerto Vallarta, Messico: la città maledetta per El Chapo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[El Chapo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La città di Puerto Vallarta sembra una maledizione per&#160;El Chapo&#160;Guzmán, boss del Cartello di Sinaloa che, dopo due fughe cinematografiche, si trova oggi in un carcere di massima sicurezza. In quella località turistica sul Pacifico messicano, 24 anni fa i sicari del Chapo persero l’occasione per uccidere i fratelli Arellano Félix del Cartello di Tijuana.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La città di Puerto Vallarta sembra una maledizione per&nbsp;<em>El Chapo</em>&nbsp;Guzmán, boss del Cartello di Sinaloa che, dopo due fughe cinematografiche, si trova oggi in un carcere di massima sicurezza.</p>



<p>In quella località turistica sul Pacifico messicano, 24 anni fa i sicari del Chapo persero l’occasione per uccidere i fratelli Arellano Félix del Cartello di Tijuana. Li seguirono fino alla discoteca Christine, spararono più di mille colpi e uccisero sei persone, ma gli Arellano Félix riuscirono a scappare. Un grande smacco per il Chapo, che domenica scorsa è stato nuovamente colpito dall’anatema di Puerto Vallarta.</p>



<p>Suo figlio Jesús Alfredo è stato sequestrato nella città costiera da un commando armato. Sette sicari del cartello&nbsp;<em>Jalisco Nueva Generación</em>, che in soli 5 anni ha sfidato il primato del cartello di Sinaloa nel traffico di droga, hanno fatto irruzione nel locale urlando “ve l’avevamo detto che non vi dovevate più far vedere”. Secondo il quotidiano&nbsp;<em>El Universal</em>, tra le altre cinque persone sequestrate c’è anche suo fratello maggiore Iván Archivaldo, detto&nbsp;<em>El Chapito, e quella cena nel ristorante&nbsp;</em>La Leche era stata organizzata proprio per festeggiare il suo compleanno.</p>



<p>Nel 2005 El Chapito era stato arrestato perché la polizia aveva trovato armi e cocaina nella sua BMW. Per una “svista” procedurale della Procura Generale della Repubblica, venne liberato tre anni dopo. Anche suo fratello Jesús Alfredo ebbe molta fortuna. Nel 2012 il giovane venne arrestato, ma dopo due giorni le autorità dichiararono che il detenuto non era figlio del Chapo, e che si era trattato di un “errore”. Il gruppo criminale&nbsp;<em>Jalisco Nueva Generación</em>, invece, non ha fatto errori, e ha realizzato il sequestro con un operativo rapido e discreto.</p>



<p>Poche ore dopo, il sindaco di Puerto Vallarta Arturo Dávalos Peña è sparito. Ora i governatori degli Stati di Jalisco e Sinaloa temono un inasprimento della violenza come successe nel 2008, a seguito dell’omicidio di Edgar, figlio del Chapo che venne ucciso a ventidue anni davanti a un centro commerciale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.08.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/08/22/puerto-vallarta-messico-la-citta-maledetta-per-el-chapo/">Puerto Vallarta, Messico: la città maledetta per El Chapo</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 13:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi potrebbe essere un giorno storico per la Colombia. Gli occhi del paese sono puntati sull’Avana, dove ci si aspetta che il presidente Juan Manuel Santos annunci la firma dei trattati di pace con i guerriglieri delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC). Proprio lì, nella capitale cubana, nel novembre 2012 sono iniziate le negoziazioni per mettere fine a un conflitto di mezzo secolo, che ha visto i guerriglieri marxisti contrapporsi alle forze armate e ai paramilitari, milizie irregolari create dall’esercito e dai cartelli criminali per fare il lavoro sporco. Secondo stime ufficiali, i paramilitari hanno commesso più di mille massacri e ucciso circa 25mila persone.</p>



<p>Una guerra che i colombiani stentano a definire tale, ma che ha causato circa 600mila morti e ha reso il paese sudamericano il secondo al mondo per numero di sfollati dopo la Siria, con 6 milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case.</p>



<p>Tra loro Juan Camilo, che nel 1999, quando era bambino, fu obbligato a lasciare il suo villaggio natale nel dipartimento di Antioquia. Ci è tornato circa un anno fa, e mi mostra i progetti di floricoltura e itticoltura che ha avviato nel suo terreno, “ripulito” dalle mine antiuomo dall’organizzazione non governativa Halo Trust.</p>



<p>“Più di una volta ho camminato lì da bambino, non sapevamo che c’erano 6 mine”, dice il giovane indicando il campo.</p>



<p>Malgrado sia tornato nel suo villaggio perché, afferma, “la situazione ora è molto più tranquilla”, Juan Camilo fa spallucce quando gli chiedo se pensa che la firma di un accordo di pace cambierà veramente la situazione del paese.</p>



<p>Forse perché è difficile immaginare la pace quando hai conosciuto solo la guerra. E ancora di più in un paese che continua a ribollire di conflitti sociali.</p>



<p>Lunedì è iniziata una protesta a tempo indefinito di organizzazioni, soprattutto contadine, che ha coinvolto circa 200mila persone in 27 dei 33 dipartimenti del paese. La settimana scorsa, nel Cauca, due indigeni sono stati uccisi dalla polizia durante una protesta, mentre i guerriglieri dell’<em>Ejército de Liberación Nacional&nbsp;</em>(ELN) -che dovrebbero iniziare presto i negoziati di pace con il governo-, hanno sequestrato tre giornalisti per sei giorni.</p>



<p>Sono ancora vive le ferite lasciate dai massacri commessi dai paramilitari nel decennio scorso, dagli abusi dell’esercito sulla popolazione civile, dalla brutalità della guerriglia. Continua ad essere violento il contrasto tra le campagne e i quartieri di classe media e alta della capitale Bogotá, dove la guerra si vede solo in tv. In Colombia il 20% della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, e il 30,6% della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà, bacino ideale di reclutamento per le organizzazioni criminali che, malgrado siano diminuiti i livelli di violenza rispetto agli anni ‘90, continuano a controllare buona parte del territorio.</p>



<p>“Con i trattati di pace devono avvenire dei cambiamenti strutturali. La guerra in Colombia non è mai finita perché le condizioni che l’hanno generata persistono: disuguaglianze, povertà, esclusione sociale, mancanza di opportunità e di educazione”, afferma in intervista Leonardo Ilich Rojas, ex combattente delle FARC. “Cosa succederebbe se la guerriglia abbandonasse le armi e nel paese non avvenisse nessun cambiamento strutturale? I guerriglieri che hanno un addestramento militare, se non sanno dove andare a lavorare, in pochi anni saranno diventati dei delinquenti”.</p>



<p>Il reinserimento sociale degli ex guerriglieri è una delle questioni chiave della Colombia post-conflitto, un paese che mantiene fresco il ricordo del fallimento della desmobilizzazione dei gruppi paramilitari, iniziata nel 2003, che si sono riarmati e riuniti sotto il nome di&nbsp;<em>Bandas Criminales</em>&nbsp;(BaCrim). Come dell’insuccesso degli accordi di pace del 2002, quando i combattenti delle Farc vennero integrati nella vita politica all’interno del partito&nbsp;<em>Unión Patriotica</em>&nbsp;(UP). I suoi dirigenti e militanti vennero massacrati dalle milizie paramilitari e dall’esercito, e gli ex guerriglieri ripresero in mano le armi.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 5.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/">Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 13:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di avergli messo il bastone tra le ruote in vari modi. “Il governo non vuole che risolviamo il caso”, hanno affermato.</p>



<p>Domenica il GIEI ha presentato le sue conclusioni finali, che insinuano molti dubbi e domande, smontando pezzo per pezzo la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione della Procura, integranti dell’organizzazione criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>&nbsp;avrebbero cremato i giovani nella discarica del paese di Cocula e gettato i loro resti nel fiume San Juan. Quasi per magia, presto arrivò la conferma: in una borsa rinvenuta nel fiume fu identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, l’unico studente di Ayotzinapa di cui si hanno notizie.</p>



<p>Ma gli esperti hanno smontato tutta l’impalcatura su cui si basa questa teoria. Secondo le loro indagini, è scientificamente impossibile che nella discarica di Cocula siano stati bruciati i corpi, e non ci sono prove che la borsa con i resti di Alexander si trovasse nel fiume San Juan. E aggiungono un dato interessante: il giorno prima della chiamata che avvisava della presenza della borsa, Tomás Zerón, direttore della governativa Agenzia di Investigazione Criminale, si trovava proprio nel luogo del ritrovamento. L’accusa non è stata esplicita, ma a tutti è nato il solito sospetto: Tomás Zerón ha lanciato nel fiume la borsa con i resti di Alexander, in modo da far “tornare” la versione della Procura?</p>



<p>I sospetti di manipolazione delle prove si rafforzano se si prendono in considerazione gli altri elementi che emergono dall’inchiesta del GIEI. La Polizia Federale avrebbe partecipato nel crimine, in accordo con il crimine organizzato, e l’esercito non è intervenuto malgrado fosse a conoscenza dell’attacco. Inoltre, 5 fra gli imputati chiave del caso sarebbero stati torturati dalla polizia a seguito dell’arresto, e avrebbero poi sottoscritto la veridicità della versione ufficiale.</p>



<p>E si sono registrati movimenti nei cellulari di alcuni studenti all’ora in cui, secondo la Procura, dovrebbero essere già stati morti e cremati; a tarda notte Jorge Aníbal Cruz Mendoza scrisse un sms a sua madre chiedendole di fargli una ricarica.</p>



<p>Il presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovare il mandato del GIEI, malgrado gli esperti non abbiano portato a termine il loro compito principale: scoprire dove si trovano i 43 studenti&nbsp;<em>desaparecidos</em>. Ora tocca alla Procura raccogliere le raccomandazioni del GIEI e portare avanti le indagini. Finora gli esperti sono stati ignorati dalle autorità messicane, che non hanno nemmeno considerato una pista che potrebbe svelare il movente dell’attacco: gli studenti sequestrati viaggiavano, senza saperlo, in un autobus che veniva utilizzato per trafficare droga dal Messico a Chicago.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 27.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/">“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/24/lonu-perde-loccasione-per-depenalizzare-le-droghe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 13:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni. La Sessione Speciale dell’Assemblea&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni.</p>



<p>La Sessione Speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite (UNGASS) sulle droghe, che si è chiusa giovedì a New York, non ha stabilito il cambiamento di rotta che alcuni auspicavano rispetto all’approccio adottato nel 1961. Non è stata ascoltata la richiesta di alcuni governi e organizzazioni non governative di mettere fine alla guerra contro le droghe e di regolarizzare il loro mercato, ma è stata recepita la proposta di iniziare a considerare il tema delle sostanze considerate come stupefacenti come un problema di salute pubblica, invece che di sicurezza nazionale.</p>



<p>“In termini concreti il documento che è uscito dalla UNGASS non è un gran passo avanti, ma propone un approccio meno punitivo che rappresenta una rottura con le politiche del passato”, afferma in intervista Ted Lewis della ONG Global Exchange, all’uscita del Palazzo di Vetro.</p>



<p>Le richieste di depenalizzazione sono motivate dal fatto che questa risolverebbe, secondo i suoi sostenitori, vari problemi legati alla salute pubblica, e che in alcuni paesi la guerra contro il narcotraffico ha provocato un massacro della popolazione civile. Nella regione che va dalla Colombia al Messico, passando per il Centroamerica, decenni di politiche di criminalizzazione delle droghe non hanno fatto che arricchire le organizzazioni criminali, che nel traffico di droga trovano una delle loro principali fonti di entrata. Secondo uno studio del Senato messicano, se il consumo della cannabis con fini ricreativi venisse legalizzato, le entrate della criminalità organizzata scenderebbero del 26%.</p>



<p>“Non è una guerra contro la droga, è una guerra contro di noi”, dichiara Maria Herrera, un’anziana messicana. La donna è arrivata alla sede dell’ONU con una carovana che ha percorso, quasi interamente in autobus, i 5700 km che separano l’Honduras da New York per chiedere la fine della guerra alla droga. Un conflitto senza eserciti in cui Maria Herrera ha perso 4 figli, tutti&nbsp;<em>desaparecidos</em>, usciti un giorno in macchina e mai più tornati.</p>



<p>Anche negli Stati Uniti, il paese che incarcera più persone al mondo, la guerra alla droga miete le sue vittime. Più di 2 milioni di persone si trovano nei penitenziari nordamericani, l’80% condannate per reati, generalmente non violenti, che hanno a che fare con la droga. La popolazione afroamericana viene reclusa 6 volte in più rispetto a quella bianca, e il problema è diventato così grave che l’incarcerazione massiva si è trasformato in uno dei temi della campagna elettorale.</p>



<p>“Dovremmo utilizzare al meglio la flessibilità della Convenzione per implementarla in un modo più bilanciato, umano ed effettivo, assicurando che la nostra politica sulla droga rispetti interamente i diritti umani e sia davvero orientata alla salute”, ha affermato il ministro Andrea Orlando di fronte alla UNGASS.</p>



<p>Le parole di Orlando sembrano parafrasare la dichiarazione che è uscita dal vertice delle Nazioni Unite, ed esprimono una posizione vicina a quella del governo statunitense, che nel 2014 affermò la necessità di interpretare con flessibilità i trattati internazionali in materia di droghe.</p>



<p>Ma “flessibilità” è una parola tiepida e vaga, che all’interno delle Nazioni Unite si scontra con l’intransigenza di alcuni paesi, soprattutto asiatici, in termini di politiche sulla droga. In Indonesia, ad esempio, trafficare droga può portare alla fucilazione, e il documento prodotto dalla UNGASS non fa nessun riferimento all’abolizione della pena di morte per reati connessi alla droga.</p>



<p>“Fra i paesi che si oppongono a una riforma integrale delle politiche sulle droghe orientate alla depenalizzazione si trovano Indonesia, Russia, Cina e Arabia Saudita”, afferma in intervista Laura Krasovitzky dell’organizzazione statunitense Drug Policy Alliance. “Ci sono anche paesi che pubblicamente appoggiano le riforme, ma tradiscono sottobanco le loro promesse. Come gli Stati Uniti, che negli ultimi 40 anni ha speso più di 1 trilione di dollari in politiche proibizioniste, mentre alcuni suoi Stati si trovano in conflitto con le leggi federali perché hanno regolarizzato la produzione, distribuzione e consumo di cannabis”.</p>



<p>L’ultima UNGASS si era celebrata nel 1998 e aveva stabilito l’utopica meta di liberare il mondo dalla droga entro il 2008. Ma il traffico delle sostanze considerate stupefacenti non si è fermato, e la stessa ONU nel rapporto mondiale del 2015 afferma che il loro consumo è stabile. Le Nazioni Unite stimano che circa 246 milioni di persone in tutto il mondo –il 5% di coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni- utilizzano droghe etichettate come “illecite”, e sono circa 27 milioni i consumatori che fanno un uso problematico di queste sostanze.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 24.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/24/lonu-perde-loccasione-per-depenalizzare-le-droghe/">L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La vera storia di Pablo Escobar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2015 15:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Wired]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Don Federico spazza il bordo della&nbsp;<strong>tomba</strong>&nbsp;di marmo nero di&nbsp;<strong>Pablo Escobar</strong>. Racconta che un giorno, tempo fa, stava vendendo gelati nel cimitero Monte Sacro di Medellín (Colombia), quando si avvicinò Alba Marina Escobar, sorella del boss le cui vicende sono raccontate nella serie tv&nbsp;<strong><em>Narcos</em></strong>&nbsp;su Netflix. Gli offrì di occuparsi della tomba del leader del&nbsp;<strong>Cartello di Medellín</strong>, e promise una buona paga. Don Federico accettò con entusiasmo.</p>



<p>“<em><strong>Pablo Emilio Escobar Gaviria</strong>. 1 dicembre 1949 – 2 dicembre 1993</em>”, dice la lapide. Di fianco a lui sono sepolti il&nbsp;<strong>figlio</strong>, morto a 19 anni, la&nbsp;<strong>madre</strong>, il&nbsp;<strong>padre</strong>, uno&nbsp;<strong>zio</strong>&nbsp;e la&nbsp;<strong>governante</strong>&nbsp;che ha cresciuto i figli. È una tomba sobria in confronto alla vita eccentrica del&nbsp;<em>Patrón</em>, come tutti lo chiamavano.</p>



<p>“<em>Don Pablo era un brav’uomo, ha aiutato molte persone</em>”, assicura&nbsp;<strong>don Federico</strong>. A&nbsp;<strong>Medellín</strong>&nbsp;molti parlano della bontà del boss, che in realtà ha causato la&nbsp;<strong>morte di circa 10mila persone</strong>&nbsp;e durante il suo&nbsp;<em>regno</em>&nbsp;ha trasformato Medellín nella città più pericolosa del mondo.</p>



<p>Cresciuto in una famiglia di umili origini, nel 1989&nbsp;<strong>Escobar</strong>&nbsp;fu nominato dalla rivista&nbsp;<strong><em>Forbes</em></strong>“<em>7<strong>°&nbsp;</strong>uomo più ricco del mondo</em>”, grazie a una fortuna che superava i&nbsp;<strong>25 miliardi di dollari</strong>. In 17 anni costruì l’<strong>impero della droga</strong>&nbsp;più grande della storia, arrivando a esportare negli Stati Uniti&nbsp;<strong>15 tonnellate di cocaina al giorno</strong>, utilizzando aerei e due sottomarini che si controllavano con un telecomando.</p>



<p><strong>Pablo Escobar</strong>&nbsp;veniva chiamato il “<strong><em>Robin Hood</em>&nbsp;</strong><em><strong>paisa</strong>“</em>, termine con cui si definiscono gli abitanti di&nbsp;<strong>Medellín</strong>. Regalava soldi alle persone povere, costruiva scuole, ospedali, parchi e stadi. Arrivò a edificare un intero quartiere dove vivono&nbsp;<strong>16mila persone</strong>. “<em>Benvenuti al quartiere Pablo Escobar. Qui si respira pace!</em>”, recita il&nbsp;<em>mural</em>&nbsp;all’entrata.</p>



<p>La generosità del boss non era gratuita. Si convertiva in&nbsp;<strong>fama</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>voti</strong>&nbsp;per l’elezione al Congresso della Repubblica, e chi si opponeva ai suoi piani veniva&nbsp;<strong>eliminato</strong>. Come il direttore del quotidiano&nbsp;<em>El Espectador</em>,&nbsp;<strong>Guillermo Cano</strong>, ucciso dai sicari di Escobar nel&nbsp;<strong>1986</strong>, dopo aver pubblicato una ricerca sulle sue attività illecite. O l’allora ministro della Giustizia,&nbsp;<strong>Rodrigo Lara Bonilla</strong>, che si azzardò a denunciarlo di fronte alla plenaria del Congresso.</p>



<p class="has-x-large-font-size"><img decoding="async" src="https://i0.wp.com/images.wired.it/wp-content/uploads/2015/12/1449051131_pablo-escobar.jpg?w=600" alt="" style="width: 800px;"><br><em>(foto: Getty Images)</em></p>



<p><strong><em>El Patrón</em></strong>&nbsp;viveva con la sua famiglia nella&nbsp;<em>Hacienda Nápoles</em>&nbsp;(tenuta Napoli), un terreno di migliaia di ettari dove pascolavano&nbsp;<strong>animali selvaggi</strong>&nbsp;che aveva fatto portare dall’Africa. Lì riceveva politici, imprenditori e giornalisti.</p>



<p>Il&nbsp;<strong>carcere</strong>&nbsp;in cui si trasferì volontariamente nel&nbsp;<strong>1991</strong>, a cambio della promessa del presidente&nbsp;<strong>César Gaviria Trujillo</strong>&nbsp;di non estradarlo, non era da meno. Lo ha raccontato<strong>&nbsp;Diego Armando Maradona</strong>, che ricevette l’invito a giocare una partita amichevole in quel carcere “<em>da una persona colombiana molto importante</em>”, a cambio di una&nbsp;<strong>quantità enorme di soldi</strong>. “<em>Quando sono entrato sembrava un hotel di lusso di Dubai, lì me l’hanno presentato. Mi dissero: Diego, questo è&nbsp;</em>El Patrón”, ha raccontato il calciatore. “<em>Visto che non seguo le notizie e non guardo la televisione, non sapevo chi fosse</em>”.</p>



<p><strong>Pablo Escobar Gaviria</strong>&nbsp;è morto 22 anni fa, il 2 dicembre 1993. Secondo la sua famiglia, si è&nbsp;<strong>suicidato</strong>&nbsp;sparandosi alla testa quando la polizia lo circondò e si rese conto di non poter scappare.</p>



<p>“<em>Negli anni ‘90, Medellín raggiunse un media di trecentonovanta omicidi per&nbsp;<strong>100mila abitanti</strong>&nbsp;e buon parte della responsabilità è del&nbsp;<strong>narcotraffico</strong>. È stata un’opzione di vita per molte persone, si è alimentato della crisi generata dalla caduta della produzione industriale</em>”, spiega&nbsp;<strong>Jorge Mejía</strong>, delegato alla Pace e alla Riconciliazione del Comune di Medellín, e ricorda che oggi gli omicidi sono scesi a poco più di sedici ogni 100mila abitanti. “<em>Questa riduzione della criminalità si deve al fatto che buona parte della popolazione si è ribellata contro l’illegalità, Pablo Escobar non è ricordato con piacere dalla maggior parte della persone. Inoltre lo Stato ha iniziato a essere presente sul territorio e sono stati fatti degli investimenti sociali a beneficio dei settori più deboli</em>”.</p>



<p><img decoding="async" src="https://i0.wp.com/images.wired.it/wp-content/uploads/2015/12/1449051224_escobar.jpg?w=600" alt="" style="width: 800px;"><br><em>(foto: Getty Images)</em></p>



<p>Nel 2013&nbsp;<strong>Medellín</strong>&nbsp;venne dichiarata “<em>città più innovatrice del mondo</em>” dal&nbsp;<em>Wall Street Journal</em>e da&nbsp;<em>City Group</em>, a causa del decremento nel numero di omicidi e dei numerosi investimenti infrastrutturali: la costruzione dell’<strong>unica</strong>&nbsp;<strong>metropolitana del Paese</strong>, di&nbsp;<strong>scale mobili</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>funicolari</strong>&nbsp;che permettono di raggiungere i quartieri più periferici e umili, e di una biblioteca e un centro culturale in zone marginali.</p>



<p>Ma nella città la&nbsp;<strong>violenza</strong>&nbsp;non è finita. Dalle ceneri del Cartello di Medellín nacque la&nbsp;<em>Oficina del Envigado</em>, e dai resti dei narcoparamilitari delle&nbsp;<em>Autodefensas Unidas de Colombia</em>&nbsp;(Auc) si crearono&nbsp;<em>Los Urabeños</em>. Seconda la organizzazione non governativa&nbsp;<em>Corporación para la Paz y el Desarrollo Social</em>&nbsp;(Corpades), questi gruppi attualmente controllano il 70% della città.</p>



<p>“<em>Lo stesso giorno in cui Medellín venne proclamata ‘</em>città dell’innovazione<em>‘, i fucili risuonavano nelle periferie</em>”, ricorda Luis Fernando Quijáno, direttore di Corpades. “<em>Non si può parlare di una città in pace se continuano a esserci sfollati e&nbsp;</em>desaparecidos<em>, se continua a esistere il pizzo. È innovatrice una città in cui ci sono fosse comuni e uomini armati che controllano le strade?</em>”.</p>



<p><em><a href="http://www.wired.it/attualita/politica/2015/12/02/vera-storia-pablo-escobar/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato da Wired il 2.12.2015</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/12/02/la-vera-storia-di-pablo-escobar/">La vera storia di Pablo Escobar</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Studenti desaparecidos in Messico, inchiesta internazionale: “Ricostruzione dei pm è falsa, servizi e polizia sapevano”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2015 12:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[narcostato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’una e un quarto della notte del 26 settembre 2014&#160;Carmen Mendoza&#160;ricevette un messaggio di testo del figlio adolescente. “Mamma, mi puoi fare una ricarica? È urgente”, scriveva&#160;Jorge Aníbal, studente della scuola normale di&#160;Ayotzinapa. Dopo quella notte Carmen non lo ha più visto, ma per quasi un mese il cellulare continuava a squillare ogni volta che&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’una e un quarto della notte del 26 settembre 2014&nbsp;<strong>Carmen Mendoza</strong>&nbsp;ricevette un messaggio di testo del figlio adolescente. “Mamma, mi puoi fare una ricarica? È urgente”, scriveva&nbsp;<strong>Jorge Aníbal</strong>, studente della scuola normale di&nbsp;<strong>Ayotzinapa</strong>. Dopo quella notte Carmen non lo ha più visto, ma per quasi un mese il cellulare continuava a squillare ogni volta che la donna provava a chiamarlo.&nbsp;Di conseguenza quando, nel gennaio scorso, il procuratore generale<strong>&nbsp;Jesús Murillo Karam</strong>&nbsp;annunciò quella che definì la “<strong>verità storica</strong>” sul caso Ayotzinapa, Carmen Mendoza non gli credette. Secondo il magistrato,&nbsp;<strong>Jorge Aníbal</strong>sarebbe già stato morto all’ora in cui alla donna arrivò il suo messaggio.</p>



<p>La ricostruzione ufficiale dell’attacco avvenuto nella città di Iguala il&nbsp;<strong>26 settembre 2014</strong>&nbsp;– in cui 6 persone vennero uccise, più di 40 ferite e 43 fatte sparire – sostiene che la Polizia Municipale avrebbe&nbsp;<strong>sequestrato</strong>&nbsp;gli studenti di Ayotzinapa per consegnarli a uomini del cartello criminale&nbsp;<strong>Guerreros Unidos</strong>. Questi si sarebbero incaricati di ucciderli nella discarica del paese di&nbsp;<strong>Cocula</strong>,&nbsp;<strong>bruciarli</strong>&nbsp;fino a cremare i loro corpi e gettare poi i resti in una borsa che è stata trovata nel vicino fiume San Juan.</p>



<p>Pubblicità</p>



<p>Un gruppo di esperti indipendenti nominato dalla&nbsp;<strong>Commissione Interamericana di Diritti Umani</strong>&nbsp;(CIDH) ha presentato i risultati di un’indagine di sei mesi che dimostra, prove scientifiche alla mano, come la ricostruzione fatta dalla Procura Generale della Repubblica faccia acqua da tutte le parti.</p>



<p>“I ragazzi non sono stati cremati nella discarica di Cocula”, ha affermato<strong>&nbsp;Francisco Cox Vial</strong>, avvocato cileno che fa parte del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della CIDH. Secondo il nuovo rapporto, è scientificamente impossibile che nella discarica sia stato appiccato un rogo di quelle dimensioni. Non c’è nessuna prova, quindi, che i 43 ragazzi desaparecidos di Ayotzinapa siano morti.</p>



<p>Di uno dei ragazzi sequestrati quella notte ad Iguala,<strong>&nbsp;Alexander Mora Venancio</strong>, sono già state presentate le prove della morte. Un gruppo di periti dell’<strong>Università di Innsbruck</strong>avrebbe stabilito la sua identità a partire dai resti contenuti in una borsa che, secondo il governo, sarebbe stata trovata nel fiume San Juan, vicino alla discarica. Ma se, come affermano gli esperti indipendenti, a Cocula non è stato cremato neanche un corpo, dove sono stati rinvenuti i resti di Alexander?</p>



<p>Il rapporto della CIDH ha portato a galla altre&nbsp;<strong>incongruenze</strong>&nbsp;presenti nella ricostruzione ufficiale, che hanno tutto l’aspetto di un’operazione finalizzata a&nbsp;<strong>coprire</strong>&nbsp;responsabilità ed ingannare l’opinione pubblica. Governo e procura hanno sempre negato il coinvolgimento dell’esercito e della Polizia Federale nei fatti di Iguala, ma gli esperti indipendenti affermano che la procura possedeva dichiarazioni di agenti dell’intelligence militare che riconoscono di essere stati&nbsp;<strong>presenti</strong>&nbsp;nel momento dell’attacco, e di non essere intervenuti. E anche la Polizia Federale era a conoscenza di quello che stava succedendo.</p>



<p>E spunta un&nbsp;<strong>quinto autobus</strong>, assente dalla versione della procura malgrado gli studenti ne avessero dichiarato l’esistenza. Si tratta di uno dei mezzi che i ragazzi avevano occupato per lasciare la città di Iguala; gli esperti avvertono che probabilmente, all’insaputa dei giovani, era utilizzato per trasportare<strong>&nbsp;droga</strong>.</p>



<p>La CIDH raccomanda quindi al governo di aprire una&nbsp;<strong>nuova indagine</strong>, che prenda in considerazione la possibile presenza della droga come movente dell’attacco. L’esecutivo ha promesso di “prendere in considerazione i suggerimenti” degli esperti, ma continua a sostenere che nella discarica sono stati cremati un “numero considerevole” di studenti.</p>



<p>“Avevamo ragione, abbiamo sempre avuto ragione, i nostri figli non sono stati bruciati. Quella che il governo chiama “verità storica” è una&nbsp;<strong>bugia storica</strong>”, ha affermato Felipe de la Cruz Sandoval, portavoce dei genitori dei ragazzi scomparsi. Le famiglie dei desaparecidos chiedono di incontrare il presidente&nbsp;<strong>Enrique Peña Nieto</strong>, e che vengano indagate le relazioni tra il governo e il crimine organizzato che il rapporto mette in luce.</p>



<p>“La domanda ora è: dove sono i nostri figli? Dove&nbsp;li hanno portati?”, ha dichiarato&nbsp;<strong>Mario César González</strong>, genitore di uno dei ragazzi scomparsi.</p>



<p><em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/11/studenti-desaparecidos-in-messico-inchiesta-internazionale-ricostruzione-dei-pm-e-falsa-servizi-e-polizia-sapevano/2025875/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano il 11.09.2015</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/09/11/studenti-desaparecidos-in-messico-inchiesta-internazionale-ricostruzione-dei-pm-e-falsa-servizi-e-polizia-sapevano/">Studenti desaparecidos in Messico, inchiesta internazionale: “Ricostruzione dei pm è falsa, servizi e polizia sapevano”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 13:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le manifestazioni della società civile messicana a seguito della sparizione dei 43 studenti ad Iguala hanno fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale la brutalità della violenza in Messico e la corruzione della sua classe politica, ma anche la capacità di mobilitazione di un popolo stanco. A Città del Messico abbiamo incontrato Román Hernández Rivas del Centro&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/">La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le manifestazioni della società civile messicana a seguito della sparizione dei 43 studenti ad Iguala hanno fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale la brutalità della violenza in Messico e la corruzione della sua classe politica, ma anche la capacità di mobilitazione di un popolo stanco. A Città del Messico abbiamo incontrato Román Hernández Rivas del Centro di Diritti Umani Tlachinollan, che lavora a tu per tu con gli studenti di Ayotzinapa e con le famiglie dei ragazzi scomparsi.</p>



<p><strong>Perché la guerra al narcotraffico promossa dal governo messicano nel 2006, invece di sconfiggere la criminalità organizzata, ha causato violazioni ai diritti umani?</strong><br>Nel 2000, quando il Partido Revolucionario Institucional (PRI) perse la presidenza della repubblica ed entrò Vicente Fox del Partido de Acción Nacional (PAN), s’interruppe l’egemonia che il PRI aveva da circa 80 anni. Non si trattava solo di egemonia politica, ma di controllo della produzione e distribuzione di droga: negli anni ’70 lo stato messicano produceva eroina e oppio che vendeva agli Stati Uniti. Esisteva un’industria statale della droga, è un fatto documentato. Queste coltivazioni non vennero mai sradicate e con gli anni lo stato perse il dominio sulla produzione della droga, lasciando spazio ai cartelli criminali.<br>Quando il PAN arrivò al governo si crearono divisioni tra i gruppi del narco nella lotta per il controllo territoriale. La situazione peggiorò nel 2006, quando il governo annunciò la guerra al narcotraffico, e l’esercito iniziò ad operare frontalmente come attore armato all’interno dello stesso territorio. Non capiamo esattamente quale sia il gioco dell’esercito, se sta appoggiando uno dei cartelli, se nel tentativo di indebolire uno finisce per rinforzare un altro, o se sta attaccando tutti allo stesso modo.<br>La situazione di crisi attuale che vive il Messico, di violazione dei diritti umani commessa da servitori dello stato, si aggravò ulteriormente nel 2008 con la Iniziativa Mérida, un piano di sicurezza progettato dagli Stati Uniti, che si concretizza nella militarizzazione del paese. La società civile si trova al centro di questa disputa per il controllo territoriale tra cartelli del narco, e tra di essi e l’esercito, e cerca di difendere il territorio conteso.</p>



<p><strong>Perché lo stato decide di far sparire le persone invece di ucciderle?</strong><br>Non possiamo dire perché lo fa, ma possiamo parlare delle conseguenze generate dalla desaparición forzada. Quando una persona scompare i suoi cari sentono ansia, paura e incertezza, non sanno cosa sta succedendo. L’omicidio e la desaparición forzada – che per definizione viene operata da servitori dello stato – si toccano nel punto che rappresenta la frontiera fra la delinquenza organizzata e lo stato messicano, come attori che sono impregnati l’uno dell’altro.</p>



<p><strong>Perché considerate il presidente Enrique Peña Nieto responsabile dei fatti di Iguala? Il crimine è stato commesso dalla Polizia Municipale, non potrebbe essere stato un ordine del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, senza l’intervento del governo federale?</strong><br>Il vincolo tra il narco e lo stato non inizia ad Iguala il 26 settembre. Il Messico si può definire un “narcostato” perché la criminalità organizzata ha tanto potere da poter fare eleggere i sindaci, iniettando soldi alle campagne elettorali. Lo stato non è intervenuto per rispondere alle denunce che indicavano alcuni sindaci come parte del crimine organizzato, la sua responsabilità è quindi per omissione e Peña Nieto è responsabile essendo il titolare dell’esecutivo federale. Ma la delinquenza organizzata non è iniziata con lui, lo stato ha creato le condizioni perché fatti come quello di Iguala potessero accadere. La criminalità organizzata è un’inerzia che lo stato sta trascinando da più di 40 anni, che è prodotto delle sue azioni e omissioni.</p>



<p><strong>Con un panorama come questo, le famiglie degli studenti di Ayotzinapa credono che lo stato possa fare giustizia?</strong><br>Le rivendicazioni dei genitori dei ragazzi sono cambiate dal 26 settembre ad oggi. All’inizio pretendevano che il governo dello stato di Guerrero riportasse a casa i loro figli, poi chiesero l’intervento del governo federale. In questo momento non hanno più fiducia in nessuno e sono convinti che Peña Nieto stia solo cercando di “ripulire” la sua immagine, per continuare a girare il mondo svendendo agli investitori stranieri le risorse naturali del paese.</p>



<p><strong>Il movimento che si è formato in solidarietà con Ayotzinapa chiede la rinuncia di Peña Nieto. Che cosa vi aspettate da un’eventuale uscita di scena del presidente? Considerate che la sua rinuncia potrebbe portare a un cambio reale nel paese?</strong><br>Il movimento chiede la rinuncia del presidente perché è considerato responsabile della violenza di stato, e quindi di quello che è successo ai ragazzi. Ad ogni modo gli studenti di Ayotzinapa affermano che il problema non è Peña Nieto in sé, ma la struttura su cui si sostiene il sistema politico, che permette a una figura come la sua di stare al potere. Gli studenti stanno cercando reali garanzie di non ripetizione di quello che è successo, e non le possono chiedere allo stato messicano visto che lui stesso commette violazioni ai diritti umani. Per questo la popolazione ha occupato una ventina di municipi nello stato di Guerrero, dove si sono formati consigli popolari con l’idea di generare un processo di costruzione politica dal basso, che stabilisca spazi donde si possano prendere decisioni collettivamente e fuori dalla politica partitica. È un esperimento che prende ad esempio le Giunte di Buon Governo presenti in territorio zapatista.</p>



<p><em>Intervista pubblicata da Narcomafie nell’aprile 2015.</em></p>



<p><em>Versión en español:</em>&nbsp;http://www.sobreamericalatina.com/?p=2135</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/">La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Colombia, la pace o la coca</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2014/08/16/colombia-la-pace-o-la-coca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2014 16:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Catatumbo è un angolo di Colombia confinante con il Venezuela, utilizzato come corridoio dal narcotraffico internazionale. I governi hanno da sempre abbandonato a se stessa la regione, dove la violenza dei paramilitari -un prodotto del conflitto armato che da cinquant’anni li impegna a fianco dell’esercito e contro le guerriglie marxiste- secondo la organizzazione non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Catatumbo è un angolo di Colombia confinante con il Venezuela, utilizzato come corridoio dal narcotraffico internazionale. I governi hanno da sempre abbandonato a se stessa la regione, dove la violenza dei paramilitari -un prodotto del conflitto armato che da cinquant’anni li impegna a fianco dell’esercito e contro le guerriglie marxiste- secondo la organizzazione non governativa Action For Peace ha causato la morte di più di 11mila persone tra il 1999 e il 2004.&nbsp;</p>



<p>Il Catatumbo è una regione verde e afosa, impoverita dalla brutalità della guerra e dall’estrazione petrolifera, che non beneficia economicamente i suoi abitanti e inquina la loro terra, ed è qui che nell’estate del 2013 è esplosa la rabbia&nbsp;<em>campesina</em>&nbsp;colombiana, quella che a inizio maggio 2014 ha portato circa 120mila contadini a manifestare in varie zone del Paese.</p>



<p>Dopo due settimane di proteste si è aperto un tavolo negoziale con il governo, sotto pressione a causa della prossimità delle elezioni presidenziali (che si sono tenute il 25 maggio). I manifestanti accusano il presidente Juan Manuel Santos di non aver rispettato gli impegni presi a seguito delle marce contadine dell’agosto 2013, che chiedevano riforme strutturali e aiuti per il settore agricolo colombiano. Nel Catatumbo, i contadini erano scesi in strada per più di 50 giorni, chiedendo il finanziamento di soluzioni alternative alla coltivazione della coca.<a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT070314OB1.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" src="https://i0.wp.com/localhost/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/07/CAT070314OB11-300x225.jpg.webp?resize=841%2C632" alt="" class="wp-image-2150" width="841" height="632"/><figcaption class="wp-element-caption">Contadino cocalero del Catatumbo. Foto: O.B.</figcaption></figure>



<p>Nel Catatumbo, infatti, la terra non garantisce la sovranità alimentare di chi la coltiva, poiché produce quasi esclusivamente palma africana e coca, che è una pianta sacra ai popoli indigeni andini per le sue proprietà medicinali ma, attraverso un processo chimico, può essere trasformata in cocaina. Sono contadini sui generis, così, quelli del Catatumbo: non producono il cibo che consumano e sono specializzati nella semina di monocolture. Fino alla fine degli anni Ottanta, molti di loro coltivavano cacao, patate e yucca, ma poi l’isolamento in cui vivono ha reso impossibile la commercializzazione dei generi alimentari.</p>



<p>A causa del pessimo stato delle strade, trasportare i prodotti fino ai mercati delle città costava di più del guadagno atteso dalla loro vendita. Molti contadini decisero quindi di coltivare coca, i cui compratori -i paramilitari di destra e i guerriglieri marxisti delle FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo) e dell’ELN (Ejército de Liberación Nacional)- arrivano fino alla porta della fattoria.</p>



<p>Dalla metà degli anni Novanta le FARC e, in seguito, l’ELN iniziarono a controllare laboratori per la produzione di pasta di coca e in alcune zone del Paese iniziarono anche a trasformarla in cocaina, che viene poi venduta ai cartelli del narcotraffico per l’esportazione (il 70% negli Stati Uniti d’America). Il coinvolgimento nel narcotraffico dei gruppi paramilitari e delle BaCrim (Bandas Criminales), come sono state denominate le milizie irregolari dopo il tentativo di smantellamento a partire dal 2004, è ancora più stretto, e prevede il trasporto della cocaina all’estero.</p>



<p>La situazione dei contadini catatumbensi è peggiorata con l’entrata in vigore dei trattati di libero commercio con Canada (2011) e Usa (2012). Le sovvenzioni che i Paesi nordamericani offrono ai propri prodotti agricoli permettono la vendita sul mercato colombiano a un prezzo inferiore di quello dei beni locali. La caduta del prezzo degli ortaggi, causata dall’arrivo di quelli canadesi e statunitensi, coincide con l’incremento delle coltivazioni di coca nel Catatumbo. Secondo l’ultimo Censimento annuale delle coltivazioni di coca della UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), fra il 2011 e il 2012 la superficie coltivata a coca nella regione aumentò del 51%. Inoltre, il Catatumbo si è convertito nella regione a più alto rendimento produttivo del Paese.<a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/COCA160314OB.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/localhost/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/07/COCA160314OB1-300x225.jpg.webp?resize=837%2C629" alt="" class="wp-image-2153" width="837" height="629"/><figcaption class="wp-element-caption">Foglie di coca. Foto: O.B.</figcaption></figure>



<p>“Noi cocaleros siamo stigmatizzati, i media ci trattano come narcotrafficanti e collaboratori della guerriglia, ma non abbiamo altre possibilità che coltivare coca -spiega José Efraín M.-. Non mi piace coltivare coca, so che è causa di un problema sociale e ho paura della repressione dell’esercito, ma lo Stato non ci offre nessuna alternativa. Cinque anni fa producevo alimenti, ora con queste strade è impossibile commercializzarli”.</p>



<p>I cocaleros in Colombia possono essere incarcerati a causa di una legge (la numero 30 del 1986) che tipifica come delitto la semina e il finanziamento delle coltivazioni che possono avere un uso illecito, e sono esposti alle conseguenze delle aspersioni aeree con il glifosato Roundup Ultra, un erbicida prodotto da Monsanto utilizzato per distruggere le piante di coca.</p>



<p>Le fumigazioni sono previste dal “Piano per la pace, la prosperità e il rafforzamento dello Stato”, comunemente denominato Plan Colombia, che dal 2000 regola la cooperazione militare fra gli Stati Uniti e il Paese sudamericano nella lotta al narcotraffico. Il piano prevede una strategia quasi unicamente repressiva, e solo il 20% delle sue risorse sono dedicate a politiche finalizzate alla prevenzione e al trattamento dei tossicodipendenti. A partire dal 1994, il Consiglio nazionale degli stupefacenti ha regolamentato il “Programma di sradicamento delle coltivazioni illecite mediante aspersione aerea con glifosato”, che è a carico della Direzione antinarcotici della Polizia nazionale.</p>



<p>La Colombia è l’unico Paese che fumiga le coltivazioni illecite, su una superficie che, annualmente, supera i 100mila ettari. La pratica continua, malgrado una sentenza del Consiglio di Stato colombiano dell’11 dicembre 2013 affermi che le fumigazioni violano il principio di precauzione, vincolante nel Paese latinoamericano, secondo cui si dovrebbero sospendere le attività umane i cui rischi sono dimostrati scientificamente.</p>



<p>“Le fumigazioni sono nocive per la salute, oltre ad essere inefficaci nella riduzione delle coltivazioni di coca -spiega Daniel Mejía Londoño, direttore del Centro de Estudios Sobre Seguridad y Drogas (CESED) della Universidad de los Andes di Bogotá-. Secondo i risultati della nostra ricerca, nelle zone di aspersione ci sono più problemi dermatologici e una più alta percentuale di aborti. Altri studi dimostrano gli effetti negativi delle aspersioni sull’ambiente, e sulla fiducia nelle istituzioni delle persone che vivono nei municipi soggetti a fumigazioni”.</p>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT080314OB8.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT080314OB81-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4114" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT080314OB81-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT080314OB81-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT080314OB81-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gente del Catatumbo. Foto: O.B.</figcaption></figure>



<p>Nel settembre 2013 il governo colombiano ha firmato un accordo con l’Ecuador perché ritirasse la denuncia presentata nel 2008 al Tribunale internazionale dell’Aja, basata su uno studio che dimostrava i problemi che le fumigazioni nel Sud della Colombia causavano oltre confine. Il governo di Juan Manuel Santos ha promesso di versare 15 milioni di dollari a quello ecuadoriano come donazione allo sviluppo della zona frontaliera, senza ammettere che si tratta di un indennizzo per i danni causati dal glifosato.</p>



<p>Un’altra strategia utilizzata dal governo del Paese latinoamericano per mettere fine alle coltivazioni di coca è lo sradicamento manuale delle piante, che nel 2012 ha interessato più di 30mila ettari, e che è messo in atto da civili accompagnati dalla polizia o dall’esercito. Si tratta di una strategia poco efficace, visto che il giorno dopo i coltivatori possono riseminare la coca, creando un circolo vizioso potenzialmente infinito. Inoltre, molti sradicatori sono morti a causa delle mine antiuomo seminate nei campi da guerriglieri e paramilitari.</p>



<p>“Le mie piante sono state sradicate per la prima volta all’inizio del 2010 -racconta Nancy B., cocalera del municipio di Sardinata-. Gli sradicatori venivano ogni tre mesi. Quando se ne andavano seminavo nuovamente la coca, e poi quelli tornavano a sradicare. Sono andata avanti così per tre anni, fino a quando, dopo una grande campagna di sradicamento forzato, abbiamo iniziato a manifestare. Era il giugno 2013”. Le manifestazioni del Catatumbo -secondo la UNODC, il 70% dei cocaleros della regione preferirebbe coltivare altro- chiedevano al governo finanziamenti che favorissero soluzioni alternative alla semina della coca, e un cambiamento nella politica antidroga.</p>



<p>“La nostra mobilitazione del giugno 2013 era stata la risposta ad anni e anni di repressione e abbandono statale. Iniziammo a bloccare le strade perché il governo aveva promosso una campagna di sradicamento forzata delle piante di coca che aveva lasciato gli agricoltori letteralmente senza niente. In meno di tre giorni si unirono a noi circa 20mila contadini, praticamente tutta la regione partecipò”, racconta Leonardo Rojas Díaz, che è il rappresentante dell’associazione contadina del Catatumbo AsCamCat (Asociación Campesina del Catatumbo) al tavolo dei negoziati con il governo.</p>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/08/CAT070314OB3.jpg"></a></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" src="https://i0.wp.com/localhost/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2014/07/CAT070314OB31-300x225.jpg.webp?resize=836%2C627" alt="" class="wp-image-2159" width="836" height="627"/><figcaption class="wp-element-caption">Il Catatumbo è una regione fortemente militarizzata. Foto: O.B.</figcaption></figure>



<p>Dopo 53 giorni di manifestazioni e scontri con l’Escuadrón Móvil Antidisturbios, un corpo speciale della Polizia colombiana, che portarono alla morte di quattro contadini e centinaia di feriti, venne aperto un dialogo con il governo. “Uno degli accordi firmati prevede l’indennizzo delle 400 famiglie vittima di sradicamento forzato, e sono stati negoziati investimenti infrastrutturali -prosegue Leonardo Rojas Díaz di AsCamCat-. La sostituzione delle coltivazioni deve essere sociale, graduale, concertata, ambientale e strutturale. Vorremmo inoltre utilizzare una parte delle coltivazioni di coca per la produzione di creme, analgesici, tè e rum. Un punto fondamentale della nostra proposta è la creazione di una Zona di riserva contadina in sette municipi del Catatumbo”.</p>



<p>AsCamCat ne attendeva la creazione da parte dell’Instituto Colombiano de Desarrollo Rural entro il 20 marzo scorso: la Zona di riserva contadina garantirebbe alcuni importanti diritti agli agricoltori, come la formalizzazione della proprietà, in un Paese in cui il 50% dei contadini non possiede legalmente la terra che coltiva. La Procura generale della Repubblica ha però fermato l’iter, a causa dell’interposizione di un ricorso di costituzionalità, e così AsCamCat ha risposto unendosi alle manifestazioni contadine nazionali, convocando una marcia che si è tenuta il 9 maggio 2014.</p>



<p>Le coltivazioni che possono avere un uso illecito sono uno dei punti in agenda nei dialoghi di pace che dal novembre 2012 si stanno svolgendo all’Avana, a Cuba, tra il governo colombiano e le FARC. Le richieste del gruppo guerrigliero sono simili a quelle dei cocaleros, e includono la sospensione delle fumigazioni aeree e l’indennizzo delle sue vittime. “Forse gli accordi di pace porteranno a un cambiamento della politica antidroga, ma la decisione non dovrebbe essere presa a causa di una richiesta delle FARC. Il governo interromperebbe le fumigazioni perché lo vogliono le FARC, e non perché esistono 15 anni di ricerche che dimostrano la loro inefficacia”, commenta il professor Daniel Mejía Londoño del CESED.</p>



<p>Il 16 maggio le parti hanno annunciato la firma dell’accordo, che entrerà in vigore solo se raggiungeranno un consenso anche sugli altri punti in agenda. Il governo ha promesso di creare un programma di sostituzione delle coltivazioni che possono avere un uso illecito, le FARC si sono impegnate a mettere fine alla loro relazione con il traffico di droga.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/colombia-la-pace-o-la-coca/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato dal mensile Altreconomia nel giugno 2014</a></em></p>



<p><a href="https://sobreamericalatina.com/2014/07/23/colombia-campesinos-sin-alternativa-al-cultivo-de-coca/" target="_blank" rel="noopener" title="">En castellano</a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/08/16/colombia-la-pace-o-la-coca/">Colombia, la pace o la coca</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[golpe]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[militarizzazione]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.<br>L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione di povertà e il 40% è disoccupata.&nbsp;La connivenza tra le autorità e il crimine organizzato è pervasiva e la militarizzazione della società, in nome della lotta al crimine organizzato, ha in realtà portato ad un incremento degli omicidi e della presenza del narcotraffico, che approfitta dell’impunità che tocca l’80% dei delitti. Secondo la statunitense Dea (Drug Enforcement Administracion), dall’Honduras transita più dell’80% della droga in viaggio verso gli Stati Uniti e nel 2013 le forze dell’ordine hanno sequestrato solo due tonnellate di cocaina. Inoltre, il viceministro della Difesa Carlos Roberto Funes ha recentemente affermato di sospettare che nel paese si trovi “El Chapo” Guzmán, capo dei capi del narcotraffico messicano.<br>In vista delle elezioni di domenica prossima è stata ulteriormente incrementata la presenza militare, forte dei nuovi mille effettivi della Polizia Militare di Ordine Pubblico. La formazione del corpo d’élite è stata promossa nell’agosto del 2013 da Juan Orlando Hernández, candidato presidenziale del Partito Nazionale, il partito conservatore al governo, mentre la candidata del partito Libre (Libertà e Rifondazione) Xiomara Castro ha promesso di togliere i militari dalle strade.<br>Secondo l’ultimo sondaggio Cid-Gallup “donna Xiomara”, che ha raccolto le simpatie dei movimenti e delle classi meno abbienti honduregne, si trova a parimerito con il nazionalista Orlando Hernández. Se la Castro parla di un “socialismo democratico” capace di assicurare garanzie agli investitori, il candidato nazionalista promette la creazione di migliaia di posti di lavoro nelle maquiladoras (industrie di assemblaggio in cui non sono previsti i diritti sindacali), il miglioramento della situazione abitativa delle classi meno abbienti e l’ampliamento delle coltivazioni di canna da zucchero e palma africana.<br>Il programma del nazionalista strizza l’occhio all’oligarchia honduregna, un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria maquiladora e nelle grandi coltivazioni di prodotti da esportazione come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, ci spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH. I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il partito nazionalista e quello liberale.<br>Di conseguenza, con la sua candidatura la Castro sfida non solo il maschilismo honduregno, ma anche il centenario bipartitismo dell’unico paese centroamericano che durante la Guerra Fredda non ha avuto una guerriglia capace di sfidare l’imperialismo statunitense. I nordamericani hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo in quella che si considera la Repubblica delle Banane per eccellenza, scegliendo presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.<br>Quando l’ex presidente Manuel Zelaya, che era stato eletto con i voti di destra, iniziò a mettere i bastoni fra le ruote alla stessa oligarchia di cui fa parte la sua famiglia, ci fu un colpo di stato. Era il giugno del 2009 e il popolo honduregno era stato chiamato a un referendum per decidere se convocare un’assemblea costituente. Oggi è la stessa moglie di Zelaya, Xiomara Castro, a presentarsi alle elezioni proponendo ancora una volta la formazione di una costituente.<br>“Nel 2009 Xiomara Castro era con noi nelle strade a manifestare contro il golpe e appoggio la sua candidatura, anche se non stimo alcuni membri del suo partito e mi riservo la facoltà di critica nei confronti del suo governo”, ci racconta Tomas Gómez Membreño dell’organizzazione indigena COPINH. “Inoltre temo che ci sia una frode elettorale, è difficile pensare che l’oligarchia la lasci governare”.<br>Così, questo bel paese di montagne e lunghe spiagge che nel suo piccolo territorio racchiude una grande varietà di culture e sapori, si prepara alle elezioni. La polizia ha nel cassetto un piano di contingenza per rispondere alla possibilità di conflitti durante le consultazioni, e i settecento osservatori internazionali sono pronti a vigilare su un processo elettorale che potrebbe rappresentare una svolta storica per il paese latinoamericano.</p>



<p><em>Reportage pubblicato il 23.11.2013 sul Secolo XIX</em>.</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/">Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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