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	<title>criminalità organizzata - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>criminalità organizzata - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il Messico estrada El Chapo poche ore prima dell’incoronazione di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2017 14:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[El Chapo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poche ore dall’incoronazione di Donald Trump, il narcotrafficante messicano Joaquin “El Chapo” Guzmán ha toccato il suolo statunitense. Il leader del Cartello di Sinaloa, considerato dagli Stati Uniti come “nemico n. 1”, al pari di Al Capone negli anni ‘30, è stato prelevato dal carcere federale di Ciudad Juárez (Messico) giovedì, e trasportato a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poche ore dall’incoronazione di Donald Trump, il narcotrafficante messicano Joaquin “El Chapo” Guzmán ha toccato il suolo statunitense. Il leader del Cartello di Sinaloa, considerato dagli Stati Uniti come “nemico n. 1”, al pari di Al Capone negli anni ‘30, è stato prelevato dal carcere federale di Ciudad Juárez (Messico) giovedì, e trasportato a New York.</p>



<p>Con un grande operativo di sicurezza, messo in campo per impedire uno dei suoi clamorosi atti di fuga, la Drug Enforcement Administration (DEA) ha caricato El Chapo in elicottero e lo ha portato al Metropolitan Detention Center (MDC), penitenziario di massima sicurezza che si è guadagnato il soprannome di “Abu-Ghraib di Brooklyn”.</p>



<p>Il capo messicano sarà processato negli Stati Uniti per gravi crimini, suppostamente commessi dal 1980 ad oggi, tra cui figurano sequestro, delinquenza organizzata, riciclaggio di denaro sporco e omicidio, reato per cui le corti statunitensi si sono impegnate a non condannarlo alla pena di morte ma all’ergastolo, nel caso in cui fosse giudicato colpevole.</p>



<p>È difficile non leggere come gesto politico la consegna del criminale ai nordamericani, proprio il giorno prima dell’investitura di Trump. Secondo alcuni, potrebbe essere un regalo per il neopresidente, una strizzata d’occhio fatta nella speranza che le relazioni tra i due paesi migliorino. Altri lo vedono piuttosto come un riconoscimento a Obama, un gesto con cui i messicani mostrano di volerlo consegnare a lui invece che a Trump. Ma, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana, la coincidenza tra i due eventi è totalmente casuale.</p>



<p>El Chapo Guzmán iniziò la sua carriera negli anni ’80, ed è oggi leader di una delle più potenti organizzazioni criminali messicane. Secondo Forbes, è anche uno degli uomini più ricchi del mondo.</p>



<p>Esattamente 17 anni prima della sua estradizione negli Stati Uniti, il 19 gennaio del 2001, il capo del Cartello di Sinaloa fuggì per prima volta da un carcere di massima sicurezza. Uscì dalla sua cella nascosto nel carrello della biancheria sporca, spinto da funzionari penitenziari che, come una settantina di loro colleghi, figuravano sul libro paga dell’organizzazione criminale. Secondo alcuni, El Chapo scappò dal carcere a seguito di un accordo con l’ex presidente Vicente Fox, insediato al potere pochi giorni prima. Ricatturato e poi fuggito nuovamente nel luglio 2015 – questa volta attraverso un tunnel di 1500 metri che aveva scavato sotto la doccia, davanti agli occhi vigili delle telecamere di sicurezza – El Chapo fu catturato per la terza volta un anno fa.</p>



<p>“Ora in molti saranno preoccupati del fatto che El Chapo Guzmán parli; ci sono funzionari del governo, politici, militari e poliziotti che devono essere piuttosto allarmati per la sua estradizione, e che sicuramente staranno facendo pressioni su di lui”, ha dichiarato la giornalista Anabel Hernández, in un’intervista a&nbsp;<em>Aristegui Noticias</em>.</p>



<p>L’esperta di organizzazioni criminali messicane prevede l’inizio di un maxiprocesso contro El Chapo, e ha sottolineato come la sua estradizione rappresenti un fallimento per la giustizia messicana: con questa decisione, il governo latinoamericano sta implicitamente ammettendo la corruzione del suo sistema carcerario, incapace di tenere a bada il capo, e l’incapacità di portare avanti un processo che possa dar pace alle migliaia di famiglie messicane vittime dei suoi crimini. Solo alcuni statunitensi, forse, otterranno giustizia per i delitti commessi dal Chapo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.01.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/22/il-messico-estrada-el-chapo-poche-ore-prima-dellincoronazione-di-trump/">Il Messico estrada El Chapo poche ore prima dell’incoronazione di Trump</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Left]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I nemici nei forni: il lager de Los Zetas era un carcere</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/08/23/i-nemici-nei-forni-il-lager-de-los-zetas-era-un-carcere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2016 13:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[Los Zetas]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Foto: Miguel Sierra/Epa) Il carcere di Piedras Negras è stato utilizzato dall’organizzazione criminale&#160;Los Zetas&#160;come un campo di concentramento. L’inchiesta è della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Coahuila, nel nord del Messico (le indagini sono iniziate nel 2014), e la settimana scorsa è arrivata una conferma dal Texas:&#160;Rodrigo Humberto Uribe Tapia, un industriale affiliato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Foto: Miguel Sierra/Epa)</em></p>



<p>Il carcere di Piedras Negras è stato utilizzato dall’organizzazione criminale&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;come un campo di concentramento. L’inchiesta è della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Coahuila, nel nord del Messico (le indagini sono iniziate nel 2014), e la settimana scorsa è arrivata una conferma dal Texas:&nbsp;Rodrigo Humberto Uribe Tapia, un industriale affiliato all’organizzazione criminale, ha dichiarato a un giudice che il carcere veniva utilizzato per impacchettare droga, modificare automobili, assassinare persone e fare sparire i loro corpi.</p>



<p>L’attività sarebbe stata frenetica tra il 2009 e il 2011, quando il Coahuila era governato da Humberto Moreira, del conservatore&nbsp;<em>Partido Revolucionario Institucional</em>&nbsp;(PRI), arrestato mesi fa in Spagna per presunto riciclaggio di denaro sporco e poi rilasciato in mancanza di prove. Uribe Tapia ha dichiarato anche che&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;avrebbero versato 4 milioni di dollari ad alcuni funzionari dell’entourage di Moreira.</p>



<p>Secondo la procura di Coahuila, nel penitenziario di Piedras Negras 150 persone sarebbero state uccise e cremate nei forni costruiti da&nbsp;<em>Los Zetas</em>; molti di loro erano innocenti che erano stati confusi con affiliati ad altre organizzazioni criminali. Sotto l’occhio complice delle autorità penitenziarie, i leaders de&nbsp;<em>Los Zetas</em>&nbsp;potevano uscire dal carcere per bere un caffè o mangiare al ristorante, e tornare quando volevano.</p>



<p>Il penitenziario di Piedras Negras non è l’unico in Messico dove le organizzazioni criminali esercitano quello che si definisce “autogoverno”: comandano e obbligano i detenuti a pagare il pizzo o a lavorare per loro. Secondo la Commissione Nazionale di Diritti Umani, si trovano in questa situazione più della metà dei penitenziari del paese, e il Ministero degli Interni messicano ha ammesso che il 50% delle telefonate di estorsione provengono dalle carceri dello Stato di Tamaulipas in cui, evidentemente, i direttori decidono di non attivare un dispositivo capace di impedirle.</p>



<p>Fino allo scorso febbraio, Elvira aveva due figli detenuti nel carcere Topo Chico di Monterrey, a circa 4 ore da Piedras Negras. “Venivano obbligati a lavorare per la criminalità organizzata; mi dicevano che non ce la facevano più, che erano stanchi”, ci racconta la donna. “Quando è scoppiata la rivolta si sono nascosti in un tombino, da lì hanno visto uccidere e tagliare teste”.</p>



<p>Il giorno di cui racconta∫ Elvira, l’11 febbraio scorso, 49 persone persero la vita nel carcere di Topo Chico. Secondo la ricostruzione ufficiale, il massacro è stato causato dallo scontro di due gruppi rivali, entrambi affiliati a&nbsp;<em>Los Zetas</em>. Quando la polizia riuscì ad entrare nel penitenziario, trovò celle di lusso con eleganti pareti in pietra, vasche idromassaggio e&nbsp;<em>table dance</em>&nbsp;per ospitare spogliarelliste.</p>



<p>Nel 2014, la Commissione Nazionale di Diritti Umani visitò il carcere di Topo Chico, in cui registrò problemi nella prevenzione e nell’intervento in caso di episodi violenti, oltre che nelle condizioni materiali ed igiene delle installazioni. Allora i detenuti erano 4.585, in un carcere che può ospitare 3.635 persone.</p>



<p>Secondo Francisco Rivas, direttore dell’organizzazione non governativa&nbsp;<em>Observatorio Nacional Ciudadano</em>, la sovrappopolazione è uno dei principali problemi del sistema carcerario messicano. “Il 40% delle persone che si trovano in carcere sono in prigione preventiva. Oltre alle debolezze del sistema giudiziario messicano, che giudica colpevoli molti che non lo sono, queste sono persone che non sono neanche state processate”, spiega Rivas, che calcola una sovrappopolazione nelle carceri del 30% in un paese in cui, fino alla riforma del codice penale entrata in vigore a giugno, il 95% dei delitti veniva punito con il carcere.</p>



<p>“Le autorità carcerarie sono tolleranti con i criminali, o apertamente colluse”, conclude Rivas. “Il problema è che per i politici investire nelle carceri non ha molto senso perché è un investimento che il cittadino non vede, è denaro che non rende politicamente”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.08.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/08/23/i-nemici-nei-forni-il-lager-de-los-zetas-era-un-carcere/">I nemici nei forni: il lager de Los Zetas era un carcere</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Puerto Vallarta, Messico: la città maledetta per El Chapo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[El Chapo]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La città di Puerto Vallarta sembra una maledizione per&#160;El Chapo&#160;Guzmán, boss del Cartello di Sinaloa che, dopo due fughe cinematografiche, si trova oggi in un carcere di massima sicurezza. In quella località turistica sul Pacifico messicano, 24 anni fa i sicari del Chapo persero l’occasione per uccidere i fratelli Arellano Félix del Cartello di Tijuana.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La città di Puerto Vallarta sembra una maledizione per&nbsp;<em>El Chapo</em>&nbsp;Guzmán, boss del Cartello di Sinaloa che, dopo due fughe cinematografiche, si trova oggi in un carcere di massima sicurezza.</p>



<p>In quella località turistica sul Pacifico messicano, 24 anni fa i sicari del Chapo persero l’occasione per uccidere i fratelli Arellano Félix del Cartello di Tijuana. Li seguirono fino alla discoteca Christine, spararono più di mille colpi e uccisero sei persone, ma gli Arellano Félix riuscirono a scappare. Un grande smacco per il Chapo, che domenica scorsa è stato nuovamente colpito dall’anatema di Puerto Vallarta.</p>



<p>Suo figlio Jesús Alfredo è stato sequestrato nella città costiera da un commando armato. Sette sicari del cartello&nbsp;<em>Jalisco Nueva Generación</em>, che in soli 5 anni ha sfidato il primato del cartello di Sinaloa nel traffico di droga, hanno fatto irruzione nel locale urlando “ve l’avevamo detto che non vi dovevate più far vedere”. Secondo il quotidiano&nbsp;<em>El Universal</em>, tra le altre cinque persone sequestrate c’è anche suo fratello maggiore Iván Archivaldo, detto&nbsp;<em>El Chapito, e quella cena nel ristorante&nbsp;</em>La Leche era stata organizzata proprio per festeggiare il suo compleanno.</p>



<p>Nel 2005 El Chapito era stato arrestato perché la polizia aveva trovato armi e cocaina nella sua BMW. Per una “svista” procedurale della Procura Generale della Repubblica, venne liberato tre anni dopo. Anche suo fratello Jesús Alfredo ebbe molta fortuna. Nel 2012 il giovane venne arrestato, ma dopo due giorni le autorità dichiararono che il detenuto non era figlio del Chapo, e che si era trattato di un “errore”. Il gruppo criminale&nbsp;<em>Jalisco Nueva Generación</em>, invece, non ha fatto errori, e ha realizzato il sequestro con un operativo rapido e discreto.</p>



<p>Poche ore dopo, il sindaco di Puerto Vallarta Arturo Dávalos Peña è sparito. Ora i governatori degli Stati di Jalisco e Sinaloa temono un inasprimento della violenza come successe nel 2008, a seguito dell’omicidio di Edgar, figlio del Chapo che venne ucciso a ventidue anni davanti a un centro commerciale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.08.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/08/22/puerto-vallarta-messico-la-citta-maledetta-per-el-chapo/">Puerto Vallarta, Messico: la città maledetta per El Chapo</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 13:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[farc]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi potrebbe essere un giorno storico per la Colombia. Gli occhi del paese sono puntati sull’Avana, dove ci si aspetta che il presidente Juan Manuel Santos annunci la firma dei trattati di pace con i guerriglieri delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC). Proprio lì, nella capitale cubana, nel novembre 2012 sono iniziate le negoziazioni per mettere fine a un conflitto di mezzo secolo, che ha visto i guerriglieri marxisti contrapporsi alle forze armate e ai paramilitari, milizie irregolari create dall’esercito e dai cartelli criminali per fare il lavoro sporco. Secondo stime ufficiali, i paramilitari hanno commesso più di mille massacri e ucciso circa 25mila persone.</p>



<p>Una guerra che i colombiani stentano a definire tale, ma che ha causato circa 600mila morti e ha reso il paese sudamericano il secondo al mondo per numero di sfollati dopo la Siria, con 6 milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case.</p>



<p>Tra loro Juan Camilo, che nel 1999, quando era bambino, fu obbligato a lasciare il suo villaggio natale nel dipartimento di Antioquia. Ci è tornato circa un anno fa, e mi mostra i progetti di floricoltura e itticoltura che ha avviato nel suo terreno, “ripulito” dalle mine antiuomo dall’organizzazione non governativa Halo Trust.</p>



<p>“Più di una volta ho camminato lì da bambino, non sapevamo che c’erano 6 mine”, dice il giovane indicando il campo.</p>



<p>Malgrado sia tornato nel suo villaggio perché, afferma, “la situazione ora è molto più tranquilla”, Juan Camilo fa spallucce quando gli chiedo se pensa che la firma di un accordo di pace cambierà veramente la situazione del paese.</p>



<p>Forse perché è difficile immaginare la pace quando hai conosciuto solo la guerra. E ancora di più in un paese che continua a ribollire di conflitti sociali.</p>



<p>Lunedì è iniziata una protesta a tempo indefinito di organizzazioni, soprattutto contadine, che ha coinvolto circa 200mila persone in 27 dei 33 dipartimenti del paese. La settimana scorsa, nel Cauca, due indigeni sono stati uccisi dalla polizia durante una protesta, mentre i guerriglieri dell’<em>Ejército de Liberación Nacional&nbsp;</em>(ELN) -che dovrebbero iniziare presto i negoziati di pace con il governo-, hanno sequestrato tre giornalisti per sei giorni.</p>



<p>Sono ancora vive le ferite lasciate dai massacri commessi dai paramilitari nel decennio scorso, dagli abusi dell’esercito sulla popolazione civile, dalla brutalità della guerriglia. Continua ad essere violento il contrasto tra le campagne e i quartieri di classe media e alta della capitale Bogotá, dove la guerra si vede solo in tv. In Colombia il 20% della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, e il 30,6% della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà, bacino ideale di reclutamento per le organizzazioni criminali che, malgrado siano diminuiti i livelli di violenza rispetto agli anni ‘90, continuano a controllare buona parte del territorio.</p>



<p>“Con i trattati di pace devono avvenire dei cambiamenti strutturali. La guerra in Colombia non è mai finita perché le condizioni che l’hanno generata persistono: disuguaglianze, povertà, esclusione sociale, mancanza di opportunità e di educazione”, afferma in intervista Leonardo Ilich Rojas, ex combattente delle FARC. “Cosa succederebbe se la guerriglia abbandonasse le armi e nel paese non avvenisse nessun cambiamento strutturale? I guerriglieri che hanno un addestramento militare, se non sanno dove andare a lavorare, in pochi anni saranno diventati dei delinquenti”.</p>



<p>Il reinserimento sociale degli ex guerriglieri è una delle questioni chiave della Colombia post-conflitto, un paese che mantiene fresco il ricordo del fallimento della desmobilizzazione dei gruppi paramilitari, iniziata nel 2003, che si sono riarmati e riuniti sotto il nome di&nbsp;<em>Bandas Criminales</em>&nbsp;(BaCrim). Come dell’insuccesso degli accordi di pace del 2002, quando i combattenti delle Farc vennero integrati nella vita politica all’interno del partito&nbsp;<em>Unión Patriotica</em>&nbsp;(UP). I suoi dirigenti e militanti vennero massacrati dalle milizie paramilitari e dall’esercito, e gli ex guerriglieri ripresero in mano le armi.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 5.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/">Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 13:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/">“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di avergli messo il bastone tra le ruote in vari modi. “Il governo non vuole che risolviamo il caso”, hanno affermato.</p>



<p>Domenica il GIEI ha presentato le sue conclusioni finali, che insinuano molti dubbi e domande, smontando pezzo per pezzo la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione della Procura, integranti dell’organizzazione criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>&nbsp;avrebbero cremato i giovani nella discarica del paese di Cocula e gettato i loro resti nel fiume San Juan. Quasi per magia, presto arrivò la conferma: in una borsa rinvenuta nel fiume fu identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, l’unico studente di Ayotzinapa di cui si hanno notizie.</p>



<p>Ma gli esperti hanno smontato tutta l’impalcatura su cui si basa questa teoria. Secondo le loro indagini, è scientificamente impossibile che nella discarica di Cocula siano stati bruciati i corpi, e non ci sono prove che la borsa con i resti di Alexander si trovasse nel fiume San Juan. E aggiungono un dato interessante: il giorno prima della chiamata che avvisava della presenza della borsa, Tomás Zerón, direttore della governativa Agenzia di Investigazione Criminale, si trovava proprio nel luogo del ritrovamento. L’accusa non è stata esplicita, ma a tutti è nato il solito sospetto: Tomás Zerón ha lanciato nel fiume la borsa con i resti di Alexander, in modo da far “tornare” la versione della Procura?</p>



<p>I sospetti di manipolazione delle prove si rafforzano se si prendono in considerazione gli altri elementi che emergono dall’inchiesta del GIEI. La Polizia Federale avrebbe partecipato nel crimine, in accordo con il crimine organizzato, e l’esercito non è intervenuto malgrado fosse a conoscenza dell’attacco. Inoltre, 5 fra gli imputati chiave del caso sarebbero stati torturati dalla polizia a seguito dell’arresto, e avrebbero poi sottoscritto la veridicità della versione ufficiale.</p>



<p>E si sono registrati movimenti nei cellulari di alcuni studenti all’ora in cui, secondo la Procura, dovrebbero essere già stati morti e cremati; a tarda notte Jorge Aníbal Cruz Mendoza scrisse un sms a sua madre chiedendole di fargli una ricarica.</p>



<p>Il presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovare il mandato del GIEI, malgrado gli esperti non abbiano portato a termine il loro compito principale: scoprire dove si trovano i 43 studenti&nbsp;<em>desaparecidos</em>. Ora tocca alla Procura raccogliere le raccomandazioni del GIEI e portare avanti le indagini. Finora gli esperti sono stati ignorati dalle autorità messicane, che non hanno nemmeno considerato una pista che potrebbe svelare il movente dell’attacco: gli studenti sequestrati viaggiavano, senza saperlo, in un autobus che veniva utilizzato per trafficare droga dal Messico a Chicago.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 27.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/">“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 13:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[cocaína]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni. La Sessione Speciale dell’Assemblea&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni.</p>



<p>La Sessione Speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite (UNGASS) sulle droghe, che si è chiusa giovedì a New York, non ha stabilito il cambiamento di rotta che alcuni auspicavano rispetto all’approccio adottato nel 1961. Non è stata ascoltata la richiesta di alcuni governi e organizzazioni non governative di mettere fine alla guerra contro le droghe e di regolarizzare il loro mercato, ma è stata recepita la proposta di iniziare a considerare il tema delle sostanze considerate come stupefacenti come un problema di salute pubblica, invece che di sicurezza nazionale.</p>



<p>“In termini concreti il documento che è uscito dalla UNGASS non è un gran passo avanti, ma propone un approccio meno punitivo che rappresenta una rottura con le politiche del passato”, afferma in intervista Ted Lewis della ONG Global Exchange, all’uscita del Palazzo di Vetro.</p>



<p>Le richieste di depenalizzazione sono motivate dal fatto che questa risolverebbe, secondo i suoi sostenitori, vari problemi legati alla salute pubblica, e che in alcuni paesi la guerra contro il narcotraffico ha provocato un massacro della popolazione civile. Nella regione che va dalla Colombia al Messico, passando per il Centroamerica, decenni di politiche di criminalizzazione delle droghe non hanno fatto che arricchire le organizzazioni criminali, che nel traffico di droga trovano una delle loro principali fonti di entrata. Secondo uno studio del Senato messicano, se il consumo della cannabis con fini ricreativi venisse legalizzato, le entrate della criminalità organizzata scenderebbero del 26%.</p>



<p>“Non è una guerra contro la droga, è una guerra contro di noi”, dichiara Maria Herrera, un’anziana messicana. La donna è arrivata alla sede dell’ONU con una carovana che ha percorso, quasi interamente in autobus, i 5700 km che separano l’Honduras da New York per chiedere la fine della guerra alla droga. Un conflitto senza eserciti in cui Maria Herrera ha perso 4 figli, tutti&nbsp;<em>desaparecidos</em>, usciti un giorno in macchina e mai più tornati.</p>



<p>Anche negli Stati Uniti, il paese che incarcera più persone al mondo, la guerra alla droga miete le sue vittime. Più di 2 milioni di persone si trovano nei penitenziari nordamericani, l’80% condannate per reati, generalmente non violenti, che hanno a che fare con la droga. La popolazione afroamericana viene reclusa 6 volte in più rispetto a quella bianca, e il problema è diventato così grave che l’incarcerazione massiva si è trasformato in uno dei temi della campagna elettorale.</p>



<p>“Dovremmo utilizzare al meglio la flessibilità della Convenzione per implementarla in un modo più bilanciato, umano ed effettivo, assicurando che la nostra politica sulla droga rispetti interamente i diritti umani e sia davvero orientata alla salute”, ha affermato il ministro Andrea Orlando di fronte alla UNGASS.</p>



<p>Le parole di Orlando sembrano parafrasare la dichiarazione che è uscita dal vertice delle Nazioni Unite, ed esprimono una posizione vicina a quella del governo statunitense, che nel 2014 affermò la necessità di interpretare con flessibilità i trattati internazionali in materia di droghe.</p>



<p>Ma “flessibilità” è una parola tiepida e vaga, che all’interno delle Nazioni Unite si scontra con l’intransigenza di alcuni paesi, soprattutto asiatici, in termini di politiche sulla droga. In Indonesia, ad esempio, trafficare droga può portare alla fucilazione, e il documento prodotto dalla UNGASS non fa nessun riferimento all’abolizione della pena di morte per reati connessi alla droga.</p>



<p>“Fra i paesi che si oppongono a una riforma integrale delle politiche sulle droghe orientate alla depenalizzazione si trovano Indonesia, Russia, Cina e Arabia Saudita”, afferma in intervista Laura Krasovitzky dell’organizzazione statunitense Drug Policy Alliance. “Ci sono anche paesi che pubblicamente appoggiano le riforme, ma tradiscono sottobanco le loro promesse. Come gli Stati Uniti, che negli ultimi 40 anni ha speso più di 1 trilione di dollari in politiche proibizioniste, mentre alcuni suoi Stati si trovano in conflitto con le leggi federali perché hanno regolarizzato la produzione, distribuzione e consumo di cannabis”.</p>



<p>L’ultima UNGASS si era celebrata nel 1998 e aveva stabilito l’utopica meta di liberare il mondo dalla droga entro il 2008. Ma il traffico delle sostanze considerate stupefacenti non si è fermato, e la stessa ONU nel rapporto mondiale del 2015 afferma che il loro consumo è stabile. Le Nazioni Unite stimano che circa 246 milioni di persone in tutto il mondo –il 5% di coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni- utilizzano droghe etichettate come “illecite”, e sono circa 27 milioni i consumatori che fanno un uso problematico di queste sostanze.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 24.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/24/lonu-perde-loccasione-per-depenalizzare-le-droghe/">L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ayotzinapa, ancora senza giustizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 14:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che una conferenza stampa sembra un atto politico. Sotto un tendone, davanti alla cattedrale di Città del Messico, c’è un tavolo in cui sono piazzati dei microfoni. Davanti al tavolo i giornalisti, e intorno a loro decine di persone. Si accalcano sulle transenne, la maggior parte giovani, intonano cori e mostrano cartelli che chiedono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che una conferenza stampa sembra un atto politico. Sotto un tendone, davanti alla cattedrale di Città del Messico, c’è un tavolo in cui sono piazzati dei microfoni. Davanti al tavolo i giornalisti, e intorno a loro decine di persone. Si accalcano sulle transenne, la maggior parte giovani, intonano cori e mostrano cartelli che chiedono verità e giustizia per gli i 43 studenti di Ayotzinapa, che il 26 settembre 2014 sono stati sequestrati dalle autorità colluse con il cartello criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>. Ancora non si sa nulla dei ragazzi, e non è stata fatta giustizia per le sei persone che sono state uccise durante l’attacco.</p>



<p>La gente applaude quando sotto il tendone appaiono i genitori degli studenti, accompagnati dal loro avvocato. Sembrano emozionati. Hanno convocato la conferenza stampa per dare un resoconto del loro incontro con il presidente Enrique Peña Nieto, appena concluso. Il legale Vidulfo Rosales Sierra dice che il presidente non si è impegnato a rispettare nessuna delle otto proposte che i genitori dei ragazzi gli avevano presentato, riguardanti l’attenzione alle vittime e l’inchiesta giudiziaria sul caso.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4007" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Prende la parola Marisa Mendoza, moglie di Julio César Mondragón, assassinato durante l’attacco del 26 settembre 2014 ad Iguala. Il cadavere di Julio César, che aveva 22 anni e un figlio di pochi mesi, è stato trovato senza volto. Sul suo corpo era rimasto solo il cranio sanguinante. La procura non ha menzionato i segni di tortura presenti sul cadavere ed ha affermato che era stata “la fauna del luogo” ad asportargli la pelle.</p>



<p>Nessuno fiata intorno alle parole ferme di Marisa. Denuncia gli intoppi burocratici che hanno causato ritardati nell’esumazione del corpo del marito, che dovrebbe essere analizzato da un gruppo di esperti forensi indipendenti, e assicura che continuerà a chiedere giustizia per Julio César e le altre vittime dell’attacco di Iguala. “Non sei sola”, gridano all’unisono i presenti.</p>



<p>“Non ci sentiamo soli, ci sentiamo coccolati da voi”, afferma&nbsp;<em>Maria</em>&nbsp;de&nbsp;<em>Jesús</em>&nbsp;Tlatempa Bello, madre dello studente&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;José Eduardo Bartolo Tlatempa. Chiede al governo di togliersi la maschera ed essere trasparente, di scegliere se stare con la popolazione o con il crimine organizzato. “Cammineremo sotto il sole o sotto la pioggia”, conclude, invitando tutti coloro che hanno un famigliare&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;a unirsi il giorno dopo alla manifestazione per l’anniversario dell’attacco di Iguala.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4008" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>E pioveva a Città del Messico il 26 settembre scorso sul corteo, su centinaia di migliaia di persone che hanno camminato per chilometri, fino a raggiungere e riempire la piazza centrale della metropoli. Si temeva che la vicenda fosse caduta nel dimenticatoio, invece la popolazione messicana ha continuato a dimostrare la sua solidarietà alle famiglie degli studenti di Ayotzinapa, e a quelle dei circa 27mila&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;che si sono registrati in Messico dal 2006 ad oggi. Da quando il governo ha lanciato la “guerra contro il narcotraffico”, che ha causato una lunga serie di violazioni di diritti umani, soprattutto ai danni di attivisti sociali e giornalisti. Un conflitto che ha trasformato il Messico in un territorio doloroso per la sua popolazione, e in un bengodi per i cartelli criminali.</p>



<p>Ayotzinapa ha portato all’attenzione internazionale il problema della violenza e della sparizione forzata in Messico, ha permesso di aprire un importante spazio di riflessione sulla connivenza tra autorità e cartelli criminali, sulla corruzione ed impunità esistenti nel paese.</p>



<p>E alle famiglie di altri&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;ha dato la forza di prendere in mano picconi e pale per andare a cercare i loro cari nelle campagne che circondano le città; organizzati in gruppi scavano e trovano cadaveri, spesso a decine. Solamente ad Iguala, dove si registrano 150&nbsp;<em>desaparecidos</em>, sono state trovate 60 fosse comuni con un totale di 104 corpi. Solo 6 sono stati identificati. Di chi sono questi cadaveri? Chi è in attesa del ritorno di queste persone? Perché sono state fatte sparire?</p>



<p>Nel gennaio scorso, la Procura Generale della Repubblica (PGR) annunciò quella che definì “la verità storica” sul caso Ayotzinapa. La notte del 26 settembre 2014 la Polizia Municipale avrebbe sequestrato i 43 studenti per consegnarli al cartello criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>, che li avrebbe portati nella discarica di Cocula per ucciderli e cremarli. Le ceneri sarebbero state gettate nel fiume San Juan all’interno di una borsa. Questa ricostruzione venne confermata dalle analisi dei resti contenuti nella sacca, che avrebbero permesso di identificare gli studenti Alexander Mora e Jhosivani Guerrero de la Cruz.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4010" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>La versione è basata sulle dichiarazioni di alcune fra le 111 persone arrestate per l’attacco del 26 settembre, e non esistono prove scientifiche che la sostengano. Quattro testimoni chiave, integranti del cartello&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>, al momento di rilasciare la dichiarazione erano ubriachi e presentavano lividi che successivamente sono stati riconosciuti come segni di tortura. Patricio Reyes Landa, alias<em>&nbsp;El Pato, ha dichiarato che sono stati provocati dagli agenti che lo hanno arrestato.</em>&nbsp;Da parte sua il leader dei&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>&nbsp;Gildardo López Astudillo, alias&nbsp;<em>El Gil</em>, non ha mai confermato la versione della procura riguardante l’incenerimento dei corpi dei ragazzi nella discarica di Cocula.</p>



<p>Al contrario, la ricostruzione è stata messa in dubbio da indagini indipendenti di esperti forensi, che affermano non esistano prove del fatto che i resti di Alexander si trovassero nella borsa del fiume San Juan, e che l’accertamento dell’identità di Jhosivani è una probabilità “bassa in termini statistici”.</p>



<p>Non torna neanche la dinamica dell’attacco. “Nelle dichiarazione degli imputati abbiamo riscontrato delle incoerenze. Presentano quattro versioni differenti su quello che sarebbe successo, quattro scenari diversi, ed esistono contraddizioni interne nella descrizione di ogni scenario”, afferma Carlos Beristain, uno degli esperti che sono stati scelti dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per portare avanti un’inchiesta indipendente sul caso Ayotzinapa. “Ad esempio, nelle dichiarazioni che dipingono lo scenario della discarica di Cocula ci sono incongruenze forti su come sarebbero stati trasportati, dove e come sarebbero stati uccisi, e su altri elementi”. Carlos Beristain aggiunge che l’analisi delle condizioni oggettive della discarica porta a una conclusione certa: gli studenti non possono essere stati bruciati a Cocula. Se i 43 corpi fossero davvero stati cremati nella discarica, la vegetazione intorno avrebbe dovuto bruciarsi. Ma del rogo non c’era alcuna traccia, né dei resti dei giovani.</p>



<p>Gli esperti della CIDH hanno anche dimostrato che Polizia Federale e l’esercito hanno preso parte all’aggressione e che esisteva un quinto autobus, che non compare nella ricostruzione ufficiale. Si tratta di uno dei pullman che i ragazzi avevano occupato ad Iguala, che probabilmente all’insaputa dei giovani veniva utilizzato per trasportare droga e potrebbe rappresentare il movente dell’attacco. Tutti elementi di cui le autorità erano a conoscenza, ma che sono stati omessi ed occultati.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4011" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Anna stende i panni davanti a uno dei dormitori della scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa. I locali che la formano sono edifici bassi e colorati, circondati da campi ed orti. È un campus dove si studia, si mangia e si dorme, e dal settembre 2014 non è occupato solo dai 500 alunni, ma anche dai genitori dei ragazzi scomparsi e alcuni attivisti solidali. Da qui, dopo giorno e senza sosta, organizzano le loro attività: manifestazioni, sit-in, incontri pubblici, assemblee, carovane.</p>



<p>Non c’è un muro bianco nella scuola di Ayotzinapa, istituto magistrale che forma i ragazzi a lavorare come maestri in zone povere e rurali. Uno dietro l’altro si susseguono murales con visi di rivoluzionari latinoamericani e frasi che parlano di giustizia sociale. Le scuole normali rurali in Messico sono 15 ed è noto l’impegno politico dei suoi studenti. In quella di Ayotzinapa, ad esempio, hanno studiato Lucio Cabañas Barrientos e Genaro Vázquez Rojas, leader contadini che impulsarono la lotta armata negli anni ’60 e ’70.</p>



<p>Le tensioni fra lo stato messicano e gli studenti di Ayotzinapa hanno quindi radici lontane, più antiche dell’arrivo nella regione dei cartelli criminali, e non sono certo terminate dopo l’attacco di Iguala. L’ultimo scontro tra forze dell’ordine e studenti della normale si è verificato il 12 novembre scorso, quando dopo aver sequestrato una cisterna di gas gli studenti sono stati attaccati dalla polizia, che ha sparato pallottole e lacrimogeni contro di loro. Il saldo dell’aggressione è stato di 20 feriti –anche gravemente- e 10 arrestati.</p>



<p>Alcuni tra i ragazzi che sono finiti in carcere o all’ospedale erano sopravvissuti dell’attacco di Iguala del 26 settembre 2014. Guardandoli in viso, ascoltando le loro parole, si capisce perché si sentono in guerra con lo stato. Uno stato incarnato nella figura del presidente Enrique Peña Nieto, che accusano di essere responsabile per l’omicidio e la sparizione dei loro compagni.</p>



<p>“Il movimento chiede la rinuncia del presidente perché è considerato responsabile della violenza di stato, e quindi di quello che è successo ai ragazzi”, spiega Roman Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan, che accompagna le famiglie dei ragazzi&nbsp;<em>desaparecidos&nbsp;</em>di Ayotzinapa. “Ad ogni modo gli studenti di Ayotzinapa affermano che il problema non è Peña Nieto in sé, ma la struttura su cui si sostiene il sistema politico, che permette a una figura come la sua di stare al potere”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato in Il Reportage del gennaio 2016.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/03/10/ayotzinapa-ancora-senza-giustizia/">Ayotzinapa, ancora senza giustizia</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Narcos, rapimenti di donne ed esecuzioni: il Papa nell’inferno di Juárez</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/02/17/narcos-rapimenti-di-donne-ed-esecuzioni-il-papa-nellinferno-di-juarez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2016 14:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi Papa Francesco arriverà a Ciudad Juárez, ultima tappa del suo viaggio in Messico. Una città unita al Texas da un celebre ponte e separata da un lungo muro, costruito per impedire il passaggio dei migranti messicani e centroamericani. Lì il Pontefice visiterà una carcere, incontrerà industriali e officerà una messa con i migranti. A&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/02/17/narcos-rapimenti-di-donne-ed-esecuzioni-il-papa-nellinferno-di-juarez/">Narcos, rapimenti di donne ed esecuzioni: il Papa nell’inferno di Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi Papa Francesco arriverà a Ciudad Juárez, ultima tappa del suo viaggio in Messico. Una città unita al Texas da un celebre ponte e separata da un lungo muro, costruito per impedire il passaggio dei migranti messicani e centroamericani. Lì il Pontefice visiterà una carcere, incontrerà industriali e officerà una messa con i migranti.</p>



<p>A causa della sua posizione, Ciudad Juárez è un terreno adatto ad ogni tipo di traffico: persone, armi, droga. Nella periferia della città sono sorte centinaia di&nbsp;<em>maquiladoras</em>, fabbriche in cui gli operai lavorano per 30 euro la settimana. Un luogo perfetto per il reclutamento di manodopera a basso da parte dei cartelli criminali.</p>



<p>Durante il suo percorso nella città desertica, il Pontefice troverà croci nere disegnate su pali della luce dipinti di rosa. Sono il simbolo delle “<em>muertas</em>&nbsp;de Juárez”, le più di 700 giovani e adolescenti che a partire dagli anni ’90 sono state trovate assassinate, apparentemente senza motivo.</p>



<p>“Con questa attività vogliamo mostrare al Papa che Juárez non è la città in cui, come sostiene il governo, non succede più nulla”, afferma Norma Laguna Cabral, madre di una giovane scomparsa nel 2010. La donna, intervistata dal quotidiano&nbsp;<em>La Jornada</em>, lamenta che non sia stato autorizzato l’incontro richiesto con il Papa dalle famiglie delle vittime di femminicidio. In Messico il Pontefice non si è riunito con nessuna organizzazione di vittime di Stato, né ha fatto menzione esplicita a casi noti come quello di Ayotzinapa. Secondo il sacerdote Alejandro Solalinde, conosciuto per il suo impegno a favore dei diritti umani, la scelta è stata determinata dalla pressione sul Vaticano del governo che, in un momento in cui i riflettori sono puntati sul Messico, sta cercando di mostrare un paese senza macchia.</p>



<p>Nel 2015 il tasso di omicidi a Ciudad Juárez è stato dieci volte inferiore rispetto al 2010, quando era la città più pericolosa del mondo. Le autorità si sono attribuite il successo, ma c’è chi afferma che la nuova situazione è dovuta a un accordo tra i gruppi delinquenziali.</p>



<p>Ad ogni modo, Ciudad Juárez non è certo una città sicura: nel gennaio 2016 sono state assassinate 32 persone. Secondo il Congresso degli Stati Uniti, la città è una “piazza” in disputa tra il Cartello di Sinaloa e quello di Juárez. “Malgrado nei 30 mesi scorsi è stata registrata una tendenza alla diminuzione negli indici di violenza, persistono fattori di rischio che rianimeranno la violenza”, scrive in un documento il legislativo statunitense.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 17.02.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/02/17/narcos-rapimenti-di-donne-ed-esecuzioni-il-papa-nellinferno-di-juarez/">Narcos, rapimenti di donne ed esecuzioni: il Papa nell’inferno di Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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