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	<title>centroamerica - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>centroamerica - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 11:05:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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		<category><![CDATA[politica migratoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.&#160; È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.&nbsp;</p>



<p>È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.</p>



<p>I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le&nbsp;<em>maras –</em>cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione.&nbsp;</p>



<p>La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana.&nbsp;</p>



<p>“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.<br>Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense.&nbsp;</p>



<p>Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.</p>



<p>“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.</p>



<p>Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula.&nbsp;</p>



<p>La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico.&nbsp;</p>



<p>A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila.&nbsp;</p>



<p>Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.</p>



<p>“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/01/20/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/">Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Due Marie per una carovana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 11:17:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Venerdì di Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[carovana migrante]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una arriva da Cuba, l’altra dall’Honduras. Vogliono raggiungere il Messico unendosi a migliaia di migranti in questa prima traversata dell’era covid. Maria Lucila Cruz ha camminato 670 km con le sue Crocs ai piedi e il figlio di quattro anni per mano. Altri migranti che erano con lei l’hanno aiutata con il bambino, e in&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/11/23/due-marie-per-una-carovana/">Due Marie per una carovana</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una arriva da Cuba, l’altra dall’Honduras. Vogliono raggiungere il Messico unendosi a migliaia di migranti in questa prima traversata dell’era covid.</p>



<p>Maria Lucila Cruz ha camminato 670 km con le sue Crocs ai piedi e il figlio di quattro anni per mano. Altri migranti che erano con lei l’hanno aiutata con il bambino, e in alcuni tratti dei camionisti le hanno offerto un passaggio. È partita il primo ottobre dalla città honduregna di San Pedro Sula e si trova ora a Tecún Umán, sul confine settentrionale del Guatemala.</p>



<p>Il Messico è davanti a lei, dall’altra parte del fiume Suchiate, ma Maria Lucila Cruz non riuscirà a raggiungerlo. Quando si è avvicinata con un centinaio di persone a la Casa del Migrante, una struttura gestita da religiosi che stava distribuendo panini, la polizia e l’esercito guatemalteco li hanno circondati. Un autobus da cui pende uno striscione che dice “ritorno volontario” sembra avvisare che il rimpatrio in Honduras sarà l’unica via di uscita.</p>



<p>La donna appoggia la schiena al muro e guarda a terra, rassegnata. Prima della pandemia, la vita non era stata troppo dura con lei. “Lavoravo nel Parco Industriale Green Valley, ma quando è arrivato il Covid19 hanno licenziato una parte del personale per evitare assembramenti”, racconta.</p>



<p>Andare negli Stati Uniti le era sembrata l’unica opzione, ma non aveva 7 mila euro per pagare un&nbsp;<em>pollero</em>, come vengono chiamati quelli legati al crimine organizzato che fanno da guida ai migranti facendoli fuggire non solo ai controlli frontalieri, ma anche alla polizia e alla malavita, accusati di numerosi crimini nei loro confronti. Maria Lucila era inoltre preoccupata di potersi contagiare di Covid19 durante il viaggio, e sapeva che dall’inizio della pandemia le frontiere del Guatemala erano chiuse.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3360" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA021020206.jpg?w=1600&amp;ssl=1 1600w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Migranti honduregni aspettano sotto la pioggia la loro espulsione davanti alla Casa del Migrante di Tecún Umán, in Guatemala. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Non è l’unica ad essere spaventata: secondo alcune organizzazioni locali, da marzo il flusso di migranti centroamericani verso gli Stati Uniti è diminuito di circa il 90%, malgrado la crisi economica causata dalla pandemia in Honduras abbia portato alla perdita di mezzo milione di posti di lavoro.</p>



<p>Ma la paura di Maria Lucila Cruz non era comunque di grado superiore rispetto alla fame. Così, a fine settembre, a un paio di settimane dalla riapertura delle frontiere del Guatemala, ha trovato la soluzione. Su Facebook: qui circolava un invito a formare la prima “carovana migrante” dall’inizio della pandemia. Si trattava di camminare con altre 4 mila persone verso gli Stati Uniti senza doversi nascondere, passando dalla porta principale, con la dignità di chi attraversa una frontiera perché ha diritto di farlo.</p>



<p>La prima “carovana migrante” è stata organizzata nell’ottobre 2018, quando più di 7 mila centroamericani bussarono alle porte del Messico. Non arrivarono passando per i sentieri di montagna più nascosti, ma camminarono in mezzo all’autostrada mostrandosi alle telecamere di tutto il mondo, spingendo passeggini e sedie a rotelle. Quella volta, i migranti scoprirono che la visibilità poteva essere il loro punto di forza.</p>



<p>Si ammassarono sul ponte internazionale che divide Tecún Umán dalla città messicana di Tapachula e, tra spintoni e gas lacrimogeni, ruppero la resistenza delle autorità migratorie. Camminarono altri 4 mila km fino a Tijuana, sul confine settentrionale del Messico, dove alcuni si trovano ancora in attesa di ricevere risposta alla richiesta di asilo negli Stati Uniti, mentre altri hanno attraversato la frontiera illegalmente.</p>



<p>Andrés Manuel López Obrador divenne presidente del Messico pochi mesi dopo il passaggio della carovana, e dichiarò di voler intraprendere una politica di “porte aperte” nei confronti dei migranti, che nei fatti ha solo portato alla concessione di circa 15 mila permessi di residenza per motivi umanitari.</p>



<p>Alla prima, seguirono poi una decina di altre carovane. Le cose per i migranti peggiorarono dal maggio 2019, quando durante le negoziazioni per il nuovo trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada (USMCA), Donald Trump minacciò il Messico di aumentare i dazi alle sue importazioni del 5% se non avesse fermato i flussi migratori. La risposta di López Obrador fu aumentare le espulsioni di centroamericani del 63% e inviare circa 6 mila elementi della Guardia Nazionale sul confine meridionale messicano per fermare i tentativi di entrata dei centroamericani, che viaggiassero soli o in carovana.</p>



<p>“Come l’Europa, anche gli Stati Uniti esternalizzano le loro frontiere, che è come se si muovessero sempre più a sud”, dice Rita Marcela Robles della ong messicana Fray Matías de Cordova. “Nel caso di quest’ultima carovana, Trump ha fatto pressioni sul governo del guatemalteco, che ha una forte dipendenza economica dagli Stati Uniti”.</p>



<p>Il muro di Trump è sceso fino in Guatemala. Quella di inizio ottobre è stata la prima carovana bloccata dal governo centroamericano, che ha utilizzato le misure sanitarie di prevenzione al Covid19 come pretesto per eludere il trattato di libera circolazione in vigore con l’Honduras. Secondo le autorità guatemalteche, dei circa 4 mila migranti honduregni che sono entrati nel paese, 3,953 sono “ritornati volontariamente”. “Non è il momento di migrare. State a casa, la pandemia non è finita”, ha affermato Mario Adolfo Bucaro Flores, ambasciatore guatemalteco in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3361" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/CARA0210202012.jpg?w=1600&amp;ssl=1 1600w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>La Guardia Nacional sulle sponde del fiume Suchiate, che divide il Messico dal Guatemala, in attesa dell’arrivo della Carovana Migrante. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“Noi siamo la testa della carovana, dietro ci sono migliaia di altre persone”, dice Maria Lucila Cruz mentre guarda il figlio Joshua giocare con altri bambini, davanti alla Casa del Migrante di Tecún Umán. Non sa che la maggior parte dei migranti che facevano parte della coda della carovana sono già stati espulsi. Mentre ora anche lei si trova accerchiata dalla polizia e dall’esercito.</p>



<p>Accanto a lei un’altra ragazza cammina nervosamente in circolo, dondolando fra le braccia un bambino che non avrà più di un anno. “Chi non migra non sa cosa vuol dire”, dice nascosta da una mascherina. Si chiama Maria Rodríguez Nuñez, è cubana e del migrare è un’esperta: sono due anni che sta viaggiando. Da Cuba è andata in Guyana, in aereo insieme al suo primo figlio, e da lì ha attraversato più di 10 mila kilometri in autobus: Brasile, Perù e Colombia. Si è poi addentrata nella giungla del Darién, uno delle rotte migratorie più pericolose ed inospitali del mondo, e ha raggiunto Panama, dove in una struttura per migranti ha partorito un altro figlio. È rimasta lì qualche mese e ha quindi proseguito il suo viaggio verso nord con i due bambini. Quando si trovava vicino alla frontiera tra Honduras e Guatemala, ha scoperto che stava per arrivare una carovana di migranti. Ed è qui che ha conosciuto Maria Lucila.</p>



<p>Qui a Tecún Umán le due donne dovranni separarsi. Stremata dalla pressione congiunta di polizia ed esercito, dall’acquazzone tropicale che ha trasformato in fiumi le strade del paese, Maria Lucila salirà con suo figlio Joshua sull’autobus del “ritorno volontario”. Senza una carovana che li accompagni, senza soldi per pagare un&nbsp;<em>pollero</em>, con le strutture di ricezione dei migranti chiuse a causa della pandemia e il governo messicano che minaccia di incarcerarli per non rispettare le misure di prevenzione al Covid19, cercare di attraversare il Messico le sembra troppo rischioso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3365" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/11/SUCHIATE03102020OB4.jpg?w=1600&amp;ssl=1 1600w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Una delle zattere che giorno e notte fanno la spola tra le rive del Suchiate, fiume che divide il Guatemala dal Messico. Trasportano beni di ogni tipo e vengono utilizzate dai migranti per attraversare la frontiera. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Maria Rodríguez Nuñez, invece, non salirà su quell’autobus. Dopo due anni e migliaia di kilometri percorsi non abbandonerà il suo viaggio proprio adesso. Ore più tardi, approfittando dell’oscurità, scenderà con i suoi figli fino al fiume Suchiate e salirà su una delle zattere che fanno la spola tra le due sponde. Pagherà poco più di un euro per toccare terra in Messico e da lì camminerà verso nord, tentando di sfuggire ai droni che sorvolano la rotta dei migranti e alla Guardia Nazionale, nella speranza di poter percorrere migliaia di kilometri e raggiungere il deserto statunitense, dove pregherà magari che l’America che sarà uscita dalle ultime elezioni sia più generosa i quella di ieri. Cercherà di diventare invisibile, come prima di unirsi alla carovana.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da <a href="https://www.repubblica.it/venerdi/2020/11/19/news/carovana_migranti_america_centrale_messico_guatemala_stati_uniti_2020-273897797/" target="_blank" rel="noopener" title="">Il Venerdì di Repubblica il 13.11.2020.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/11/23/due-marie-per-una-carovana/">Due Marie per una carovana</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 19:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni honduras]]></category>
		<category><![CDATA[golpe elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/">Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Kimberly Dayana Fonseca è stata uccisa venerdì sera. Aveva diciannove anni. Era andata a cercare suo fratello in una delle barricate costruite dalla popolazione di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, per protestare contro quello che gran parte della popolazione considera un “golpe elettorale”. Lo voleva avvisare del fatto che, poco prima, il Ministro degli Interni aveva decretato l’inizio del coprifuoco per le undici di sera. Fu proprio a quell’ora che una pallottola sparata dalla Polizia Militare le si è conficcata nella testa.</p>



<p>Kimberly è una delle 14 vittime della repressione contro la popolazione honduregna che dalla settimana scorsa, dopo le elezioni presidenziali di domenica 26 novembre, manifesta nelle strade di tutto il paese urlando “Fuera JOH”, acronimo di Juan Orlando Hernández del conservatore Partido Nacional.</p>



<p>Orlando Hernández venne eletto presidente nel 2013, e anche le elezioni di allora furono in odore di brogli. Durante il suo mandato, il presidente è riuscito a far in modo che la Corte Suprema cambiasse la Costituzione per presentare la sua ricandidatura, e ha dovuto fare slalom tra le accuse piovute dal boss Leonel Rivera Maradiaga, che hanno portato gli inquirenti statunitensi ad affermare che la sua campagna elettorale è stata finanziata con denaro del narcotraffico.</p>



<p>Dopo le elezioni del 26 novembre, la situazione in uno dei paesi più pericolosi del mondo è ancora più caotica. Nei giorni scorsi, i poliziotti della Squadra di Operazioni Speciali COBRA hanno incrociato le braccia e dichiarato che non usciranno più in strada a reprimere la popolazione. Inoltre, i dubbi sulla trasparenza del processo elettorale sono stati sollevati anche da uno dei magistrati del Tribunal Supremo Electoral (TSE). Intervistato dal portale salvadoregno&nbsp;<em>El Faro</em>, il magistrato Marco Ramiro Lobo ha sottolineato come la tendenza durante il conteggio dei voti, che vedeva in vantaggio Salvador Nasralla dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura, è cambiata dopo due black out del sistema; quando questo ha riiniziato a funzionare, in testa c’era Juan Orlando Hernández.</p>



<p>Entrambi i candidati si sono proclamati vincitori ma, a più di una settimana dalle elezioni, l’autorità ha dichiarato vittorioso Orlando Hernández, con un margine di circa 50 mila voti. Ora Nasralla e i suoi chiedono un riconteggio dei voti, o un ballottaggio tra i due candidati.</p>



<p>Intanto, le principali strade dell’Honduras sono bloccate da manifestanti che sfidano il coprifuoco ed intonano cori, battono pentole e bruciano copertoni. Con ogni probabilità molti di loro sono gli stessi che nel 2009 protestarono contro il colpo di Stato all’allora presidente Manuel Zelaya, eletto con i voti della destra e spostatosi poi verso posizioni progressiste, e che oggi fa parte dell’Alleanza d’Opposizione alla Dittatura.</p>



<p>Secondo Wikileaks, nel golpe del 2009 c’era lo zampino degli Stati Uniti, che storicamente hanno segnato le sorti di questo paese che è la Repubblica delle Banane per eccellenza. Da sempre il governo nordamericano ha scelto presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.</p>



<p>Il colpo di Stato del 2009 venne promosso per garantire la continuità al governo dell’oligarchia honduregna, dei cui interessi Orlando Hernández è portatore; un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria&nbsp;<em>maquiladora</em>e nelle coltivazioni intensive di prodotti da esportazione, come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH.</p>



<p>I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il Partido Liberal e il Partido Nacional. L’alternanza che l’Alleanza d’Opposizione sta cercando di interrompere.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.12.2017.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/12/10/morire-sulle-barricate-contro-il-golpe-elettorale/">Morire sulle barricate contro il “golpe elettorale”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Caffè, è epidemia di roya: il fungo che distrugge piantagioni in America Latina. ‘Presto problemi di rifornimento per Paesi Ue’</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2015/06/22/caffe-e-epidemia-di-roya-il-fungo-che-distrugge-piantagioni-in-america-latina-presto-problemi-di-rifornimento-per-paesi-ue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 12:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
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<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/06/22/caffe-e-epidemia-di-roya-il-fungo-che-distrugge-piantagioni-in-america-latina-presto-problemi-di-rifornimento-per-paesi-ue/">Caffè, è epidemia di roya: il fungo che distrugge piantagioni in America Latina. ‘Presto problemi di rifornimento per Paesi Ue’</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>“Quest’anno abbiamo avuto un<strong>&nbsp;calo</strong>&nbsp;di produzione del caffè di quasi il&nbsp;<strong>40%</strong>”, afferma&nbsp;<strong>Julio César Hernández Arizmendi</strong>&nbsp;della cooperativa<em>&nbsp;Comunidades Indígenas de la Región de Simojovel de Allende</em>&nbsp;(CIRSA), mentre cammina per il suo campo che si arrampica su una montagna del<strong>&nbsp;Chiapas</strong>, nel sud del&nbsp;<strong>Messico</strong>. Poi afferra una foglia di caffè da una pianta spoglia e mostra delle&nbsp;<strong>macchie gialle</strong>&nbsp;sulla superficie.&nbsp;È la&nbsp;<strong>roya</strong>, un fungo che secondo l’organizzazione di agricoltori&nbsp;<em>Coordinadora Nacional de Organizaciones Cafetaleras</em>&nbsp;(CNOC) ha devastato il 50% delle piante di caffè del Chiapas, dove si raccoglie quasi il 40% del caffè prodotto in Messico. E non si tratta solo di un problema messicano: la roya ha colpito molti paesi dell’<strong>America Latina</strong>, dal&nbsp;<strong>Perù</strong>&nbsp;alla&nbsp;<strong>Repubblica Dominicana</strong>. In&nbsp;<strong>Guatemala</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Honduras</strong>, dove ha distrutto il<strong>&nbsp;70%</strong>&nbsp;delle coltivazioni, la Commissione Europea ha donato<strong>&nbsp;3 milioni di euro</strong>&nbsp;agli agricoltori attraverso il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU.&nbsp;“È molto probabile che in pochi anni i Paesi europei&nbsp;<strong>avranno problemi</strong>&nbsp;a rifornirsi di caffè”, spiega&nbsp;<strong>Manel Modelo</strong>&nbsp;dell’associazione Impacto Café. “Il prezzo del grano sul mercato internazionale sta comunque diminuendo. Il mercato finanziario del caffè è altamente&nbsp;<strong>speculativo</strong>, e i meccanismi che lo regolano non hanno niente a che vedere con la domanda e l’offerta reali”.</p>



<p>Quando fondò la cooperativa di caffè&nbsp;<strong>Guerrero Maya</strong>, nel 2010,&nbsp;<strong>Antonio López Jiménez</strong>non poteva immaginare che sarebbe arrivato un periodo così difficile. In questa regione chiamata&nbsp;<strong>Altos de Chiapas</strong>, tra montagne che superano i 2mila metri sul livello del mare, si produce un&nbsp;<strong>arabica</strong>&nbsp;biologico di alta qualità che viene esportato in tutto il mondo. Per i contadini della zona, dove l’88% della popolazione vive in povertà, la vendita del caffè è un’entrata indispensabile. “Da noi la roya è arrivata nel<strong>&nbsp;novembre 2013</strong>&nbsp;e si è mangiata l’80% dell’ultimo raccolto”, racconta López Jiménez.</p>



<p>Il fungo è presente nell’ecosistema messicano dal<strong>&nbsp;1981</strong>&nbsp;ma nel momento in cui, a causa dei&nbsp;<strong>cambiamenti climatici</strong>, si sono create condizioni di temperatura e umidità favorevoli, è esplosa un’<strong>epidemia</strong>&nbsp;che ha spinto 5&nbsp;stati della repubblica messicana a chiedere al governo federale di dichiarare l’<strong>allerta fitosanitaria</strong>. Secondo l’Associazione Messicana della Catena Produttiva del Caffè (AMECAFE), che raggruppa tutti i settori impegnati nella produzione del grano, la roya avrebbe colpito il 40% delle coltivazioni di caffè del paese.</p>



<p>“In Messico non ci sono emergenze né epidemie, il problema della roya è del 10%”,&nbsp;spiega a&nbsp;<em>IlFattoQuotidiano.it</em>&nbsp;<strong>Belisario Domínguez Méndez</strong>, direttore generale di Produttività e Sviluppo Tecnologico del Ministero dell’Agricoltura. La dichiarazione di Domínguez Méndez contraddice i dati dello stesso ministero che, attraverso il Servizio Nazionale di Salute, Innocuità e Qualità Agroalimentare (SENASICA), nel novembre 2014 affermava che la superficie colpita dalla roya sarebbe superiore al 18% negli stati di&nbsp;<strong>Veracruz</strong>&nbsp;e Chiapas.</p>



<p><strong>Don Elías</strong>&nbsp;osserva i suoi campi di caffè che scendono verso un ruscello e spiega che in questa regione della&nbsp;<strong>Colombia</strong>, chiamata&nbsp;<strong>Eje Cafetero</strong>, le coltivazioni del grano coprono il 55,3% dell’area destinata all’agricoltura. Si sviluppano tra le valli verdi delle&nbsp;<strong>Ande</strong>&nbsp;all’interno di un paesaggio ordinato di paesini e campi, lontano dal caos delle grandi città colombiane. Nel 2008 in questa zona, come in altre parti del paese, si registrò un’epidemia di roya che portò il governo a riseminare&nbsp;<strong>50mila ettari</strong>&nbsp;di caffè con piante giovani e di una varietà resistente al fungo.</p>



<p>“In Colombia esiste un’alleanza tra governo, accademia ed imprese che ha permesso di reagire all’epidemia, ma non si può dire la stessa cosa del Messico, dove non c’è coordinazione tra gli uffici pubblici e gli aiuti al settore agricolo risultano frammentati”, spiega&nbsp;<strong>Antoine Libert Amico</strong>, ricercatore dell’<em>Universidad Autónoma Metropolitana-Xochimilco</em>&nbsp;di&nbsp;<strong>Città del Messico</strong>. Secondo Libert Amico, è necessario investire in studi sulle varietà di caffè che a livello locale resistono alla roya, visto che non esiste una “ricetta” per contrastarla: una varietà che resiste al fungo in un determinato ecosistema non necessariamente lo farà in un altro. “In Messico si stanno implementando solo&nbsp;<strong>azioni locali</strong>, quello che manca è un&nbsp;<strong>piano nazionale</strong>&nbsp;contro la roya. Il 22 gennaio il governo ci ha detto che sarebbe stato lanciato a febbraio, ma non l’ha ancora fatto”, denuncia&nbsp;<strong>Fernando Celis</strong>, leader della CNOC.</p>



<p>L’inazione del governo spinge produttori e istituzioni locali ad allearsi con imprese come&nbsp;<strong>Nestlé</strong>, che distribuisce piante di varietà di arabica che dovrebbero essere resistenti al fungo. Inoltre attraverso il suo<strong>&nbsp;Piano Nescafé</strong>, lanciato prima dell’epidemia di roya, la transnazionale svizzera distribuisce piante di una varietà chiamata “<strong>robusta</strong>“. Si tratta di un caffè di&nbsp;<strong>bassa qualità</strong>&nbsp;che, a differenza dell’arabica, si produce sotto i mille metri sul livello del mare, viene utilizzato per la produzione di caffè solubile ed è resistente alla roya.&nbsp;“In alcune zone di transizione, dove si possono produrre entrambe le varietà, a causa delle roya i produttori hanno iniziato a sostituire il caffè arabico con il&nbsp;<em>robusta</em>”, spiega a&nbsp;<em>IlFattoQuotidiano.it</em>&nbsp;<strong>Emilio Díaz</strong>&nbsp;di Nestlé.</p>



<p>La sostituzione delle coltivazioni è una buona notizia per l’impresa, che è obbligata ad importare il robusta dall’estero per rifornire la fabbrica di caffè solubile più grande del mondo, che si trova in Messico. Ed è proprio per poter eliminare le importazioni di questo grano che la transnazionale svizzera nel 2010 ha lanciato il Piano Nescafé. Il&nbsp;<em>robusta</em>&nbsp;viene prodotto in monoculture che causano gravi&nbsp;<strong>impatti ambientali</strong>&nbsp;ed è poco redditizio per i contadini. “Il suo prezzo è circa la metà dell’arabica, per questo gli agricoltori non lo vogliono seminare&nbsp;–&nbsp;spiega&nbsp;<strong>Domínguez Méndez</strong>&nbsp;del Ministero dell’Agricoltura&nbsp;– ed è per questo che i programmi del governo appoggiano i coltivatori di arabica, non quelli di&nbsp;<em>robusta</em>, che sono solo il<strong>&nbsp;3%</strong>&nbsp;del totale”.</p>



<p>Nel maggio 2010, lo stesso ministero assicurò che non si sarebbe impegnato “nella promozione di programmi di&nbsp;<em>robusta</em>&nbsp;delle transnazionali”. In realtà, due anni dopo decise di partecipare nel Piano Nescafé e di appoggiare con più di 1600 euro ad ettaro le nuove piantagioni di robusta attraverso un programma chiamato&nbsp;<strong>Tropico Umido</strong>, mentre sono solo 75 gli euro che riparte ai coltivatori di arabica, il 97% dei produttori di caffè del paese.</p>



<p>Reportage realizzato con l’appoggio dell’<em>Iniciativa para el Periodismo de Investigación en las Américas dell’International Center for Journalists</em>&nbsp;(ICFJ) in alleanza con&nbsp;<em>Connectas</em>.</p>



<p><em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/26/caffe-e-epidemia-di-roya-il-fungo-che-distrugge-piantagioni-in-sud-america-presto-problemi-di-rifornimento-per-paesi-ue/1698777/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.06.2015</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/06/22/caffe-e-epidemia-di-roya-il-fungo-che-distrugge-piantagioni-in-america-latina-presto-problemi-di-rifornimento-per-paesi-ue/">Caffè, è epidemia di roya: il fungo che distrugge piantagioni in America Latina. ‘Presto problemi di rifornimento per Paesi Ue’</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La Bestia: il viaggio dei migranti centroamericani verso gli Stati Uniti</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/19/la-bestia-il-viaggio-dei-migranti-centroamericani-verso-gli-stati-uniti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2013 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fai Notizia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
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		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La città di Arriaga, nel sud del Messico, vicino al confine con il Guatemala, è una tappa obbligata per i centroamericani che migrano senza documenti verso gli Stati Uniti. Da qui parte il treno merci – chiamato la Bestia – che ogni anno trasporta circa 250mila persone.&#160;I migranti arrivano ad Arriaga viaggiando a singhiozzo in&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/19/la-bestia-il-viaggio-dei-migranti-centroamericani-verso-gli-stati-uniti/">La Bestia: il viaggio dei migranti centroamericani verso gli Stati Uniti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" data-id="3587" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3587" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?w=2048&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-5-2048x1365-1.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="653" data-id="3597" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-2-1456x970-1.jpg?resize=980%2C653&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3597" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-2-1456x970-1.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-2-1456x970-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-2-1456x970-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2013/10/Migranti-2-1456x970-1.jpg?w=1456&amp;ssl=1 1456w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>
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<p>La città di Arriaga, nel sud del Messico, vicino al confine con il Guatemala, è una tappa obbligata per i centroamericani che migrano senza documenti verso gli Stati Uniti. Da qui parte il treno merci – chiamato la Bestia – che ogni anno trasporta circa 250mila persone.&nbsp;I migranti arrivano ad Arriaga viaggiando a singhiozzo in autobus: scendono prima dei posti di blocco della polizia e ci girano intorno, camminando chilometri sotto il sole cocente de La Arrocera.&nbsp;Poi tornano sulla strada ad aspettare l’autobus, fino al seguente posto di blocco. In questi tratti di terra desolata si nascondono bande locali che derubano, violentano le donne ed uccidono chi si ribella. “Se dovessi individuare il punto del tragitto dei migranti dove un centroamericano è meno protetto, dove possono fargli quello che vogliono, dove nessuno ascolta le sue grida, direi La Arrocera”, scrive il giornalista salvadoregno Óscar Martínez in “<em>Los migrantes que no importan</em>”.</p>



<p>Chi se lo può permettere paga un pollero, la versione oltreoceano dello scafista, perché lo accompagni fino al sogno americano. “Da Arriaga agli USA chiedono 90mila pesos (più di 5mila euro), una parte va in bustarelle alla polizia”, denuncia Bartolo Solis, coordinatore regionale dell’associazione Promigrante. “Per migliorare la situazione bisognerebbe eliminare il visto per i centroamericani, perché possano transitare liberamente in Messico. Così non sarebbero facili vittime di sequestri ed estorsioni”. Durante il viaggio in treno, i migranti sono prede dei cartelli del narcotraffico, in particolare de Los Zetas, che li sequestrano per chiedere un riscatto ai parenti o li obbligano ad entrare nelle loro fila. La connivenza delle autorità messicane nel sequestro di 20mila centroamericani l’anno, e nel 9% dei casi la loro collaborazione,&nbsp;<a href="http://www.jornada.unam.mx/2011/11/20/opinion/018a2pol">è denunciata da varie entità</a>, tra cui la governativa Comisión Nacional de Derechos Humanos.</p>



<p>Il&nbsp;<a href="http://centroprodh.org.mx/index.php?option=com_docman&amp;task=doc_details&amp;gid=92&amp;Itemid=28&amp;lang=es">Cuaderno sobre secuestro de migrantes</a>&nbsp;del Centro di Derechos Humanos Pro Juárez e della Casa del Migrante di Saltillo, raccoglie la&nbsp;testimonizia di Nancy, una giovane salvadoregna che racconta di due centroamericane che, quando denunciarono i loro sequestratori alla polizia, questa le rivendette a Los Zetas, che le uccisero. Non sono in molti in Messico ad occuparsi dei centroamericani senza documenti: alcuni centri per i diritti umani o strutture fondate da religiosi. Ad Arriaga possono dormire nella Casa del Migrante di padre Heyman Vazquez: “Qui trovano vestiti, un letto, cure e supporto morale. Regaliamo anche una “mappa dei rischi”, una guida che elenca i pericoli del viaggio”. Alcuni migranti preferiscono passare la notte tra le tombe del cimitero, altri dormono lungo i binari del treno.</p>



<p>Ho incontrato Franklin, un honduregno di ventinove anni, mentre camminava fra i vagoni con le stampelle. Gli incidenti durante il viaggio in treno sono molto frequenti: i migranti viaggiano sul tetto da cui possono facilmente cadere, o s’infortunano nel tentativo di salire sul convoglio in movimento. A Franklin si è maciullato il piede nell’intersezione tra due vagoni, e ha sanguinato dodici ore prima che il treno si fermasse. “Sono già stato ad Arriaga, qui ho conosciuto una ragazza che è rimasta incinta. Mi sono infortunato mentre viaggiavo verso nord, ora sono tornato ma non vuole che veda mia figlia. Vado a Città del Messico a cercare lavoro, almeno le posso mandare dei soldi”, racconta Franklin. Gli chiedo come pensa di poter affrontare il viaggio con il piede in quelle condizioni. “Dio mi aiuterà”, risponde. Dio e gli Stati Uniti sono sulla bocca di tutti, mentre i ricordi, più che di un passato di povertà, parlano di violenza.</p>



<p>Ana ha ventisei anni e viene dal Salvador, viaggia con il marito e il figlio di quattro anni. “Là è molto difficile, le&nbsp;<em>maras</em>&nbsp;(bande giovanili) ti chiedono sempre soldi – racconta Ana –. Se vogliono che lavori con loro e non ci stai, ti uccidono. Poco tempo fa hanno ucciso tre bambini perché andavano a scuola in un quartiere controllato da un’altra&nbsp;<em>mara</em>. Non voglio che mio figlio cresca così, voglio che studi”.</p>



<p><em>Reportage pubblicato su Fai Notizia il 16.05.2012.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/19/la-bestia-il-viaggio-dei-migranti-centroamericani-verso-gli-stati-uniti/">La Bestia: il viaggio dei migranti centroamericani verso gli Stati Uniti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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