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	<title>Migranti - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Migranti - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 16:33:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/">Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Orlando José Maldonado Pérez è morto a 22 anni a seguito di un incendio divampato nella notte tra il 27 e il 28 marzo in un centro per migranti di Ciudad Juárez, in Messico. Insieme a lui hanno perso la vita altre 38 persone. Solo un fiume, che i messicani chiamano Rio Bravo e gli statunitensi Rio Grande, li separava dalla loto meta: a poche centinaia di metri dalla cella dove erano rinchiusi si trova infatti il ponte che collega la città messicana alla sua “gemella” sul lato settentrionale della frontiera, la texana El Paso.</p>



<p>Orlando José Maldonado Pérez era venezuelano e la sua storia è stata raccontata al quotidiano messicano <a href="https://laverdadjuarez.com/2023/03/29/nos-metieron-a-un-calabozo-migrante-describe-el-lugar-de-la-tragedia-en-la-estacion-migratoria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La Verdad</em></a> dal cognato, Abel Ortega Oviedo. I due uomini erano partiti insieme dal Venezuela e avevano viaggiato per circa settemila chilometri per arrivare alla desertica Ciudad Juárez, dove si sono ritrovati davanti la frontiera statunitense, completamente sbarrata. Sono quindi rimasti bloccati nella città messicana, senza lavoro né casa, e sono stati arrestati per strada mentre chiedevano l’elemosina. La polizia ha portato entrambi al centro per migranti gestito dall’Instituto nacional de migración (Inm) ma Abel, che ha intrapreso il lungo viaggio portando con se i due figli piccoli, è stato rilasciato. Solo il giorno successivo all’incendio, mentre cercava Orlando negli ospedali della città, ha saputo che il cognato era morto nelle fiamme.</p>



<p>“Durante la campagna elettorale Joe Biden aveva promesso di smantellare la politica migratoria dell’amministrazione Trump ma non l’ha fatto. Al contrario, ha continuato a portarla avanti. Ha mantenuto la retorica della migrazione come una minaccia ed è ancora in funzione il cosiddetto ‘Titolo 42’, una misura entrata in vigore durante la pandemia da Covid-19 che permette l’espulsione immediata dei migranti che arrivano alla frontiera, senza che possano presentare domanda d’asilo”, spiega Helena Olea, direttrice di <a href="https://www.alianzaamericas.org/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alianza Americas</a>, una Ong con sede negli Stati Uniti. “All’inizio Biden ha cercato di derogare al ‘Titolo 42’ ma i governatori degli Stati meridionali hanno presentato ricorso e vinto la loro battaglia legale. Quello che ha fatto è stato stabilire alcune eccezioni a questa misura: ad esempio, da inizio gennaio possono entrare negli Usa persone provenienti da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela, ma solo a condizione che abbiano un ‘patrocinatore’, ovvero una persona negli Stati Uniti che dimostri di poterli mantenere”.</p>



<p>Di fronte alle espulsioni di massa e alle pressioni di Washington, il Messico ha accettato di ricevere ogni mese 30mila migranti respinti dall’ingombrante vicino. Di conseguenza, le città a ridosso della frontiera si sono rapidamente riempite di uomini, donne e bambini intrappolati in un limbo, a un passo dal “sogno” americano. Una situazione che alimenta le tensioni all’interno delle comunità locali.</p>



<p>“La nostra pazienza sta arrivando al limite, adotteremo una postura più dura nel proteggere la città”, aveva dichiarato a metà marzo Cruz Pérez Cuellar, sindaco di Ciudad Juárez, quando un gruppo di cittadini venezuelani ha distrutto le barriere nel ponte internazionale di Santa Fè nel tentativo di entrare negli Stati Uniti. Contravvenendo alla legge messicana -secondo la quale una situazione migratoria irregolare non rappresenta di per sé un reato- Pérez Cuellar ha ordinato alla polizia di arrestare i migranti presenti in città. Come Orlando Maldonado e Abel Ortega, molti non avevano commesso alcuna infrazione ma sono finiti in manette semplicemente perché chiedevano l’elemosina o pulivano i vetri ai semafori e sono stati rinchiusi in centri per migranti che gli attivisti e le Ong descrivono come luoghi indegni. Celle sovraffollate chiuse a chiave, nessuna assistenza medica né accesso all’acqua potabile.</p>



<p>“Sono centri di detenzione: le persone rinchiuse qui dentro non sono state ‘soccorse’ dalla polizia, come dicono le autorità, ma sono state arrestate, private della libertà in modo arbitrario”, ha denunciato un attivista del collettivo Frontera Sur durante l’azione che si è svolta davanti alla sede dell’Instituto nacional de migración di San Cristóbal de Las Casas, nel Sud del Messico.</p>



<p>Oltre ai 39 morti -tutti uomini, in maggioranza provenienti dal Guatemala, ma anche da Honduras, El Salvador, Venezuela, Ecuador e Colombia- nell’incendio sono rimaste ferite altre 27 persone, alcune delle quali versano in gravi condizioni. Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura generale messicana, sarebbe stato un migrante ad appiccare il rogo dando fuoco a un materasso per protestare proprio contro gli agenti di custodia che li avevano lasciati tutto il giorno senz’acqua. Un video, ripreso da una camera di sorveglianza la notte dell’incendio, mostra quello che è successo subito dopo: le guardie sono uscite correndo dal centro senza prima aprire la cella chiusa a chiave, lasciando i migranti in balìa delle fiamme. Gli inquirenti messicani hanno emesso nove ordini di arresto: uno contro l’uomo che avrebbe causato l’incendio e gli altri contro agenti e personale dell’agenzia di sicurezza privata che lavora nel centro di Ciudad Juárez.</p>



<p>Intanto centinaia di migranti provenienti da diversi Paesi dell’America Latina continuano a raggiungere la frontiera settentrionale del Messico. Un flusso alimentato anche dalla falsa notizia che, a seguito della strage, gli Stati Uniti avrebbero iniziato ad accettare le domande di protezione internazionale. Molti si sono presentati alla frontiera con l’illusione di essere ricevuti ma sono stati respinti.</p>



<p>Negli ultimi anni i flussi migratori verso gli Stati Uniti sono aumentati considerevolmente. Tra ottobre 2021 e agosto 2022 sono state arrestate più di due milioni di persone, il 24% in più rispetto all’anno precedente. Quando è entrato in carica, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva promesso una politica di maggiore apertura verso le migrazioni ma <a href="https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/)" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le minacce commerciali dell’amministrazione Biden</a> hanno trasformato il Messico nel gendarme degli Stati Uniti, che ha di fatto esternalizzato il controllo della propria frontiera meridionale: nel 2022 nel Paese sono stati dispiegati quasi 45mila militari per contenere i flussi migratori diretti verso gli Usa. “Le politiche migratorie degli Stati Uniti e di altri Paesi della regione sono sempre più disumane e rendono quasi impossibile l’accesso al diritto di richiedere asilo. Fatti come quelli di Ciudad Juárez sono conseguenza delle restrittive e crudeli politiche migratorie di Messico e Stati Uniti”, ha denunciato Amnesty International in un comunicato. In questi giorni, sulle sbarre che racchiudono la stazione migratoria di Ciudad Juárez sono state appese le foto dei defunti, le bandiere dei loro Paesi, fiori e cartelli che dicono “migrare non è un delitto”.</p>



<p><a href="https://altreconomia.it/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia il 31 marzo 2023.</a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2023/03/31/le-politiche-migratorie-di-messico-e-stati-uniti-dietro-alla-strage-di-ciudad-juarez/">Le politiche migratorie di Messico e Stati Uniti dietro alla strage di Ciudad Juárez</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 09:37:00 +0000</pubDate>
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<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/01/13/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricardo ha capito che doveva abbandonare l’Honduras a fine ottobre 2021 quando, a pochi isolati da casa sua, un’amica transgender è stata uccisa. Da tempo l’omofobia che si respirava nel suo quartiere gli faceva paura, e la mancanza di lavoro lo tormentava. Ricardo non ci ha pensato due volte: ha preso le sue cose e si è messo in cammino verso Nord. Sapeva che pochi giorni dopo da Tapachula, una città che si trova sulla frontiera meridionale del Messico, sarebbe partita una “carovana di migranti”, come si definisce la strategia dei migranti che consiste in viaggiare in grandi gruppi e alla luce del sole per sentirsi più sicuri. Per raggiungere Tapachula e gli altri membri della carovana, Ricardo ha dovuto attraversare Honduras e Guatemala in autobus, e passare illegalmente la frontiera messicana.</p>



<p>La “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” ha percorso una ventina di chilometri al giorno per più di 50 giorni, a volte sotto il sole cocente del tropico, altre volte sotto la pioggia. I migranti, soprattutto provenienti dall’America Centrale, ma anche da Haiti e Cuba, hanno dormito nelle piazze dei paesi che attraversavano, o ai bordi delle strade. In alcune occasioni parroci, Comuni o la popolazione hanno portato loro acqua, viveri e disinfettante per curarsi le vesciche, ma spesso nessuno si è avvicinato.&nbsp;</p>



<p>Dopo cinque settimane di cammino, la carovana è arrivata a Città del Messico, dove le autorità hanno offerto ai migranti un visto umanitario. Alcune famiglie hanno deciso di rimanere, ma la maggior parte ha preferito continuare il suo viaggio verso gli Stati Uniti. Durante i 1.130 chilometri che ha percorso, la “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” si è sfilata e riorganizzata. Alcune persone che ne facevano parte, come Ricardo, si sono staccate e hanno continuato il viaggio verso Nord da sole, e allo stesso tempo persone nuove si sono aggiunte strada facendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3261" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA291021OB10.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Quando è partita, la carovana era composta principalmente da migranti che da mesi erano bloccati a Tapachula in attesa di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. Questo perché nel 2021 la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) ha ricevuto più di 131mila domande, registrando un aumento del 300% rispetto all’anno precedente, e non è stata in grado di processarle tutte. Un gruppo di migranti ha quindi deciso di lasciare la città in carovana per uscire da quella che considerano come una prigione a cielo aperto e, allo stesso tempo, per rendere visibile la loro situazione all’opinione pubblica nazionale e internazionale.&nbsp;</p>



<p>Il Messico è sempre più una specie di imbuto perché durante lo scorso anno il flusso di migranti verso gli Stati Uniti è triplicato, contemporaneamente all’inasprimento della politica migratoria del governo messicano. Il risultato è che molte persone arrivano in Messico senza riuscire poi a trovare un’uscita verso Nord. L’aumento dei flussi migratori è determinato soprattutto dalla crisi economica causata dalla pandemia, dagli uragani che hanno colpito l’America Centrale nell’autunno 2020, dal terremoto e la crisi sociale scatenata dall’omicidio del presidente di Haiti, oltre che dall’illusione che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca avrebbe portato ad una svolta nelle politiche migratorie statunitensi.&nbsp;</p>



<p>Da ottobre 2020 a ottobre 2021, 1,7 milioni di migranti sono stati fermati dalle autorità sulla frontiera meridionale statunitense, e anche dall’altra parte del confine si è registrato un record: nessun governo messicano ha fermato tanti migranti in un anno come quello di López Obrador. Il presidente progressista è arrivato a schierare 14mila effettivi della Guardia Nazionale sulla frontiera meridionale messicana con il proposito esplicito di bloccare i migranti, a seguito delle minacce dell’ex presidente Usa Donald Trump di aumentare i dazi delle importazioni messicane del 5% se non avesse impedito ai migranti di arrivare alla frontiera meridionale statunitense.</p>



<p>Le violenze della Guardia Nazionale contro la popolazione migrante sono state molte, dai tentativi di bloccare le carovane -facendo muro con scudi e manganelli- alle sparatorie contro i veicoli che li trasportano, che hanno causato anche dei morti. D’altra parte, in più di un’occasione i migranti sono stati vittime di incidenti stradali. A novembre, 12 migranti sono morti carbonizzati all’interno di due automobili dopo un incidente, ma il più grave è avvenuto il 9 dicembre, quando in Chiapas si è ribaltato un camion su cui 166 migranti viaggiavano ammassati. Nell’incidente sono morte 56 persone, schiacciate dai loro compagni di viaggio.&nbsp;</p>



<p>Il fatto che, prima di ribaltarsi, il camion sia passato davanti a tre posti di blocco senza essere mai stato fermato fa sospettare della possibilità che le autorità stessero insabbiando il traffico di persone. Si tratta di un’attività molto lucrativa: i migranti avevano pagato quasi 10mila euro per essere trasportati dal Chiapas al Texas.&nbsp;“La causa profonda di incidenti come questo è l’inasprimento delle politiche migratorie. I trafficanti vedono aumentare il loro beneficio economico e le reti di traffico di persone si rafforzano”, spiega Rita Robles di&nbsp;<a href="https://www.alianzaamericas.org/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alianza Americas</a>, Ong che lavora con migranti di origine latina negli Stati Uniti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3264" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/CARA311021OB4.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Carmen tira fuori dalla borsa alcuni fogli che le ha consegnato un tribunale del Salvador. “Un tribunale mi da ragione, non ho solo la mia parola”, dice mentre mostra i documenti. Si trattava della denuncia contro il suo ex compagno e alcuni suoi amici che fanno parte di una&nbsp;<em>gang</em>. “Sono venuti a casa mia dicendo che mi davano quindici giorni per tornare con lui, se non lo avessi fatto mia figlia di sette anni ne avrebbe pagato le conseguenze”. Malgrado la paura Carmen non ha perso lucidità: il giorno dopo ha preso sua figlia e una valigia e si è incamminata verso gli Stati Uniti.</p>



<p>“Devo stare lontana dall’Honduras per proteggere mia figlia. Ci sono molte persone nella carovana che, come me, stanno fuggendo da qualcosa o da qualcuno”, racconta Carmen mentre la bambina gioca con un’amica nel campo da&nbsp;<em>basket</em>&nbsp;del paese di Acacoyagua, nel Chiapas. Da lì mancano circa 3mila chilometri alla frontiera con gli Stati Uniti. Se riuscirà a raggiungerla, a Carmen toccherà aspettare lì fino a sei mesi. Questo perché dal 6 dicembre 2021 è entrato nuovamente in vigore il Migrant Protection Protocols (MPP), un programma del governo statunitense che obbliga i richiedenti asilo ad aspettare la risposta in Messico.</p>



<p>Il programma è stato creato da Trump e negli anni scorsi circa 70mila migranti sono rimasti bloccati sulla frontiera settentrionale messicana in attesa della risposta alla loro richiesta d’asilo da parte di una corte statunitense. La cancellazione del Migrant Protection Protocols è stata una delle promesse di campagna di Biden, che allora lo definì “inumano”, ma ad agosto scorso un tribunale federale del Texas ha ordinato che tornasse in vigore.&nbsp;</p>



<p>Secondo Rita Robles di Alianza Americas, la riattivazione del Migrant Protection Protocols mette in luce l’esistenza di un problema di sovranità del Messico. “Il programma è imposto arbitrariamente da un tribunale statunitense e il Messico non è obbligato a riattivarlo; lo ha accettato nuovamente perché gli Stati Uniti hanno donato dei vaccini”.&nbsp;</p>



<p>“La sua amministrazione ha preso la decisione di normalizzare ed ampliare una politica crudele di dissuasione, che fallisce nell’affrontare le cause di fondo della migrazione”, ha scritto a dicembre un gruppo di parlamentari democratici al presidente. In risposta, il 30 dicembre Biden ha chiesto alla Corte Suprema, che è composta in maggioranza da giudici repubblicani, di cancellare nuovamente il Migrant Protection Protocols. Carmen teme che le gang del Salvador abbiano contatti in Messico e che questi la possano trovare. Sa che solo una volta raggiunti gli Stati Uniti, quando arriverà a casa di sua sorella, lei e sua figlia si sentiranno sicure.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Articolo pubblicato su Altreconomia l’11 gennaio 2022</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/01/13/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/">Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto.</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una carovana di madri in Messico. Cercano i figli, migranti scomparsi</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2020/03/11/una-carovana-di-madri-in-messico-cercano-i-figli-migranti-scomparsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2020 11:51:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da quindici anni, grazie al Movimiento Migrante Mesoamericano, donne da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua percorrono tutto il Paese per ritrovare i loro congiunti, desaparecidos mentre tentavano di raggiungere gli Usa. Le&#160;detenute del carcere di Tapachula, nel Sud del Messico, guardano con attenzione le foto plastificate che le 38 donne della quindicesima&#160;Caravana de madres&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da quindici anni, grazie al Movimiento Migrante Mesoamericano, donne da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua percorrono tutto il Paese per ritrovare i loro congiunti, desaparecidos mentre tentavano di raggiungere gli Usa.</p>



<p>Le&nbsp;detenute del carcere di Tapachula, nel Sud del Messico, guardano con attenzione le foto plastificate che le 38 donne della quindicesima&nbsp;<em>Caravana de madres centroamericanas de Migrantes desaparecidos</em>&nbsp;hanno appoggiato a terra. Mostrano i volti dei loro figli, giovani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua che sono partiti per gli Stati Uniti e improvvisamente, mentre attraversavano il Messico, hanno smesso di comunicare con la famiglia. Sono scomparsi,&nbsp;<em>desaparecidos</em>.</p>



<p>Ana Enamorado del Movimiento Migrante Mesoamericano (MMM), organizzazione che ogni anno coordina la carovana, prende in mano il microfono. “Se qualcuna di voi li ha visti la preghiamo di aiutarci. Qualsiasi elemento può essere utile per trovarli”, dice alle detenute che si muovono nel patio del carcere, osservando le foto dei giovani spariti. “E se per caso avete perso contatto con i vostri famigliari, potete lasciarci i loro dati. Li possiamo cercare e mettervi in comunicazione con loro”, aggiunge. È il lavoro del MMM: cerca i migranti centroamericani spariti in Messico, facendo da cerniera tra loro e le famiglie. Rubén Figueroa, un attivista del Movimiento, inizia la ricerca prima della partenza della carovana. Riceve le denunce di scomparsa delle famiglie centroamericane e attraversa tutto il Messico per cercarli, seguendo le loro tracce a partire dall’ultima chiamata che hanno fatto alle famiglie o dall’ultimo invio di denaro che hanno ricevuto. Spesso la ricerca di Figueroa è fruttuosa: in 15 anni, il MMM ha trovato 315 migranti che avevano perso contatto con le loro famiglie in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Una volta localizzato il migrante, il MMM invita un suo parente, generalmente la madre, a partecipare alla carovana perché lo possa incontrare, occupandosi della trafila burocratica per avere permessi e visti che per le famiglie centroamericane sarebbe difficile ottenere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3406" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Molte famiglie di migranti vivono con la preoccupazione che i figli siano stati uccisi dalle organizzazioni criminali messicane -che operano, in molti casi, con l’appoggio o la connivenza delle autorità-, che siano stati obbligati a lavorare per loro o che siano stati vittime di una rete di tratta di persone. Vivono tormentate ma con la speranza che siano ancora vivi, e aspettano una loro chiamata, giorno dopo giorno. Sanno che ci sono ragioni che possono portare i migranti a smettere di mandare notizie alle loro famiglie, anche quando sono sani e salvi. Ad esempio, se durante il viaggio è stato rubato loro il portafogli in cui tenevano i numeri telefonici, o se la famiglia ha cambiato numero o indirizzo.&nbsp;</p>



<p>“Ci sono vari motivi per cui non vogliono che la madre sappia dove si trovano. In certi casi possono provare vergogna, ad esempio se sono stati vittime di violenza sessuale o se hanno commesso un atto illecito e sono stati arrestati”, afferma Hilda Luz Rivera, una donna originaria del Salvador. Viaggia con la carovana in cerca di suo figlio René Wilmaris Ramírez Rivera, che sedici anni fa le ha telefonato dalla frontiera fra Messico e Stati Uniti e non ha mai più dato notizie: “A una madre non importa cos’hanno fatto, anche se commettono errori, una madre sempre perdona”.&nbsp;Le donne della XV Carovana mostrano casa per casa le foto dei loro figli spariti, nei quartieri che si trovano lungo i binari del treno merci chiamato “La Bestia”, sul cui tetto viaggiano i migranti. Sperano che la gente del posto li abbia visti passare, si chiedono se qualcuno dei loro figli è rimasto a vivere lì.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="831" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=980%2C831&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3395" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=1024%2C868&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=300%2C254&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=768%2C651&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=1536%2C1302&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>“Magari ho anche una nuora e dei nipoti, e vivono tutti a Huixtla (una cittadina a 40 chilometri da Tapachula,&nbsp;<em>ndr</em>)”, dice Anita Celaya del Salvador: da diciassette anni percorre la geografia messicana cercando suo figlio Rafael Alberto Rolín. Le sue compagne di carovana ridono alla battuta: sono risate amare, però, quelle che accompagnano le madri centroamericane mentre camminano per le strade di Huixtla, bussando di porta in porta, con le foto dei loro cari sempre appese al collo. Non se le tolgono neanche per mangiare. Non portano solo le foto dei propri figli, ma anche dei figli di altre donne che non sono potute partire con loro. Vivono la ricerca dei&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;come un atto collettivo: si cercano i parenti di tutte e lo si fa tutte insieme.&nbsp;Le madri centroamericane espongono le foto dei loro figli nelle carceri, negli alberghi per migranti (strutture gestite dalla Chiesa che offrono loro un letto e un pasto caldo) e nelle piazze delle città.&nbsp;</p>



<p>“Siamo a conoscenza dei&nbsp;<em>desaparecidos</em>, ma vedere le loro foto fa un altro effetto” dice un giovane osservando le immagini con cui le donne della carovana hanno coperto la piazza di Tapachula. I numeri sono impressionanti: tra 80mila e 120mila sono i migranti spariti in Messico, una cifra che non compare nelle statistiche presentate dal governo, che conteggia solo i&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;di nazionalità messicana. I numeri colpiscono, ma vedere le immagini è un’altra cosa: giovani normali,&nbsp;<em>jeans</em>&nbsp;e felpa, in posa davanti al cellulare dei loro genitori. Poi, da un momento all’altro, spariti nel nulla.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3408" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=1536%2C1025&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Anita Celaya del Salvador cerca suo figlio Rafael Alberto da 17 anni. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Tapachula è un crocevia fondamentale per i migranti che viaggiano verso gli Stati Uniti. Si trova lungo la frontiera meridionale del Messico, a un passo dal Guatemala. Da una ventina d’anni lungo questi 956 chilometri di frontiera, resa a tratti frastagliata per la presenza di montagne e fiumi, si realizzano operazioni di polizia per contenere l’incessante flusso migratorio, che proviene dal Centro America ma anche da Cuba, Haiti e da alcuni Paesi africani.</p>



<p>Nel maggio scorso, il presidente Usa Donald Trump ha sentenziato che il governo messicano non fa abbastanza per contenere la migrazione e ha minacciato di sanzionarlo con l’introduzione di dazi. La risposta del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador è stata inviare alla frontiera con il Guatemala 6.500 agenti della Guardia Nazionale, un nuovo corpo di polizia formato soprattutto da militari, che sono stati dispiegati a Tapachula e lungo tutta la regione frontaliera. Il muro di Trump non è tra Stati Uniti e Messico, ma al confine con il Guatemala: il muro è la Guardia Nazionale e il Messico è un abisso in cui i migranti spariscono.&nbsp;“Potrei rimanere qui tutta la notte se sapessi che qualcuno ci darà qualche indizio, anche piccolo, per trovare mio figlio o i figli delle altre”, dice l’honduregna Ana Turcios, seduta sul bordo di un’aiuola nella piazza di Tapachula. È delusa perché finora nessun passante ha dato informazioni per trovare i giovani spariti, ma sa che la carovana si trova solo all’inizio di un viaggio di circa 5mila chilometri.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3409" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>È iniziato il 15 novembre alla frontiera meridionale del Messico, in un territorio di selva tropicale, cascate, boschi e lagune cristalline, ed è arrivato fino alla desertica frontiera con gli Stati Uniti, per poi ridiscendere a Sud. È stata accompagnata anche dal collettivo italiano Carovane Migranti (<a href="http://carovanemigranti.org/">carovanemigranti.org</a>), nato nel 2014 ispirandosi proprio a loro, che con altre organizzazioni coordina una carovana europea per i diritti dei migranti a cui invita le madri centroamericane.&nbsp;</p>



<p>La XV Carovana di madri centroamericane di migranti&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;ha attraversato 14 Stati messicani, e quando il suo viaggio si è concluso, il 3 dicembre scorso, cinque donne avevano potuto riabbracciare i propri cari. Alcune non avevano loro notizie da più di 30 anni, come la salvadoregna Lilián Esperanza Alvarado. Durante la guerra civile degli anni Ottanta, per proteggerli, Lilián aveva mandato i suoi due bambini a vivere in Messico con il padre, perdendone nel tempo le tracce. L’hanno ricontattata quattro anni fa via Facebook e li ha potuti riabbracciare alla fine di novembre nello Stato di Nuevo León, quando la carovana ha raggiunto il confine tra Messico e Stati Uniti. Erlinda Ramírez non aveva notizie di suo figlio da meno tempo. Erano sette anni che non ne sapeva nulla, e l’ha trovato nel carcere di Coatzacoalcos (Stato di Veracruz): “Sono sicura che, come è apparso mio figlio, appariranno anche i figli delle mie compagne di carovana, che continuano a vivere questo flagello”, ha detto ai giornalisti uscendo dalla struttura.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovana-madri-messico-migranti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nel dicembre 2019</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/03/11/una-carovana-di-madri-in-messico-cercano-i-figli-migranti-scomparsi/">Una carovana di madri in Messico. Cercano i figli, migranti scomparsi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il Messico si prepara a ricevere i migranti deportati</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/02/13/il-messico-si-prepara-a-ricevere-i-migranti-deportati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2017 14:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trump rispetta le promesse fatte in campagna elettorale, ed ha già iniziato la caccia ai migranti. “Voglio che consegnate i cattivi”, ha detto mercoledì alla polizia. “Li allontaneremo dal paese e li manderemo da dove sono venuti, e lo faremo rapidamente”. Secondo la stampa statunitense, le retate antimigranti si stanno svolgendo in sei stati. Centinaia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Trump rispetta le promesse fatte in campagna elettorale, ed ha già iniziato la caccia ai migranti. “Voglio che consegnate i cattivi”, ha detto mercoledì alla polizia. “Li allontaneremo dal paese e li manderemo da dove sono venuti, e lo faremo rapidamente”.</p>



<p>Secondo la stampa statunitense, le retate antimigranti si stanno svolgendo in sei stati. Centinaia di persone sono state arrestate nelle loro case, nei loro luoghi di lavoro o in posti di blocco, ma le autorità hanno assicurato che si tratta di operazioni di rutine.</p>



<p>Retate simili a quelle di questi giorni sono state realizzate anche durante il governo di Obama e hanno portato all’espulsione di migliaia di persone, ma allora non colpivano, come sta succedendo ora, persone con la fedina penale pulita. Come Guadalupe García de Rayos, deportata in Messico dopo 20 anni passati negli Stati Uniti, dove ha lasciato il marito e i due figli, nati nel paese. La portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna ha comunque assicurato che la maggior parte delle persone fermate in questi giorni sono “pericolosi criminali”.</p>



<p>Secondo uno studio del Senato messicano, gli Stati Uniti potrebbero deportare circa 500 mila messicani all’anno e, considerando uno “scenario catastrofico”, potrebbero arrivare a 900 mila. È necessario, affermano alcuni ricercatori, che il governo appoggi economicamente gli Stati del nord del Messico che dovranno ricevere i rimpatriati.</p>



<p>“Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa”, afferma in intervista Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del Migrante di San Luis Potosí (Messico), una struttura che ospita e assiste i migranti centroamericani che attraversano il paese nel loro viaggio verso il nord. “Quasi il 90% delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che presto arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine”.</p>



<p>Il governo messicano, che fino a poco tempo fa dubitava che Trump potesse realmente mettere in atto un piano di espulsioni su larga scala, afferma di “essere perfettamente pronto” a ricevere i rimpatriati, assicura che sarà in grado di offrire loro un lavoro e che agevolerà l’ingresso dei più giovani al sistema educativo, mentre la prestigiosa Universidad Iberoamericana offrirà 1500 borse di studio a giovani deportati dagli Stati Uniti.</p>



<p>Ma parte della stampa locale continua a definire “opaco e titubante” l’atteggiamento del presidente Peña nei confronti di Trump, e non pensa che la crisi possa essere risolta dal nuovo titolare degli Esteri, Luis Videgaray. Un uomo privo di esperienza diplomatica, messo a capo di questo ministero dopo essersi dimesso da quello delle Finanze, a seguito delle polemiche motivate proprio dall’aver organizzato il viaggio di Trump in Messico, in piena campagna elettorale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 12.02.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/02/13/il-messico-si-prepara-a-ricevere-i-migranti-deportati/">Il Messico si prepara a ricevere i migranti deportati</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Left]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Sospese alla frontiera</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/07/31/sospese-alla-frontiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 13:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra contro le droghe, che in Messico e Centroamerica ha portato ad un incremento della violenza e delle migrazioni forzate.</p>



<p>Seduta al mio fianco in autobus, durante un viaggio interminabile attraverso il territorio messicano, Myrna mi ha raccontato di avere lasciato nel 1998 lo Stato di Puebla, nel centro del Messico, per migrare negli Stati Uniti. Aveva 20 anni, suo padre era morto da poco e doveva aiutare la madre a mantenere i tre fratelli minori.</p>



<p>Myrna decise allora di viaggiare fino a New York, dove aveva qualche contatto. Non fu facile inserirsi nella metropoli, ma alla fine la vita le è venuta incontro: ha trovato lavoro come baby sitter, poi come cuoca in un ristorante messicano. I titolari la trattavano bene e riusciva a mandare rimesse a sua madre. S’innamorò di un ragazzo, anche lui messicano, ed ebbero due figlie: Heidy e Michel, che oggi hanno quindici e otto anni.</p>



<p>La vita scorreva tranquilla, ma a Myrna mancavano la madre e i fratelli. Dopo 15 anni negli Stati Uniti, decise di andare a trovarli con la sua famiglia. In quel momento prese in considerazione la possibilità di trasferirsi nuovamente in Messico, ma temeva per la sicurezza delle sue bambine. “La violenza, i femminicidi”, dice Myrna. “Qui se sanno che vieni dagli Stati Uniti, che hai dei dollari, sei facile preda dei sequestri. E poi le mie figlie sono di New York, hanno la loro vita là”, afferma la donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="551" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=980%2C551&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3969" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>L’incontro tra Myrna e le figlie a Monterrey, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Terminata la visita a casa della nonna, Heidy e Michel ritornarono a New York in aereo con il marito di Myrna, mentre a lei, che non aveva documenti per entrare regolarmente negli Stati Uniti, toccò viaggiare via terra e clandestinamente, come aveva fatto la prima volta.&nbsp;<em>De mojada</em>, come si dice in Messico, espressione che letteralmente significa “da bagnata”, e che si riferisce al fatto che per raggiungere gli Stati Uniti i migranti sono costretti a guadare un fiume, il Rio Bravo. Ma Myrna decise di attraversare la frontiera tra lo Stato di Sonora e l’Arizona, dove c’è solo deserto, terra arida e calore. Aveva fretta di arrivare a New York. “Di lì a poco Michel avrebbe compiuto sei anni e le avevo promesso che avremmo tagliato insieme la sua torta di compleanno”, ricorda Myrna.</p>



<p>Durante il suo viaggio solitario nel deserto dell’Arizona, Myrna venne intercettata dalla&nbsp;<em>Border Patrol</em>&nbsp;e spedita al centro di detenzione per migranti di Tucson. “Il tuo unico diritto è andartene dal mio paese”, le disse una donna che lavorava in quel carcere per migranti, dove Myrna venne obbligata a stare un mese. Myrna ricorda il razzismo delle guardie, il freddo costante che si pativa all’interno del centro di detenzione: “lo facevano apposta a tenere la temperatura così bassa, per farci impazzire”, dice.</p>



<p>Venne poi deportata in Messico, con le mani e i piedi ammanettati, come se fosse una criminale, e con l’ordine di non mettere più piede negli Stati Uniti per dieci anni. Mentre il marito e le figlie, di nazionalità statunitense, si trovavano a New York.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3971" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella città di Oaxaca, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Malgrado la tristezza e le lacrime che le attraversavano il viso mentre mi raccontava la sua storia, Myrna ritrovò forza quando iniziò a parlare del lavoro di difesa dei diritti umani che svolge all’interno della organizzazione non governativa Asamblea Popular Familias Migrantes (APOFAM). “Tutta questa frustrazione ora si converte in lotta. So che posso apportare qualcosa alla mia comunità e agli altri bambini che sono rimasti senza genitori a causa delle deportazioni. Una madre non si stanca mai di lottare per stare con le sue figlie”, mi disse, ricordando che fino al 2012 sono circa 200mila le famiglie separate dalle leggi migratorie degli Stati Uniti.</p>



<p>Spesso Myrna pensò di invitare le sue figlie a vivere con lei in Messico, però sapeva che la vita delle bambine era a New York, al sicuro dal contesto di violenza e insicurezza che sarebbe loro toccato vivere a Puebla.</p>



<p><strong>Angélica non ce l’ha fatta</strong></p>



<p>Le leggi migratorie statunitensi sono la barriera che obbliga i genitori deportati a vivere lontani dai loro figli, mentre l’insicurezza che si vive in Messico è la condizione che impedisce ai bambini di raggiungere i propri famigliari.</p>



<p>Angélica María Díaz che come Myrna è un’attivista di Apofam e ha partecipato alla Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, ha partorito la sua prima figlia negli Stati Uniti, dove è entrata senza documenti, nascosta nel portapacchi dell’automobile del marito. Era il 1995 e dopo sei mesi in Nord America si trasferì con suo marito a Tacupa, un paese nello Stato messicano di Michoacán, dove ha avuto un’altra bambina.</p>



<p>“Tutto andava bene, poi improvvisamente iniziò ad arrivare gente armata”, racconta Angélica. “Mia figlia maggiore, quando aveva quattordici anni, veniva minacciata da persone che la volevano obbligare a portare droga a delle case isolate, dove c’erano persone armate. Avevamo molta paura e non sapevamo cosa fare”:</p>



<p>Fu di fronte alla paura che Angélica e il marito maturarono la decisione di mandare la figlia negli States, visto il suo passaporto nord americano. Oggi vive negli Usa con la sorella minore che, nel frattempo l’ha raggiunta. E studia Medicina.</p>



<p>Malgrado il dolore che le causa vivere lontana dalle figlie, Angelica preferisce non tornino in Messico a causa della violenza che si vive nella regione chiamata Tierra Caliente, nello Stato di Guerrero, dove la donna è stata costretta a tornare per prendersi cura della madre.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3972" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella sua casa di New York (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p><strong>Il lieto fine</strong></p>



<p>Quando la Carovana è arrivata alla frontiera tra il Messico e il Texas, Myrna sembrava nervosa e preoccupata. Aveva già abbracciato le sue figlie a Monterrey, una città messicana che si trova a un paio d’ore dalla frontiera. Dopo tre anni senza vederle si trovavano lì, al suo fianco, nel giorno più difficile, quello in cui avrebbe attraversato la frontiera per consegnarsi alle autorità statunitensi.</p>



<p>Nella città di Nuevo Laredo, all’entrata del ponte che conduce in Texas, davanti agli uffici dove si sbrigano le pratiche migratorie per entrare negli Stati Uniti, Myrna mostrò un cartello che diceva “le mie figlie sentono la mia mancanza e non sono colpevoli del fatto che io sia una migrante”. Iniziò a camminare, con le figlie a braccetto, gli attivisti della carovana dietro di lei e i media che seguivano ogni suo passo. Quando raggiunse la linea che segnala l’inizio del territorio statunitense, Myrna si consegnò alle autorità e presentò la sua richiesta di asilo politico.</p>



<p>Gli attivisti che accompagnavano il caso di Myrna si aspettavano che sarebbe stata trattenuta alla frontiera un paio di settimane, e da lì trasferita a un centro di detenzione per migranti. “Normalmente questo è il procedimento, a volte ancora più crudele, perché la persona viene isolata completamente dalla sua comunità e, spesso, per giorni o settimane non si sa neanche dove si trova”, spiega Juan Carlos Ruiz, sacerdote della Chiesa di Sion di New York e difensore dei diritti dei migranti, che ha accompagnato il caso di Myrna.</p>



<p>Non appena gli attivisti della Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità terminarono le pratiche burocratiche alla frontiera, arrivò la notizia sorprendente: da lì a poche ora, Myrna sarebbe stata liberata. Le sue figlie si abbracciarono e piansero, questa volta di felicità.</p>



<p>“A Myrna è stato concesso uno status condizionale per un anno, per darle il tempo di presentare i documenti necessari a richiedere di vivere negli Stati Uniti in modo permanente”, spiega Juan Carlos Ruiz. “Lo scenario per noi è ottimistico, visto che ci sembra evidente che la violenza e l’impunità che si vivono in Messico non sono un contesto appropriato per una famiglia che rispetta le condizioni necessarie per vivere permanentemente negli Stati Uniti”.</p>



<p>Ora, seduta nella sua casa di New York, Myrna mi stringe forte la mano e mi sorride. “Ti saresti mai aspettata di vedermi qui?”, mi chiede. “No, davvero, non me lo aspettavo”, le rispondo.</p>



<p>Mi racconta l’ultima parte della sua storia. Arrivata alla stazione migratoria della frontiera tra Messico e Texas, un funzionario la infastidiva facendo commenti razzisti. “Ai messicani non diamo asilo politico. Se varchi la porta ti arrestiamo”, le disse.</p>



<p>Ma poi un altro le chiese se aveva intenzione di andare fino a New York. “Speravo di arrivarci con la carovana”, rispose Myrna, che si sorprese quando quello le rispose: “Sì, lei andrà a New York”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato nel numero di luglio di Narcomafie.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/07/31/sospese-alla-frontiera/">Sospese alla frontiera</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La Bestia: il viaggio dei migranti centroamericani verso gli Stati Uniti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2013 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fai Notizia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[la bestia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La città di Arriaga, nel sud del Messico, vicino al confine con il Guatemala, è una tappa obbligata per i centroamericani che migrano senza documenti verso gli Stati Uniti. Da qui parte il treno merci – chiamato la Bestia – che ogni anno trasporta circa 250mila persone.&#160;I migranti arrivano ad Arriaga viaggiando a singhiozzo in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>La città di Arriaga, nel sud del Messico, vicino al confine con il Guatemala, è una tappa obbligata per i centroamericani che migrano senza documenti verso gli Stati Uniti. Da qui parte il treno merci – chiamato la Bestia – che ogni anno trasporta circa 250mila persone.&nbsp;I migranti arrivano ad Arriaga viaggiando a singhiozzo in autobus: scendono prima dei posti di blocco della polizia e ci girano intorno, camminando chilometri sotto il sole cocente de La Arrocera.&nbsp;Poi tornano sulla strada ad aspettare l’autobus, fino al seguente posto di blocco. In questi tratti di terra desolata si nascondono bande locali che derubano, violentano le donne ed uccidono chi si ribella. “Se dovessi individuare il punto del tragitto dei migranti dove un centroamericano è meno protetto, dove possono fargli quello che vogliono, dove nessuno ascolta le sue grida, direi La Arrocera”, scrive il giornalista salvadoregno Óscar Martínez in “<em>Los migrantes que no importan</em>”.</p>



<p>Chi se lo può permettere paga un pollero, la versione oltreoceano dello scafista, perché lo accompagni fino al sogno americano. “Da Arriaga agli USA chiedono 90mila pesos (più di 5mila euro), una parte va in bustarelle alla polizia”, denuncia Bartolo Solis, coordinatore regionale dell’associazione Promigrante. “Per migliorare la situazione bisognerebbe eliminare il visto per i centroamericani, perché possano transitare liberamente in Messico. Così non sarebbero facili vittime di sequestri ed estorsioni”. Durante il viaggio in treno, i migranti sono prede dei cartelli del narcotraffico, in particolare de Los Zetas, che li sequestrano per chiedere un riscatto ai parenti o li obbligano ad entrare nelle loro fila. La connivenza delle autorità messicane nel sequestro di 20mila centroamericani l’anno, e nel 9% dei casi la loro collaborazione,&nbsp;<a href="http://www.jornada.unam.mx/2011/11/20/opinion/018a2pol">è denunciata da varie entità</a>, tra cui la governativa Comisión Nacional de Derechos Humanos.</p>



<p>Il&nbsp;<a href="http://centroprodh.org.mx/index.php?option=com_docman&amp;task=doc_details&amp;gid=92&amp;Itemid=28&amp;lang=es">Cuaderno sobre secuestro de migrantes</a>&nbsp;del Centro di Derechos Humanos Pro Juárez e della Casa del Migrante di Saltillo, raccoglie la&nbsp;testimonizia di Nancy, una giovane salvadoregna che racconta di due centroamericane che, quando denunciarono i loro sequestratori alla polizia, questa le rivendette a Los Zetas, che le uccisero. Non sono in molti in Messico ad occuparsi dei centroamericani senza documenti: alcuni centri per i diritti umani o strutture fondate da religiosi. Ad Arriaga possono dormire nella Casa del Migrante di padre Heyman Vazquez: “Qui trovano vestiti, un letto, cure e supporto morale. Regaliamo anche una “mappa dei rischi”, una guida che elenca i pericoli del viaggio”. Alcuni migranti preferiscono passare la notte tra le tombe del cimitero, altri dormono lungo i binari del treno.</p>



<p>Ho incontrato Franklin, un honduregno di ventinove anni, mentre camminava fra i vagoni con le stampelle. Gli incidenti durante il viaggio in treno sono molto frequenti: i migranti viaggiano sul tetto da cui possono facilmente cadere, o s’infortunano nel tentativo di salire sul convoglio in movimento. A Franklin si è maciullato il piede nell’intersezione tra due vagoni, e ha sanguinato dodici ore prima che il treno si fermasse. “Sono già stato ad Arriaga, qui ho conosciuto una ragazza che è rimasta incinta. Mi sono infortunato mentre viaggiavo verso nord, ora sono tornato ma non vuole che veda mia figlia. Vado a Città del Messico a cercare lavoro, almeno le posso mandare dei soldi”, racconta Franklin. Gli chiedo come pensa di poter affrontare il viaggio con il piede in quelle condizioni. “Dio mi aiuterà”, risponde. Dio e gli Stati Uniti sono sulla bocca di tutti, mentre i ricordi, più che di un passato di povertà, parlano di violenza.</p>



<p>Ana ha ventisei anni e viene dal Salvador, viaggia con il marito e il figlio di quattro anni. “Là è molto difficile, le&nbsp;<em>maras</em>&nbsp;(bande giovanili) ti chiedono sempre soldi – racconta Ana –. Se vogliono che lavori con loro e non ci stai, ti uccidono. Poco tempo fa hanno ucciso tre bambini perché andavano a scuola in un quartiere controllato da un’altra&nbsp;<em>mara</em>. Non voglio che mio figlio cresca così, voglio che studi”.</p>



<p><em>Reportage pubblicato su Fai Notizia il 16.05.2012.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/19/la-bestia-il-viaggio-dei-migranti-centroamericani-verso-gli-stati-uniti/">La Bestia: il viaggio dei migranti centroamericani verso gli Stati Uniti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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