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	<title>juan manuel santos - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>juan manuel santos - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Nobel per la Pace allo sconfitto Santos</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/08/nobel-per-la-pace-allo-sconfitto-santos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Nobel per la Pace a pochi giorni dal più grande fallimento politico della sua carriera. Il premio va a Juan Manuel Santos, presidente conservatore colombiano che ha intavolato con le&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia&#160;(FARC) un negoziato di pace dopo aver cercato di annientarle per sei anni, ai tempi in cui era Ministro della Difesa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un Nobel per la Pace a pochi giorni dal più grande fallimento politico della sua carriera. Il premio va a Juan Manuel Santos, presidente conservatore colombiano che ha intavolato con le&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC) un negoziato di pace dopo aver cercato di annientarle per sei anni, ai tempi in cui era Ministro della Difesa del governo ultraconservatore di Álvaro Uribe.</p>



<p>Trattative infinite, quattro anni di tira e molla, fino al 26 settembre, quando Santos e il leader delle FARC Rodrigo Londoño – meglio conosciuto come Timochenko – hanno finalmente firmato un accordo.</p>



<p>Che il presidente colombiano puntasse al Nobel per la Pace, in Colombia lo pensavano tutti. Ma nessuno credeva che ce l’avrebbe fatta dopo il risultato del plebiscito di domenica scorsa, quando la popolazione colombiana ha deciso di non approvare gli accordi di pace firmati.</p>



<p>La guerra durata più di 50 anni e che è costata più di 220mila morti e 6 milioni di sfollati non è finita, pensarono in quel momento molti colombiani. Santos si dimetterà, visto che ha costruito tutta la sua credibilità politica sul successo di questo accordi di pace, pensarono altri.</p>



<p>Ma Santos non si è dato per vinto, e ha convocato un (complicato) dialogo nazionale con l’intenzione di includere nelle trattive per la pace i delegati del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>, il partito che rappresenta i colombiani che hanno votato No al plebiscito.</p>



<p>Il Comitato per il Nobel norvegese ha affermato di aver preso in considerazione proprio questa reazione di Santos alla disfatta di domenica, mentre non ha evidentemente valutato i 3mila&nbsp;<em>falsos positivos</em>&nbsp;che si registrarono in Colombia ai tempi in cui Santos era Ministro della Difesa. Quando i militari sequestravano e assassinavano civili innocenti, per presentarli poi come guerriglieri uccisi in combattimento e incassare il riconoscimento corrispondente.</p>



<p>E non ha valutato lo sforzo che hanno dedicato al processo di pace gli altri attori coinvolti nei negoziati, come le stesse FARC che, secondo l’ex candidata presidenziale Ingrid Betancourt, per più di 6 anni prigioniera della guerriglia marxista, meritavano il Nobel al pari di Santos.</p>



<p>“Esiste un rischio reale che il processo di pace venga interrotto e che la guerra civile esploda nuovamente”, ha affermato in un comunicato il comitato di Oslo. “Il Comitato spera che il premio Nobel per la Pace gli dia [a Santos] la forza per trionfare in questo difficile compito”.</p>



<p>Un Nobel che vuole legittimare e dare impulso al processo di pace, motivare governo, FARC e rappresentanti del No a intraprendere un nuovo cammino comune.</p>



<p>Il premio amplifica anche l’appoggio internazionale al processo di pace e potrebbe motivare il 62% dei colombiani che domenica non sono andati a votare, ad interessarsi maggiormente alle trattative. Sicuramente renderà più difficile per Santos venire meno all’impegno di rispettare il cessate al fuoco bilaterale, almeno prima del 10 dicembre, quando ci sarà la cerimonia di consegna del premio.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.10.201</em>6.</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/08/nobel-per-la-pace-allo-sconfitto-santos/">Nobel per la Pace allo sconfitto Santos</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I colombiani bocciano la pace</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/07/i-colombiani-bocciano-la-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 13:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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		<category><![CDATA[processo di pace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Foto: Christian Escobar Mora/EFE) Erano le sei di domenica pomeriggio quando la Colombia ha scoperto di essere ancora in guerra. Il plebiscito popolare non ha approvato gli accordi di pace firmati il 26 settembre tra il governo e il gruppo guerrigliero delle&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia(FARC) dopo quasi 52 anni di guerra e 4 di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Foto: Christian Escobar Mora/EFE)</em></p>



<p>Erano le sei di domenica pomeriggio quando la Colombia ha scoperto di essere ancora in guerra. Il plebiscito popolare non ha approvato gli accordi di pace firmati il 26 settembre tra il governo e il gruppo guerrigliero delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>(FARC) dopo quasi 52 anni di guerra e 4 di negoziazioni, e che prevedeva la smobilitazione delle FARC, la loro integrazione alla vita politica, una riforma agraria e un sistema di giustizia transizionale per giudicare i crimini di guerra.</p>



<p>Victoria Márquez, una bogotana di 32 anni che collabora con la&nbsp;<em>Universidad Nacional de Colombia</em>, lo ha scoperto guardando la televisione in casa di un amico: “il 50,22% della popolazione ha votato NO; il 49,77% ha votato SI”, diceva il notiziario. “L’astensionismo supera il 62%”.</p>



<p>Victoria si è portata le mani al volto, mentre un’amica l’abbracciava. Piangevano, incredule. “Il NO ha vinto nelle città, ma nei territori in cui le persone hanno vissuto la guerra ha vinto il SI. Come si sentiranno oggi le persone che la guerra la vivono sulla propria pelle?”, chiede Victoria. “Quelli che stavano davanti alla porta di casa con la valigia pronta e che pensavano ci sarebbe stata un’altra opportunità, che ci sarebbe potuto essere qualcosa di diverso, sono condannati a più dolore, più odio, più guerra”.</p>



<p>Circa un’ora dopo, a pochi isolati da lì, il presidente conservatore Juan Manuel Santos, il grande promotore del processo di pace, faceva una breve apparizione pubblica. “Sono il primo a riconoscere questo risultato, in cui la metà del paese ha detto SI e l’altra metà ha detto NO. Il cessate il fuoco bilaterale e definitivo continua e continuerà vigente”, ha affermato il presidente, che ha convocato tutte le forze politiche a una riunione per aprire spazi di dialogo per determinare il cammino da seguire.</p>



<p>La vittoria del NO ha colto completamente di sorpresa la popolazione colombiana. La ratificazione popolare degli accordi di pace era data così per scontata che, almeno pubblicamente, il governo affermava di non avere un “piano B”. Non si sa esattamente cosa succederà ora. Le FARC si smobiliteranno comunque? Sarà difficile che lo facciano, se in cambio non riceveranno nulla. Il processo di pace andrà completamente a monte? Si rinegozieranno gli accordi? Ciò che è sicuro, è che il plebiscito aveva valore solo politico, e che l’accordo firmato continua ad avere un effetto giuridico innegabile e irrevocabile.</p>



<p>“Se vincerà il NO, si dovranno rivedere gli accordi, dovranno essere convocati un’assemblea costituente e un referendum”, ci ha detto in intervista prima del plebiscito Ernesto Macillas Tobar, Senatore del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>, partito ultraconservatore che ha promosso il NO. “Il presidente Santos dice che non possono essere cambiati, lo fa per strategia, perché se dicesse che si possono cambiare, tutto il paese voterebbe NO”.</p>



<p>Domenica sera, nella sede del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>&nbsp;di Bogotá, la Colombia confermava di essere un paese profondamente di destra. Riuniti di fronte a un palco in cui si trovavano i leaders del partito, il popolo festeggiava. Sbandierava i colori nazionali e scomodava il mito di David e Golia per spiegare la storica e inattesa vittoria. Affermavano di volere la pace, ma di non essere d’accordo con i punti previsti dall’accordo firmato, e che la partecipazione delle FARC alle prossime elezioni avrebbe portato il “castro-chavismo” in Colombia.</p>



<p>“Sì, è stato possibile!”, urlavano i sostenitori del NO domenica sera. Lo stesso grido che i sostenitori del SI lanciavano il 26 settembre davanti agli schermi giganti disposti nelle piazze di tutto il paese per trasmettere la firma degli accordi di pace. Quando piansero ascoltando le parole del comandante delle FARC Timochenko che chiedeva perdono per tutti i crimini commessi, e si commossero quando Santos terminò il suo discorso citando le parole dell’inno nazionale, che ora sembrano ingenue: “Colombiani, è finita la terribile notte”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 4.10.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/07/i-colombiani-bocciano-la-pace/">I colombiani bocciano la pace</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Colombia: quel negoziato infinito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2014 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arivista]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[accordi pace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 17 novembre 2012 all’Avana (Cuba) sono iniziati i negoziati di pace tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e i guerriglieri marxisti delle Farc-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército Popular). Un accordo tra le parti metterebbe fine a una guerra che dura da mezzo secolo e che ha causato circa 220mila&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 novembre 2012 all’Avana (Cuba) sono iniziati i negoziati di pace tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e i guerriglieri marxisti delle Farc-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército Popular). Un accordo tra le parti metterebbe fine a una guerra che dura da mezzo secolo e che ha causato circa 220mila morti e 5 milioni di sfollati. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), la Colombia è il paese con il maggior numero di profughi al mondo.</p>



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<p>Nel 1948, a seguito dell’omicidio del candidato del Partito Liberale Jorge Eliécer Gaitán, iniziò un periodo chiamato “la Violencia” che si concluse con un accordo per la spartizione del potere tra il Partito Conservatore e quello Liberale.&nbsp;</p>



<p>Questo non mise realmente fine alla violenza nel paese: i due partiti non furono capaci di migliorare le condizioni di vita della popolazione rurale, che negli anni ’60 formò gruppi guerriglieri comunisti come le Farc, l’Eln e l’EPL.<br>“I problemi nell’accesso alla terra e la mancata rappresentazione dei contadini nella vita politica del paese spiegano l’origine delle guerriglie negli anni ’60”, spiega ad Arivista Sergio Coronado del CINEP (Centro de Investigación y Educación Popular, con sede a Bogotá). I gruppi guerriglieri sono nati per difendere i diritti dei contadini, calpestati da un’oligarchia terriera che ancora oggi spadroneggia nelle campagne colombiane, ma sono criticati per le morti causate tra i civili e per la decisione di autofinanziarsi con la trasformazione della foglia di coca in cocaina. L’oro bianco viene in seguito esportato – per il 70% negli Stati Uniti – dai cartelli criminali.<br>Per combattere le guerriglie e difendere i propri interessi, i latifondisti crearono le milizie paramilitari con la complicità dello stato e l’appoggio dei cartelli del narcotraffico. Negli anni ’90 nacquero le “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC), il cui scopo era fare “il lavoro sporco”: ai paramilitari venivano affidate le azioni che erano sottratte all’esercito regolare, in modo da non macchiare l’immagine del governo. In questo senso, come rileva José Antonio Gutiérrez nelle pagine del quotidiano online spagnolo rebelion.org, non bisogna equiparare in modo semplicista la violenza paramilitare all’assenza dello stato, ma considerare il paramilitarismo come l’espressione più perversa del controllo statale.<br>Per decenni i paramilitari delle AUC hanno seminato il terrore nelle campagne colombiane, uccidendo, torturando e violentando la popolazione rurale accusata di appoggiare la guerriglia: secondo dati della Fiscalía General de la República (Procura della Repubblica), i paramilitari hanno confessato 25mila omicidi, più di mille massacri e di aver creato 3.599 desaparecidos.<br>Nel 2005 in Colombia è entrata in vigore la Ley de Justicia y Paz (Legge di Giustizia e Pace), finalizzata a smantellare i gruppi paramilitari: questi avevano accumulato tanto potere da creare problemi agli stessi gruppi oligarchici che li avevano creati. Dal processo di smantellamento dei paramilitari hanno preso forma le cosiddette Bacrim (Bande Criminali) che, a differenza delle AUC, non hanno una struttura di comando centralizzata pur essendo sufficientemente coordinate a livello nazionale. Sotto questa nuova identità, i paramilitari delle AUC continuano a operare nelle campagne colombiane in difesa dei latifondisti e dei grandi allevatori. Nella capitale Bogotá e in altre zone del paese dove fioriscono gli interessi imprenditoriali e il turismo, la guerra sembra invece un problema lontano.</p>



<p>Anche i presidenti Belisario Betancourt e Andrés Pastrana cercarono un accordo di pace con la guerriglia. Dalle negoziazioni tra Betancourt e le Farc del 1984 nacque il partito Unión Patriotica (UP), per riunire i guerriglieri che avevano deposto le armi. La Unión Patriotica ebbe però vita breve: in pochi mesi vennero assassinati migliaia di militanti e decine di sindaci e parlamentari, oltre ai due candidati presidenziali Jaime Pardo Leal y Bernardo Jaramillo. Il partito venne quindi sciolto, e i guerriglieri ripresero in mano le armi.<br>Le fallite negoziazioni del presidente Pastrana portarono invece alla firma, nel 1999, del Plan Colombia: un programma di cooperazione militare con gli Stati Uniti che ha avuto come conseguenza la militarizzazione delle zone più strategiche – quelle, ad esempio, più ricche di risorse naturali e in cui i movimenti sociali lottano per il territorio – e che permette agli Stati Uniti una presenza militare diretta nel paese sudamericano. Con la firma del Plan Colombia, Pastrana scelse di combattere la guerriglia utilizzando una strategia repressiva, invece di approvare una riforma agraria capace di redistribuire la ricchezza nel paese, incidendo in questo modo sulla principale causa della guerra.</p>



<p>Juan Manuel Santos, che è stato eletto presidente nel 2010, a differenza del suo predecessore Álvaro Uribe ha subito riconosciuto la presenza di un conflitto e si è impegnato a risolverlo con metodi pacifici. Ad ogni modo, mentre prendeva contatti con le Farc per instaurare un processo di pace, Santos assegnava al Ministero della Difesa uno dei budget più alti nella storia del paese. All’Avana si cerca un accordo per la pace, ma in Colombia continua la guerra: il governo non ha accettato la proposta di cessate il fuoco delle Farc e il 21 luglio scorso, dopo l’uccisione di 19 militari, il presidente ha ordinato alla forze armate di incrementare l’offensiva contro la guerriglia finché non si arrivi alla firma di un accordo.<br>Perché, incoerenze a parte, Santos si è impegnato, a differenza di Uribe, nella ricerca di un dialogo con le Farc? Secondo un articolo di Ignacio Ramonet dal titolo “¿Paz en Colombia?” – pubblicato nell’edizione spagnola del dicembre 2012 di Le Monde Diplomatique -, la differenza fondamentale è che Uribe rappresenta l’oligarchia terriera colombiana, mentre Santos protegge gli interessi di quella urbana (i cosiddetti “cacaos”). E i gruppi di potere cittadini sono favorevoli al processo di pace per varie ragioni: innanzitutto, l’oligarchia urbana non dovrebbe sostenere, al contrario di quella rurale, il costo di una seppur timida riforma agraria, che è tra le principali richieste delle Farc all’interno dei negoziati. Al contrario, una redistribuzione della terra causerebbe una crescita delle possibilità economiche della popolazione e un conseguente aumento del bacino dei consumatori. Inoltre, un abbandono delle armi da parte delle Farc permetterebbe ai grandi imprenditori di occuparsi dello sfruttamento delle immense risorse presenti nel sottosuolo del paese, senza trovarsi la guerriglia tra i piedi.<br>Da parte loro, le Farc hanno interesse a impegnarsi nei negoziati per varie ragioni. La guerriglia sta riscontrando problemi del punto di vista militare: seppur ancora in grado di tener testa all’esercito colombiano (che non può sperare in una vittoria militare contro un gruppo che, con i suoi circa 20mila miliziani, rappresenta la guerriglia numericamente più importante dell’America Latina), le Farc hanno perso alcuni dei suoi più importanti leaders, come Raúl Reyes, Alfonso Cano, Tirofijo, Iván Ríos e Simón Trinidad, che si trova in carcere negli Stati Uniti. Inoltre, i leader delle Farc sopravvissuti all’imponente offensiva militare dell’ultimo decennio possono aver preso in considerazione – rileva Ignacio Ramonet nell’articolo già citato – l’esperienza dei governi socialisti latinoamericani come Venezuela, Bolivia o Ecuador, che dimostrano come la conquista pacifica del potere sia un traguardo possibile da raggiungere.</p>



<p>Il tema agrario è stato scelto come primo tema nell’agenda dei negoziati perché gli squilibri nell’agro colombiano sono considerati come causa principale del conflitto armato. La guerra favorisce la concentrazione della terra in poche mani, aumentando la forbice tra i (tanti) poveri e i (pochi) ricchi. Questo soprattutto a seguito dell’azione violenta dei gruppi paramilitari, che ha portato milioni di contadini ad abbandonare la propria terra per rifugiarsi in altri paesi, in città o all’estero. Spesso la terra “liberata” dall’azione delle milizie irregolari viene comprata dai latifondisti o dalle transnazionali, interessate alla ricchezza del suolo o del sottosuolo colombiano. Di fatto, nel paese sudamericano l’indice di distribuzione della terra (Indice di Gini) misura 0.8, in una scala in cui 1 corrisponde alla sua concentrazione totale, situazione che ha contribuito a fare della Colombia il terzo paese più disuguale del mondo.</p>



<p>“Il 52.2% del totale della terra appartiene all’1.1% della popolazione. Con questi dati, di che pace stiamo parlando? Per frenare il conflitto bisogna incidere sulle cause”, denuncia Nelly Velandia della Mesa de Incidencia Política de las Mujeres Rurales de Colombia.<br>La società civile colombiana, riunita tra il 17 e il 19 diciembre 2012 a Bogotá nel Forum su Politica di Sviluppo Agrario Integrale – evento convocato dal governo e dalle Farc perché questa potesse presentare le proprie proposte ai negoziati di pace -, ha chiesto l’approvazione di una riforma agraria integrale. “Non chiediamo solo la redistribuzione della terra, ma la redistribuzione di tutta la ricchezza che noi, lavoratrici e lavoratori colombiani, costruiamo giorno per giorno”, ha annunciato Olga Lucía Quintero della Asociación Nacional Zonas de Reserva Campesina (ANZORC). “Chiediamo anche la redistribuzione del potere. Non il potere al quale siamo sottomessi, il potere che opprime, discrimina, esclude e teme la diversità. Abbiamo diritto a esercitare il potere, il potere che dalla base arricchisce tutta la società”.<br>Dunque, come le Farc, le organizzazioni contadine, indigene, afrodiscendenti e per i diritti umani di tutta la Colombia hanno chiesto al governo la redistribuzione della terra. Tuttavia, all’inizio del processo di pace il capo della delegazione governativa ai negoziati dell’Avana, Humberto De la Calle, ha messo in chiaro che il governo non è disposto a mettere in discussione il modello di sviluppo economico.<br>Alla fine del maggio 2013, le parti hanno firmato un’intesa sul tema agrario che entrerà in vigore solo se arriveranno a un accordo sulla totalità dell’agenda, che prevede il confronto su altri quattro temi: partecipazione delle Farc nella vita politica del paese, fine del conflitto, narcotraffico e riparazione alle vittime. In un comunicato del 26 maggio, Farc e governo hanno dichiarato che l’accordo raggiunto porterà a un cambiamento radicale nella situazione agraria del paese, distribuendo terra ai contadini e colmando l’enorme divario che separa le campagne dalle città. Secondo l’analisi di Juanita León del periodico digitale colombiano La Silla Vacía, l’accordo “cerca cambiamenti sociali significativi senza compromettere i poteri legali stabiliti”. Il governo, secondo la León, non farà altro che creare nuove istituzioni nelle campagne in cui i guerriglieri, una volta deposte le armi, potranno inserirsi come dirigenti locali.<br>“Non si può pensare che il processo di pace porti alla fine del latifondo o a una trasformazione strutturale del paese”, spiega Sergio Coronado del CINEP (Centro de Investigación y Educación Popular). “Però può generare una base sulla quale costruire un modello di sviluppo rurale molto più vicino ai bisogni dei contadini, questo sarebbe più facile in assenza di un conflitto armato. Tuttavia, la risoluzione dei conflitti agrari del paese non dipende dalla firma degli accordi di pace. L’assenza di conflitto armato non implica l’assenza di conflitto sociale”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato nell’ottobre 2013 su Arivista.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/01/25/colombia-quel-negoziato-infinito/">Colombia: quel negoziato infinito</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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