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	<title>Altreconomia - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Altreconomia - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Il ritrovamento del campo di sterminio della criminalità organizzata di Teuchitlán in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2025 16:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) Il ranch Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025. Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Il <em>ranch</em> Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo <a href="https://www.facebook.com/p/Guerreros-Buscadores-De-Jalisco-61555458753120/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores</a> de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025.</p>



<p>Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri, di <em>desaparecidos</em> del Messico, si sono stupite di non trovarli visto che il <em>ranch</em> di 10mila metri quadrati, che si trova nel Comune di Teuchitlán, nello Stato del Jalisco, era sotto la custodia delle forze dell’ordine che sei mesi prima avevano rinvenuto al suo interno un “narco-accampamento”.</p>



<p>Una volta entrate le Guerreros buscadores hanno trovato ammucchiati 154 paia di scarpe, 435 capi di vestiario e 18 valigie, oltre a tre forni circondati da frammenti ossei umani semi-cremati. Hanno rinvenuto anche delle lettere: “Amore mio, se non torno ricordati quanto ti amo”, si legge in una di queste scritta nel 2003.</p>



<p>Le madri dei <em>desaparecidos</em> hanno avuto un’intuizione raccapricciante: il cartello di Jalisco Nueva Generación usava il <em>ranch</em> come centro di addestramento e detenzione clandestino e bruciava i cadaveri delle persone che uccideva per farne sparire le tracce. Si sono poi chieste come fosse possibile che le autorità, che avevano ispezionato l’immobile, non avessero rinvenuto gli oggetti personali, i forni e i frammenti ossei.</p>



<p>“Il <em>ranch</em> è molto grande e non li abbiamo visti”, ha risposto la Procura, causando rabbia tra i genitori dei d<em>esaparecidos</em> che pensano invece si tratti di un tentativo, da parte delle autorità, di insabbiare la questione.</p>



<p>In Messico i <em>desaparecidos</em> sono più di 125mila, quasi tutti vittime della guerra al narcotraffico che l’ex presidente Felipe Calderón ha iniziato alla fine del 2006. Questa non ha indebolito i cartelli criminali, che da allora sono cresciuti insieme alla militarizzazione del territorio, con pessime conseguenze sul rispetto dei diritti umani. Nel Paese si registrano in media 30 sparizioni al giorno ed è evidente che buona parte di queste persone non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata. Perché le organizzazioni criminali sequestrano, uccidono e fanno sparire delle persone innocenti? È una delle domande più difficili del Messico contemporaneo e l’inchiesta delle madri di Guerreros unidos offre delle possibili risposte.</p>



<p>Dopo essere entrate nel <em>ranch</em> Izaguirre hanno iniziato a raccogliere le testimonianze di persone che sono riuscite a scappare da quel luogo. Hanno così scoperto che il cartello di Jalisco Nueva Generación attirava i giovani grazie a false offerte di lavoro che pubblicava su internet, con salari piuttosto alti. La comunicazione con gli aspiranti lavoratori avveniva tramite WhatsApp: veniva dato loro un appuntamento alla stazione degli autobus e da quel viaggio non tornavano mai più.</p>



<p>Secondo le testimonianze, erano sottoposti a un addestramento obbligatorio e disumanizzante, finalizzato al reclutamento forzato nelle file del cartello. I giovani che venivano preparati per essere sicari erano obbligati a combattere tra loro come nel Colosseo, e a torturare o uccidere gli altri detenuti quando si rifiutavano di partecipare all’addestramento o cercavano di scappare. I testimoni parlano anche di esperimenti medici e vendita di organi.</p>



<p>Secondo l’accademica e giornalista messicana Alejandra Guillén González, nel <em>ranch </em>Izaguirre le vittime venivano trasformate in carnefici. “Lì il cartello distruggeva la soggettività e psiche delle persone, le disfaceva, rompeva loro l’anima -ha spiegato durante un’intervista con il portale messicano <em><a href="https://adondevanlosdesaparecidos.org/2025/03/19/teuchitlan-forma-parte-de-un-circuito-desaparecedor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">¿Adónde van los desaparecidos?</a>-. </em>Non è una cattiveria spontanea ma c’è un piano molto chiaro che ha una sua logica ed è finalizzato a convertire le vittime in carnefici. È lo stesso meccanismo che descrive Primo Levi quando racconta la sua esperienza nel campo di concentramento: se hai fame e vivi in condizioni disumane tutto quello che fai è cercare di sopravvivere. Se questo implica uccidere uno dei tuoi compagni […] secondo me è troppo facile accusare di collaborazionismo chi accetta di farlo”.</p>



<p>Per la giornalista messicana luoghi di questo tipo ci dicono anche un’altra cosa: non tutti i <em>desaparecidos </em>sono morti. Alcuni sono vivi e costretti a lavorare per la criminalità organizzata. Inoltre sarebbe un errore pensare che tutti i capi di vestiario trovati nel <em>ranch</em> appartengano a persone che sono state assassinate. Le foto dei vestiti, che sono state sistematizzate in un sito web, sono uno strumento prezioso per i familiari dei <em>desaparecidos</em> che, consultandole, possono trovare un capo della persona che stanno cercando che rappresenta una traccia del suo passaggio da quel luogo.</p>



<p>“I resti ossei sono tutti uguali ma i vestiti, gli oggetti, umanizzano la perdita: hanno un valore simbolico chiave, sono l’ultima traccia, l’ultimo segno di una presenza -aggiunge lo psicologo Carlos Beristain, specializzato nell’accompagnamento psicosociale di vittime della violenza-. Le foto dei vestiti portano con sé dei significati possibili, non solo testimoniano che la persona è stata in quel luogo, in qualche modo ci dicono anche che cosa le è successo, che cosa le hanno fatto”.</p>



<p>Allo stesso tempo, però, anche se i familiari della persona scomparsa vedessero i vestiti dei loro cari, non riuscirebbero a rispondere alle domande che li tormentano: è vivo o è morto? Dove si trova ora?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4577" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Familiares de desaparecidos buscan restos humanos en el Rancho La Gallera, Veracruz. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Alejandra Guillén González, che nel 2019 ha pubblicato un <em>reportage</em> in cui descriveva un “circuito della sparizione” molto simile in un Comune limitrofo a Teuchitlán -giovani attirati con false promesse di lavoro, addestrati e obbligati a lavorare come sicari o come guardie armate nei campi in cui si coltiva droga-, afferma che sono state date varie definizioni a luoghi come il <em>ranch </em>Izaguirre. “Campo di sterminio” è forse quella più usata ma in fondo “come società ci mancano parole per nominare posti di questo tipo”, conclude.</p>



<p>Di <em>ranch</em> Izaguirre ne esistono tanti in Messico ma il suo ritrovamento ha comunque mosso qualcosa di profondo nella società messicana, forse a causa della sua dimensione e delle foto delle montagne di vestiti e scarpe che ricordano i <em>lager</em> nazisti. Manifestazioni, <em>sit-in</em> e fiaccolate sono state organizzati in tutto il Paese.</p>



<p>“Chi può gestire un centro di sterminio e reclutamento senza l’appoggio dello Stato? Come si possono trasportare tante persone e farle sparire senza che esistano tracce nei documenti della procura e nelle scrivanie degli uffici del governo?”, scrive il Grupo de trabajo contra la desaparición en Chiapas (Gruppo di lavoro contro le sparizioni in Chiapas), che ha organizzato un raduno a 1.500 chilometri del <em>ranch</em> Izaguirre.</p>



<p>Per i crimini avvenuti in Jalisco finora sono state arrestate dodici persone, tra cui el comandante Lastra, considerato il principale responsabile del reclutamento e del funzionamento del “campo di sterminio” tra maggio del 2024 e marzo 2025.</p>



<p>“Non daremo spazio all’impunità”, ha assicurato la presidente Claudia Sheinbaum, anche se in Messico il tasso d’impunità per il delitto di sparizione di persona arriva al 99%. Sheinbaum ha poi presentato una serie di riforme alla legge sulle sparizioni forzate che sono state accolte con scetticismo dalle organizzazioni a favore dei diritti umani e dai familiari delle vittime, che chiedono invece di essere coinvolti nella pianificazione delle politiche pubbliche in materia di sparizioni.</p>



<p>I familiari dei <em>desaparecidos </em>continuano a protestare e, soprattutto, non smettono di cercare. Fanno il lavoro che le autorità non svolgono: organizzano brigate in cui, con picconi e pale, vanno alla ricerca di possibili fosse clandestine nelle campagne di tutto il Messico. L’ultima brigata nazionale è stata il 19 e 20 aprile di quest’anno e hanno partecipato 70 collettivi di genitori di <em>desaparecidos</em>. “La nostra lotta è autonoma, indipendente dai partiti politici. Continueremo fino a quando non troveremo i nostri cari”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-ritrovamento-del-campo-di-sterminio-della-criminalita-organizzata-di-teuchitlan-in-messico/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato da Altreconomia il 30 aprile 2025.</a></em></p>



<p></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2025/05/01/il-ritrovamento-del-campo-di-sterminio-della-criminalita-organizzata-di-teuchitlan-in-messico/">Il ritrovamento del campo di sterminio della criminalità organizzata di Teuchitlán in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Stentano le deportazioni di Trump in Messico ma negli Usa gli stranieri vivono nella paura</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2025/02/17/stentano-le-deportazioni-di-trump-in-messico-ma-negli-usa-gli-stranieri-vivono-nella-paura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 14:51:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[deportazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[politiche migratorie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) C’è meno gente per strada negli Stati Uniti da quando Donald Trump ha ordinato la deportazione di tutte le persone prive di permesso di soggiorno. “Quando inizia a girar voce che l’Immigration and customs enforcement (Ice) sta facendo delle retate, le persone straniere che vivono in zona iniziano ad avere&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>C’è meno gente per strada negli Stati Uniti da quando Donald Trump ha ordinato la deportazione di tutte le persone prive di permesso di soggiorno. “Quando inizia a girar voce che l’Immigration and customs enforcement (Ice) sta facendo delle retate, le persone straniere che vivono in zona iniziano ad avere paura di uscire di casa, di salire sull’autobus, di andare a lavorare o portare i figli a scuola”, racconta Helena Olea, vicedirettrice di Alianza americas, Ong impegnata per i diritti della popolazione latina negli Stati Uniti.</p>



<p>“Anche chi ha regolare permesso di soggiorno vive con il timore di essere arrestato durante una retata, per il suo aspetto o per la lingua che parla. La paura è diventata pervasiva e riguarda tutte le classi sociali, conosco professori universitari di origine latina che vivono regolarmente negli Stati Uniti da decenni e che ora temono di essere deportati”.&nbsp;</p>



<p>In realtà i numeri dicono che finora le deportazioni non sono state come Trump aveva annunciato: durante la sua prima settimana di governo, il Messico ha ricevuto poco più di quattromila persone, mentre negli anni scorsi ne sono arrivate anche 6.500 alla settimana. Infatti, lo “zar della frontiera” di Trump, Tom Homan, si è dichiarato insoddisfatto perché il ritmo delle deportazioni non è stato quello che si aspettava. In ogni caso, secondo Helena Olea, il clima di terrore nella società statunitense non è creato tanto dal numero di persone trasferite ma dal fatto che lo stesso governo diffonda immagini di persone in catene che salgono su aerei militari per essere espulse, e dalla propaganda anti migranti che viene portata avanti in modo martellante.&nbsp;</p>



<p>Sono circa 11 milioni le persone sotto il mirino dell’Ice che il presidente statunitense definisce come “criminali”, anche se in realtà la maggior parte di loro non ha commesso nessun delitto ed è solo priva di permesso di soggiorno. La comunità più grande di immigrati senza regolari permessi è quella messicana, composta da circa cinque milioni di persone.&nbsp;</p>



<p>“Che sia chiaro: i messicani che vivono là sostengono l’economia degli Stati Uniti: nelle campagne, nel Terzo settore, in tutto -ha detto la presidente messicana, Claudia Sheinbaum-. Gli Stati Uniti non sarebbero quello che sono se non fosse per il nostro popolo, fatto di lavoratori. E se tornano in Messico li riceveremo a braccia aperte, per dare loro tutto quello che si meritano”.&nbsp;</p>



<p>Come altri Paesi latinoamericani, il Messico ha risposto all’emergenza deportazioni con un piano chiamato <em>México te abraza</em>, che prevede la costruzione di nove centri di “attenzione” lungo la frontiera con gli Stati Uniti per le persone deportate, che ottengono anche una modica quantità di denaro e un passaggio in autobus al loro luogo di origine. Secondo alcuni esperti, però, la strategia di ricezione del governo non è sufficiente.</p>



<p>“Una delle cose che mi preoccupano è che le persone non messicane che vengono deportate in Messico (che sono circa un quinto del totale, <em>ndr</em>) non ricevano assistenza. È una questione di volontà politica e di razzismo: quando a Tijuana sono arrivati circa 20mila ucraini sono stati accolti a modo, ma i migranti che non sono bianchi vengono trattati diversamente”, dice Sarah Soto, fondatrice di Espacio migrante, un’organizzazione che gestisce uno spazio culturale per migranti e un centro dove le famiglie possono pernottare a Tijuana, città messicana che si trova sulla frontiera con gli Stati Uniti. &nbsp;</p>



<p>L’altra grande preoccupazione di Sarah Soto sono le oltre 30mila persone che sono rimaste “varate” in Messico a causa della decisione di Trump di chiudere le frontiere da un giorno all’altro e di sospendere l’uso dell’applicazione Cbp One, con i richiedenti asilo che potevano fissare un appuntamento con le autorità statunitensi. Di colpo l’applicazione ha smesso di funzionare e sono stati cancellati i tremila appuntamenti programmati e i 30mila che si trovavano in lista di attesa. Queste persone, che provengono da diversi Paesi, si trovano ora bloccate in varie regioni del Messico. “Vivono in una grande incertezza. Non abbiamo idea di quello che succederà e siamo molto preoccupate”, dice ancora Soto. &nbsp;</p>



<p>Helena Olea di Alianza Americas sottolinea che la sospensione del diritto di asilo ordinata da Trump è illegale. “Non si riconosce più che le persone possano avere necessità di protezione ma l’Immigration and nationality act (Ina) stabilisce il diritto a richiedere asilo, e lo fanno anche alcuni accordi internazionali che gli Stati Uniti hanno firmato”, prosegue.&nbsp;</p>



<p>Quella che Trump definisce come “invasione dal Messico” non esiste, e il numero di migranti che attraversano irregolarmente i più di tremila chilometri di frontiera tra Messico e Stati Uniti si è ridotto del 76% rispetto al massimo storico registrato nel dicembre 2023. &nbsp;</p>



<p>Secondo il governo messicano, il risultato si deve ai programmi sociali che ha promosso, anche in alcuni Paesi centroamericani, per dare una risposta alle cause delle migrazioni, ma in verità la strategia principale che i presidenti messicani hanno usato per frenare i flussi migratori è stata la “mano dura”, con il dispiegamento della Guardia nazionale. La militarizzazione del territorio finalizzata al contenimento dei flussi migratori è cresciuta nel maggio 2019 quando Trump, durante la sua prima amministrazione, ha fatto pressione sul governo vicino usando per la prima volta la minaccia dei dazi. Allora le barriere commerciali che gli Stati Uniti avrebbero imposto al Messico se l’ex presidente Andrés Manuel López Obrador non avesse frenato il flusso dei migranti irregolari sarebbero state del 5%. In risposta López Obrador inviò seimila agenti della Guardia nazionale sul confine tra Messico e Guatemala, con lo scopo di creare un filtro per i migranti diretti verso Nord e impedire loro di avvicinarsi alla frontiera con gli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>Da allora, la Guardia nazionale ha commesso numerose violenze nei confronti delle persone in transito per il Messico e in varie occasioni ha sparato contro gruppi di migranti centro e sudamericani, uccidendoli. “Il Messico non si trova in una situazione encomiabile rispetto alle persone migranti, non ha una legittimità morale che gli permetta di denunciare gli abusi che avvengono negli Stati Uniti”, ha affermato durante un’intervista con la stampa locale Santiago Aguirre del Centro di diritti umani Agustín Pro Juárez (Centro ProDH), tra le principali organizzazioni che si battono per i diritti umani nel Paese.&nbsp;</p>



<p>Ora è Claudia Sheinbaum a rispondere alle minacce commerciali di Trump -più dure, visto che si parla di dazi del 25%- inviando 10mila agenti della Guardia nazionale sulla frontiera con gli Stati Uniti. Analisti e attivisti sono d’accordo sul fatto che militarizzare le frontiere o chiuderle non serve a frenare le migrazioni, ma solo a renderle più pericolose. Il costo per attraversare le frontiere sarà maggiore per i migranti, a beneficio delle organizzazioni criminali che lucrano con il traffico di esseri umani.&nbsp;</p>



<p><em>Articolo pubblicato da <a href="https://altreconomia.it/stentano-le-deportazioni-di-trump-in-messico-ma-negli-usa-gli-stranieri-vivono-nella-paura/" target="_blank" rel="noopener" title="">Altreconomia il 15 febbraio 2025</a></em></p>



<p></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2025/02/17/stentano-le-deportazioni-di-trump-in-messico-ma-negli-usa-gli-stranieri-vivono-nella-paura/">Stentano le deportazioni di Trump in Messico ma negli Usa gli stranieri vivono nella paura</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La minaccia dei dazi di Trump e le conseguenze sulle vite delle persone viste dal Messico</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2025/02/05/la-minaccia-dei-dazi-di-trump-e-le-conseguenze-sulle-vite-delle-persone-viste-dal-messico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2025 15:41:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) Era radiante la presidente messicana Claudia Sheinbaum quando lunedì 3 febbraio ha annunciato in conferenza stampa che Donald Trump aveva accettato di sospendere l’ordine esecutivo firmato 48 ore prima e che imponeva dazi del 25% alle importazioni dal Messico per “non aver fermato il flusso di droga e migranti verso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Era radiante la presidente messicana Claudia Sheinbaum quando lunedì 3 febbraio ha annunciato in conferenza stampa che Donald Trump aveva accettato di sospendere l’ordine esecutivo firmato 48 ore prima e che imponeva dazi del 25% alle importazioni dal Messico per “non aver fermato il flusso di droga e migranti verso gli Stati Uniti”.</p>



<p>Sheinbaum sorrideva e scherzava con i giornalisti ma la sospensione delle barriere commerciali fino al 4 marzo, che è arrivata dopo una telefonata di 40 minuti tra i due capi di Stato, non è certo una vittoria a lungo termine. Intervistato dalla giornalista messicana Carmen Aristegui, l’ex ministro dell’Economia messicano Ildefonso Guajardo ha affermato infatti che probabilmente d’ora in poi sarà necessario considerare l’incertezza come un elemento permanente.</p>



<p>“I dazi potrebbero diventare una spada di Damocle per il governo messicano durante tutta l’amministrazione Trump. Li manterrà sempre ‘in sospeso’, non ci sarà un momento in cui dirà chiaramente che la minaccia dei dazi al Messico è finita”, racconta in un’intervista Laura Carlsen, direttrice del centro di analisi relazioni internazionali <a href="https://www.americas.org/our-work/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mira</a> e coordinatrice di analisi politica della <a href="https://justassociates.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ong Jass</a>. “Quello che a Trump importa è l’immagine, è poter dire di aver vinto anche se non è vero”.</p>



<p>In cambio della revoca dei dazi, Sheinbaum ha promesso di mandare diecimila agenti della Guardia nazionale alla frontiera con gli Stati Uniti. L’invio di soldati a una frontiera che è già di per sé militarizzata preoccupa le organizzazioni locali che si battono per i diritti umani, coscienti che il loro dispiegamento, più che combattere la criminalità organizzata, finirà per ledere i diritti dei migranti. Secondo il governativo <a href="https://www.inegi.org.mx/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Instituto nacional de Estadística, geografía e informática</a> (Inegi), nel 2022 le detenzioni di persone in transito da parte della Guardia nazionale sono aumentate del 432,5%, e quelle per reati sono diminuite del 60%.</p>



<p>Le minacce di imporre dazi al Messico, il principale partner commerciale degli Stati Uniti, sono iniziate a novembre. A differenza dei precedenti governi messicani, quello di Sheinbaum ha immediatamente alzato la testa, cosa che è piaciuta molto ai messicani. “Le armi non le produciamo noi, le droghe sintetiche non le consumiamo noi, però purtroppo sono nostri i morti causati dalla criminalità organizzata che lavora per soddisfare la domanda di droga nel suo Paese. Risponderemo ai dazi con altri dazi”, ha scritto Sheinbaum in una lettera a Trump.</p>



<p>In effetti, la maggior parte della droga viene prodotta per soddisfare la domanda dei consumatori statunitensi e più del 70% delle armi usate dai cartelli messicani provengono dagli Stati Uniti. Sheinbaum ha celebrato il fatto che durante la loro telefonata Trump si sia impegnato a lavorare per evitare che le armi continuino a entrare in Messico ma non è stato un accordo formale e i media messicani temono che la promessa non verrà mantenuta, come non è stata mantenuta da vari predecessori del presidente repubblicano.</p>



<p>“È il Messico che dovrebbe dichiarare le organizzazioni criminali come terroriste, non gli Stati Uniti”, ha detto l’analista politico Edgardo Buscaglia, sottolineando che i cosiddetti <em>narcos</em> non commettono atti di terrorismo contro la popolazione statunitense ma contro quella messicana.</p>



<p>Il commercio con gli Stati Uniti rappresenta l’80% delle esportazioni messicane e, secondo il Consejo nacional agropecuario (Cna), i dazi potrebbero causare perdite per il Messico per 475 miliardi di dollari. Ma non solo.</p>



<p>A novembre, durante la conferenza stampa che si è svolta all’indomani delle prime minacce di guerra commerciale, il ministro dell’Economia Marcelo Ebrard ha mostrato come i dazi alle importazioni messicane danneggerebbero anche l’economia degli Stati Uniti: si potrebbero perdere 400mila posti di lavoro e il costo della vita per i consumatori statunitensi rischierebbe di subire forti rincari. Il prezzo delle automobili, ad esempio, potrebbe arrivare a crescere di tremila dollari per unità, visto che il 42% delle componenti necessarie a quest’industria è importato proprio dal Messico. In quell’occasione, Ebrard ha sottolineato anche che l’espulsione dei migranti annunciata da Trump causerebbe una caduta del Prodotto interno lordo (Pil) statunitense tra il 2% e il 3%.</p>



<p>I dazi sono inoltre illegali, perché proibiti dallo United States-Mexico-Canada Agreement (Usmca), il trattato di libero commercio firmato nel 2018 che ha sostituito il North American free trade agreement (Nafta), e che regola le relazioni commerciali tra i tre Paesi nordamericani: Messico, Stati Uniti e Canada. Secondo alcuni analisti, il motivo reale delle minacce commerciali di Trump ai Paesi vicini è fare pressione in modo da anticipare la rinegoziazione del Usmca.</p>



<p>“I trattati di libero commercio (Tlc) sono strumenti che servono alle grandi <em>corporation</em> e in questo caso non è utile neanche per gli scopi per cui è stato creato, cioè impedire azioni unilaterali come l’imposizione di misure protezioniste -conclude Laura Carlsen-. Quando si è negoziato l’Usmca, le organizzazioni sociali messicane non hanno fatto un’opposizione frontale perché l’integrazione con gli Stati Uniti è così forte che un’uscita improvvisa dal Tlc sarebbe stata molto costosa, non per l’economia in termini astratti, ma per le persone. Si è preferito lavorare in spazi autonomi, costruire un’altra economia ai margini di tutto questo, dove sono visibili gli sforzi dei popoli che potrebbero rappresentare il futuro non solo dell’economia messicana ma dell’intero Pianeta”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su Altreconomia il 5 febbraio 2025:</em> <a href="https://altreconomia.it/la-minaccia-dei-dazi-di-trump-e-le-conseguenze-sulle-vite-delle-persone-viste-dal-messico/" target="_blank" rel="noopener" title="">https://altreconomia.it/la-minaccia-dei-dazi-di-trump-e-le-conseguenze-sulle-vite-delle-persone-viste-dal-messico/</a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2025/02/05/la-minaccia-dei-dazi-di-trump-e-le-conseguenze-sulle-vite-delle-persone-viste-dal-messico/">La minaccia dei dazi di Trump e le conseguenze sulle vite delle persone viste dal Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Anche quest’anno le femministe argentine si sono riunite in un evento unico al mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2024 13:45:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[encuentro plurinacional]]></category>
		<category><![CDATA[feminismo]]></category>
		<category><![CDATA[incontro plurinazionale]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) Ottantamila persone hanno partecipato al 37esimo Incontro plurinazionale di donne, lesbiche, trans, bisessuali, intersessuali e non binarie, che si è tenuto a ottobre a San Salvador Jujuy, in Argentina. Un numero di donne pari alla popolazione di città come Brindisi o Grosseto ha riempito la capitale di Jujuy, provincia del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Ottantamila persone hanno partecipato al 37esimo Incontro plurinazionale di donne, lesbiche, trans, bisessuali, intersessuali e non binarie, che si è tenuto a ottobre a San Salvador Jujuy, in Argentina. Un numero di donne pari alla popolazione di città come Brindisi o Grosseto ha riempito la capitale di Jujuy, provincia del Nord del Paese che quest’anno è stata scelta come sede dell’appuntamento annuale del movimento di donne e delle dissidenze sessuali del Paese sudamericano. Un evento unico al mondo e considerato come un esempio dalle femministe di tutto il Pianeta.</p>



<p>Per tre giorni nelle piazze di Jujuy si sono tenuti concerti, nei centri culturali proiezioni di documentari, nelle scuole e nelle università chiuse per il fine settimana si sono svolti più di cento laboratori-assemblee, in cui si è parlato dei temi più svariati: tra loro geopolitica ed estrattivismo, sport e diritti civili, sessualità e affettività. Intanto, a margine dell’evento, durante la pausa pranzo o bevendo mate su una panchina del lungofiume, si sono tenute riunioni più o meno spontanee che hanno portato alla formazione di nuove reti e al consolidamento di alleanze politiche che esistono da decenni.</p>



<p>“Siamo venute per vivere in prima persona l’emozione che si respira stando qui e per condividere la nostra esperienza di lotta in Messico”, dice Claudia Torres Roux del collettivo Mujeres y la sexta di Città del Messico, che ha viaggiato per settemila chilometri per partecipare all’evento. “Quando torneremo nel nostro territorio condivideremo le strategie organizzative che abbiamo imparato. Non le copieremo, ma ci serviranno come ispirazione e le adatteremo al nostro contesto”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4474" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003207.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Il primo Incontro nazionale di donne si è tenuto nel 1986 a Buenos Aires, all’indomani della caduta della dittatura. Presto è diventato lo spazio di consolidamento delle realtà femministe del Paese e la piattaforma di discussione di temi importanti come la violenza sulle donne o l’aborto, di cui si è iniziato a dibattere nel 1989 a margine dell’evento, quando ancora in Argentina non se ne parlava pubblicamente: alcune donne si sedettero spontaneamente in cerchio e si raccontarono le loro esperienze clandestine di interruzione di gravidanza.</p>



<p>Anni dopo, nel 2015, un gruppo di donne organizzò una maratona di lettura di testi sui femminicidi che fu chiamata “Ni una menos”. Fu un successo tale che, poco dopo, centinaia di migliaia di persone scesero nelle strade di tutta l’Argentina gridando “Ni una menos”, slogan che divenne poi il nome di un movimento mondiale contro la violenza sulle donne. Questo mise le basi per la nascita di un altro movimento internazionale, in questo caso abortista, nato in Argentina: la Marea verde.</p>



<p>Nel 2018 la Marea verde in Argentina era cresciuta tanto che dell’aborto se ne parlava dappertutto. Quando il dibattito è arrivato al Congresso, il movimento aveva già occupato le strade e, nel dicembre 2020, le femministe raggiunsero una delle loro più grandi conquiste: la legalizzazione dell’aborto.</p>



<p>Quasi quarant’anni di lotte hanno cambiato il movimento femminista argentino e il suo spazio d’incontro nazionale si è dovuto adattare. “Pensiamo che il femminismo debba riflettere l’identità plurinazionale del nostro continente, la presenza dei popoli indigeni e le diverse forme che esistono di affrontare il patriarcato. Qui gli Stati-nazione nascono dal colonialismo, che ha imposto frontiere che hanno frammentato i popoli originari, ad esempio la nazione&nbsp;<em>mapuche</em>&nbsp;è divisa tra l’Argentina e il Cile”, spiega l’argentina Claudia Korol del collettivo Feministas de Abya Yala, termine che i popoli originari usano per descrivere il continente americano. “Allo stesso tempo, negli Stati convivono nazioni indigene differenti. Per questo abbiamo proposto che l’incontro annuale venga definito come plurinazionale, e che includa le dissidenze sessuali”.</p>



<p>Nel 2022, le tensioni tra visioni diverse del femminismo portarono a una rottura e alla decisione di organizzare due eventi diversi: l’Incontro nazionale di donne, a cui parteciparono circa 15mila persone, e l’Incontro plurinazionale di donne, lesbiche, trans, bisessuali, intersessuali e non binarie, che ne ha riunite circa 100mila. Nell’anno successivo furono molti gli sforzi per sanare la frattura, e dal 2023 si è deciso di organizzare un solo evento che include le dissidenze sessuali e dà valore al carattere plurinazionale dell’Argentina.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4475" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003211-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Le donne e le dissidenze sessuali che ogni anno s’incontrano in questo Paese hanno ideologie e visioni politiche anche molto differenti tra loro. Alcune militano nei partiti, altre hanno una postura libertaria o sono vicine alla Chiesa. All’Incontro plurinazionale partecipano donne che vivono nelle zone urbane e rurali, o che appartengono a gruppi etnici e classi sociali diverse. Alcune di loro si considerano femministe, altre no. In ogni caso, durante l’evento cercano di mettere da parte le differenze per essere unite e coese negli obiettivi comuni, come mostra la manifestazione che si svolge ogni anno alla fine dell’Incontro.</p>



<p>“Anno dopo anno, l’Incontro è andato crescendo e con lui le divisioni interne”, dice Ana Maria Tapia di Jubiladas Insurgentes (le Pensionate rivoluzionarie), che ha partecipato a quasi tutti i 36 incontri precedenti. “Ma sappiamo che è necessario essere unite, soprattutto ora che sta governando Javier Milei, che non ci rappresenta e che vorrebbe che sparissimo”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4476" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/10/1000003208-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Da quando è stato eletto presidente dell’Argentina, nel 2023, l’ultraconservatore Milei ha criminalizzato il movimento femminista, accusandolo anche dei gravi problemi economici del Paese, e ha cercato di smantellare le conquiste e i diritti civili che sono stati riconosciuti grazie a decenni di lotte: nei suoi primi sei mesi di governo ha tagliato alcuni sussidi statali e ha chiuso istituzioni impegnate contro la violenza sulle donne.</p>



<p>Milei ha promosso un dibattito pubblico contro i diritti civili e ha reso più difficile, nella pratica, l’accesso a un aborto sicuro. “Pensavamo che la legalizzazione dell’aborto fosse la battaglia finale; sapevamo che dovevamo difenderlo, ma non potevamo immaginare quello che sarebbe venuto”, chiarisce la giornalista argentina Mariana Carbajal nel suo&nbsp;<em>podcast</em>&nbsp;Soberanas.</p>



<p>La difesa della legge sull’aborto è una delle priorità del movimento femminista argentino, che ha già iniziato i preparativi del 38esimo Incontro plurinazionale. Si terrà nell’ottobre 2025 nella città di Corrientes.</p>



<p>Articolo pubblicato da Altreconomia il 30 ottobre 2024: https://altreconomia.it/anche-questanno-le-femministe-argentine-si-sono-riunite-in-un-evento-unico-al-mondo/</p>



<p></p>



<p></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/10/31/anche-questanno-le-femministe-argentine-si-sono-riunite-in-un-evento-unico-al-mondo/">Anche quest’anno le femministe argentine si sono riunite in un evento unico al mondo</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il saccheggio ambientale e culturale del Treno Maya in Messico</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2024/02/21/il-saccheggio-ambientale-e-culturale-del-treno-maya-in-messico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 19:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[grandi opere]]></category>
		<category><![CDATA[megaprogetti]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Tren Maya]]></category>
		<category><![CDATA[Treno Maya]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia Lo speleologo Hoppenheimer camminava lungo il tracciato del Treno Maya quando si è accorto che, a un passo dai piloni che ne sosterranno il viadotto, c’era una caverna sotterranea. I colleghi l’hanno presto battezzata con il suo soprannome, motivato dalla somiglianza con l’attore del film. La caverna “Oppenheimer”, che si trova nello&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/02/21/il-saccheggio-ambientale-e-culturale-del-treno-maya-in-messico/">Il saccheggio ambientale e culturale del Treno Maya in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia</em> </p>



<p>Lo speleologo Hoppenheimer camminava lungo il tracciato del Treno Maya quando si è accorto che, a un passo dai piloni che ne sosterranno il viadotto, c’era una caverna sotterranea. I colleghi l’hanno presto battezzata con il suo soprannome, motivato dalla somiglianza con l’attore del film. La caverna “Oppenheimer”, che si trova nello Stato del Quintana Roo, fra le città di Playa lop del Carmen e Tulum, è una delle migliaia di “porte” di accesso all’intricato sistema di canali che si trova sotto la penisola dello Yucatán: una rete sotterranea lunga 1.800 chilometri che costituisce una delle falde acquifere più grandi del mondo e, per la cultura maya, rappresenta l’<em>inframundo</em>, il luogo dove camminano i morti.</p>



<p>Si tratta di un sistema che ha una composizione geologica carsica e per questo è soggetto a crolli e collassi. “In alcuni punti il tetto della caverna Oppenheimer ha ceduto a causa delle vibrazioni dei lavori di costruzione del Treno Maya, che ha impattato più di centoventi<em> cenotes </em>(grotte con acqua dolce, <em>ndr</em>) e caverne -spiega Guillermo D. Christy, membro del collettivo <a href="http://cenotesurbanos.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cenotes Urbanos</a>-. È un progetto improvvisato, i lavori sono iniziati senza lo studio di impatto ambientale e non ne è stato neanche fatto uno di meccanica del suolo che dimostri la capacità del terreno di reggere un’opera così imponente”.</p>



<p>È sopra questo fragile sistema di canali sotterranei che si sta costruendo il Treno Maya: una rete ferroviaria di più di 1.500 chilometri che permetterà ai turisti di viaggiare tra le città coloniali della penisola dello Yucatán, tra le sue lagune e i <em>cenotes</em>, di visitare i siti archeologici maya e le spiagge caraibiche. Si tratta del megaprogetto “preferito” dal presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, il quale ha assicurato che verrà interamente inaugurato entro la fine di febbraio 2024 e ha promesso di portare il Sud-Est del Messico fuori dalla povertà grazie alla crescita del turismo. Per questo, buona parte della popolazione è a favore dell’opera, anche se le voci critiche si fanno sentire.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="653" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/Dron-Tramo.jpeg?resize=980%2C653&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4354" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/Dron-Tramo.jpeg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/Dron-Tramo.jpeg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/Dron-Tramo.jpeg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Yuxtaposición del trayecto del tramo 5 sur del Tren Maya con el mapa de las cavernas subterráneas del sistema Aktun T’uyul. Foto: Miguel Ángel Guillermo</em></figcaption></figure>



<p>Il governo non ne parla molto ma, in realtà, il Treno Maya non è solo un treno turistico. Sui suoi binari correranno anche vagoni merci che nella città di Palenque, in Chiapas, si connetteranno a un’altra grande opera promossa dall’amministrazione di López Obrador: il Treno Transistmico, che unirà i due oceani (Atlantico e Pacifico) nel punto più stretto del Messico e si presenterà come un’alternativa al Canale di Panama. “Sono treni neoliberali al servizio dell’agricoltura industriale e funzionale al saccheggio delle risorse naturali presenti nei nostri territori maya ancestrali”, dice Sara López González del Consejo regional indígena y popular de xpujil (<a href="http://cripx95.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Crip</a>).</p>



<p>“Nemmeno un albero verrà abbattuto per costruire il Treno Maya”, ha dichiarato il presidente López Obrador prima dell’inizio dei lavori. In verità, ne sono stati abbattuti circa dieci milioni, soprattutto per costruire il tracciato delle tratte cinque e sei, che corrono parallele alla costa del Mar dei Caraibi e alla strada che collega Cancún a Chetumal. Secondo il biologo Omar Irám Martínez Castillo dell’associazione locale <a href="http://uyoolche.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">U’yoolche</a>, nello spazio tra la strada e il tracciato della tratta sei, che è protetto da un recinto, si è formata una “terra di nessuno” in cui sono rimaste intrappolate delle scimmie. “La frammentazione dell’habitat mi preoccupa più della deforestazione -spiega il biologo- il treno divide in due la selva yucateca e per gli animali che ci vivono, stiamo parlando di giaguari, tapiri, scimmie e molte altre specie, sarà complicato avere una comunicazione che permetta di evitare l’endogamia e favorire la diversità genetica”.</p>



<p>Un’altra preoccupazione delle organizzazioni che difendono il territorio, alcune delle quali sono indigene, è che molti <em>cenotes</em> sono stati riempiti di cemento per permettere ai binari del treno di passarci sopra. Questo crea un problema ecologico a tutto il sistema di canali sotterranei, che sono interconnessi e rappresentano l’unica fonte di acqua potabile per milioni di persone. Inoltre, questo sistema drena nel Mar dei Caraibi e inquinerà quindi anche le sue acque, con effetti devastanti per la barriera corallina, i pesci e tutto l’ecosistema connesso. “Il mare caraibico cristallino che si vede nelle foto esposte nelle agenzie di viaggi dipende da un equilibrio che ha radici nella selva yucateca, nelle caverne e nei fiumi sotterranei”, dice Miriam Moreno del collettivo <a href="https://soscenotes.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SOS Cenotes</a> e della Red de resistencias sur sureste en defensa de la vida y los territorios Utsil Kuxtal. In altre parole, l’industria del turismo di questa regione dipende in buona parte dalla salute dell’ecosistema.</p>



<p>Secondo Ángel Sulub Santos del Centro comunitario u kúuchil k ch’i’ibalo’on, il Treno Maya è il secondo megaprogetto che è stato impiantato nella penisola dello Yucatán. Il primo è stato la città di Cancún, fondata nel 1974 a servizio del turismo di massa, concetto intorno al quale è stata creata l’identità culturale della regione dove, anche nelle scuole, viene presentato come fattore di sviluppo economico e sociale. Prima del 1974 Cancún, che oggi ha quasi un milione di abitanti e spiagge costellate da grattacieli di lusso, era un villaggio di pescatori. In tutto il Quintana Roo la crescita della popolazione negli ultimi decenni è stata velocissima: solo tra il 2010 e il 2020, i suoi abitanti sono aumentati di più del 40%.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4355" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/02/CAND160723OB2.jpg?w=1620&amp;ssl=1 1620w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Niños juegan en el paso del Tren Maya inundado en el ejido Don Samuel, Candelaria, Campeche. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Il popolo indigeno maya ha lavorato al servizio di questa espansione, di cui i principali beneficiari sono le grandi corporazioni turistiche che hanno visto nella costa caraibica messicana la gallina dalle uova d’oro. I maya hanno abbandonato l’agricoltura, la pesca e il loro stile di vita millenario per essere impiegati come camerieri, facchini o nel settore delle pulizie. Intanto, la loro cultura viene “venduta” sotto forma di <em>souvenirs</em> o di balli tradizionali messi in scena nei ristoranti per turisti.</p>



<p>Secondo l’artista maya Marcelo Jiménez Santos, il turismo ha “saccheggiato culturalmente” il suo popolo. “Parlano di Treno Maya e Riviera Maya, ma la comunità maya è invitata a partecipare a questi progetti solo come manodopera a basso costo. Vengono promossi i popoli precolombiani e le loro vestigia come dei prodotti turistici in vendita, ma il popolo maya che tuttora vive nella Penisola dello Yucatán non viene minimamente considerato”, dice Jiménez Santos. “Tuttavia, non credo che la nostra cultura maya sparirà; ha capacità di reazione, come è stato dimostrato in 500 anni di tentativi di sterminio”.</p>



<p>L’esercito messicano ha costruito buona parte del tracciato ferroviario. I militari hanno anche il compito di amministrare il treno e di incassare i suoi introiti, di gestire sei hotel di lusso che sono stati costruiti nei pressi delle stazioni e alcuni aeroporti. La Penisola dello Yucatán è stata quindi militarizzata, con grande preoccupazione di parte dei suoi abitanti, visto che le statistiche mostrano che la presenza dei soldati porta un aumento delle denunce di violazione ai diritti umani. “I militari ora pattugliano con le armi in vista anche Bacalar, malgrado non esistano particolari problemi di sicurezza -racconta Aldair T’uut’, membro dell’<a href="http://asembleamaya.wixsite.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Asamblea de defensores del territorio maya múuch’ xíinbal</a>-. Godono di totale impunità, non solo quando violano i diritti umani, ma anche quando distruggono l’ambiente: stanno tagliando le mangrovie, deforestando la selva e cementificando <em>cenotes</em>, ma non riceveranno nessuna sanzione per questo”.</p>



<p>Come in altre cittadine della regione, a Bacalar una delle maggiori preoccupazioni riguarda l’assenza di impianti di depurazione e di un adeguato sistema di trattamento dei rifiuti. L’espansione turistica, che nei dieci anni prima della pandemia è stata del 800%, ha già cambiato il tono delle acque della sua laguna, che è sempre più verde e marrone. Da villaggetto, Bacalar è diventato paese e la riviera della laguna è stata quasi totalmente privatizzata. Ai suoi abitanti, che lavorano in gran parte nel settore turistico, sono rimasti solo un paio di moli da cui nel fine settimana si possono tuffare.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-saccheggio-ambientale-e-culturale-del-treno-maya-in-messico/" title="">Articolo pubblicato sul mensile Altreconomia nel gennaio 2014.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/02/21/il-saccheggio-ambientale-e-culturale-del-treno-maya-in-messico/">Il saccheggio ambientale e culturale del Treno Maya in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/06/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 14:09:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[30esimo anniversario EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[EZLN]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
		<category><![CDATA[zapatisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia I comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), uomini e donne, siedono sul palco del villaggio zapatista di Dolores Hidalgo. È la mezzanotte del 31 dicembre 2023, siamo nella Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, e l’Ezln sta celebrando il trentesimo anniversario della sua insurrezione armata.&#160; Dalla tribuna, i comandanti&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/06/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/">A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia</em></p>



<p>I comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), uomini e donne, siedono sul palco del villaggio zapatista di Dolores Hidalgo. È la mezzanotte del 31 dicembre 2023, siamo nella Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, e l’Ezln sta celebrando il trentesimo anniversario della sua insurrezione armata.&nbsp;</p>



<p>Dalla tribuna, i comandanti osservano la singolare parata di una (ex) guerriglia che è stata definita “antimilitarista”: hanno uniformi verdi e marroni, marciano battendo gli stivali e i bastoni di legno, ma la musica<em> cumbia</em> che si ascolta di sottofondo toglie solennità all’atto. È una parata militare paradossale, ironica. Come quando, nel 2021 e in piena pandemia, gli zapatisti <a href="https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hanno annunciato</a> che avrebbero attraversato l’Atlantico per raggiungere l’Europa in barca, con una donna transgender al comando della spedizione. O come quando, nel 1994, l’Ezln ha arrestato il generale ed ex governatore del Chiapas, Absalón Castellanos, e ha poi deciso di liberarlo, condannandolo a “vivere fino all’ultimo dei suoi giorni con la pena e la vergogna di avere ricevuto il perdono e la bontà di coloro che, a lungo, ha umiliato, sequestrato, depredato e assassinato”.</p>



<p>I miliziani zapatisti che sfilano davanti agli occhi stupiti di persone di tutto il mondo sono parte di un esercito che in realtà non lo è: protegge il suo territorio ma non spara, ed è composto in buona parte da giovani che sanno stare sull’attenti e marciare, però lo fanno al ritmo della <em>hit</em> del momento. Dopo la parata dei miliziani, il subcomandante Moisés ha letto un messaggio: “La proprietà della terra dev’essere del popolo e dev’essere ‘in comune’, e il popolo si deve governare da solo. Lo abbiamo dimostrato trent’anni fa e continueremo su questa strada”, ha detto il capo militare maya, riprendendo un tema centrale <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/12/21/ventesima-e-ultima-parte-il-comune-e-la-non-proprieta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nei comunicati</a> che l’Ezln ha pubblicato negli ultimi mesi del 2023, ossia stabilire che una parte delle terre zapatiste non apparteranno più a nessuno, saranno una “non proprietà”, e che verranno coltivate “in comune” con gli altri popoli della regione, stabilendo un sistema di turni. Negli stessi comunicati, l’Ezln annuncia anche una riorganizzazione interna della struttura autonomica zapatista.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="690" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/01/ANIVEZ311223OB.jpg?resize=980%2C690&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4312"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Entrata al Caracol zapatista di Dolores Hidalgo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>L’insurrezione dell’Ezln è avvenuta il primo gennaio del 1994, quando i guerriglieri maya della regione più impoverita del Messico si sono ribellati a 500 anni di angherie: negli anni Novanta, ancora lavoravano come braccianti in condizione di semi-schiavitù, senza diritti né accesso scolastico o sanitario. “La situazione in cui ci trovavamo era di morte e disperazione. Abbiamo dovuto aprire una crepa in quel muro che ci rinchiudeva e ci condannava. Come se tutto fosse oscurità e con il nostro sangue accendessimo una piccola luce. Questa è stata la sollevazione zapatista, una piccola luce nella notte più buia”, scrive Marcos, che recentemente <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/15/decima-parte-sulle-piramidi-e-sui-loro-usi-e-costumi-conclusioni-dallanalisi-critica-di-marez-e-jbg-frammento-dellintervista-al-subcomandante-insurgente-moises-di-agosto-settembre-2023-nelle-m/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha annunciato</a> di essere stato degradato da subcomandante a capitano.</p>



<p>La guerra allo Stato messicano è durata solo 12 giorni e si è interrotta quando la gente ha iniziato a manifestare chiedendo un “cessate il fuoco”. Le negoziazioni tra il governo e la guerriglia portarono alla firma degli Accordi di San Andrés, che il Congresso non ha mai ratificato. L’Ezln si è quindi sentito tradito dai partiti politici con cui aveva negoziato, ha preso distanza da loro e ha iniziato a costruire il suo progetto di autonomia nei territori in cui mantiene presenza. Senza nessun tipo di aiuto o sovvenzione da parte dello stato, gli zapatisti hanno istituito un governo indigeno e a rotazione, per evitare l’accumulazione di potere nelle mani di poche persone, e hanno creato un sistema di giustizia, di salute e di educazione totalmente autonomi, portando maestri e dottori in regioni isolate dove non ne avevano mai visto uno.&nbsp;</p>



<p>A poco a poco la parte civile dell’organizzazione è diventata più importante di quella militare. Nel 2003, l’Ezln ha deciso di dividere il suo territorio in cinque zone dove ha installato dei centri amministrativi chiamati <em>Caracoles</em> -che nel 2019 sono diventati 12- dove operavano le Giunte di buon governo, che erano gli organi di governo zapatista. La loro creazione è stata una risposta alla necessità di “consegnare” il governo alla parte civile dell’organizzazione. “Il governo dev’essere civile, non militare -ha scritto il capitano Marcos in un comunicato dello scorso novembre-. Il popolo deve cercare il suo cammino, il suo modo e il suo tempo. La parte militare deve servire solo per difendersi”. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2024/01/ANIVEZ311223OB11.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4311"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Miliziane dell&#8217;EZLN durante il discorso del subcomandante Moisés. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Negli ultimi mesi gli zapatisti hanno annunciato la soppressione delle Giunte di buon governo e dei Municipi autonomi zapatisti e la creazione di <a href="https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/13/nona-parte-la-nuova-struttura-dellautonomia-zapatista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una nuova struttura</a> che mette al centro il popolo e le comunità. La definiscono come una “piramide rovesciata” basata nei Governi autonomi locali (Gal), che sono delle assemblee presenti in ogni villaggio. Potranno convocare delle istanze più grandi -i Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti e le Assemblee dei Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti-, ma hanno maggiore autorità.&nbsp;</p>



<p>Gli zapatisti sono arrivati a questa decisione attraverso un processo di autocritica di dieci anni, che ha portato a cambiamenti profondi che si concentrano sulla base invece che sulla punta della piramide, con i piedi ben piantati nella democrazia comunitaria che i popoli indigeni praticano da sempre. “La lotta consiste in cambiare il mondo ma anche noi stessi, e gli zapatisti stanno dimostrando che hanno capacità di modificare la loro struttura. L’autonomia non è una cosa preconfezionata, ma un processo di creazione”, dice Azize Aslan, che è originaria del Kurdistan e ha partecipato ai festeggiamenti per i 30 anni dell’Ezln.&nbsp;</p>



<p>Quando, la notte di capodanno, ha ascoltato le parole del subcomandante Moisés, l’indigena<em> nahua</em> Marichuy Patricio Martínez ha pensato che i popoli originari messicani dovrebbero seguire l’esempio degli zapatisti e continuare a lottare e costruire la loro autonomia, malgrado gli attacchi del governo e nonostante la presenza delle corporazioni e del crimine organizzato nei loro territori. “La guerra contro di noi è forte, ma gli zapatisti ci mostrano che è possibile trovare dei modi, e farlo nella pratica”, dice la portavoce del <a href="https://www.congresonacionalindigena.org/che-cose-il-cni-movil/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Congresso nazionale indigeno (Cni)</a>.&nbsp;</p>



<p>“Nei prossimi anni faremo in modo che il popolo comandi, il governo obbedisca e i mezzi di produzione saranno in comune -ha detto durante l’intervento di Capodanno il subcomandante Moisés-. Ci difenderemo, non abbiamo bisogno di uccidere soldati o governanti corrotti, ma se ci attaccano ci difenderemo”. Ha parlato con fermezza e tranquillità, davanti al resto della <em>Comandancia general</em> dell’Ezln, prima che i fuochi d’artificio esplodessero nel cielo del villaggio di Dolores Hidalgo e iniziassero musica e balli per festeggiare il trentesimo anniversario della rivoluzione zapatista, e l’arrivo dell’anno nuovo.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/" title="">Articolo pubblicato da Altreconomia il 5 gennaio 2024.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/06/a-trentanni-dallinsurrezione-armata-il-progetto-di-autonomia-zapatista-e-ancora-in-piedi/">A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 00:03:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Arevalo]]></category>
		<category><![CDATA[Guatemala]]></category>
		<category><![CDATA[Juan Francisco Sandoval]]></category>
		<category><![CDATA[Movimiento Semilla]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia non si parla quasi mai del Guatemala ma forse qualcuno ricorderà l’orribile guerra civile che per più di 30 anni si è combattuta nel Paese centroamericano.</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/">“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia</em></p>



<p>In Italia non si parla quasi mai del Guatemala ma forse qualcuno ricorderà l’orribile guerra civile che per più di 30 anni si è combattuta nel Paese centroamericano. Probabilmente c’è chi ha sentito parlare del generale Ríos Montt, il dittatore che all’inizio degli anni Ottanta ha promosso una politica di “terra bruciata” che, con il pretesto di combattere la guerriglia, ha causato 200mila vittime e il genocidio del popolo indigeno maya. Qualcuno, forse, avrà anche letto che per quel genocidio, nel 2013, Ríos Montt è stato condannato e che si è trattato di un processo che ha fatto storia: è stato il primo ex capo di Stato a essere sanzionato per genocidio da un tribunale nazionale. &nbsp;</p>



<p>Meno noto è forse il contesto in cui tutto ciò è successo: in quegli anni il Guatemala stava vivendo infatti un rinnovamento del suo sistema giudiziario, grazie soprattutto alla Comisión internacional contra la impunidad en guatemala (Cicig), un organo promosso dalle Nazioni Unite che ha portato a un rafforzamento del sistema giudiziario guatemalteco e all’apertura di importanti processi, legati a crimini di “lesa umanità” o a casi di corruzione che coinvolgevano personaggi di spicco del mondo industriale e politico. Le inchieste mettevano in luce la profonda relazione tra l’<em>élite</em> economico-politica guatemalteca e la criminalità organizzata, e l’impunità con cui portavano avanti i loro interessi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, subito dopo la sentenza a Ríos Montt l’oligarchia conservatrice guatemalteca ha iniziato a mettere un freno al processo: la condanna all’ex dittatore è stata annullata per motivi tecnici e la magistrata e la giudice che erano state in prima fila nel processo, Carla Paz y Paz e Yassmin Barrios, sono state fatte uscire di scena. Nel 2019, il presidente Jimmy Morales ha cacciato la Cicig dal Paese e l’anno precedente ha nominato a procuratrice generale della Repubblica la magistrata Consuelo Porras, che ha iniziato un vero e proprio processo di “purghe” interno al sistema giudiziario che ha obbligato molti suoi colleghi all’esilio e ha portato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti a inserirla nella Lista engels, un elenco di “attori corrotti e antidemocratici”.&nbsp;</p>



<p>Ma negli anni precedenti qualcosa di profondo si era mosso nella società guatemalteca: nel 2015 le strade si erano riempite di manifestazioni contro la corruzione che hanno poi portato alla nascita del Movimiento Semilla, un partito progressista che alcuni settori della sinistra accusano di essere troppo lontano dalle classi popolari, contadine e indigene. In ogni caso la “Semilla”, il seme piantato, ha dato i suoi frutti: il suo candidato Bernardo Arévalo ha vinto le elezioni presidenziali del 20 agosto. Ma la magistratura non fa che mettere ostacoli nel cammino di Semilla ed è arrivata a sospendere il partito.&nbsp;</p>



<p>“Esiste un gruppo di politici e funzionari corrotti che non accettano il risultato delle elezioni e hanno creato un piano per rompere l’ordine costituzionale e violentare la democrazia. È in corso un colpo di Stato e il sistema giudiziario viene usato per violare la giustizia, burlandosi della volontà che il popolo ha espresso liberamente”, ha detto Bernardo Arévalo, supportato da grandi manifestazioni popolari.&nbsp;</p>



<p>Il 2 ottobre alcune organizzazioni indigene hanno iniziato a bloccare diverse strade del Paese, pretendendo il rispetto del risultato delle elezioni e l’allontanamento della procuratrice generale Consuelo Porras, del capo della Procura speciale contro l’impunità (Fiscalía especial contra la impunidad, Feci) Rafael Curruchiche e del giudice Fredy Orellana. La protesta si è a poco a poco estesa a nuove regioni del Paese e si sono uniti studenti, lavoratori di vari settori, cittadini in generale. Ora sono più di 60 le strade bloccate e nella capitale la popolazione sfila in lunghi cortei. Assicurano che il loro sciopero è indefinito: manifesteranno finché Porras, Curruchiche e Orellana non si dimetteranno.&nbsp;</p>



<p>Da quando Consuelo Porras è diventata procuratrice generale, 42 magistrati guatemaltechi si sono dovuti allontanare. Abbiamo intervistato uno di loro: Juan Francisco Sandoval. Nato nel 1982, Sandoval ha iniziato a lavorare come pubblico ministero nel 2003, sei anni dopo è entrato nel <em>pool</em> di magistrati della Fiscalía especial contra la impunidad (Feci) e nel 2015 è stato nominato a capo di questa unità. Dal 2021 vive in esilio negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p><strong>Sandoval, per molti anni il Guatemala è stato un Paese riconosciuto a livello internazionale per la sua strategia anticorruzione. Come si è arrivati alla situazione attuale?</strong><br><strong>JFS</strong> Le indagini che portavamo avanti nella Feci, con l’aiuto della Cicig, hanno messo in luce il modo in cui operano le strutture illegali che controllano lo Stato, e come l’<em>élite</em> economica guatemalteca utilizza questo sistema corrotto. Erano preoccupati perché il sistema giudiziario si è rafforzato e si sono riorganizzati, dedicando tutte le loro energie a smantellare gli apparati anticorruzione: prima di tutto hanno cacciato i membri della Cicig, poi hanno smantellato la Feci e quindi hanno iniziato a perseguitare i funzionari che avevano scoperto i loro gravi atti di corruzione.&nbsp;</p>



<p><strong>Più in dettaglio, quali indagini portava avanti la Feci quando lei ne era a capo?</strong><br><strong>JFS </strong>Erano sulla corruzione di magistrati, di membri del governo e politici di primo piano, come l’ex presidente della Repubblica Otto Pérez Molina e l’ex vicepreside Roxana Baldetti, che sono stati poi condannati. Si trattava di casi riguardanti il finanziamento illecito di campagne politiche e le irregolarità avvenute durante le elezioni delle alte corti di giustizia, o indagini sul crimine organizzato e il riciclaggio di denaro. Ad esempio, un caso importante è stato quello legato alla corporazione edile brasiliana Odebrecht, che ha scosso l’intera America Latina e altri Paesi del mondo. Nel caso del Guatemala, 108 membri del Congresso avrebbero ricevuto almeno venti milioni di dollari in tangenti per beneficiare l’azienda. Come capo della Feci ero titolare di queste indagini, per questo è iniziata la persecuzione giudiziaria di cui sono vittima e che mi ha portato all’esilio negli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando parla di persecuzione, a cosa si riferisce esattamente?<br></strong><strong>JFS </strong>Tutto è iniziato nel maggio 2018, quando Consuelo Porras è stata nominata procuratrice generale della Repubblica. Da allora sono state fatte più di cento denunce ed emessi sei mandati di cattura contro di me. In varie occasioni ho ricevuto minacce di morte e ho anche scoperto che Mario Estrada, un ex candidato presidenziale che si trova in prigione negli Stati Uniti a causa delle sue relazioni con il Cartello di Sinaloa, ha cercato di organizzare un attentato contro di me. Si tratta di un caso documentato dalle autorità statunitensi che non è mai stato indagato da quelle guatemalteche, ma non mi stupisce più di tanto perché conosco il modo di operare di Consuelo Porras, ho lavorato insieme a lei tre anni e quattro mesi prima di andarmene. &nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa è successo alle indagini che la Feci stava portando avanti quando lei era a capo dell’unità?<br></strong><strong>JFS </strong>I casi sono stati smantellati e ora la Procura li sta usando per creare delle false accuse contro i magistrati, ad esempio adducendo che sono stati commessi degli abusi o degli errori durante le indagini.&nbsp;</p>



<p><strong>Quest’anno ha vinto le elezioni il Movimiento Semilla, un partito nuovo che non rappresenta l’<em>élite</em> economica e politica tradizionale, ma sembra che l’oligarchia guatemalteca stia cercando di mettergli in tutti i modi i bastoni tra le ruote. Che cosa ne pensa?<br></strong><strong>JFS </strong>In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio. Le “forze oscure” che hanno organizzato la persecuzione contro di me e i miei colleghi stanno facendo la stessa cosa con la volontà del popolo guatemalteco, che si è espresso alle urne il 20 agosto. &nbsp;</p>



<p><strong>Pensa che in un futuro prossimo lei e i suoi colleghi esiliati potrete tornare in Guatemala?<br>JFS </strong>Ho qualche speranza legata al nuovo governo, ma penso che il mio ritorno sia molto improbabile, non ci sono garanzie.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia l&#8217;11 ottobre 2013.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/10/11/in-questo-momento-in-guatemala-la-democrazia-e-a-rischio/">“In questo momento in Guatemala la democrazia è a rischio”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 16:33:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica migratoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/">Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli statunitensi Rio Grande, li separava dalla loto meta: a poche centinaia di metri dalla cella dove erano rinchiusi si trova infatti il ponte che collega la città messicana alla sua “gemella” sul lato settentrionale della frontiera, la texana El Paso.</p>



<p>Orlando José Maldonado Pérez era venezuelano e la sua storia è stata raccontata al quotidiano messicano <a href="https://laverdadjuarez.com/2023/03/29/nos-metieron-a-un-calabozo-migrante-describe-el-lugar-de-la-tragedia-en-la-estacion-migratoria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La Verdad</em></a> dal cognato, Abel Ortega Oviedo. I due uomini erano partiti insieme dal Venezuela e avevano viaggiato per circa settemila chilometri per arrivare alla desertica Ciudad Juárez, dove si sono ritrovati davanti la frontiera statunitense, completamente sbarrata. Sono quindi rimasti bloccati nella città messicana, senza lavoro né casa, e sono stati arrestati per strada mentre chiedevano l’elemosina. La polizia ha portato entrambi al centro per migranti gestito dall’Instituto nacional de migración (Inm) ma Abel, che ha intrapreso il lungo viaggio portando con se i due figli piccoli, è stato rilasciato. Solo il giorno successivo all’incendio, mentre cercava Orlando negli ospedali della città, ha saputo che il cognato era morto nelle fiamme.</p>



<p>“Durante la campagna elettorale Joe Biden aveva promesso di smantellare la politica migratoria dell’amministrazione Trump ma non l’ha fatto. Al contrario, ha continuato a portarla avanti. Ha mantenuto la retorica della migrazione come una minaccia ed è ancora in funzione il cosiddetto ‘Titolo 42’, una misura entrata in vigore durante la pandemia da Covid-19 che permette l’espulsione immediata dei migranti che arrivano alla frontiera, senza che possano presentare domanda d’asilo”, spiega Helena Olea, direttrice di <a href="https://www.alianzaamericas.org/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alianza Americas</a>, una Ong con sede negli Stati Uniti. “All’inizio Biden ha cercato di derogare al ‘Titolo 42’ ma i governatori degli Stati meridionali hanno presentato ricorso e vinto la loro battaglia legale. Quello che ha fatto è stato stabilire alcune eccezioni a questa misura: ad esempio, da inizio gennaio possono entrare negli Usa persone provenienti da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela, ma solo a condizione che abbiano un ‘patrocinatore’, ovvero una persona negli Stati Uniti che dimostri di poterli mantenere”.</p>



<p>Di fronte alle espulsioni di massa e alle pressioni di Washington, il Messico ha accettato di ricevere ogni mese 30mila migranti respinti dall’ingombrante vicino. Di conseguenza, le città a ridosso della frontiera si sono rapidamente riempite di uomini, donne e bambini intrappolati in un limbo, a un passo dal “sogno” americano. Una situazione che alimenta le tensioni all’interno delle comunità locali.</p>



<p>“La nostra pazienza sta arrivando al limite, adotteremo una postura più dura nel proteggere la città”, aveva dichiarato a metà marzo Cruz Pérez Cuellar, sindaco di Ciudad Juárez, quando un gruppo di cittadini venezuelani ha distrutto le barriere nel ponte internazionale di Santa Fè nel tentativo di entrare negli Stati Uniti. Contravvenendo alla legge messicana -secondo la quale una situazione migratoria irregolare non rappresenta di per sé un reato- Pérez Cuellar ha ordinato alla polizia di arrestare i migranti presenti in città. Come Orlando Maldonado e Abel Ortega, molti non avevano commesso alcuna infrazione ma sono finiti in manette semplicemente perché chiedevano l’elemosina o pulivano i vetri ai semafori e sono stati rinchiusi in centri per migranti che gli attivisti e le Ong descrivono come luoghi indegni. Celle sovraffollate chiuse a chiave, nessuna assistenza medica né accesso all’acqua potabile.</p>



<p>“Sono centri di detenzione: le persone rinchiuse qui dentro non sono state ‘soccorse’ dalla polizia, come dicono le autorità, ma sono state arrestate, private della libertà in modo arbitrario”, ha denunciato un attivista del collettivo Frontera Sur durante l’azione che si è svolta davanti alla sede dell’Instituto nacional de migración di San Cristóbal de Las Casas, nel Sud del Messico.</p>



<p>Oltre ai 39 morti -tutti uomini, in maggioranza provenienti dal Guatemala, ma anche da Honduras, El Salvador, Venezuela, Ecuador e Colombia- nell’incendio sono rimaste ferite altre 27 persone, alcune delle quali versano in gravi condizioni. Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura generale messicana, sarebbe stato un migrante ad appiccare il rogo dando fuoco a un materasso per protestare proprio contro gli agenti di custodia che li avevano lasciati tutto il giorno senz’acqua. Un video, ripreso da una camera di sorveglianza la notte dell’incendio, mostra quello che è successo subito dopo: le guardie sono uscite correndo dal centro senza prima aprire la cella chiusa a chiave, lasciando i migranti in balìa delle fiamme. Gli inquirenti messicani hanno emesso nove ordini di arresto: uno contro l’uomo che avrebbe causato l’incendio e gli altri contro agenti e personale dell’agenzia di sicurezza privata che lavora nel centro di Ciudad Juárez.</p>



<p>Intanto centinaia di migranti provenienti da diversi Paesi dell’America Latina continuano a raggiungere la frontiera settentrionale del Messico. Un flusso alimentato anche dalla falsa notizia che, a seguito della strage, gli Stati Uniti avrebbero iniziato ad accettare le domande di protezione internazionale. Molti si sono presentati alla frontiera con l’illusione di essere ricevuti ma sono stati respinti.</p>



<p>Negli ultimi anni i flussi migratori verso gli Stati Uniti sono aumentati considerevolmente. Tra ottobre 2021 e agosto 2022 sono state arrestate più di due milioni di persone, il 24% in più rispetto all’anno precedente. Quando è entrato in carica, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva promesso una politica di maggiore apertura verso le migrazioni ma <a href="https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/)" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le minacce commerciali dell’amministrazione Biden</a> hanno trasformato il Messico nel gendarme degli Stati Uniti, che ha di fatto esternalizzato il controllo della propria frontiera meridionale: nel 2022 nel Paese sono stati dispiegati quasi 45mila militari per contenere i flussi migratori diretti verso gli Usa. “Le politiche migratorie degli Stati Uniti e di altri Paesi della regione sono sempre più disumane e rendono quasi impossibile l’accesso al diritto di richiedere asilo. Fatti come quelli di Ciudad Juárez sono conseguenza delle restrittive e crudeli politiche migratorie di Messico e Stati Uniti”, ha denunciato Amnesty International in un comunicato. In questi giorni, sulle sbarre che racchiudono la stazione migratoria di Ciudad Juárez sono state appese le foto dei defunti, le bandiere dei loro Paesi, fiori e cartelli che dicono “migrare non è un delitto”.</p>



<p><a href="https://altreconomia.it/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia il 31 marzo 2023.</a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/">Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2022/08/24/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 23:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole. È strano vederla qui, a Chilón, un paese&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole.</p>



<p>È strano vederla qui, a Chilón, un paese di settemila anime del Chiapas circondato dalla selva e da campi di mais e caffè. A fianco di Capeltic c’è Bats’il Maya, una fabbrica con un magazzino dove arrivano decine di sacchi pieni di grani di caffè in pergamino (ossia ricoperti da una buccia) da tutta la regione.</p>



<p>Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel (yomolatel.org), affonda la mano in uno dei sacchi e mostra i chicchi ricoperti da una buccia gialla: entro poco tempo verranno sbucciati da una macchina, tostati in un forno, macinati,<br>quindi impacchettati e spediti.</p>



<p>“Abbiamo aperto il nostro impianto qui, nella Selva Norte del Chiapas, malgrado ci avessero consigliato di farlo nel centro del Messico o vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, perché i costi logistici e di commercializzazione sarebbero stati molto inferiori -dice la co-direttrice dell’azienda,<br>formata da circa 360 famiglie indigene maya tseltales-. Abbiamo invece deciso di costruire l’impianto nella selva, malgrado Chilón sia isolato e quasi nessuno arrivi fin qui. Vogliamo stare<br>vicino ai produttori di caffè, ci piace pensare che possano sentire l’impianto come se fosse loro”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL-1024x683.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3046" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAFETAL.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>La giovane chiapaneca cammina tra le rumorose macchine di Yomol A’tel, parola che nella lingua<br>indigena locale significa “insieme lavoriamo, insieme camminiamo e insieme sogniamo”. Il progetto<br>nasce nel 2001 a partire da una riflessione, che durava da decenni, sul fatto che da sempre le famiglie indigene maya tseltales si limitavano esclusivamente a produrre la materia prima -il caffè- per poi venderlo agli intermediari a prezzi molto bassi. I contadini non avevano un ruolo<br>negli altri anelli della filiera, che permettono guadagni molto maggiori. Yomol A’tel vuole<br>rompere questa logica: l’idea è che i produttori che seminano e raccolgono il caffè imparino anche a spolparlo, tostarlo e a preparare un ottimo caffè in tazza, seguendo dei corsi di formazione<br>nella caffetteria Capeltic. “Seguiamo tutta la filiera: dal campo alla tazza. Sappiamo che ogni suo anello è importante: se il produttore ci manda chicchi di alta qualità, il caffè si rovina se il tostatore esagera con la fiamma. E se il tostatore fa un eccellente lavoro ma il barista non è in grado di estrarre il caffè, il prodotto in tazza sarà cattivo. Le nostre famiglie conoscono tutto il processo: questa è la nostra proposta di qualità”, dice Méndez Álvarez.</p>



<p>Secondo i calcoli di Yomol A’tel, un chilo di caffè in pergamino in chicchi che al produttore viene pagato 70 pesos (poco più di 3,3 euro), una volta venduto in tazza permette di guadagnarne circa 1.500 (71,5 euro). Per questo, il 40% del caffè di Yomol A’tel viene venduto nelle sue caffetterie: la Capeltic di Chilón e quelle di due prestigiose università messicane: l’Iteso di Guadalajara e l’Università Iberoamericana, nelle sue sedi di Città del Messico e Puebla.</p>



<p>“Avere i nostri bar ci permette pagare un prezzo giusto ai produttori, che sono l’anello più impoverito di questa filiera. Noi lo chiamiamo ‘paradosso del caffè’: le famiglie che seminano e<br>raccolgono questo prodotto, che è biologico, di altissima qualità e apprezzato in tutto il mondo,<br>vivono sotto la soglia di povertà -spiega Cristina Méndez Álvarez-. Yomol A’tel ridistribuisce la<br>ricchezza, facendo in modo che non si accumuli in mano di chi gestisce le caffetterie Capeltic”.<br>Secondo gli esperti, sono vari i fattori che stanno alla base del “paradosso del caffè”. Dalla natura<br>coloniale del prodotto che, come secoli fa, continua ad essere coltivato da persone indigene per essere esportato verso l’Europa e gli Stati Uniti, all’incapacità dei governi dei Paesi produttori di promuovere politiche per proteggerne la produzione e commercializzazione.</p>



<p>Nell’ultimo anno, il prezzo del caffè è più che raddoppiato. Questo aumento è causato in primo<br>luogo dagli effetti dei cambiamenti climatici in Brasile, che è il primo produttore mondiale della seconda bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua. Nel 2021, il Paese sudamericano ha dovuto affrontare un lungo periodo di siccità, seguito da una forte gelata, e ha immesso nel mercato 20 milioni sacchi di caffè in meno rispetto all’anno precedente, con un conseguente aumento del suo prezzo.</p>



<p>Ma c’è di più. “Ci sono due grandi mercati del caffè: quello reale, in cui le persone comprano<br>e vendono il prodotto, e in cui il suo prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta, e quello finanziario -spiega Manel Modelo di Impacto café (impactocafe.org), una Ong che accompagna decine di piccoli produttori di caffè in Chiapas-. Quest’anno sono stati prodotti tra i 140 e 170<br>milioni di sacchi di caffè in tutto il mondo. Nel mercato finanziario si comprano e vendono in quattro o cinque giorni, quello che si fa il resto dell’anno è speculazione pura e semplice”.</p>



<p>Il prezzo del caffè non si decide quindi solo nel mercato reale, ma anche nella borsa di valori di New York, dove in questo momento è alle stelle. Lì operano sei grandi broker che hanno come principali clienti Nescafé, Kraft, Sara Lee e Procter &amp; Gamble, ovvero le multinazionali che commercializzano circa la metà di tutto il caffè mondiale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2-1024x683.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3048" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/CAPELTIC191121OB2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’aumento del prezzo è sicuramente una buona notizia per i produttori, che devono però fare i conti con il fatto che sale e scende da un giorno all’altro. La volatilità crea molta incertezza e difficoltà nello stabilire quale sia il miglior momento per vendere, o fare qualsiasi tipo di proiezione a lungo termine. Per questo, i produttori preferirebbero un prezzo stabile, anche se più basso di quello attuale.</p>



<p>“Magari i prezzi rimanessero alti e stabili, e le famiglie smettessero di vivere alla giornata. Sappiamo che purtroppo presto scenderanno vertiginosamente”, commenta Cristina Méndez Álvarez, mentre mostra un camion pieno di pacchi di caffè con l’etichetta di Capeltic che sta per uscire dal magazzino per essere spediti in tutto il Messico, Stati Uniti e Spagna. “Non dico la quantità di problemi di trasporto che abbiamo, perché in questa strada che già di per sé è piena di curve, buche e rallentatori, spesso ci sono frane e cadono alberi. Ma non ci importa, è un rischio che siamo disposti a prendere per essere coerenti con il nostro tipo di progetto”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/">Articolo pubblicato da Altreconomia nel luglio 2022</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/08/24/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/">Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 09:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[carovana migrante]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migrant Protection Protocols]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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		<category><![CDATA[politica migratoria]]></category>
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<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/01/13/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricardo ha capito che doveva abbandonare l’Honduras a fine ottobre 2021 quando, a pochi isolati da casa sua, un’amica transgender è stata uccisa. Da tempo l’omofobia che si respirava nel suo quartiere gli faceva paura, e la mancanza di lavoro lo tormentava. Ricardo non ci ha pensato due volte: ha preso le sue cose e si è messo in cammino verso Nord. Sapeva che pochi giorni dopo da Tapachula, una città che si trova sulla frontiera meridionale del Messico, sarebbe partita una “carovana di migranti”, come si definisce la strategia dei migranti che consiste in viaggiare in grandi gruppi e alla luce del sole per sentirsi più sicuri. Per raggiungere Tapachula e gli altri membri della carovana, Ricardo ha dovuto attraversare Honduras e Guatemala in autobus, e passare illegalmente la frontiera messicana.</p>



<p>La “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” ha percorso una ventina di chilometri al giorno per più di 50 giorni, a volte sotto il sole cocente del tropico, altre volte sotto la pioggia. I migranti, soprattutto provenienti dall’America Centrale, ma anche da Haiti e Cuba, hanno dormito nelle piazze dei paesi che attraversavano, o ai bordi delle strade. In alcune occasioni parroci, Comuni o la popolazione hanno portato loro acqua, viveri e disinfettante per curarsi le vesciche, ma spesso nessuno si è avvicinato.&nbsp;</p>



<p>Dopo cinque settimane di cammino, la carovana è arrivata a Città del Messico, dove le autorità hanno offerto ai migranti un visto umanitario. Alcune famiglie hanno deciso di rimanere, ma la maggior parte ha preferito continuare il suo viaggio verso gli Stati Uniti. Durante i 1.130 chilometri che ha percorso, la “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” si è sfilata e riorganizzata. Alcune persone che ne facevano parte, come Ricardo, si sono staccate e hanno continuato il viaggio verso Nord da sole, e allo stesso tempo persone nuove si sono aggiunte strada facendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3261" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Quando è partita, la carovana era composta principalmente da migranti che da mesi erano bloccati a Tapachula in attesa di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. Questo perché nel 2021 la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) ha ricevuto più di 131mila domande, registrando un aumento del 300% rispetto all’anno precedente, e non è stata in grado di processarle tutte. Un gruppo di migranti ha quindi deciso di lasciare la città in carovana per uscire da quella che considerano come una prigione a cielo aperto e, allo stesso tempo, per rendere visibile la loro situazione all’opinione pubblica nazionale e internazionale.&nbsp;</p>



<p>Il Messico è sempre più una specie di imbuto perché durante lo scorso anno il flusso di migranti verso gli Stati Uniti è triplicato, contemporaneamente all’inasprimento della politica migratoria del governo messicano. Il risultato è che molte persone arrivano in Messico senza riuscire poi a trovare un’uscita verso Nord. L’aumento dei flussi migratori è determinato soprattutto dalla crisi economica causata dalla pandemia, dagli uragani che hanno colpito l’America Centrale nell’autunno 2020, dal terremoto e la crisi sociale scatenata dall’omicidio del presidente di Haiti, oltre che dall’illusione che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca avrebbe portato ad una svolta nelle politiche migratorie statunitensi.&nbsp;</p>



<p>Da ottobre 2020 a ottobre 2021, 1,7 milioni di migranti sono stati fermati dalle autorità sulla frontiera meridionale statunitense, e anche dall’altra parte del confine si è registrato un record: nessun governo messicano ha fermato tanti migranti in un anno come quello di López Obrador. Il presidente progressista è arrivato a schierare 14mila effettivi della Guardia Nazionale sulla frontiera meridionale messicana con il proposito esplicito di bloccare i migranti, a seguito delle minacce dell’ex presidente Usa Donald Trump di aumentare i dazi delle importazioni messicane del 5% se non avesse impedito ai migranti di arrivare alla frontiera meridionale statunitense.</p>



<p>Le violenze della Guardia Nazionale contro la popolazione migrante sono state molte, dai tentativi di bloccare le carovane -facendo muro con scudi e manganelli- alle sparatorie contro i veicoli che li trasportano, che hanno causato anche dei morti. D’altra parte, in più di un’occasione i migranti sono stati vittime di incidenti stradali. A novembre, 12 migranti sono morti carbonizzati all’interno di due automobili dopo un incidente, ma il più grave è avvenuto il 9 dicembre, quando in Chiapas si è ribaltato un camion su cui 166 migranti viaggiavano ammassati. Nell’incidente sono morte 56 persone, schiacciate dai loro compagni di viaggio.&nbsp;</p>



<p>Il fatto che, prima di ribaltarsi, il camion sia passato davanti a tre posti di blocco senza essere mai stato fermato fa sospettare della possibilità che le autorità stessero insabbiando il traffico di persone. Si tratta di un’attività molto lucrativa: i migranti avevano pagato quasi 10mila euro per essere trasportati dal Chiapas al Texas.&nbsp;“La causa profonda di incidenti come questo è l’inasprimento delle politiche migratorie. I trafficanti vedono aumentare il loro beneficio economico e le reti di traffico di persone si rafforzano”, spiega Rita Robles di&nbsp;<a href="https://www.alianzaamericas.org/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alianza Americas</a>, Ong che lavora con migranti di origine latina negli Stati Uniti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3264" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Carmen tira fuori dalla borsa alcuni fogli che le ha consegnato un tribunale del Salvador. “Un tribunale mi da ragione, non ho solo la mia parola”, dice mentre mostra i documenti. Si trattava della denuncia contro il suo ex compagno e alcuni suoi amici che fanno parte di una&nbsp;<em>gang</em>. “Sono venuti a casa mia dicendo che mi davano quindici giorni per tornare con lui, se non lo avessi fatto mia figlia di sette anni ne avrebbe pagato le conseguenze”. Malgrado la paura Carmen non ha perso lucidità: il giorno dopo ha preso sua figlia e una valigia e si è incamminata verso gli Stati Uniti.</p>



<p>“Devo stare lontana dall’Honduras per proteggere mia figlia. Ci sono molte persone nella carovana che, come me, stanno fuggendo da qualcosa o da qualcuno”, racconta Carmen mentre la bambina gioca con un’amica nel campo da&nbsp;<em>basket</em>&nbsp;del paese di Acacoyagua, nel Chiapas. Da lì mancano circa 3mila chilometri alla frontiera con gli Stati Uniti. Se riuscirà a raggiungerla, a Carmen toccherà aspettare lì fino a sei mesi. Questo perché dal 6 dicembre 2021 è entrato nuovamente in vigore il Migrant Protection Protocols (MPP), un programma del governo statunitense che obbliga i richiedenti asilo ad aspettare la risposta in Messico.</p>



<p>Il programma è stato creato da Trump e negli anni scorsi circa 70mila migranti sono rimasti bloccati sulla frontiera settentrionale messicana in attesa della risposta alla loro richiesta d’asilo da parte di una corte statunitense. La cancellazione del Migrant Protection Protocols è stata una delle promesse di campagna di Biden, che allora lo definì “inumano”, ma ad agosto scorso un tribunale federale del Texas ha ordinato che tornasse in vigore.&nbsp;</p>



<p>Secondo Rita Robles di Alianza Americas, la riattivazione del Migrant Protection Protocols mette in luce l’esistenza di un problema di sovranità del Messico. “Il programma è imposto arbitrariamente da un tribunale statunitense e il Messico non è obbligato a riattivarlo; lo ha accettato nuovamente perché gli Stati Uniti hanno donato dei vaccini”.&nbsp;</p>



<p>“La sua amministrazione ha preso la decisione di normalizzare ed ampliare una politica crudele di dissuasione, che fallisce nell’affrontare le cause di fondo della migrazione”, ha scritto a dicembre un gruppo di parlamentari democratici al presidente. In risposta, il 30 dicembre Biden ha chiesto alla Corte Suprema, che è composta in maggioranza da giudici repubblicani, di cancellare nuovamente il Migrant Protection Protocols. Carmen teme che le gang del Salvador abbiano contatti in Messico e che questi la possano trovare. Sa che solo una volta raggiunti gli Stati Uniti, quando arriverà a casa di sua sorella, lei e sua figlia si sentiranno sicure.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Articolo pubblicato su Altreconomia l’11 gennaio 2022</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/01/13/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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