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	<title>desaparecidos - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<description>Noticias sobre América Latina y algo más.</description>
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	<title>desaparecidos - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Il ritrovamento del campo di sterminio della criminalità organizzata di Teuchitlán in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2025 16:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.) Il ranch Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025. Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Il <em>ranch</em> Izaguirre non aveva i sigilli della polizia quando il collettivo <a href="https://www.facebook.com/p/Guerreros-Buscadores-De-Jalisco-61555458753120/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Familias de personas desaparecidas Guerreros buscadores</a> de Jalisco (Famiglie di persone scomparse Guerrieri cercatori del Jalisco) si è avvicinato al suo portone, all’inizio di marzo 2025.</p>



<p>Le Guerreros buscadores, uno dei tanti collettivi messicani di genitori, soprattutto madri, di <em>desaparecidos</em> del Messico, si sono stupite di non trovarli visto che il <em>ranch</em> di 10mila metri quadrati, che si trova nel Comune di Teuchitlán, nello Stato del Jalisco, era sotto la custodia delle forze dell’ordine che sei mesi prima avevano rinvenuto al suo interno un “narco-accampamento”.</p>



<p>Una volta entrate le Guerreros buscadores hanno trovato ammucchiati 154 paia di scarpe, 435 capi di vestiario e 18 valigie, oltre a tre forni circondati da frammenti ossei umani semi-cremati. Hanno rinvenuto anche delle lettere: “Amore mio, se non torno ricordati quanto ti amo”, si legge in una di queste scritta nel 2003.</p>



<p>Le madri dei <em>desaparecidos</em> hanno avuto un’intuizione raccapricciante: il cartello di Jalisco Nueva Generación usava il <em>ranch</em> come centro di addestramento e detenzione clandestino e bruciava i cadaveri delle persone che uccideva per farne sparire le tracce. Si sono poi chieste come fosse possibile che le autorità, che avevano ispezionato l’immobile, non avessero rinvenuto gli oggetti personali, i forni e i frammenti ossei.</p>



<p>“Il <em>ranch</em> è molto grande e non li abbiamo visti”, ha risposto la Procura, causando rabbia tra i genitori dei d<em>esaparecidos</em> che pensano invece si tratti di un tentativo, da parte delle autorità, di insabbiare la questione.</p>



<p>In Messico i <em>desaparecidos</em> sono più di 125mila, quasi tutti vittime della guerra al narcotraffico che l’ex presidente Felipe Calderón ha iniziato alla fine del 2006. Questa non ha indebolito i cartelli criminali, che da allora sono cresciuti insieme alla militarizzazione del territorio, con pessime conseguenze sul rispetto dei diritti umani. Nel Paese si registrano in media 30 sparizioni al giorno ed è evidente che buona parte di queste persone non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata. Perché le organizzazioni criminali sequestrano, uccidono e fanno sparire delle persone innocenti? È una delle domande più difficili del Messico contemporaneo e l’inchiesta delle madri di Guerreros unidos offre delle possibili risposte.</p>



<p>Dopo essere entrate nel <em>ranch</em> Izaguirre hanno iniziato a raccogliere le testimonianze di persone che sono riuscite a scappare da quel luogo. Hanno così scoperto che il cartello di Jalisco Nueva Generación attirava i giovani grazie a false offerte di lavoro che pubblicava su internet, con salari piuttosto alti. La comunicazione con gli aspiranti lavoratori avveniva tramite WhatsApp: veniva dato loro un appuntamento alla stazione degli autobus e da quel viaggio non tornavano mai più.</p>



<p>Secondo le testimonianze, erano sottoposti a un addestramento obbligatorio e disumanizzante, finalizzato al reclutamento forzato nelle file del cartello. I giovani che venivano preparati per essere sicari erano obbligati a combattere tra loro come nel Colosseo, e a torturare o uccidere gli altri detenuti quando si rifiutavano di partecipare all’addestramento o cercavano di scappare. I testimoni parlano anche di esperimenti medici e vendita di organi.</p>



<p>Secondo l’accademica e giornalista messicana Alejandra Guillén González, nel <em>ranch </em>Izaguirre le vittime venivano trasformate in carnefici. “Lì il cartello distruggeva la soggettività e psiche delle persone, le disfaceva, rompeva loro l’anima -ha spiegato durante un’intervista con il portale messicano <em><a href="https://adondevanlosdesaparecidos.org/2025/03/19/teuchitlan-forma-parte-de-un-circuito-desaparecedor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">¿Adónde van los desaparecidos?</a>-. </em>Non è una cattiveria spontanea ma c’è un piano molto chiaro che ha una sua logica ed è finalizzato a convertire le vittime in carnefici. È lo stesso meccanismo che descrive Primo Levi quando racconta la sua esperienza nel campo di concentramento: se hai fame e vivi in condizioni disumane tutto quello che fai è cercare di sopravvivere. Se questo implica uccidere uno dei tuoi compagni […] secondo me è troppo facile accusare di collaborazionismo chi accetta di farlo”.</p>



<p>Per la giornalista messicana luoghi di questo tipo ci dicono anche un’altra cosa: non tutti i <em>desaparecidos </em>sono morti. Alcuni sono vivi e costretti a lavorare per la criminalità organizzata. Inoltre sarebbe un errore pensare che tutti i capi di vestiario trovati nel <em>ranch</em> appartengano a persone che sono state assassinate. Le foto dei vestiti, che sono state sistematizzate in un sito web, sono uno strumento prezioso per i familiari dei <em>desaparecidos</em> che, consultandole, possono trovare un capo della persona che stanno cercando che rappresenta una traccia del suo passaggio da quel luogo.</p>



<p>“I resti ossei sono tutti uguali ma i vestiti, gli oggetti, umanizzano la perdita: hanno un valore simbolico chiave, sono l’ultima traccia, l’ultimo segno di una presenza -aggiunge lo psicologo Carlos Beristain, specializzato nell’accompagnamento psicosociale di vittime della violenza-. Le foto dei vestiti portano con sé dei significati possibili, non solo testimoniano che la persona è stata in quel luogo, in qualche modo ci dicono anche che cosa le è successo, che cosa le hanno fatto”.</p>



<p>Allo stesso tempo, però, anche se i familiari della persona scomparsa vedessero i vestiti dei loro cari, non riuscirebbero a rispondere alle domande che li tormentano: è vivo o è morto? Dove si trova ora?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4577" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/05/GALL200220OB8-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Familiares de desaparecidos buscan restos humanos en el Rancho La Gallera, Veracruz. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Alejandra Guillén González, che nel 2019 ha pubblicato un <em>reportage</em> in cui descriveva un “circuito della sparizione” molto simile in un Comune limitrofo a Teuchitlán -giovani attirati con false promesse di lavoro, addestrati e obbligati a lavorare come sicari o come guardie armate nei campi in cui si coltiva droga-, afferma che sono state date varie definizioni a luoghi come il <em>ranch </em>Izaguirre. “Campo di sterminio” è forse quella più usata ma in fondo “come società ci mancano parole per nominare posti di questo tipo”, conclude.</p>



<p>Di <em>ranch</em> Izaguirre ne esistono tanti in Messico ma il suo ritrovamento ha comunque mosso qualcosa di profondo nella società messicana, forse a causa della sua dimensione e delle foto delle montagne di vestiti e scarpe che ricordano i <em>lager</em> nazisti. Manifestazioni, <em>sit-in</em> e fiaccolate sono state organizzati in tutto il Paese.</p>



<p>“Chi può gestire un centro di sterminio e reclutamento senza l’appoggio dello Stato? Come si possono trasportare tante persone e farle sparire senza che esistano tracce nei documenti della procura e nelle scrivanie degli uffici del governo?”, scrive il Grupo de trabajo contra la desaparición en Chiapas (Gruppo di lavoro contro le sparizioni in Chiapas), che ha organizzato un raduno a 1.500 chilometri del <em>ranch</em> Izaguirre.</p>



<p>Per i crimini avvenuti in Jalisco finora sono state arrestate dodici persone, tra cui el comandante Lastra, considerato il principale responsabile del reclutamento e del funzionamento del “campo di sterminio” tra maggio del 2024 e marzo 2025.</p>



<p>“Non daremo spazio all’impunità”, ha assicurato la presidente Claudia Sheinbaum, anche se in Messico il tasso d’impunità per il delitto di sparizione di persona arriva al 99%. Sheinbaum ha poi presentato una serie di riforme alla legge sulle sparizioni forzate che sono state accolte con scetticismo dalle organizzazioni a favore dei diritti umani e dai familiari delle vittime, che chiedono invece di essere coinvolti nella pianificazione delle politiche pubbliche in materia di sparizioni.</p>



<p>I familiari dei <em>desaparecidos </em>continuano a protestare e, soprattutto, non smettono di cercare. Fanno il lavoro che le autorità non svolgono: organizzano brigate in cui, con picconi e pale, vanno alla ricerca di possibili fosse clandestine nelle campagne di tutto il Messico. L’ultima brigata nazionale è stata il 19 e 20 aprile di quest’anno e hanno partecipato 70 collettivi di genitori di <em>desaparecidos</em>. “La nostra lotta è autonoma, indipendente dai partiti politici. Continueremo fino a quando non troveremo i nostri cari”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-ritrovamento-del-campo-di-sterminio-della-criminalita-organizzata-di-teuchitlan-in-messico/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato da Altreconomia il 30 aprile 2025.</a></em></p>



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		<title>Sparizioni senza fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 09:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Emma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Enrique Chávez Ortega è stato identificato pochi mesi dopo il ritrovamento del suo cadavere. La famiglia l’ha riconosciuto grazie a un tatuaggio, ai vestiti che portava e a una bandana legata alla gamba. La procura generale dello stato di Veracruz (Fiscalía General del Estado de Veracruz, Messico) aveva trovato il suo cadavere smembrato nel febbraio&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Enrique Chávez Ortega è stato identificato pochi mesi dopo il ritrovamento del suo cadavere. La famiglia l’ha riconosciuto grazie a un tatuaggio, ai vestiti che portava e a una bandana legata alla gamba. La procura generale dello stato di Veracruz (Fiscalía General del Estado de Veracruz, Messico) aveva trovato il suo cadavere smembrato nel febbraio 2017, in un campo di sterminio che l’organizzazione criminale de Los Zetas – un gruppo formato da ex militari di élite – aveva installato in un ranch chiamato La Gallera nel comune di Tihuatlán.</p>



<p>Veracruz è uno degli stati più violenti del Messico, paese che dalla fine del 2006 vive una forte crisi umanitaria causata dalla militarizzazione lanciata dall’ex presidente Felipe Calderón con il pretesto di combattere le organizzazioni criminali, che in più occasioni si sono in realtà dimostrate alleate di poliziotti e militari nella gestione dei traffici illeciti.</p>



<p>In questi quattordici anni, si sono registrati più di trecentomila morti e ottantaquattromila desaparecidos, in maggioranza civili che non avevano rapporti con il crimine organizzato. Alcune di queste persone sono rimaste uccise in mezzo al fuoco incrociato, altre sono state confuse con membri di diverse organizzazioni criminali. C’è chi è stato sequestrato a scopo estorsivo, o obbligato a lavorare per la criminalità organizzata, come sicari o braccianti nei campi di marijuana o papavero da oppio; le donne spesso sono vittime di tratta o sono obbligate al lavoro domestico o sessuale. Non c’è una spiegazione univoca e chiara, non sempre si sa perchè spariscano i desaparecidos.</p>



<p>Affianco al cadavere di Enrique Chávez Ortega la procura di Veracruz ha trovato altri cinque corpi, e il collettivo Familiares en Búsqueda María Herrera de Poza Rica – di cui fanno parte circa centocinquanta famiglie di desaparecidos, che più delle autorità sono impegnate nella ricerca dei loro cari – ha pubblicato sul suo sito web le foto dei vestiti e dei tatuaggi dei cadaveri, nella speranza che qualcuno li identificasse.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3253" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Le chiamate delle famiglie di Xavier, Carlos Enrique, Blanca Rosario, Luis Enrique e José Luis sono arrivate nel 2019. Le donne del collettivo le hanno accompagnate alla procura, dove per paura non erano ancora andate. Lì hanno sporto denuncia per la sparizione dei loro famigliari e consegnato un campione di DNA, per permettere alle autorità di metterlo a confronto con il profilo genetico dei cadaveri e cercare di accertare la parentela.</p>



<p>Il 6 febbraio 2021, le autorità messicane hanno consegnato alle cinque famiglie i resti dei loro cari. Li hanno seppelliti nel cimitero, mettendo così fine al “lutto sospeso” che la sparizione di un famigliare causa in chi non smette di aspettarlo. “La giornata di oggi ci ha risvegliato molti sentimenti contrastanti, perché abbiamo la certezza che i nostri famigliari tornano a casa”, ha scritto su Facebook il collettivo. “Il dolore causato dall’assenza si è trasformato in un momento in cui abbiamo potuto abbracciarli nuovamente. Non nel modo in cui avremmo voluto, ma ora almeno abbiamo un luogo in cui piangerli”.</p>



<p><strong>COLLETTIVI AUTORGANIZZATI</strong></p>



<p>Il periodo più duro per i veracruzani è stato durante l’amministrazione dell’ex governatore Javier Duarte, che ora si trova in carcere per riciclaggio di denaro e associazione per delinquere. La popolazione la considera una vittoria a metà: Javier Duarte non è ancora stato processato per sparizione forzata, malgrado la procura abbia aperto circa duecento inchieste su casi di sparizione forzata presumibilmente commessi dalla polizia statale durante i suoi sei anni di governo (2010-2016).&nbsp;</p>



<p>È stato proprio durante gli anni dell’amministrazione di Duarte che i Los Zetas sono entrati in possesso de La Gallera, il ranch di sei ettari che presto è stato trasformato in un campo di sterminio in cui le persone sequestrate dal gruppo criminale erano torturate, uccise e cremate.</p>



<p>Non è l’unico cimitero clandestino di Veracruz, stato in cui si trova la fossa comune più grande del Messico: Colinas de Santa Fe. Li Solecito, un altro collettivo di famigliari, ha trovato duecentonovantotto crani e ventiduemilacinquecento resti umani. Li ha rinvenuti il collettivo perchè le autorità messicane non cercano i desaparecidos, né vivi né morti, e le loro famiglie si vedono obbligate a organizzarsi per farlo.</p>



<p>I collettivi di famigliari, presenti in buona parte del territorio messicano, perlustrano innanzitutto gli ospedali e le carceri, sperando di trovare i loro parenti vivi, ma organizzano anche brigate per entrare in zone in cui pensano possano esserci delle fosse comuni. Le scavano con picconi e pale, con l’amara speranza di incontrare i resti dei loro cari e dare loro sepoltura. Le brigate sono accompagnate dai periti della procura, che per legge sono gli unici autorizzati a raccogliere i resti ossei e che, tuttavia, senza la pressione delle famiglie non scavano le fosse clandestine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3256" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB5-2048x1536-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>È iniziato tutto nel 2011, quando migliaia di persone che sono state vittime di violenza hanno partecipato alle carovane del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità. Hanno viaggiato per tutto il Messico e per la prima volta hanno parlato pubblicamente delle violenze vissute sulla propria pelle. “Allora abbiamo capito che questo movimento era un mezzo e non un fine, e abbiamo deciso di creare un’associazione incentrata unicamente sulla ricerca dei nostri famigliari”, racconta Juan Carlos Trujillo, che ha quattro fratelli desaparecidos. “A poco a poco, ci siamo resi conto che la giustizia in Messico non esiste, che il sistema non funziona o funziona solo per<br>alcuni”.</p>



<p><strong>CAMPI DI CONCENTRAMENTO, FORNI CREMATORI, FOSSE COMUNI</strong></p>



<p>Dopo aver fondato Familiares en Búsqueda Maria Herrera, Juan Carlos Trujillo ha attraversato mezzo paese per tessere la Rete di Legami Nazionali, di cui oggi fanno parte piu di cinquanta collettivi di famigliari di desaparecidos di diverse regioni del Messico.</p>



<p>Da tempo il collettivo riceveva notizie sull’esistenza di un ranch sospetto. “Andate a cercare alla Gallera”, diceva la gente di Tihuatlán. Alcuni affermavano di aver visto persone nude fuggire da li. Era il primo febbraio 2017 quando la procura generale dello stato di Veracruz, accompagnata da alcune donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera, decise di entrare alla Gallera. Trovò una casa di due piani con sei stanze, circondata dalle erbacce, e tre fosse clandestine con il corpo di Enrique Chávez Ortega e delle altre cinque persone i cui resti sono stati consegnati ai famigliari lo scorso febbraio.</p>



<p>“Vedere tutto ciò, i corpi smembrati, mi ha sconvolto la vita”, ricorda Maricel Torres Melo, il cui figlio adolescente è stato fatto sparire dalla polizia intermunicipale una sera che era uscito a cenare con alcuni amici. “Vedere la casa, le impronte delle mani sulle pareti, il sangue in terra e ossa buttate ovunque”. A lato della casa trovarono un grande forno, forse inizialmente costruito per fare mattoni, e subito intuirono che era stato utilizzato dagli Zetas per cremare i cadaveri. “Quando abbiamo visto il forno, la nostra mente ha iniziato a volare”, dice Maricel.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3254" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Il collettivo di madri è tornato a La Gallera meno di due mesi dopo e ha trovato il cranio di un bambino. Le donne sono tornate altre otto volte al ranch, portando con sé picconi, pale e setacci per scavare fosse e setacciare la cenere mescolata con i frammenti ossei che trovavano intorno al forno. Mentre lavoravano, gridavano tutte insieme: “Perchè vivi se li sono portati via, vivi li vogliamo”. Si facevano forza. Non è facile quando ti trovi in un campo di sterminio. Quando pensi che tuo figlio è stato portato li, chiuso in una stanza, torturato, assassinato e bruciato in un forno. E tuo figlio è solo uno studente, un contadino o un maestro. E se anche fosse un criminale, se lo meriterebbe? Si merita sua madre di doverlo cercare in una fossa comune? Di dover setacciare cenere pensando che possa contenere i resti cremati di suo figlio?&nbsp;</p>



<p>Le donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera de Poza Rica sono tornate alla Gallera in varie occasioni perché non si fidavano del lavoro della procura. Infatti, malgrado quest’ultima avesse gi  setacciato la zona, ogni volta che sono tornate hanno trovato nuovi resti. In totale sono stati trovati due crani e circa milleduecento frammenti ossei, alcuni così piccoli che non è stato possibile prendere il campione di DNA per procedere all’identificazione.</p>



<p><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2022/01/GALL200220OB2.jpg?ssl=1"><em>Articolo pubblicato sulla rivista Emma nel settembre 2021.</em></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2022/01/25/sparizioni-senza-fine/">Sparizioni senza fine</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una carovana di madri in Messico. Cercano i figli, migranti scomparsi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2020 11:51:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quindici anni, grazie al Movimiento Migrante Mesoamericano, donne da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua percorrono tutto il Paese per ritrovare i loro congiunti, desaparecidos mentre tentavano di raggiungere gli Usa. Le&#160;detenute del carcere di Tapachula, nel Sud del Messico, guardano con attenzione le foto plastificate che le 38 donne della quindicesima&#160;Caravana de madres&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da quindici anni, grazie al Movimiento Migrante Mesoamericano, donne da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua percorrono tutto il Paese per ritrovare i loro congiunti, desaparecidos mentre tentavano di raggiungere gli Usa.</p>



<p>Le&nbsp;detenute del carcere di Tapachula, nel Sud del Messico, guardano con attenzione le foto plastificate che le 38 donne della quindicesima&nbsp;<em>Caravana de madres centroamericanas de Migrantes desaparecidos</em>&nbsp;hanno appoggiato a terra. Mostrano i volti dei loro figli, giovani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua che sono partiti per gli Stati Uniti e improvvisamente, mentre attraversavano il Messico, hanno smesso di comunicare con la famiglia. Sono scomparsi,&nbsp;<em>desaparecidos</em>.</p>



<p>Ana Enamorado del Movimiento Migrante Mesoamericano (MMM), organizzazione che ogni anno coordina la carovana, prende in mano il microfono. “Se qualcuna di voi li ha visti la preghiamo di aiutarci. Qualsiasi elemento può essere utile per trovarli”, dice alle detenute che si muovono nel patio del carcere, osservando le foto dei giovani spariti. “E se per caso avete perso contatto con i vostri famigliari, potete lasciarci i loro dati. Li possiamo cercare e mettervi in comunicazione con loro”, aggiunge. È il lavoro del MMM: cerca i migranti centroamericani spariti in Messico, facendo da cerniera tra loro e le famiglie. Rubén Figueroa, un attivista del Movimiento, inizia la ricerca prima della partenza della carovana. Riceve le denunce di scomparsa delle famiglie centroamericane e attraversa tutto il Messico per cercarli, seguendo le loro tracce a partire dall’ultima chiamata che hanno fatto alle famiglie o dall’ultimo invio di denaro che hanno ricevuto. Spesso la ricerca di Figueroa è fruttuosa: in 15 anni, il MMM ha trovato 315 migranti che avevano perso contatto con le loro famiglie in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Una volta localizzato il migrante, il MMM invita un suo parente, generalmente la madre, a partecipare alla carovana perché lo possa incontrare, occupandosi della trafila burocratica per avere permessi e visti che per le famiglie centroamericane sarebbe difficile ottenere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3406" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR171119OB5.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Molte famiglie di migranti vivono con la preoccupazione che i figli siano stati uccisi dalle organizzazioni criminali messicane -che operano, in molti casi, con l’appoggio o la connivenza delle autorità-, che siano stati obbligati a lavorare per loro o che siano stati vittime di una rete di tratta di persone. Vivono tormentate ma con la speranza che siano ancora vivi, e aspettano una loro chiamata, giorno dopo giorno. Sanno che ci sono ragioni che possono portare i migranti a smettere di mandare notizie alle loro famiglie, anche quando sono sani e salvi. Ad esempio, se durante il viaggio è stato rubato loro il portafogli in cui tenevano i numeri telefonici, o se la famiglia ha cambiato numero o indirizzo.&nbsp;</p>



<p>“Ci sono vari motivi per cui non vogliono che la madre sappia dove si trovano. In certi casi possono provare vergogna, ad esempio se sono stati vittime di violenza sessuale o se hanno commesso un atto illecito e sono stati arrestati”, afferma Hilda Luz Rivera, una donna originaria del Salvador. Viaggia con la carovana in cerca di suo figlio René Wilmaris Ramírez Rivera, che sedici anni fa le ha telefonato dalla frontiera fra Messico e Stati Uniti e non ha mai più dato notizie: “A una madre non importa cos’hanno fatto, anche se commettono errori, una madre sempre perdona”.&nbsp;Le donne della XV Carovana mostrano casa per casa le foto dei loro figli spariti, nei quartieri che si trovano lungo i binari del treno merci chiamato “La Bestia”, sul cui tetto viaggiano i migranti. Sperano che la gente del posto li abbia visti passare, si chiedono se qualcuno dei loro figli è rimasto a vivere lì.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="831" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=980%2C831&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3395" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=1024%2C868&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=300%2C254&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=768%2C651&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?resize=1536%2C1302&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/06/MappaMessico_Chiapas.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>“Magari ho anche una nuora e dei nipoti, e vivono tutti a Huixtla (una cittadina a 40 chilometri da Tapachula,&nbsp;<em>ndr</em>)”, dice Anita Celaya del Salvador: da diciassette anni percorre la geografia messicana cercando suo figlio Rafael Alberto Rolín. Le sue compagne di carovana ridono alla battuta: sono risate amare, però, quelle che accompagnano le madri centroamericane mentre camminano per le strade di Huixtla, bussando di porta in porta, con le foto dei loro cari sempre appese al collo. Non se le tolgono neanche per mangiare. Non portano solo le foto dei propri figli, ma anche dei figli di altre donne che non sono potute partire con loro. Vivono la ricerca dei&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;come un atto collettivo: si cercano i parenti di tutte e lo si fa tutte insieme.&nbsp;Le madri centroamericane espongono le foto dei loro figli nelle carceri, negli alberghi per migranti (strutture gestite dalla Chiesa che offrono loro un letto e un pasto caldo) e nelle piazze delle città.&nbsp;</p>



<p>“Siamo a conoscenza dei&nbsp;<em>desaparecidos</em>, ma vedere le loro foto fa un altro effetto” dice un giovane osservando le immagini con cui le donne della carovana hanno coperto la piazza di Tapachula. I numeri sono impressionanti: tra 80mila e 120mila sono i migranti spariti in Messico, una cifra che non compare nelle statistiche presentate dal governo, che conteggia solo i&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;di nazionalità messicana. I numeri colpiscono, ma vedere le immagini è un’altra cosa: giovani normali,&nbsp;<em>jeans</em>&nbsp;e felpa, in posa davanti al cellulare dei loro genitori. Poi, da un momento all’altro, spariti nel nulla.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3408" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?resize=1536%2C1025&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CarovanaMadri2.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Anita Celaya del Salvador cerca suo figlio Rafael Alberto da 17 anni. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Tapachula è un crocevia fondamentale per i migranti che viaggiano verso gli Stati Uniti. Si trova lungo la frontiera meridionale del Messico, a un passo dal Guatemala. Da una ventina d’anni lungo questi 956 chilometri di frontiera, resa a tratti frastagliata per la presenza di montagne e fiumi, si realizzano operazioni di polizia per contenere l’incessante flusso migratorio, che proviene dal Centro America ma anche da Cuba, Haiti e da alcuni Paesi africani.</p>



<p>Nel maggio scorso, il presidente Usa Donald Trump ha sentenziato che il governo messicano non fa abbastanza per contenere la migrazione e ha minacciato di sanzionarlo con l’introduzione di dazi. La risposta del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador è stata inviare alla frontiera con il Guatemala 6.500 agenti della Guardia Nazionale, un nuovo corpo di polizia formato soprattutto da militari, che sono stati dispiegati a Tapachula e lungo tutta la regione frontaliera. Il muro di Trump non è tra Stati Uniti e Messico, ma al confine con il Guatemala: il muro è la Guardia Nazionale e il Messico è un abisso in cui i migranti spariscono.&nbsp;“Potrei rimanere qui tutta la notte se sapessi che qualcuno ci darà qualche indizio, anche piccolo, per trovare mio figlio o i figli delle altre”, dice l’honduregna Ana Turcios, seduta sul bordo di un’aiuola nella piazza di Tapachula. È delusa perché finora nessun passante ha dato informazioni per trovare i giovani spariti, ma sa che la carovana si trova solo all’inizio di un viaggio di circa 5mila chilometri.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3409" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2020/03/CAR191119OB.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>È iniziato il 15 novembre alla frontiera meridionale del Messico, in un territorio di selva tropicale, cascate, boschi e lagune cristalline, ed è arrivato fino alla desertica frontiera con gli Stati Uniti, per poi ridiscendere a Sud. È stata accompagnata anche dal collettivo italiano Carovane Migranti (<a href="http://carovanemigranti.org/">carovanemigranti.org</a>), nato nel 2014 ispirandosi proprio a loro, che con altre organizzazioni coordina una carovana europea per i diritti dei migranti a cui invita le madri centroamericane.&nbsp;</p>



<p>La XV Carovana di madri centroamericane di migranti&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;ha attraversato 14 Stati messicani, e quando il suo viaggio si è concluso, il 3 dicembre scorso, cinque donne avevano potuto riabbracciare i propri cari. Alcune non avevano loro notizie da più di 30 anni, come la salvadoregna Lilián Esperanza Alvarado. Durante la guerra civile degli anni Ottanta, per proteggerli, Lilián aveva mandato i suoi due bambini a vivere in Messico con il padre, perdendone nel tempo le tracce. L’hanno ricontattata quattro anni fa via Facebook e li ha potuti riabbracciare alla fine di novembre nello Stato di Nuevo León, quando la carovana ha raggiunto il confine tra Messico e Stati Uniti. Erlinda Ramírez non aveva notizie di suo figlio da meno tempo. Erano sette anni che non ne sapeva nulla, e l’ha trovato nel carcere di Coatzacoalcos (Stato di Veracruz): “Sono sicura che, come è apparso mio figlio, appariranno anche i figli delle mie compagne di carovana, che continuano a vivere questo flagello”, ha detto ai giornalisti uscendo dalla struttura.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/carovana-madri-messico-migranti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nel dicembre 2019</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2020/03/11/una-carovana-di-madri-in-messico-cercano-i-figli-migranti-scomparsi/">Una carovana di madri in Messico. Cercano i figli, migranti scomparsi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Sui 43 desaparecidos di Ayotzinapa ci sono 11 filoni d’inchiesta ancora inesplorati”</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2019/09/25/sui-43-desaparecidos-di-ayotzinapa-ci-sono-11-filoni-dinchiesta-ancora-inesplorati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2019 15:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Guerrero]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[yotzinapa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Lo Stato ha fatto sparire i nostri figli e lo Stato ci deve dare una risposta”. A dirlo sono i genitori dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, scomparsi 5 anni fa. Le famiglie domani terranno un corteo a Città del Messico. La ricostruzione ufficiale è questa: nei pressi di Iguala, i giovani sono&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/09/25/sui-43-desaparecidos-di-ayotzinapa-ci-sono-11-filoni-dinchiesta-ancora-inesplorati/">“Sui 43 desaparecidos di Ayotzinapa ci sono 11 filoni d’inchiesta ancora inesplorati”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Lo Stato ha fatto sparire i nostri figli e lo Stato ci deve dare una risposta”. A dirlo sono i genitori dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, scomparsi 5 anni fa. Le famiglie domani terranno un corteo a Città del Messico.</p>



<p>La ricostruzione ufficiale è questa: nei pressi di Iguala, i giovani sono stati sequestrati, mentre viaggiavano in autobus, dalla Polizia Municipale e dall’organizzazione criminale Guerreros Unidos, che poi avrebbe bruciato i loro cadaveri nella discarica della città di Cocula.&nbsp;</p>



<p>Per alcune fonti, una versione dei fatti costruita a suon di torture: secondo un gruppo internazionale di esperti indipendenti (GIEI), almeno 56 detenuti sarebbero stati costretti a confermare questa ricostruzione; proprio per le irregolarità durante gli interrogatori, 24 agenti e un leader di Guerreros Unidos sono usciti dal carcere ad inizio settembre.&nbsp;</p>



<p>“La ricostruzione della Procura è piena di irregolarità, contraddizioni e gravi omissioni”, ha scritto il GIEI. Gli esperti indipendenti hanno mostrato che è scientificamente impossibile che ci sia stato un rogo di quelle dimensioni nella discarica di Cocula e affermato che la Polizia Federale e l’esercito si trovavano sul luogo dell’attacco, anche se questa presenza non era poi annotata nei fascicoli della Procura. Alcuni cellulari dei giovani scomparsi sono apparsi nelle mani di funzionari pubblici.&nbsp;</p>



<p>Vidulfo Rosales, del Centro di Diritti Umani Tlachinollan, è l’avvocato che rappresenta le famiglie dei giovani scomparsi e fa parte della Commissione per la Verità.</p>



<p><em>Quali nuovi elementi sta indagando la Commissione per la Verità?</em></p>



<p>Finora le autorità hanno preso in considerazione solo l’ipotesi della discarica di Cocula, ignorando gli altri filoni d’inchiesta malgrado fossero più plausibili. La Commissione per la Verità è in possesso di nuovi indizi secondo i quali i ragazzi non sarebbero stati portati a Cocula, ma in un’altra zona dello Stato di Guerrero; li stiamo cercando a Mezcala, Carrizalillo e Huitzuco.&nbsp;</p>



<p><em>Collaborate con la Procura Speciale per il caso Ayotzinapa?</em></p>



<p>La Commissione per la Verità sta lavorando efficacemente ma non ha facoltà di svolgere un’inchiesta penale. Per questo è necessaria l’azione della Procura, che finora è stata molto lenta. È necessario esplorare gli 11 filoni di inchiesta che gli esperti indipendenti del GIEI hanno consigliato di prendere in considerazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/09/MARCHA260915OB21-1024x768-1.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3439" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/09/MARCHA260915OB21-1024x768-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/09/MARCHA260915OB21-1024x768-1.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/09/MARCHA260915OB21-1024x768-1.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><em>Quali sono questi filoni? Esiste un’ipotesi sul movente dell’attacco?</em></p>



<p>Un membro di Guerreros Unidos ha dichiarato in un tribunale statunitense che la sua organizzazione utilizzava autobus per trasportare droga da Iguala [città in cui sono stati attaccati i giovani] a Chicago ed Atlanta. Un’ipotesi da analizzare è che alcuni autobus su cui gli studenti viaggiavano potessero essere, a loro insaputa, carichi di eroina, e che Guerreros Unidos e la forza pubblica li abbiano attaccati per recuperare la droga.&nbsp;</p>



<p><em>Quel giorno c’era anche l’esercito?</em></p>



<p>Sappiamo che quella notte soldati del 27 Battaglione di Infanteria di Iguala erano presenti. La Commissione della Verità ha chiesto all’esercito di spiegare qual è la ragione della sua presenza e se ha una relazione con il gruppo criminale Guerreros Unidos, come affermano alcune dichiarazioni. Per ora non ha dato risposta.&nbsp;</p>



<p><em>Le famiglie delle vittime hanno fiducia nel governo di López Obrador?</em></p>



<p>L’attuale governo ha mostrato una volontà politica che in quello precedente era assente. Ma non direi che i genitori dei ragazzi scomparsi si fidino del governo. Sarà un rapporto che dovrà costruirsi col tempo, basandosi sui risultati delle indagini.</p>



<p>A<em>rticolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 25.09.2019.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/09/25/sui-43-desaparecidos-di-ayotzinapa-ci-sono-11-filoni-dinchiesta-ancora-inesplorati/">“Sui 43 desaparecidos di Ayotzinapa ci sono 11 filoni d’inchiesta ancora inesplorati”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Record di desaparecidos in Messico: uno ogni 90 minuti. È peggio di una dittatura</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2018/01/31/record-di-desaparecidos-in-messico-uno-ogni-90-minuti-e-peggio-di-una-dittatura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2018 19:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il diciasettenne era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito.&#160;Lo accusarono di voler rapinare un passante&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il diciasettenne era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito.&nbsp;Lo accusarono di voler rapinare un passante e, anche se la presunta vittima lo negò, un agente con il casco gli diede una testata e gli altri lo picchiarono. “Lo portiamo alla Procura di Azcapotzalco”, dissero i poliziotti all’amico che lo accompagnava.</p>



<p>Ma ad Azcapotzalco non c’era traccia di lui. “In Procura ci hanno detto che probabilmente era scappato con la sua fidanzatina”, afferma la madre dell’adolescente. La stessa frase che migliaia di famiglie messicane si sono sentite dire dalle autorità quando hanno denunciato la sparizione del proprio figlio.</p>



<p>A molti il termine&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;fa pensare alle dittature sudamericane degli anni ’70. A film o romanzi che raccontano di oppositori politici torturati e uccisi, e il cui cadavere veniva gettato in fondo al mare.</p>



<p>Ma nel “democratico” Messico contemporaneo la parola&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;riempie ogni giorno le pagine dei giornali. Da una parte la sparizione di un gruppo di giovani, dall’altra il ritrovamento di una fossa comune. A volte la responsabilità viene data alle organizzazioni criminali, altre volte la connivenza delle autorità è più difficile da nascondere. E ci sono situazioni in cui la responsabilità dello Stato è accertata e, in questo caso, nel diritto internazionale si parla di sparizione forzata.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="713" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=980%2C713&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3499" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=300%2C218&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio-1024x745-1.jpg?resize=768%2C559&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Marco Antonio durante il suo arresto nella foto scattata dall’amico che si trovava con lui.</em></figcaption></figure>



<p>L’esempio più noto è quello dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire nel 2014 e mai più apparsi. Il coinvolgimento delle autorità nel crimine, che ha causato anche la morte di 6 ragazzi, è stato documentato da una commissione indipendente d’inchiesta.</p>



<p>Ma in Messico ci sono migliaia di casi che non sono arrivati alla cronache internazionali. Leticia Hidalgo si trovava nella sua casa di Monterrey nel gennaio 2011, quando un gruppo di uomini armati entrò e si portò via Roy, suo figlio diciottenne. Alcuni di loro indossavano la casacca della polizia.</p>



<p>Come molte altre madri messicane, Leticia Hidalgo milita in un collettivo di familiari di&nbsp;<em>desaparecidos</em>, che non solo tengono viva l’attenzione sul problema delle sparizioni forzate, ma organizzano brigate per cercare fosse comuni, con pale e picconi alla mano.</p>



<p>Storie come quella di Roy sono tanto comuni in Messico che non fanno più scalpore. Secondo cifre ufficiali, in Messico più di 34 mila persone sono state denunciate come&nbsp;<em>desaparecidas</em>. Tra agosto e ottobre 2017, è stata fatta sparire una persona ogni 90 minuti.</p>



<p>E la cifra ufficiale sicuramente sottostima la realtà, perché molto spesso per paura le famiglie non sporgono denuncia. Un timore giustificato, visto che alcuni genitori che si sono organizzati per cercare i propri figli sono stati assassinati.</p>



<p>La sorte di Marco Antonio è stata differente. Forse perché la foto del giovane sdraiato a terra e picchiato dai poliziotti è circolata rapidamente nelle reti sociali, forse perché quello che succede nella capitale ha più risonanza di ciò che succede altrove, ma questa volta la risposta della popolazione alla denuncia della famiglia è stata immediata. Domenica le strade della capitale si sono riempite di gente che chiedeva: “dov’è Marco Antonio?”.</p>



<p>La notte stessa, il ragazzo è stato rintracciato mentre deambulava in stato confusionale a Melchor Ocampo. Presto le autorità si sono vantate di aver trovato una persona che loro stessi avevano fatto sparire, e le domande aperte sono ancora molte: com’è arrivato Marco Antonio a Melchor Ocampo, che si trova a 40 km dal posto in cui era stato arrestato? Cosa gli è successo durante quei 5 giorni?</p>



<p>Quel che si sa è che il ragazzo è apparso con sangue sul volto, con segni di percosse e vestiti differenti a quelli che indossava. Non riconosce i suoi genitori e a loro sembra un’altra persona: non parla ed è in stato confusionale.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 31.01.2018.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2018/01/dentencion-de-marco-antonio.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2018/01/31/record-di-desaparecidos-in-messico-uno-ogni-90-minuti-e-peggio-di-una-dittatura/">Record di desaparecidos in Messico: uno ogni 90 minuti. È peggio di una dittatura</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Guatemala]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[narcostato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.</p>



<p>Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.</p>



<p>Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=960%2C720&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3818" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES151116OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Quattrocentomila migranti</strong></p>



<p>Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.</p>



<p>Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.</p>



<p>Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="539" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=960%2C539&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?w=960&amp;ssl=1 960w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/SANLUIS211116OB.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p><strong>Irma pensa a Gerber</strong></p>



<p>Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.<br>In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.</p>



<p>Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.</p>



<p>La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="668" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=891%2C668&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?w=891&amp;ssl=1 891w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/TAB181106OB6.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.</p>



<p><strong>Le fotografie al collo</strong></p>



<p>“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="809" height="607" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=809%2C607&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3823" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?w=809&amp;ssl=1 809w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 809px) 100vw, 809px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.</p>



<p>Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.</p>



<p>Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,<br>ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/10/MADRES161116OB3.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/10/12/messico-la-carovana-delle-madres-in-cerca-dei-figli-rapiti/">Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Quei migranti che non temono il muro</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 14:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Left]]></category>
		<category><![CDATA[centroamerica]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scoprì che Donald Trump aveva vinto le elezioni, Fabio Ceballos Loya non rimase poi tanto deluso, non ve- deva enormi differenze con la sua avversaria. Fabio ha 29 anni, insegna alle scuole elementari ed è cresciuto a Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, uno dei centri urbani più violenti del mondo, famosa per essere stata capitale mondiale del femminicidio.&nbsp;</p>



<p>Il giovane è cresciuto guardando continuamente al di là della frontiera, attraverso il deserto. Con i suoi amici parlava spanglish – una “lingua” che mescola lo spagnolo all’inglese -, ascoltava musica statunitense e seguiva lo sport nordamericano. Già da bambino, Fabio andava spesso con la sua famiglia a fare shopping nei centri commerciali di El Paso, la città texana che si trova a pochi chilometri dalla sua.</p>



<p>Quando era adolescente, andava negli Stati Uniti per fare dei lavoretti estivi. Ogni volta che valicava la frontiera, Fabio percepiva razzismo nei suoi confronti: «Ciò che più mi spaventa della vittoria di Trump è l’aumento della discriminazione etnica negli Stati Uniti, ora i razzisti sentono di avere il benestare del presidente».</p>



<p>Nei decenni passati, Ciudad Juaréz ha ricevuto migliaia di migranti provenienti da altre parti del Messico e dal Centroamerica a causa della bonanza economica generata dal trasferimento di grandi imprese di assemblaggio statunitensi nella città frontaliera. Una delle promesse elettorali di Trump che potrebbe avere un impatto forte sul Messico è proprio la rinegoziazione del Trattato di libero commercio tra i Paesi del Nord America, il Nafta, che ha spinto le imprese multinazionali a trasferire la loro produzione all’estero.</p>



<p>«Trump è riuscito a vendere il “mito” che il Messico ha rubato lavoro agli Stati Uniti, ma in realtà nessun paese guadagna da questo trattato. Perdono i lavoratori e i consumatori, e guadagnano le grandi corporazioni. Sono accordi scritti e firmati apposta per loro», afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. L’analista politica ricorda come, proprio per questo motivo, la rinegoziazione del Nafta è da sempre una richiesta anche delle organizzazioni sociali, mossa però da motivazioni molto diverse da quelle di Trump.</p>



<p>«Sono partito ora dall’Honduras per arrivare prima che Trump diventi presidente», afferma Jairo. Seduto sui binari del treno nei pressi di Atitilaquia nello Stato di Hidalgo, il giovane honduregno aspetta di poter ripartire insieme ai suoi due amici sul tetto de “La bestia”, il treno merci che i migranti cen- troamericani utilizzano per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti.</p>



<p>La frontiera meridionale degli Stati Uniti, infatti, non viene attraversata solo da messicani, ma, in questi anni, soprattutto da persone provenienti dai piccoli e disastrati Paesi centroamericani – Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Per loro, la parte più pericolosa del viaggio è transitare per il Messico: durante il cammino possono essere derubati, violentati e in alcuni casi assassinati dalle organizzazioni criminali o dalla polizia messicana. Secondo la Red de Documentación de las organizaciones defensoras de migrantes nel 2015 le autorità messicane sono state responsabili del 40 per cento dei crimini commessi contro i migranti che transitano nel Paese.</p>



<p>Jairo non crede che il muro che Trump ha promesso di costruire alla frontiera con il Messico potrà fermare la migrazione. Il giovane ha lasciato San Juan Dugurubuti, un villaggio di pescatori affacciato sul mar dei Caraibi, per cercare fortuna negli Stati Uniti e non rischiare di trovarsi coinvolto nella situazione in cui si trovano molti ragazzi in Honduras: essere minacciati di morte dalle maras o costretti a lavorare per loro. Le Nazioni Unite stimano che l’Honduras sia il paese più violento del mondo e, secondo Jairo, finché ci saranno povertà e insicurezza niente potrà convincere le persone a smettere di migrare.</p>



<p>Trump ha promesso che sarà il Messico a pagare la costruzione del muro, ma una barriera metallica tra i due Paesi esiste già. È stata costruita a partire dagli anni 90, durante l’amministrazione di Bill Clinton, e attualmente copre circa un terzo dei più di 3mila chilometri di frontiera. Per il resto, a fermare i migranti ci pensano il deserto e gli agenti della Border Patrol, che durante la presidenza Obama sono raddoppiati, arrivando a 42mila unità. A dire il vero, poi, negli anni successivi alla crisi economica, i flussi in entrata dal Messico sono diminuiti e il numero di immigrati indocumentados residente negli States è calato di circa un milione di unità.</p>



<p>Secondo il quotidiano messicano El Universal, il muro di cemento che Trump vuole costruire nella frontiera meridionale degli Stati Uniti costerebbe 25 miliardi di dollari, e dovrebbero essere utilizzati 40mila lavoratori l’anno per completare l’opera in quattro anni. Per questo motivo, malgrado altri presidenti avessero accarezzato l’idea, la costruzione di un muro tra gli Stati Uniti e il Messico è sempre rimasta nel libro dei sogni. Per altri, continua a essere un incubo.</p>



<p>Angela Cruz non ha paura del muro. È convinta che presto la sua famiglia in Honduras riuscirà a mandarle i 4500 dollari che le servono per pagare un trafficante di persone, coyote si chiamano, affinché accompagni lei e suo figlio di sei anni per i 1200 chilometri che separano San Luis Potosi da Houston, in Texas. Angela è partita tre mesi fa da Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, dove una mara chiedeva il pizzo a sua madre che gestisce un banchetto al mercato locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3876" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.webp?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Angela Cruz nella Casa del Migrante di San Luis Potosí. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>La ragazza denunciò l’accaduto e scoprì che il suo fidanzato faceva parte della mara avversaria, che la minacciò e picchiò. Decise di trasferirsi un periodo in Guatemala, ma le minacce continuavano. Così un giorno Angela prese suo figlio e uscì di casa, come se andasse al mercato. Invece salì su un autobus, e da lì su un altro ancora, fino a quando arrivò a San Luis Potosi, quasi incredula per il fatto di non essere mai stata fermata dalla polizia migratoria. Afferma che è stato l’amore per suo figlio a permetterle di andare avanti.</p>



<p>Angela è arrivata con il suo bambino nella Casa del migrante di San Luis Potosí un centro gestito dalla Caritas che ospita e appoggia i migranti in transito per il Paese, e ha deciso di fermarsi qui qualche mese a lavorare come volontaria, come faceva quando viveva in Honduras in un’altra struttura della Caritas.</p>



<p>«A Trump non conviene deportare i migranti, sono loro che fanno ricco il Paese», afferma Angela quando le chiediamo se crede che il presidente eletto manterrà la promessa di espellere gli 11 milioni di migranti che si stima lavorino irregolarmente negli Usa.</p>



<p>C’è invece chi prende sul serio le minacce del presidente eletto. «Dobbiamo prepararci a quello che succederà, sappiamo che presto arriverà molta più gente nella nostra casa», afferma Geraldine Estrada Rivera, coordinatrice della Casa del migrante di San Luis Potosí. «Quasi il 90 per cento delle persone che riceviamo sono centroamericane, ma sappiamo che arriverà un gran numero di messicani cacciati dagli Stati Uniti. Normalmente vengono deportati in autobus e lasciati qui; arrivano nella nostra casa per poi muoversi verso i loro luoghi di origine».</p>



<p>Estrada Rivera è preoccupata per la possibilità che il governo degli Stati Uniti faccia pressione sul governo messicano affinché inasprisca la sua politica migratoria, cosa che è avvenuta anche durante Obama, al punto che attualmente il Messico deporta più migranti centroamericani che gli stessi Stati Uniti. Il Paese latinoamericano si è convertito in un setaccio dalle cui strette maglie sempre più difficilmente si riesce a passare.</p>



<p>«Non credo che Trump farà tutto quello che ha promesso, è il presidente ma non il padrone degli Stati Uniti, ci sono poteri superiori a lui. Le grandi imprese non gli permetteranno di fare cose che agli Stati Uniti non convengono, come deportare i migranti irregolari», afferma Martha Sánchez Soler dell’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano. «Gli Stati Uniti aprono il cancello quando la loro economia è in espansione e ha bisogno di manodopera, e lo richiudono quando sono in recessione. In quel momento inizia la politica di deportazioni».</p>



<p>Secondo Sánchez Soler, se gli Stati Uniti investissero in aiuti allo sviluppo tutti i soldi che, attraverso il programma di cooperazione militare Plan Mérida, mandano al governo messicano per fermare la migrazione centroamericana attraverso la militarizzazione, si potrebbero eliminare le cause della migrazione.</p>



<p>Ma la verità è che probabilmente Trump non metterà mano alla grande deportazione: tutti sanno che ci sono settori dell’economia Usa, ad esempio l’agricoltura californiana, che si paralizzerebbero di colpo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato dal settimanale Left il 17.12.2016</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/01/ANGELA.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/01/20/quei-migranti-che-non-temono-il-muro/">Quei migranti che non temono il muro</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 13:09:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di avergli messo il bastone tra le ruote in vari modi. “Il governo non vuole che risolviamo il caso”, hanno affermato.</p>



<p>Domenica il GIEI ha presentato le sue conclusioni finali, che insinuano molti dubbi e domande, smontando pezzo per pezzo la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione della Procura, integranti dell’organizzazione criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>&nbsp;avrebbero cremato i giovani nella discarica del paese di Cocula e gettato i loro resti nel fiume San Juan. Quasi per magia, presto arrivò la conferma: in una borsa rinvenuta nel fiume fu identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, l’unico studente di Ayotzinapa di cui si hanno notizie.</p>



<p>Ma gli esperti hanno smontato tutta l’impalcatura su cui si basa questa teoria. Secondo le loro indagini, è scientificamente impossibile che nella discarica di Cocula siano stati bruciati i corpi, e non ci sono prove che la borsa con i resti di Alexander si trovasse nel fiume San Juan. E aggiungono un dato interessante: il giorno prima della chiamata che avvisava della presenza della borsa, Tomás Zerón, direttore della governativa Agenzia di Investigazione Criminale, si trovava proprio nel luogo del ritrovamento. L’accusa non è stata esplicita, ma a tutti è nato il solito sospetto: Tomás Zerón ha lanciato nel fiume la borsa con i resti di Alexander, in modo da far “tornare” la versione della Procura?</p>



<p>I sospetti di manipolazione delle prove si rafforzano se si prendono in considerazione gli altri elementi che emergono dall’inchiesta del GIEI. La Polizia Federale avrebbe partecipato nel crimine, in accordo con il crimine organizzato, e l’esercito non è intervenuto malgrado fosse a conoscenza dell’attacco. Inoltre, 5 fra gli imputati chiave del caso sarebbero stati torturati dalla polizia a seguito dell’arresto, e avrebbero poi sottoscritto la veridicità della versione ufficiale.</p>



<p>E si sono registrati movimenti nei cellulari di alcuni studenti all’ora in cui, secondo la Procura, dovrebbero essere già stati morti e cremati; a tarda notte Jorge Aníbal Cruz Mendoza scrisse un sms a sua madre chiedendole di fargli una ricarica.</p>



<p>Il presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovare il mandato del GIEI, malgrado gli esperti non abbiano portato a termine il loro compito principale: scoprire dove si trovano i 43 studenti&nbsp;<em>desaparecidos</em>. Ora tocca alla Procura raccogliere le raccomandazioni del GIEI e portare avanti le indagini. Finora gli esperti sono stati ignorati dalle autorità messicane, che non hanno nemmeno considerato una pista che potrebbe svelare il movente dell’attacco: gli studenti sequestrati viaggiavano, senza saperlo, in un autobus che veniva utilizzato per trafficare droga dal Messico a Chicago.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 27.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/27/il-governo-nasconde-la-verita-sui-43-desaparecidos/">“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 13:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni. La Sessione Speciale dell’Assemblea&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La guerra alla droga è una lotta contro i poveri”, si legge a caratteri cubitali su un muro di New York, vicino al metro Central Avenue. Durante questa settimana, a poche fermate da lì, l’ONU ha perso l’opportunità di mettere fine a questa guerra che dura da più di 50 anni.</p>



<p>La Sessione Speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite (UNGASS) sulle droghe, che si è chiusa giovedì a New York, non ha stabilito il cambiamento di rotta che alcuni auspicavano rispetto all’approccio adottato nel 1961. Non è stata ascoltata la richiesta di alcuni governi e organizzazioni non governative di mettere fine alla guerra contro le droghe e di regolarizzare il loro mercato, ma è stata recepita la proposta di iniziare a considerare il tema delle sostanze considerate come stupefacenti come un problema di salute pubblica, invece che di sicurezza nazionale.</p>



<p>“In termini concreti il documento che è uscito dalla UNGASS non è un gran passo avanti, ma propone un approccio meno punitivo che rappresenta una rottura con le politiche del passato”, afferma in intervista Ted Lewis della ONG Global Exchange, all’uscita del Palazzo di Vetro.</p>



<p>Le richieste di depenalizzazione sono motivate dal fatto che questa risolverebbe, secondo i suoi sostenitori, vari problemi legati alla salute pubblica, e che in alcuni paesi la guerra contro il narcotraffico ha provocato un massacro della popolazione civile. Nella regione che va dalla Colombia al Messico, passando per il Centroamerica, decenni di politiche di criminalizzazione delle droghe non hanno fatto che arricchire le organizzazioni criminali, che nel traffico di droga trovano una delle loro principali fonti di entrata. Secondo uno studio del Senato messicano, se il consumo della cannabis con fini ricreativi venisse legalizzato, le entrate della criminalità organizzata scenderebbero del 26%.</p>



<p>“Non è una guerra contro la droga, è una guerra contro di noi”, dichiara Maria Herrera, un’anziana messicana. La donna è arrivata alla sede dell’ONU con una carovana che ha percorso, quasi interamente in autobus, i 5700 km che separano l’Honduras da New York per chiedere la fine della guerra alla droga. Un conflitto senza eserciti in cui Maria Herrera ha perso 4 figli, tutti&nbsp;<em>desaparecidos</em>, usciti un giorno in macchina e mai più tornati.</p>



<p>Anche negli Stati Uniti, il paese che incarcera più persone al mondo, la guerra alla droga miete le sue vittime. Più di 2 milioni di persone si trovano nei penitenziari nordamericani, l’80% condannate per reati, generalmente non violenti, che hanno a che fare con la droga. La popolazione afroamericana viene reclusa 6 volte in più rispetto a quella bianca, e il problema è diventato così grave che l’incarcerazione massiva si è trasformato in uno dei temi della campagna elettorale.</p>



<p>“Dovremmo utilizzare al meglio la flessibilità della Convenzione per implementarla in un modo più bilanciato, umano ed effettivo, assicurando che la nostra politica sulla droga rispetti interamente i diritti umani e sia davvero orientata alla salute”, ha affermato il ministro Andrea Orlando di fronte alla UNGASS.</p>



<p>Le parole di Orlando sembrano parafrasare la dichiarazione che è uscita dal vertice delle Nazioni Unite, ed esprimono una posizione vicina a quella del governo statunitense, che nel 2014 affermò la necessità di interpretare con flessibilità i trattati internazionali in materia di droghe.</p>



<p>Ma “flessibilità” è una parola tiepida e vaga, che all’interno delle Nazioni Unite si scontra con l’intransigenza di alcuni paesi, soprattutto asiatici, in termini di politiche sulla droga. In Indonesia, ad esempio, trafficare droga può portare alla fucilazione, e il documento prodotto dalla UNGASS non fa nessun riferimento all’abolizione della pena di morte per reati connessi alla droga.</p>



<p>“Fra i paesi che si oppongono a una riforma integrale delle politiche sulle droghe orientate alla depenalizzazione si trovano Indonesia, Russia, Cina e Arabia Saudita”, afferma in intervista Laura Krasovitzky dell’organizzazione statunitense Drug Policy Alliance. “Ci sono anche paesi che pubblicamente appoggiano le riforme, ma tradiscono sottobanco le loro promesse. Come gli Stati Uniti, che negli ultimi 40 anni ha speso più di 1 trilione di dollari in politiche proibizioniste, mentre alcuni suoi Stati si trovano in conflitto con le leggi federali perché hanno regolarizzato la produzione, distribuzione e consumo di cannabis”.</p>



<p>L’ultima UNGASS si era celebrata nel 1998 e aveva stabilito l’utopica meta di liberare il mondo dalla droga entro il 2008. Ma il traffico delle sostanze considerate stupefacenti non si è fermato, e la stessa ONU nel rapporto mondiale del 2015 afferma che il loro consumo è stabile. Le Nazioni Unite stimano che circa 246 milioni di persone in tutto il mondo –il 5% di coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni- utilizzano droghe etichettate come “illecite”, e sono circa 27 milioni i consumatori che fanno un uso problematico di queste sostanze.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 24.04.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/04/24/lonu-perde-loccasione-per-depenalizzare-le-droghe/">L’ONU perde l’occasione per depenalizzare le droghe</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ayotzinapa, ancora senza giustizia</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/03/10/ayotzinapa-ancora-senza-giustizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 14:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che una conferenza stampa sembra un atto politico. Sotto un tendone, davanti alla cattedrale di Città del Messico, c’è un tavolo in cui sono piazzati dei microfoni. Davanti al tavolo i giornalisti, e intorno a loro decine di persone. Si accalcano sulle transenne, la maggior parte giovani, intonano cori e mostrano cartelli che chiedono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che una conferenza stampa sembra un atto politico. Sotto un tendone, davanti alla cattedrale di Città del Messico, c’è un tavolo in cui sono piazzati dei microfoni. Davanti al tavolo i giornalisti, e intorno a loro decine di persone. Si accalcano sulle transenne, la maggior parte giovani, intonano cori e mostrano cartelli che chiedono verità e giustizia per gli i 43 studenti di Ayotzinapa, che il 26 settembre 2014 sono stati sequestrati dalle autorità colluse con il cartello criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>. Ancora non si sa nulla dei ragazzi, e non è stata fatta giustizia per le sei persone che sono state uccise durante l’attacco.</p>



<p>La gente applaude quando sotto il tendone appaiono i genitori degli studenti, accompagnati dal loro avvocato. Sembrano emozionati. Hanno convocato la conferenza stampa per dare un resoconto del loro incontro con il presidente Enrique Peña Nieto, appena concluso. Il legale Vidulfo Rosales Sierra dice che il presidente non si è impegnato a rispettare nessuna delle otto proposte che i genitori dei ragazzi gli avevano presentato, riguardanti l’attenzione alle vittime e l’inchiesta giudiziaria sul caso.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4007" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB21-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Prende la parola Marisa Mendoza, moglie di Julio César Mondragón, assassinato durante l’attacco del 26 settembre 2014 ad Iguala. Il cadavere di Julio César, che aveva 22 anni e un figlio di pochi mesi, è stato trovato senza volto. Sul suo corpo era rimasto solo il cranio sanguinante. La procura non ha menzionato i segni di tortura presenti sul cadavere ed ha affermato che era stata “la fauna del luogo” ad asportargli la pelle.</p>



<p>Nessuno fiata intorno alle parole ferme di Marisa. Denuncia gli intoppi burocratici che hanno causato ritardati nell’esumazione del corpo del marito, che dovrebbe essere analizzato da un gruppo di esperti forensi indipendenti, e assicura che continuerà a chiedere giustizia per Julio César e le altre vittime dell’attacco di Iguala. “Non sei sola”, gridano all’unisono i presenti.</p>



<p>“Non ci sentiamo soli, ci sentiamo coccolati da voi”, afferma&nbsp;<em>Maria</em>&nbsp;de&nbsp;<em>Jesús</em>&nbsp;Tlatempa Bello, madre dello studente&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;José Eduardo Bartolo Tlatempa. Chiede al governo di togliersi la maschera ed essere trasparente, di scegliere se stare con la popolazione o con il crimine organizzato. “Cammineremo sotto il sole o sotto la pioggia”, conclude, invitando tutti coloro che hanno un famigliare&nbsp;<em>desaparecido</em>&nbsp;a unirsi il giorno dopo alla manifestazione per l’anniversario dell’attacco di Iguala.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4008" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB14-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>E pioveva a Città del Messico il 26 settembre scorso sul corteo, su centinaia di migliaia di persone che hanno camminato per chilometri, fino a raggiungere e riempire la piazza centrale della metropoli. Si temeva che la vicenda fosse caduta nel dimenticatoio, invece la popolazione messicana ha continuato a dimostrare la sua solidarietà alle famiglie degli studenti di Ayotzinapa, e a quelle dei circa 27mila&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;che si sono registrati in Messico dal 2006 ad oggi. Da quando il governo ha lanciato la “guerra contro il narcotraffico”, che ha causato una lunga serie di violazioni di diritti umani, soprattutto ai danni di attivisti sociali e giornalisti. Un conflitto che ha trasformato il Messico in un territorio doloroso per la sua popolazione, e in un bengodi per i cartelli criminali.</p>



<p>Ayotzinapa ha portato all’attenzione internazionale il problema della violenza e della sparizione forzata in Messico, ha permesso di aprire un importante spazio di riflessione sulla connivenza tra autorità e cartelli criminali, sulla corruzione ed impunità esistenti nel paese.</p>



<p>E alle famiglie di altri&nbsp;<em>desaparecidos</em>&nbsp;ha dato la forza di prendere in mano picconi e pale per andare a cercare i loro cari nelle campagne che circondano le città; organizzati in gruppi scavano e trovano cadaveri, spesso a decine. Solamente ad Iguala, dove si registrano 150&nbsp;<em>desaparecidos</em>, sono state trovate 60 fosse comuni con un totale di 104 corpi. Solo 6 sono stati identificati. Di chi sono questi cadaveri? Chi è in attesa del ritorno di queste persone? Perché sono state fatte sparire?</p>



<p>Nel gennaio scorso, la Procura Generale della Repubblica (PGR) annunciò quella che definì “la verità storica” sul caso Ayotzinapa. La notte del 26 settembre 2014 la Polizia Municipale avrebbe sequestrato i 43 studenti per consegnarli al cartello criminale&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>, che li avrebbe portati nella discarica di Cocula per ucciderli e cremarli. Le ceneri sarebbero state gettate nel fiume San Juan all’interno di una borsa. Questa ricostruzione venne confermata dalle analisi dei resti contenuti nella sacca, che avrebbero permesso di identificare gli studenti Alexander Mora e Jhosivani Guerrero de la Cruz.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4010" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/MARCHA260915OB20-1024x768-1.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>La versione è basata sulle dichiarazioni di alcune fra le 111 persone arrestate per l’attacco del 26 settembre, e non esistono prove scientifiche che la sostengano. Quattro testimoni chiave, integranti del cartello&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>, al momento di rilasciare la dichiarazione erano ubriachi e presentavano lividi che successivamente sono stati riconosciuti come segni di tortura. Patricio Reyes Landa, alias<em>&nbsp;El Pato, ha dichiarato che sono stati provocati dagli agenti che lo hanno arrestato.</em>&nbsp;Da parte sua il leader dei&nbsp;<em>Guerreros Unidos</em>&nbsp;Gildardo López Astudillo, alias&nbsp;<em>El Gil</em>, non ha mai confermato la versione della procura riguardante l’incenerimento dei corpi dei ragazzi nella discarica di Cocula.</p>



<p>Al contrario, la ricostruzione è stata messa in dubbio da indagini indipendenti di esperti forensi, che affermano non esistano prove del fatto che i resti di Alexander si trovassero nella borsa del fiume San Juan, e che l’accertamento dell’identità di Jhosivani è una probabilità “bassa in termini statistici”.</p>



<p>Non torna neanche la dinamica dell’attacco. “Nelle dichiarazione degli imputati abbiamo riscontrato delle incoerenze. Presentano quattro versioni differenti su quello che sarebbe successo, quattro scenari diversi, ed esistono contraddizioni interne nella descrizione di ogni scenario”, afferma Carlos Beristain, uno degli esperti che sono stati scelti dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per portare avanti un’inchiesta indipendente sul caso Ayotzinapa. “Ad esempio, nelle dichiarazioni che dipingono lo scenario della discarica di Cocula ci sono incongruenze forti su come sarebbero stati trasportati, dove e come sarebbero stati uccisi, e su altri elementi”. Carlos Beristain aggiunge che l’analisi delle condizioni oggettive della discarica porta a una conclusione certa: gli studenti non possono essere stati bruciati a Cocula. Se i 43 corpi fossero davvero stati cremati nella discarica, la vegetazione intorno avrebbe dovuto bruciarsi. Ma del rogo non c’era alcuna traccia, né dei resti dei giovani.</p>



<p>Gli esperti della CIDH hanno anche dimostrato che Polizia Federale e l’esercito hanno preso parte all’aggressione e che esisteva un quinto autobus, che non compare nella ricostruzione ufficiale. Si tratta di uno dei pullman che i ragazzi avevano occupato ad Iguala, che probabilmente all’insaputa dei giovani veniva utilizzato per trasportare droga e potrebbe rappresentare il movente dell’attacco. Tutti elementi di cui le autorità erano a conoscenza, ma che sono stati omessi ed occultati.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4011" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Anna stende i panni davanti a uno dei dormitori della scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa. I locali che la formano sono edifici bassi e colorati, circondati da campi ed orti. È un campus dove si studia, si mangia e si dorme, e dal settembre 2014 non è occupato solo dai 500 alunni, ma anche dai genitori dei ragazzi scomparsi e alcuni attivisti solidali. Da qui, dopo giorno e senza sosta, organizzano le loro attività: manifestazioni, sit-in, incontri pubblici, assemblee, carovane.</p>



<p>Non c’è un muro bianco nella scuola di Ayotzinapa, istituto magistrale che forma i ragazzi a lavorare come maestri in zone povere e rurali. Uno dietro l’altro si susseguono murales con visi di rivoluzionari latinoamericani e frasi che parlano di giustizia sociale. Le scuole normali rurali in Messico sono 15 ed è noto l’impegno politico dei suoi studenti. In quella di Ayotzinapa, ad esempio, hanno studiato Lucio Cabañas Barrientos e Genaro Vázquez Rojas, leader contadini che impulsarono la lotta armata negli anni ’60 e ’70.</p>



<p>Le tensioni fra lo stato messicano e gli studenti di Ayotzinapa hanno quindi radici lontane, più antiche dell’arrivo nella regione dei cartelli criminali, e non sono certo terminate dopo l’attacco di Iguala. L’ultimo scontro tra forze dell’ordine e studenti della normale si è verificato il 12 novembre scorso, quando dopo aver sequestrato una cisterna di gas gli studenti sono stati attaccati dalla polizia, che ha sparato pallottole e lacrimogeni contro di loro. Il saldo dell’aggressione è stato di 20 feriti –anche gravemente- e 10 arrestati.</p>



<p>Alcuni tra i ragazzi che sono finiti in carcere o all’ospedale erano sopravvissuti dell’attacco di Iguala del 26 settembre 2014. Guardandoli in viso, ascoltando le loro parole, si capisce perché si sentono in guerra con lo stato. Uno stato incarnato nella figura del presidente Enrique Peña Nieto, che accusano di essere responsabile per l’omicidio e la sparizione dei loro compagni.</p>



<p>“Il movimento chiede la rinuncia del presidente perché è considerato responsabile della violenza di stato, e quindi di quello che è successo ai ragazzi”, spiega Roman Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan, che accompagna le famiglie dei ragazzi&nbsp;<em>desaparecidos&nbsp;</em>di Ayotzinapa. “Ad ogni modo gli studenti di Ayotzinapa affermano che il problema non è Peña Nieto in sé, ma la struttura su cui si sostiene il sistema politico, che permette a una figura come la sua di stare al potere”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato in Il Reportage del gennaio 2016.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/03/AYOTZI140315OB.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/03/10/ayotzinapa-ancora-senza-giustizia/">Ayotzinapa, ancora senza giustizia</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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