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	<title>Il Secolo XIX - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Il Secolo XIX - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>“Picchiate, denudate e violentate”, così sono punite le donne che lottano in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 16:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 maggio 2006 Italia Méndez fu prelevata dalla polizia in una casa di Atenco, picchiata e caricata su un autobus. Fu spogliata e il suo corpo nudo venne appoggiato su altri corpi, come un sacco. I poliziotti la toccarono e penetrarono la sua vagina con vari oggetti. Italia è fra le donne che hanno&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/10/06/picchiate-denudate-e-violentate-cosi-sono-punite-le-donne-che-lottano-in-messico/">“Picchiate, denudate e violentate”, così sono punite le donne che lottano in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 maggio 2006 Italia Méndez fu prelevata dalla polizia in una casa di Atenco, picchiata e caricata su un autobus. Fu spogliata e il suo corpo nudo venne appoggiato su altri corpi, come un sacco. I poliziotti la toccarono e penetrarono la sua vagina con vari oggetti. Italia è fra le donne che hanno sporto denuncia presso la Corte Interamericana di Diritti Umani per essere state state sottoposte a tortura sessuale durante l’operativo di Atenco.&nbsp;</p>



<p>A Città del Messico abbiamo incontrato Araceli Olivos Portugal, avvocatessa del Centro de Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez, che sta portando avanti la denuncia presso la corte internazionale.</p>



<p><strong>Che cos’è la tortura sessuale?&nbsp;</strong></p>



<p>È una forma di tortura che può essere esercitata su uomini o donne, e che nelle donne ha sempre una connotazione misogena. Non implica necessariamente la violenza sessuale ma si può concretizzare con il palpeggiamento di parti intime, umiliazioni verbali come darle della “puttana” e dirle che prova gusto ad essere violentata, oltre a minacce di violenza sessuale o che hanno a che vedere con i ruoli di genere. Ad esempio, alle donne di Atenco i poliziotti dicevano che le stavano violentando perché si erano messe a fare le rivoltose invece di stare a casa a cucinare.</p>



<p><strong>Come ha reagito la stato messicano di fronte alla richiesta di giustizia da parte delle donne di Atenco?</strong></p>



<p>Un tribunale locale sta processando due poliziotti statali. Il processo è iniziato nel 2012 perché lo stato messicano doveva rispondere alle sollecitazioni del&nbsp;<em>Comitato</em>sull<em>‘</em><em>eliminazione</em>&nbsp;delle&nbsp;<em>discriminazioni contro</em>&nbsp;le donne, che chiedeva che venisse fatta luce su quello che era successo ad Atenco. Così è iniziato il processo contro questi poliziotti, che per noi sono capri espiatori, visto che sono più di 4mila le persone implicate nel disegno e implementazione dell’operativo. Tra loro c’è l’ex presidente della repubblica Vicente Fox che sicuramente sapeva come si sarebbe svolto l’operativo, visto che era presente la polizia federale. A causa di questa impunità abbiamo deciso di rivolgerci alla Corte Interamericana di Giustizia, che potrebbe emettere una sentenza di condanna vincolante per lo stato messicano.</p>



<p><em>Articolo pubblicato sul Secolo XIX il 22.09.2014.</em><br></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/10/06/picchiate-denudate-e-violentate-cosi-sono-punite-le-donne-che-lottano-in-messico/">“Picchiate, denudate e violentate”, così sono punite le donne che lottano in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“La Patagonia non si tocca”. Il Cile ferma la centrale Enel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2014 09:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
		<category><![CDATA[centrale idroelettrica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Foto: Diario La Tercera) La mega centrale idroelettrica HidroAysén non si farà. Martedì&#160;scorso il governo del Cile ha bloccato la costruzione della megacentrale idroelettrica HidroAysén, che un consorzio formato da Enel-Endesa (51%) e Colbún (49%) aveva in progetto nella Patagonia cilena. “Abbiamo deciso di accogliere i ricorsi presentati dalla comunità e togliere effetto alla Licenza&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/06/14/la-patagonia-non-si-tocca-il-cile-ferma-la-centrale-enel/">“La Patagonia non si tocca”. Il Cile ferma la centrale Enel</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> (Foto: Diario La Tercera)</p>



<p>La mega centrale idroelettrica HidroAysén non si farà. Martedì&nbsp;scorso il governo del Cile ha bloccato la costruzione della megacentrale idroelettrica HidroAysén, che un consorzio formato da Enel-Endesa (51%) e Colbún (49%) aveva in progetto nella Patagonia cilena. “Abbiamo deciso di accogliere i ricorsi presentati dalla comunità e togliere effetto alla Licenza Ambientale”, ha dichiarato Pablo Badenier, Ministro dell’Ambiente del governo di Michelle Bachelet (Partido Socialista de Chile).&nbsp;<br>La decisione è stata presa a causa della mancanza di un piano di reinsediamento della popolazione che vive nella zona inondata dal bacino della diga – 5900 ettari di terra -, e di misure di compensazione dei danni causati. La costruzione della centrale idroelettrica, che secondo le stime avrebbe previsto un investimento di più di sette miliardi di euro per erigere cinque dighe sui fiumi Baker e Pascua, avrebbe comportato lo spianamento di montagne, l’inondazione e cementificazione dell’area e un via vai continuo di camion, in una zona vergine agli estremi confini meridionali del pianeta, una porzione di terra quasi disabitata e incorniciata dalle Ande innevate e da ghiacciai.<br>Una regione ricca di laghi e fiumi su cui Enel, che per il 30% appartiene allo Stato italiano, gode del diritto di sfruttamento. Infatti, una legge approvata dal dittatore Agusto Pinochet nel 1981 stabilisce che l’acqua è un bene pubblico su cui i privati possono, però, avere diritto di sfruttamento. Grazie a questa norma del periodo fascista, nel momento in cui ha comprato il 92% della spagnola Endesa, Enel è entrata in possesso del 96% dei fiumi della Patagonia (una delle maggiori riserve di acqua dolce del mondo) e dell’80% di tutto il Cile.<br>Dalla Patagonia sarebbero partiti i 6500 tralicci che avrebbero portato i 2750 MW di energia creati da HidroAysén – il 20% del totale prodotto in Cile – fino al nord di questo paese lungo, schiacciato tra la cordillera andina e l’oceano Pacifico. Un viaggio che avrebbe attraversato otto regioni, dodici aree protette e 2300 chilometri, per alimentare le miniere d’oro e di rame di cui il Cile è il maggior esportatore mondiale.<br>Aumentare la propria capacità di produzione di energia elettrica sembra un imperativo per un paese che nel 2012 è cresciuto del 5,6%. “Il Cile ha bisogno di energia e che per dargliela bisogna produrla, e se non lo facciamo con le centrali idroelettriche dovremo allora farlo con le centrali termoelettriche, cioè bruciando idrocarburi”, ha dichiarato Daniel Fernandez, vicepresidente esecutivo di HidroAysén, in un’intervista pubblicata nel volume Killing Patagonia della ONG italiana Re:Common. “Il Cile ha bisogno di duplicare la propria produzione di energia, perché ha bisogno di crescere; e l’energia alternativa, l’energia verde, non è in grado di offrire l’apporto necessario: la sua produzione è ancora troppo limitata”. Non è quindi forse casuale che il giorno prima della decisione su HidroAysén veniva approvata la costruzione di una centrale termoelettrica nel centro del paese, in mancanza di uno studio di impatto ambientale e malgrado l’opposizione della popolazione e del sindaco.<br>Poche ore dopo l’annuncio di cancellazione del progetto, gli attivisti del Consejo de Defensa de la Patagonia Chilena, una rete di cui fanno parte una settantina di organizzazioni di tutto il mondo, festeggiavano in Plaza Italia, nel centro della capitale Santiago. “Festeggiamo il trionfo di tutte le persone e di tutte le organizzazioni che in questi sette anni hanno lottato contro il nefasto progetto HidroAysén”, hanno dichiarato.<br>In realtà, la decisione dei ministri cileni non era più di tanto inattesa, visto che Michelle Bachelet si era dichiarata contraria al progetto durante la campagna elettorale che lo scorso marzo ha portato alla sua elezione, e che la stessa Endesa Cile a fine 2013 aveva tolto HidroAysén dalla lista dei progetti prioritari.<br>La centrale idroelettrica aveva anche molti sostenitori, non solo tra gli industriali cileni e stranieri, ma pure tra la popolazione della Patagonia, affascinata dalle promesse di progresso che arrivavano dal governo. 17mila dei circa 80mila abitanti della Patagonia cilena vive sotto la soglia di povertà, a migliaia di chilometri dall’opulenza del centro della capitale Santiago. Numerose sono state le denunce di “acquisto” di consenso da parte del consorzio costruttore, che avrebbe ripartito denaro tra gli abitanti locali, pratica riconosciuta anche dalla Corte dei Conti regionale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato sul Secolo XIX il 14 giugno 2014.<br></em><br></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/06/14/la-patagonia-non-si-tocca-il-cile-ferma-la-centrale-enel/">“La Patagonia non si tocca”. Il Cile ferma la centrale Enel</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/">Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>Posti di blocco della polizia e dei militari e ancora posti di blocco. Presidiano le strade di quello che l’ONU considera il paese più violento del mondo, e che domenica prossima è stato convocato alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative.<br>L’Honduras si affaccia alle urne con una situazione disastrosa: il 70% della popolazione vive in condizione di povertà e il 40% è disoccupata.&nbsp;La connivenza tra le autorità e il crimine organizzato è pervasiva e la militarizzazione della società, in nome della lotta al crimine organizzato, ha in realtà portato ad un incremento degli omicidi e della presenza del narcotraffico, che approfitta dell’impunità che tocca l’80% dei delitti. Secondo la statunitense Dea (Drug Enforcement Administracion), dall’Honduras transita più dell’80% della droga in viaggio verso gli Stati Uniti e nel 2013 le forze dell’ordine hanno sequestrato solo due tonnellate di cocaina. Inoltre, il viceministro della Difesa Carlos Roberto Funes ha recentemente affermato di sospettare che nel paese si trovi “El Chapo” Guzmán, capo dei capi del narcotraffico messicano.<br>In vista delle elezioni di domenica prossima è stata ulteriormente incrementata la presenza militare, forte dei nuovi mille effettivi della Polizia Militare di Ordine Pubblico. La formazione del corpo d’élite è stata promossa nell’agosto del 2013 da Juan Orlando Hernández, candidato presidenziale del Partito Nazionale, il partito conservatore al governo, mentre la candidata del partito Libre (Libertà e Rifondazione) Xiomara Castro ha promesso di togliere i militari dalle strade.<br>Secondo l’ultimo sondaggio Cid-Gallup “donna Xiomara”, che ha raccolto le simpatie dei movimenti e delle classi meno abbienti honduregne, si trova a parimerito con il nazionalista Orlando Hernández. Se la Castro parla di un “socialismo democratico” capace di assicurare garanzie agli investitori, il candidato nazionalista promette la creazione di migliaia di posti di lavoro nelle maquiladoras (industrie di assemblaggio in cui non sono previsti i diritti sindacali), il miglioramento della situazione abitativa delle classi meno abbienti e l’ampliamento delle coltivazioni di canna da zucchero e palma africana.<br>Il programma del nazionalista strizza l’occhio all’oligarchia honduregna, un gruppo di persone che possiede il 40% della ricchezza del paese, concentrata soprattutto nell’industria maquiladora e nelle grandi coltivazioni di prodotti da esportazione come la palma africana. “In Honduras sono dieci le famiglie che prendono le decisioni. Controllano industrie, banche, media, giustizia e governo”, ci spiega Miriam Miranda, dell’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo afrodiscendente OFRANEH. I padroni dell’Honduras hanno cognomi mediorientali: Facussé, Canahuati, Kafie, e finanziano il sistema che dal 1902 garantisce l’alternanza tra il partito nazionalista e quello liberale.<br>Di conseguenza, con la sua candidatura la Castro sfida non solo il maschilismo honduregno, ma anche il centenario bipartitismo dell’unico paese centroamericano che durante la Guerra Fredda non ha avuto una guerriglia capace di sfidare l’imperialismo statunitense. I nordamericani hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo in quella che si considera la Repubblica delle Banane per eccellenza, scegliendo presidenti-fantoccio per permettere a imprese come Chiquita di esercitare un governo di fatto nei territori in cui operava.<br>Quando l’ex presidente Manuel Zelaya, che era stato eletto con i voti di destra, iniziò a mettere i bastoni fra le ruote alla stessa oligarchia di cui fa parte la sua famiglia, ci fu un colpo di stato. Era il giugno del 2009 e il popolo honduregno era stato chiamato a un referendum per decidere se convocare un’assemblea costituente. Oggi è la stessa moglie di Zelaya, Xiomara Castro, a presentarsi alle elezioni proponendo ancora una volta la formazione di una costituente.<br>“Nel 2009 Xiomara Castro era con noi nelle strade a manifestare contro il golpe e appoggio la sua candidatura, anche se non stimo alcuni membri del suo partito e mi riservo la facoltà di critica nei confronti del suo governo”, ci racconta Tomas Gómez Membreño dell’organizzazione indigena COPINH. “Inoltre temo che ci sia una frode elettorale, è difficile pensare che l’oligarchia la lasci governare”.<br>Così, questo bel paese di montagne e lunghe spiagge che nel suo piccolo territorio racchiude una grande varietà di culture e sapori, si prepara alle elezioni. La polizia ha nel cassetto un piano di contingenza per rispondere alla possibilità di conflitti durante le consultazioni, e i settecento osservatori internazionali sono pronti a vigilare su un processo elettorale che potrebbe rappresentare una svolta storica per il paese latinoamericano.</p>



<p><em>Reportage pubblicato il 23.11.2013 sul Secolo XIX</em>.</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/23/xiomara-la-donna-che-sfida-la-mala-dellhonduras/">Xiomara, la donna che sfida la mala dell’Honduras</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Inizia a Roma il processo al Plan Condor</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/05/inizia-a-roma-il-processo-al-plan-condor/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Nov 2013 13:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Secolo XIX]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittature militari]]></category>
		<category><![CDATA[Processo Plan Condor]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi presso il Tribunale di Roma si terrà la prima udienza del processo al Plan Condor, che tenterà di far luce su una pagina oscura della storia contemporanea. Durante i suoi viaggi in Sud America, Licio Gelli veniva accolto con grande calore dalle dittature militari di Uruguay, Cile e Argentina, che contavano con persone iscritte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi presso il Tribunale di Roma si terrà la prima udienza del processo al Plan Condor, che tenterà di far luce su una pagina oscura della storia contemporanea.</p>



<p>Durante i suoi viaggi in Sud America, Licio Gelli veniva accolto con grande calore dalle dittature militari di Uruguay, Cile e Argentina, che contavano con persone iscritte alla P2: Gelli era anticomunista e come tale molto stimato.&nbsp;Erano gli anni della Guerra Fredda, e in nome del capitalismo il governo statunitense appoggiava colpi di stato e associazioni segrete in Italia come in altri paesi, macchiandosi di numerosi delitti.</p>



<p>In Sud America negli anni ’70 i servizi segreti nordamericani (CIA) promossero il cosiddetto Plan Condor, che prevedeva lo scambio di informazioni e la cooperazione tra le dittature militari sudamericane, al fine di eliminare l’opposizione politica. Chiunque fosse anche solo sospettato di essere di sinistra – tra cui liceali che manifestavano contro i rincari dei libri scolastici e dei biglietti dell’autobus – veniva prelevato dalla propria casa, interrogato sotto tortura per giorni e spesso gettato in mare. Sono i desaparecidos, parola di cui in italiano non esiste traduzione: giovani spariti nel nulla che lasciano i propri familiari nell’infinita attesa del ritorno o dell’accertazione della morte, che permetterebbe la sepoltura e l’elaborazione del lutto.</p>



<p>Secondo il geografo statunitense Kenneth Hewitt, negli ultimi cento anni la violenza di stato ha causato la morte di circa centosettanta milioni di persone, più di quante sono rimaste uccise in guerra nello stesso periodo.</p>



<p>Tra le decine di migliaia di desaparecidos che pesano sulla coscienza della CIA e dei servizi segreti di Cile, Argentina, Brasile, Uruguay, Bolivia, Paraguay, Perù, Ecuador, Colombia e Venezuela, ci sono anche alcuni cittadini italiani. Come Daniel Alvaro Banfi Baranzano, il cui cadavere è stato rinvenuto nel 1974 nei pressi della capitale argentina Buenos Aires, ricoperto di calce per ostacolarne l’identificazione, o Gerardo Gatti, “che veniva sottoposto a brutali e inumane torture a seguito delle quali decedeva nel luglio 1976”. La cittadina italiana Sara Rita Méndez Lompodio venne sequestrata in Argentina con il figlio di venti giorni, e interrogata sotto tortura nel centro clandestino di detenzione conosciuto come “Automotores Orletti”.</p>



<p>Ventitré famiglie di desaparecidos di cittadinanza italiana hanno presentato denuncia in forza del principio di extraterritorialità presso il Tribunale di Roma, che nel 1998 ha aperto un’inchiesta. Ci sono voluti quindici anni per arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio, presentata il 31 gennaio 2013 dal procuratore Giancarlo Capaldo. L’inchiesta si è mossa tra mille difficoltà, causate soprattutto dalla scarsa la cooperazione da parte delle autorità sudamericane. Già nel 2007 il tribunale di Roma aveva emanato un ordine di arresto nei confronti di centoquaranta persone nel quadro del Plan Condor, tra cui l’ex militare uruaguayano Néstor Jorge Fernández Troccoli, che dopo essere stato arrestato a Salerno venne rilasciato per mancanza di prove. Lo stesso avvenne con l’ex procuratore militare cileno Alfonso Podlech Michaud, accusato di aver fatto sparire il sacerdote italiano Omar Venturelli.</p>



<p>Finalmente oggi – a sette mesi dall’inizio del processo al Plan Condor che si sta tenendo a Buenos Aires – anche il Tribunale di Roma inizierà a giudicare alcuni membri dei servizi segreti e delle giunte militari sudamericane, in un processo in cui lo stato italiano si è costituito parte civile. Sono passati più di trent’anni dall’epoca dei fatti, un periodo così lungo che ha permesso alla maggior parte dei carnefici di morire di vecchiaia in serenità e nella completa impunità.</p>



<p>Nessuno dei trentacinque imputati sarà presente venerdì nell’aula romana: non ci saranno l’ex presidente peruviano Francisco Morales Bermúdez, l’ex dittatore uruguayano Gregorio Alvarez, l’ex capo dei servizi segreti cileni Juan Manuel Contreras e l’ex Ministro degli Interni boliviano Luis Gómez Arce, che devono rispondere di accuse che vanno dal sequestro di persona all’omicidio multiplo aggravato. Non ci sarà Juan Carlos Larcebeau Aguirre Garay che, secondo la richiesta di rinvio a giudizio, “sembra si sia trasferito nella città di Colonia”, e neanche Ricardo Eliseo Chávez Dominguez, sessantacinquenne ex capo delle operazioni speciali dell’uruguayano FUSNA (Cuerpo de Fusileros Navales), che oggi gestisce una clinica per massaggi a Montevideo, la capitale del paese, e insegna arti marziali in una scuola.</p>



<p><em>Versione integrale dell’articolo pubblicato il giorno 11.10.2013 sul Secolo XIX</em><br></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/05/inizia-a-roma-il-processo-al-plan-condor/">Inizia a Roma il processo al Plan Condor</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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