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	<title>Colombia - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Colombia - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 09:41:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando viene alla luce un bambino, in Colombia si sotterra il suo cor- done ombelicale dove è stato par- torito. Quello di Héctor Carabalí Charrupí si trova in un villaggio sulle rive del fiume Tambo, nel Dipartimento del Cauca, e per quanto le minacce di morte che riceve dai gruppi paramilitari lo costringano a vagare da un posto all’altro, il legame con quella terra è indissolubile. Già da ragazzino, Héctor Carabalí Charrupí partecipava alle lotte della sua comunità in difesa del territorio, minacciato dalla costruzione di una diga e dall’estrazione mineraria. In età più avanzata, ha fondato il Coordinamento nazionale di organizzazioni e comunità afrodiscendenti (Conafro), che è parte del movimento Marcha Patriotica, e l’associazione di vittime del conflitto armato Renacer siglo XXI.</p>



<p>Non è facile essere un militante politico in Colombia, il Paese latinoamericano più pericoloso per i leader sociali: secondo le Nazioni Unite, ne sono stati uccisi più di 420 dal 2016, anno in cui il governo e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep) hanno firmato degli accordi di pace per mettere fine a un conflitto che durava da una cinquantina d’anni. “Speravamo che con quella firma il conflitto sarebbe gradualmente diminuito, invece la situazione è peggiorata. Noi che facciamo parte delle comunità contadine, indigene e nere viviamo in mezzo al fuoco incrociato. Il partito Centro Democratico (fondato dell’ex presidente di estrema destra Álvaro Uribe,&nbsp;<em>ndr</em>), che da sempre è stato contrario a negoziare con le Farc, oggi è al governo e non sta rispettando gli accordi di pace firmati -dice Héctor Carabalí Charrupí-. Ad esempio, il governo non sta garantendo la sicurezza degli ex combattenti e dalla firma degli accordi di pace, nel 2016, ne sono stati uccisi più di 270. In pochi casi il governo ha rispettato la promessa di finanziare i progetti creati dagli ex guerriglieri per potersi reinserire nella vita civile con un lavoro dignitoso. Senza quello, è facile per loro pensare che l’unica opzione sia imbracciare di nuovo le armi”. Nel 2019 alcuni tra gli ex comandanti più in vista della guerriglia, che per anni erano stati seduti ai tavoli dei negoziati, hanno ripreso in mano i fucili e fondato gruppi chiamati “Dissidenze delle Farc”. Operano in zone rurali della Colombia, dove proliferano anche altri gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico.</p>



<p>“Non penso si possa affermare che le Dissidenze delle Farc abbiano un’ideologia politica e, almeno finora, non rispondono a un comando centralizzato”, chiarisce Héctor Carabalí. L’ultima azione delle Dissidenze delle Farc che ha raggiunto le cronache internazionali è avvenuta a fine marzo 2021, quando hanno fatto esplodere un’autobomba davanti al municipio della cittadina di Corinto, nel Cauca, ferendo 43 persone.</p>



<p>La situazione in Colombia è poi esplosa il 28 aprile, a causa di una riforma fiscale che aumentava le tasse in piena crisi economica causata dalla pandemia. La goccia che ha fatto traboccare un vaso che da tempo si stava riempiendo. “La riforma fiscale è stata il detonatore di uno scontento che ha a che vedere con una serie di debiti storici che lo Stato ha con il popolo colombiano: la mancanza di sanità pubblica, di educazione e di infrastrutture, oltre al mancato rispetto degli accordi di pace con le Farc. Il governo non ha saputo sanare le fratture lasciate dal conflitto armato -spiega il militante colombiano-. Per tutto questo la gente è scesa per strada con tanta rabbia, giorno dopo giorno, malgrado la repressione della forza pubblica. Alla fine di una manifestazione, nella città di Cali, un poliziotto ha sparato in testa a un ragazzo del mio villaggio, e sono tante le storie simili. La nostra speranza è che la comunità internazionale posi gli occhi sulla Colombia e su quello che ha fatto e sta facendo il presidente Iván Duque”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="592" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=980%2C592&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3289" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=1024%2C619&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=300%2C181&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=768%2C464&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?resize=1536%2C929&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/07/MARCHA010915OB.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">Plaza Bolívar, la piazza principale di Bogotá, durante una protesta nel 2015. Foto: Orsetta Bellani</figcaption></figure>



<p>Héctor Carabalí riconosce l’importanza della solidarietà internazionale e plaude iniziative come la sessione del Tribunale permanente dei popoli, che si è tenuta in Colombia dal 25 al 27 marzo, per giudicare lo Stato colombiano per genocidio politico, impunità e per crimini contro la pace, e la cui sentenza verrà pubblicata a giugno: “Per noi è molto importante denunciare e rendere visibile anche a livello internazionale quel- lo che succede in Colombia, pensiamo che possa aiutare a mitigare la situazione. Vogliamo tessere reti con altri Paesi per condividere esperienze e conoscenze”.</p>



<p><br>Migliaia di persone in tutto il mondo hanno espresso solidarietà al popolo colombiano, anche attraverso&nbsp;<em>sit in&nbsp;</em>ed eventi pubblici. La repressione della polizia -che ha sparato sui manifestanti facendo precipitare le città colombiane in scenari di guerra- e l’utilizzo di gruppi di civili armati protetti dalle forze dell’ordine è stato oggetto di condanne anche dall’Unione europea. Secondo l’Ong colombiana Istituto per lo sviluppo e la pace (Indepaz), centinaia di persone sono state ferite e 41 sono state uccise dalla polizia.<br>In Colombia la violenza continua anche nelle zone rurali. La firma degli accordi di pace e l’uscita delle Farc dal conflitto hanno causato un riposizionamento degli attori armati, e alcuni analisti affermano che il conflitto armato colombiano sia più frammentato rispetto a prima del 2016. “In ogni regione operano vari gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico, malgrado l’alto numero di militari presenti. Il Cauca, il dipartimento da cui provengo, è la zona in cui vengono uccisi più leader sociali e in cui più massacri avvengono, e ci sono soldati ovunque. Evidentemente mili- tarizzare il territorio con il pretesto di combattere il narcotraffico non è la soluzione -afferma Héctor Carabalí- Il narcotraffico è stato utilizzato in molti Paesi come un pretesto per invadere il territorio e colonizzarlo. Esistono altre forze che stanno avanzando nelle zone rurali, come i mega- progetti estrattivisti delle multinazionali”. Carabalí Charrupí è d’accordo con chi afferma che in Colombia sia stata firmata una pace per il capitalismo, che quando le Farc hanno accettato di “reincorporarsi” nella vita civile e fondare un partito hanno abbandonato territori ricchi di risorse naturali, aprendo così la porta alle&nbsp;<em>corporation&nbsp;</em>interessate a sfruttarle.</p>



<p>“Noi dei movimenti sociali abbiamo appoggiato la firma degli accordi di pace, e lo abbiamo fatto più con il cuore che con la ragione. Prima dell’arrivo delle grandi multinazionali, le zone rurali ricche di risorse naturali sono state completamente militarizzate e non per proteggerle o per proteggere la popolazione. Ma per favorire gli interessi delle grandi società, aprire loro il campo in modo che si possano impadronire di minerali, acqua, biodiversità. Questo viene fatto cercando di mettere a tacere, con la repressione, le comunità che si oppongono all’entrata delle&nbsp;<em>corporation</em>. Il ruolo dei movimenti contadini è continuare a rafforzare il loro processo organizzativo per difendersi da questa invasione; se non esistessero queste regioni sarebbero già totalmente divorate dalle multinazionali”.</p>



<p>L’ottimismo di Héctor Carabalí sulle elezioni presidenziali che si terranno nel maggio 2022 è molto cauto, malgrado in testa ai sondaggi ci sia Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá ed ex membro della guerriglia M19, dopo decenni di presidenti di partiti conservatori. Sarà Gustavo Petro il primo presidente di sinistra della storia colombiana? “L’ex presidente ultraconservatore Álvaro Uribe ha governato per molto tempo e ha creato una struttura che gli ha permesso di mantenere il suo partito al potere. Se il popolo colombiano, noi dei movimenti popolari, riuscissimo a unirci intorno a un’iniziativa progressista che promuova gli interessi del popolo, potrebbe essere che il partito di Uribe non riesca a vincere. Pero non so se sarà possibile -dice Carabalí Charrupí-. Ci sono vari candidati alternativi e se non riescono a mettersi d’accordo e scegliere un candidato unico, sarà molto difficile vincere contro il partito di Uribe”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/colombia-senza-pace-leader-sociali-nel-mirino/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato sulla rivista Altreconomia nel giugno 2021.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/07/23/non-ce-pace-per-la-colombia-e-i-leader-sociali-restano-nel-mirino/">Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in bilico in Colombia: l’esercito e le nuove regole d’ingaggio</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2019/12/22/pace-in-bilico-in-colombia-lesercito-e-le-nuove-regole-dingaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2019 11:56:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Torna l’incubo dei “falsos positivos”, le esecuzioni extragiudiziali che tra 1998 e 2014 hanno fatto almeno 2.448 vittime civili nel Paese sudamericano. Carmenza Gómez entrò in una stanza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienza Forense di Bogotá. Era agosto del 2008. Una donna la fece accomodare davanti al computer. “È preparata per quello che sta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Torna l’incubo dei “falsos positivos”, le esecuzioni extragiudiziali che tra 1998 e 2014 hanno fatto almeno 2.448 vittime civili nel Paese sudamericano.</p>



<p>Carmenza Gómez entrò in una stanza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienza Forense di Bogotá. Era agosto del 2008. Una donna la fece accomodare davanti al computer.</p>



<p>“È preparata per quello che sta per vedere?”, chiese.</p>



<p>“Nessuna madre è mai preparata per vedere suo figlio morto”, rispose Carmenza Gómez.</p>



<p>Ma le toccò farlo: su uno schermo opacato dalla polvere e dalle ditate, vide la foto del cadavere di suo figlio Victor Fernando. “Avrei voluto che la terra si aprisse e mi mangiasse”, ricorda. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Le autorità le dissero che a una decina di centimetri dal cadavere c’era una pistola 9 mm. Le spiegarono che la Brigata 15 del Battaglione Santander gli aveva sparato nella fronte ed era morto con un solo colpo, durante uno scontro, perché suo figlio era un guerrigliero.&nbsp;</p>



<p>Ma Carmenza non aveva dubbi: Victor Fernando non si interessava di politica e non era un combattente delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).&nbsp;</p>



<p>Zoraida Muñoz visse un’esperienza simile un paio di settimane prima. Alcuni funzionari della Procura arrivarono a casa sua e le mostrarono delle foto di suo figlio Jonny Duvián, sdraiato a pancia in su e con tre colpi di arma da fuoco nella schiena. “Mi dissero che era morto durante uno scontro con l’esercito, ma mio figlio non è mai stato un guerrigliero”, afferma la donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3419" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/CarmenzaGomez.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Carmenza Gómez (Foto: Orsetta Bellani)</em></figcaption></figure>



<p>Jonny Duvián era sparito da qualche settimana, dopo essere partito per il Dipartimento Norte de Santander con Jaime Castillo, un suo collega. Entrambi sognavano di diventare soldati e si erano fidati di un uomo chiamato Alexander Carretero Díaz, che si era presentato loro come un reclutatore dell’esercito. Aveva mentito. Quando arrivarono a un finto posto di blocco, Carretero Díaz consegnò Jonny Duvián e Jaime a un gruppo di militari che in cambio gli diedero 600 euro. Poco dopo, i corpi dei due giovani si trovavano in una fossa comune della cittadina di Ocaña.&nbsp;</p>



<p>In quel periodo i telegiornali trasmettevano una notizia allarmante: l’esercito assassinava giovani civili e li presentava all’opinione pubblica come guerriglieri morti in battaglia. I soldati lo facevano perché avevano diritto a premi ed incentivi, come vacanze o soldi extra, per ogni combattente ucciso.&nbsp;</p>



<p>“Quando le autorità mi dissero che mio fratello era stato riportato come guerrigliero morto in battaglia, mi sono ricordata di quello che avevo visto al telegiornale. Ho capito che era lì che mi trovavo”, afferma Jacqueline Castillo, sorella di Jaime Castillo. Sapeva di trovarsi dove nessuno vorrebbe stare.</p>



<p>Oggi Jacqueline Castillo, come Carmenza Gómez e Zoraida Muñoz, fa parte dell’associazione MAFAPO (Madri di Falsi Positivi di Soacha e Bogotá), che lotta perché nessun caso di “falso positivo” rimanga nell’impunità. “Falso positivo” è il termine con cui in Colombia vengono chiamate le esecuzioni extragiudiziali di questo tipo.&nbsp;</p>



<p>Quando nel 2007 lo scandalo divenne pubblico, il governo affermò che i “falsi positivi” erano dovuti ad alcune “mele marce” che operavano all’interno dell’esercito. Però presto le organizzazioni sociali iniziarono a denunciarli come una politica di Stato, perché i comandanti dell’esercito incalzavano i soldati ad uccidere i nemici piuttosto che arrestarli. “I morti non sono la cosa più importante, ma l’unica cosa che importa”, diceva una direttiva interna del generale Mario Montoya, allora comandante in capo dell’esercito. Nessun generale fu condannato per “falsi positivi”, ma sono state sentenziate 1300 persone tra soldati ed ufficiali.</p>



<p>Tra il 1998 e il 2014 in Colombia si sono registrate 2248 vittime di “falsi positivi”. Il 59% di queste esecuzioni extragiudiziarie sono avvenute tra il 2006 e il 2008, quando Álvaro Uribe Vélez era Presidente della Repubblica e il Ministro della Difesa era Juan Manuel Santos – ex presidente che nel 2016 ha vinto il Nobel per la Pace, a seguito della firma degli accordi di pace con le FARC.</p>



<p>Un accordo che, malgrado abbia portato alla reincorporazione alla vita civile di circa 14 mila ex combattenti, non ha messo fine al conflitto nel paese, in cui vasti territori sono ancora controllati dai Gruppi Armati Organizzati – eredi dei paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) -, dai guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN) e dalle “dissidenze delle FARC”, gruppi che non hanno accettato gli accordi firmati nel 2016. Alla fine di agosto 2019, anche alcuni ex comandanti delle FARC che da tempo erano spariti nel nulla hanno annunciato di essersi sentiti “obbligati a riprendere in mano le armi”, a causa del tradimento del governo agli accordi firmati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3420" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/12/Jacqueline-2048x1365-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Jacqueline Castillo (Foto: Orsetta Bellani)</em></figcaption></figure>



<p>È all’interno di questa nuova geopolitica del conflitto che riappare l’ombra dei “falsi positivi”. Un’inchiesta del New York Times, basata su interviste con tre ufficiali dell’esercito colombiano, ha rivelato l’esistenza di nuovi ordini finalizzati ad intensificare gli attacchi senza che i soldati “esigano perfezione”. Proprio come durante la peggiore epoca dei “falsi positivi”, ai soldati venivano offerti in cambio vacanze ed incentivi economici.</p>



<p>Le direttive sono state emesse dal maggior generale Nicacio Martínez Espinel che, come altri nove generali, sarebbe coinvolto in alcuni casi di “falsi positivi” avvenuti nel decennio scorso. La situazione preoccupa i famigliari delle vittime di “falsi positivi”, malgrado uno di questi ordini sia stato ritirato dai vertici dell’esercito a seguito della pubblicazione dell’articolo.&nbsp;</p>



<p>“Le direttive del generale Nicacio Martínez hanno nuovamente acceso gli allarmi”, afferma Jacqueline Castillo di MAFAPO. “Nel momento in cui si esige all’esercito di raddoppiare i morti in battaglia, aumenta la possibilità che vengano uccisi dei civili e che vengano presentati come persone morte in battaglia”.</p>



<p>Secondo un’inchiesta pubblicata da Revista Semana dopo l’articolo apparso sul New York Times, nei primi mesi del 2019 sarebbero avvenuti alcuni nuovi casi di “falsi positivi”. La rivista colombiana rivela anche l’esistenza di una “caccia” all’interno dell’esercito colombiano finalizzata ad individuare e sanzionare i militari che hanno filtrato informazioni alla stampa: alcuni ufficiali sarebbero stati obbligati a passare alla prova del poligrafo e un centinaio di loro sarebbero stati trasferiti.</p>



<p>Intimidazioni e minacce di morte avrebbero colpito, sempre secondo l’inchiesta della rivista Semana, anche i militari che stanno testimoniando dinnanzi alla JEP (Justicia Especial para la Paz – Giustizia Speciale per la Pace), un tribunale creato dagli accordi di pace del 2016 per giudicare i crimini di guerra e favorire la riconciliazione del paese attraverso un meccanismo di giustizia che prevede pene alternative al carcere. La JEP ha aperto il caso 003 sui “falsi positivi”, a cui parteciperanno 55 militari.</p>



<p>Le donne di MAFAPO criticano il nuovo tribunale. “I militari arrivano alla JEP e fanno uno show mediatico, non sono sinceri quando chiedono scusa alle vittime”, afferma Carmenza Gómez. “Vogliamo sapere la verità e conoscere la catena di comando, pretendiamo che si faccia luce sulle responsabilità degli ex presidenti Álvaro Úribe e Juan Manuel Santos, e del generale Mario Montoya”.&nbsp;</p>



<p>La JEP ha un compito difficile, soprattutto a causa del panorama politico che si è aperto in Colombia dopo la firma degli accordi di pace. Nell’agosto 2018 è stato eletto come presidente Iván Duque dell’ultraconservatore Centro Democrático, partito fondato da Álvaro Uribe.&nbsp;</p>



<p>“Chi crea gli ostacoli più grandi al processo di riconciliazione del paese è un partito politico che è sempre stato contrario al processo di pace”, afferma in intervista Patricia Linares, presidentessa della JEP. Da quando è tornato al potere il Centro Democrático, che ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote al processo di pace dall’inizio delle negoziazioni tra governo e FARC, crea intoppi al funzionamento del tribunale speciale, ad esempio approfittando della facoltà di erogare i fondi per il suo funzionamento.&nbsp;</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/pace-in-bilico-in-colombia-lesercito-e-le-nuove-regole-dingaggio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nel novembre 2019.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/12/22/pace-in-bilico-in-colombia-lesercito-e-le-nuove-regole-dingaggio/">Pace in bilico in Colombia: l’esercito e le nuove regole d’ingaggio</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le FARC dopo le armi</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2019/10/22/le-farc-dopo-le-armi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2019 10:59:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un bambino paffuto sorride nello schermo del cellulare di Jeison Murillo Pachón. È suo figlio. Il piccolo è nato pochi mesi fa nello Spazio Territoriale di Formazione e Reincorporazione (ETCR) “Antonio Nariño”, nel Dipartimento di Tolima (Colombia), uno dei 24 villaggi dove vive una parte degli ex guerriglieri e guerrigliere delle Fuerzas Armadas Revolucionaria de&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un bambino paffuto sorride nello schermo del cellulare di Jeison Murillo Pachón. È suo figlio. Il piccolo è nato pochi mesi fa nello Spazio Territoriale di Formazione e Reincorporazione (ETCR) “Antonio Nariño”, nel Dipartimento di Tolima (Colombia), uno dei 24 villaggi dove vive una parte degli ex guerriglieri e guerrigliere delle Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia-Ejército del Pueblo (FARC-EP) dopo aver firmato gli accordi di pace con il governo colombiano e aver consegnato le armi all’ONU.</p>



<p>Il figlio di Jeison è uno dei 90 bambini che sono nati nell’ETCR “Antonio Nariño”: nei mesi successivi alla firma degli accordi, tra gli ex combattenti si è registrato un vero e proprio baby boom; li chiamano “figli della pace”. “Stiamo costruendo un asilo autogestito, quasi tutte le strutture che si trovano qui lo sono. L’Istituto Colombiano di Benessere Familiare (ICBF), un’istituzione pubblica, non ci ha aiutato per nulla”, afferma Jeison.</p>



<p>Il dopoguerra in Colombia si caratterizza per numerose inadempienze del governo agli impegni firmati negli accordi di pace dell’Avana (2016). Ancor di più ora che a capo del governo c’è Iván Duque del partito ultraconservatore Centro Democrático, il cui leader è l’ex presidente Álvaro Uribe, che ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote agli accordi dall’inizio delle negoziazioni di pace con le FARC.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1-1024x683.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3429" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1.jpg?resize=1536%2C1025&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0046-1024x683-1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>L’ETCR Antonio Nariño. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Jeison Murillo Pachón ha 40 anni, un paio d’occhiali rettangolari e una barba spessa e curata. Mentre parla si passa il cellulare da una mano all’altra come fosse una pallina antistress. Quando combatteva nel fronte urbano “Antonio Nariño”, era conosciuto come Alirio Arango. La vita da combattente è per lui un ricordo molto lontano: nel 2003 l’esercito lo catturò a Bogotà e lo accusò di aver organizzato una serie di attentati contro membri del governo, strutture militari e della polizia, centri commerciali, hotel, imprese di trasporti pubblici e mezzi di comunicazioni.</p>



<p>Murillo Pachón si trovava nella sua cella nell’agosto 2016 quando scoprì che all’Avana la cupola delle FARC-EP aveva raggiunto un accordo con il governo. Pensò che difficilmente si poteva trattare di un accordo solido, gli sembrava impossibile che la sua organizzazione mettesse fine alla lotta armata contro lo Stato colombiano. Si sbagliava.</p>



<p><strong>La guerra non è finita&nbsp;</strong></p>



<p>La reincorporazione della maggior parte delle FARC-EP alla vita civile sembra oggi un processo irreversibile, anche se risulta incompleto e pieno di difficoltà. “Gli ETCR sono la dimostrazione più palpabile della volontà delle FARC-EP di rispettare gli accordi firmati”, afferma Jeison. Infatti, quasi tutti gli ex combattenti delle FARC-EP hanno accettato le condizioni sottoscritte negli accordi dell’Avana dai loro comandanti e sono andati a vivere negli ETCR, dove due anni fa hanno consegnato circa 9 mila armi alle Nazioni Unite.</p>



<p>Con esse, l’artista colombiana Doris Salcedo ha creato un “contromonumento” che si può visitare nel centro di Bogotà. Si chiama “Fragmentos” e consiste in una stanza il cui pavimento è formato da 1300 placche create a partire dalla fusione delle armi della guerriglia, schiacciate a martellate da donne vittime di violenza sessuale durante il conflitto armato. Sui “Fragmentos” si può camminare per percepire la durezza e la freddezza della sua superficie, e il silenzio che la circonda.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0076-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3431" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0076-1024x683-1024x683-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0076-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0076-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un ex combattente nel laboratorio di serigrafia dell’ETCR Antonio Nariño. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>In ogni caso, in Colombia la guerra non è realmente finita: lo Stato continua a combattere la guerriglia dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN) e il paese è costellato da Gruppi Armati Organizzati, organizzazioni criminali eredi dei narco-paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). La violenza continua a scuotere il paese e, soprattutto, i movimenti sociali: 59 leader di organizzazioni di base sono stati uccisi nei primi quattro mesi del 2019, nello stesso periodo dell’anno precedente erano stati 81, e sono stati assassinati 133 ex guerriglieri delle FARC-EP che avevano intrapreso il processo di reincorporazione.</p>



<p>“Hanno ucciso molti compagni ma questa volta non si tratta di un massacro, come è avvenuto nel passato”, afferma Jeison. L’ex combattente ricorda quello che successe con la Unión Patriótica (UP), il partito creato dalle FARC-EP dopo i cosiddetti “accordi della Uribe” del 1984, quando migliaia di militanti furono uccisi dai gruppi paramilitari, e gli ex guerriglieri tornarono in montagna.</p>



<p>La firma degli accordi di pace dell’Avana non ha messo fine alla guerra in Colombia, come aveva annunciato il governo, ma ha messo un punto finale al conflitto tra il governo e la maggior parte delle FARC-EP. Una parte dei combattenti non ha accettato gli accordi e non ha consegnato le armi: li chiamano “dissidenti delle FARC” e si calcola che siano circa mille.&nbsp;</p>



<p>Continuano a combattere contro lo Stato e si finanziano in buona parte con il denaro proveniente dal narcotraffico. Stanno reclutando militanti ed espandendo la loro base, e accusano la cupola guerrigliera di aver tradito i principi socialisti nel momento in cui hanno accettato il testo dell’Avana.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0001-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3432" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0001-1024x683-1024x683-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0001-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/DSC_0001-1024x683-1024x683-1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Mural nell’ETCR Antonio Nariño: Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p>Alla fine di agosto 2019, alcuni ex comandanti delle FARC-EP, di cui da tempo non si sapeva nulla, hanno diffuso un video in cui apparivano armati, annunciando la creazione di una “nuova guerriglia”. Nel video affermano di “essere stati obbligati” a riprendere in mano le armi a causa del “tradimento del governo”; non si sa quante basi li abbiano seguiti.<br>“Non è vero che abbiamo tradito il progetto socialista, come affermano i dissidenti”, spiega Jeison Murillo Pachón. “Non abbiamo rinunciato al socialismo, in nessun momento le FARC-EP hanno affermato che l’unico cammino verso il socialismo è la lotta armata”, sottolinea.</p>



<p>Attualmente, la guerriglia più longeva del mondo ha scelto l’opzione elettorale come via per il socialismo. Nel 2017 ha formato un suo partito, Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común (FARC), che nelle sue prime elezioni ha dovuto affrontare una schiacciante sconfitta: solo l’1,5% degli elettori l’hanno scelto. Tuttavia, gli accordi di pace assicurano al partito FARC dieci seggi nel Congresso indipendentemente dal risultato delle elezioni.</p>



<p>“Non si passa da essere una guerriglia per 54 anni ad essere il partito più votato del paese. E non si passa dal fare la guerra – in cui il nostro unico contatto con le elezioni era bruciare urne e obbligare le persone elette a rinunciare al loro incarico –, ad avere tutto l’appoggio del popolo nelle urne”, afferma Jeison Murillo Pachón.</p>



<p>Ciò che più lo preoccupa è il mancato rispetto del governo degli accordi di pace, problema che è iniziato – assicura – nel giorno stesso in cui 6 mila guerriglieri e guerrigliere hanno accettato la reincorporazione alla vita civile e hanno marciato dai loro accampamenti verso gli ETCR.</p>



<p>All’inizio del 2017, circa 300 persone hanno marciato dal Dipartimento del Meta, per ultima volta armate, verso un terreno arrampicato nel Dipartimento di Tolima, nella località La Fila, a un’ora di strada non asfaltata dal paese di Icononzo. L’Esecutivo avrebbe dovuto consegnare loro strade e servizi. Secondo gli accordi dell’Avana, il giorno in cui sono arrivati l’ETCR doveva già essere pronto, ma non c’era ancora nulla.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/FARC200916OB2-1024x768-1.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3433" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/FARC200916OB2-1024x768-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/FARC200916OB2-1024x768-1.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2019/10/FARC200916OB2-1024x768-1.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Ex guerriglieri delle FARC. Foto: O.B.</em></figcaption></figure>



<p><strong>La violenza è diminuita</strong></p>



<p>Ora l’ETCR “Antonio Nariño” ha un ristorante, un negozio con un biliardo, un piccolo hotel, un auditorium, bagni comuni e case. Alcune sono molto semplici – un letto, una zanzariera, il cibo conservato in una cassetta – altre sono più curate e con dei piccoli lussi: televisori, vasi appesi, mobili un po’ più cari, lavatrici. C’è chi ha seminato un orto davanti a casa sua e chi ha costruito una tettoia per parcheggiare la moto. Molti edifici sono abbelliti con murales, che ricordano comandanti delle FARC morti in combattimento, o Che Guevara, o Simón Bolívar; altri hanno disegnata una falce e martello o una rosa, simbolo del nuovo partito della ex guerriglia.</p>



<p>Intorno all’ETCR “Antonio Nariño” si estendono le montagne del Tolima, con la loro vegetazione tropicale. Gli abitanti raccontano che, quando le FARC erano in armi, nella zona c’era molta violenza, e a parte alcuni casi di delinquenza comune ora la regione è più tranquilla. Forse anche per questo, e a differenza di altre regioni colombiane in cui gli abitanti non vedono di buon occhio la presenza dei “villaggi” di ex combattenti, ad Icononzo non ci sono tensioni tra la popolazione e le persone che vivono nell’ETCR. Di loro pensano che siano dei normali contadini.</p>



<p>“Molte persone [ex guerriglieri] si sono sentite obbligate ad andarsene via per cercare alternative economiche, a causa della precarietà della reincorporazione”, sostiene Jeison Murillo Pachón, che critica un altro inadempimento del governo: finanziare le cooperative create dagli ex guerriglieri, che permetterebbero loro di avere un’entrata economica e inserirsi nuovamente nella società in modo collettivo.</p>



<p>Dei 52 progetti produttivi collettivi presentati all’Agenzia per la Reincorporazione e Normalizzazione (ARN), solo 17 sono stati approvati e finanziati dal governo, e dei 13,039 ex combattenti in processo di reincorporazione solo 366 ne sono stati beneficiati. “Qui nell’“Antonio Nariño” abbiamo tre cooperative con vari progetti e solo uno è approvato dal governo, gli altri li stiamo portando avanti autonomamente”, afferma Jeison Murillo.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su Arivista nell’ottobre 2019.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2019/10/22/le-farc-dopo-le-armi/">Le FARC dopo le armi</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Colombia, tra gli indigeni che lottano per liberare la terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Nov 2017 11:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Armando guida la sua moto in una strada non asfaltata, schivando le buche e le mucche che sostano ai bordi. “Qui una volta era tutto coltivato con canne da zucchero, tutto”, dice indicando, con un gesto veloce per non perdere l’equilibrio, i terreni che ci circondano, dove oggi cresce una vegetazione spontanea. Il contadino fa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Armando guida la sua moto in una strada non asfaltata, schivando le buche e le mucche che sostano ai bordi. “Qui una volta era tutto coltivato con canne da zucchero, tutto”, dice indicando, con un gesto veloce per non perdere l’equilibrio, i terreni che ci circondano, dove oggi cresce una vegetazione spontanea.</p>



<p>Il contadino fa parte del Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), un’organizzazione nata nel 1971 e formata da indigeni di dieci etnie, soprattutto nasa. Con un machete infilato nella cintura, si fa strada con la sua moto tra i sentieri che tagliano la campagna intorno alla città di Corinto, nel dipartimento colombiano del Cauca, per unirsi a una Minga de Liberación de la Madre Tierra.</p>



<p>“Minga” è la parola che i nasa utilizzano per nominare il lavoro collettivo, il momento in cui la comunità si riunisce per impegnarsi in un progetto a beneficio di tutti. Durante le Mingas de Liberación de la Madre Tierra gli indigeni del Cauca entrano nei latifondi dei zuccherifici e con i loro&nbsp;<em>machetes</em>&nbsp;abbattono le canne, riappropriandosi delle terre che gli sono state tolte nel XVI secolo dai&nbsp;<em>conquistadores</em>&nbsp;spagnoli. Per questo in America Latina gli indigeni non parlano di occupare le terre ma di recuperarle, e gli indigeni nasa si sono spinti più in là, creando il concetto di “liberazione”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="869" height="652" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Liberacionmadretierra_1.jpg?resize=869%2C652&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3516" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Liberacionmadretierra_1.jpg?w=869&amp;ssl=1 869w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Liberacionmadretierra_1.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Liberacionmadretierra_1.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 869px) 100vw, 869px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Liberatrice della Madre Tierra. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“Si parla di liberare la Madre Terra perché con la nostra azione la stiamo liberando da tanta contaminazione, da tanti chimici, da tanti maltrattamenti”, spiega una “liberatrice della Madre Terra” che chiameremo Carmela, visto che per motivi di sicurezza preferisce non divulgare il suo vero nome.</p>



<p>A partire dal XVI secolo, i coloni spagnoli hanno spinto gli indigeni del Cauca dalle pianure più fertili alle montagne, dove hanno costruito i loro villaggi. Nel corso dei decenni la popolazione si è moltiplicata, e per i giovani non è rimasta terra da coltivare. “Di terra ce n’è, però l’hanno occupata le grandi imprese”, afferma un anziano nasa ex governatore di Pioyá, nel nord del Cauca.</p>



<p>Nella regione circa 250 mila ettari sono seminati con canna da zucchero finalizzata alla produzione di agrocombustibili. Il CRIC ha già liberato sedici fattorie che appartengono a grandi zuccherifici come INCAUCA, dell’industriale colombiano Carlos Ardila Lülle, che è proprietario anche di altre grandi imprese come il canale televisivo RCN; o come l’impresa Mayagüez degli Holgüin, famiglia che possiede anche San Carlos, zuccherificio che è stato condannato a causa delle relazioni che intrattiene con i gruppi paramilitari.</p>



<p>“Queste monocoltivazioni di canna da zucchero sono un bene collettivo, le vogliamo utilizzare per coltivare cibo per le nostre famiglie. Però sappiamo che dopo tanti anni di chimici e veleni, la terra ha bisogno di riposare prima di essere nuovamente seminata”, afferma Carmela. Non sarà semplice farlo: quando i “liberatori” hanno seminato mais nei primi settanta ettari di terra liberata, è arrivato un aereo a fumicare le coltivazioni. Quando hanno piantato banani, la polizia li ha abbattuti.</p>



<p>Carmela vive con i suoi figli e altre dieci famiglie del CRIC all’interno di&nbsp;<em>cambuches</em>, delle abitazioni costruite con pali e teli di nylon ai margini di un fiume che attraversa un terreno “liberato”. Lì si riunisce con i suoi compagni prima di andare ad abbattere le canne da zucchero dei grandi latifondisti. Si incontrano di mattino presto, ma il sole batte già forte sulla campagna di Corinto, una delle zone più colpite dalla guerra che durante cinquantatré anni ha opposto l’esercito alle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).</p>



<p>Carmela prepara la colazione per tutti prima di andare a “liberare la Madre Terra”: sistema i ciocchi per preparare il fuoco, prende delle banane dal casco che pende da un gancio, le taglia a rotelle e le frigge. Dopo la colazione, s’incammina con i suoi compagni per i sentieri che rompono i&nbsp;<em>cañaverales</em>. Poi si sparpagliano per la campagna e tagliano la canna da zucchero con i loro machetes, che rimbalzano nel suo tronco duro. Pianta dopo pianta, facendosi spazio fra le canne già abbattute, muovendo i loro passi sulla terra dura dei&nbsp;<em>cañaverales</em>. Quando hanno finito, bruciano i tronchi che giacciono sui terreni liberati.</p>



<p>In una pausa dal lavoro, Carmela racconta di essere parente di Daniel Felipe Castro Basto, un diciottenne ucciso il 9 maggio dall’Escuadrón Móvil Anti Disturbios (ESMAD) – un corpo speciale della polizia colombiana-, durante una Minga de Liberación de la Madre Tierra.</p>



<p>“Dall’inizio del Processo di Liberazione della Madre Terra, il governo nazionale ha ucciso tre indigeni e gli attacchi hanno causato più di 250 feriti, fatti che non sono imputabili solo agli agenti dell’ESMAD, ma anche ad agenti di sicurezza privata del zuccherificio e a gruppi armati illegali”, denuncia il CRIC in un comunicato.</p>



<p>A causa della repressione delle autorità e delle guardie delle imprese, le&nbsp;<em>mingas</em>&nbsp;sono sempre accompagnate dalla Guardia Indigena. “Già ai tempi dell’occupazione europea esistevano guardie indigene contro la persecuzione degli spagnoli, anche se allora non venivano chiamate in questo modo”, spiega Gilberto Cuetia. L’uomo porta con sé un bastone di comando da cui pendono dei nastri verdi e rossi, i colori del CRIC, e fa parte della Guardia Indigena da quando è stata fondata. “La Guardia Indigena è stata creata nel 2001 a Caloto (nord del Cauca), perché i gruppi paramilitari e le autorità uccidevano molti dei nostri leaders. È stata creata con tre finalità: accompagnare le assemblee, le azioni e proteggere i nostri leaders. Non abbiamo armi, solo bastoni e pietre per affrontare l’ESMAD”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Resguardo_Cric.jpg?resize=834%2C468&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3518" width="834" height="468" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Resguardo_Cric.jpg?w=673&amp;ssl=1 673w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/11/Resguardo_Cric.jpg?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 834px) 100vw, 834px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Entrata del Resguardo Indígena de Pioyá, nel nord del Cauca.</em>&nbsp;<em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Il CRIC promuove azioni di recuperazione di terre dal giorno della sua nascita, quarantasei anni fa. Secondo Vilma Rocío Almendra Quiguanás, nasa misak e integrante del collettivo Pueblos en Camino, queste si arrestarono nel 1991. “È successo essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, nel 1991 venne approvata una nuova Costituzione che per la prima volta ha riconosciuto i diritti dei popoli indigeni. Sicuramente da una parte è stata una vittoria, ma allo stesso tempo ha frammentato la lotta sociale: il governo ha iniziato a mandare denaro per le comunità indigene, e le strutture del CRIC e di ACIN (Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca, una delle nove organizzazioni che conformano il CRIC) hanno iniziato a dedicarsi più a gestire i soldi che a lottare per la terra. E negli ultimi anni, con l’avvio dei negoziati di pace tra il governo e le FARC, i dirigenti più in vista del CRIC sono stati molto vicini al presidente di Juan Manuel Santos, con la speranza di ricevere in cambio una parte del denaro che sta arrivando in Colombia per finanziare il post conflitto”, spiega l’attivista. “Il secondo fatto che ha frenato le recuperazioni di terra è stato il massacro de El Nilo, nel dicembre del 1991, solo sei mesi dopo l’approvazione della nuova Costituzione. In quell’occasione durante una recuperazione di una fattoria sono stati uccisi venti indigeni, e la gente si è spaventata molto”.</p>



<p>A partire dal 2004, all’interno del CRIC sono stati creati degli spazi di formazione politica in cui i partecipanti dibattevano sulle dinamiche di spoliazione proprie del capitalismo non solo nel Cauca, ma anche in altre regioni della Colombia e del continente. Da allora i nasa passarono nuovamente all’azione per protestare contro le inadempienze del governo, che ha firmato con loro più di 1282 accordi di restituzione di terra che non sono mai stati rispettati.</p>



<p>“Dal 2004 la gente ha iniziato a riflettere sul fatto che non è sufficiente recuperare la terra, che toglierla al padrone per continuare a coltivare canna da zucchero in monocoltivazioni equivale a continuare ad ucciderla. Fu allora che s’iniziò a discutere della necessità di liberare la Madre Terra”, spiega Vilma Almendra. “Oggi i liberatori e le liberatrici si stanno opponendo al sistema capitalista ed estrattivista. Si battono contro l’industriale Ardila Lülle e si stanno battendo anche contro l’autoritarismo interno al CRIC”.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/colombia/" target="_blank" rel="noopener" title="">Articolo pubblicato su Altreconomia nell’ottobre 2017.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/11/05/colombia-tra-gli-indigeni-che-lottano-per-liberare-la-terra/">Colombia, tra gli indigeni che lottano per liberare la terra</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le FARC lanciano il loro nuovo partito</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2017/09/10/le-farc-lanciano-il-loro-nuovo-partito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 13:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[accordi di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Congresso Partito Farc]]></category>
		<category><![CDATA[farc]]></category>
		<category><![CDATA[postconflitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Le FARC-EP si trasformeranno a partire da questo evento in una nuova organizzazione esclusivamente politica, che eserciterà la sua attività legalmente”, afferma dal palco Rodrigo Londoño, meglio conosciuto come comandante Timochenko. “La pace dovrà essere una realtà in Colombia, un bellissimo compito ci aspetta”. Gli applausi scrosciano nel centro congressi di Bogotá dove si sta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Le FARC-EP si trasformeranno a partire da questo evento in una nuova organizzazione esclusivamente politica, che eserciterà la sua attività legalmente”, afferma dal palco Rodrigo Londoño, meglio conosciuto come comandante Timochenko. “La pace dovrà essere una realtà in Colombia, un bellissimo compito ci aspetta”.</p>



<p>Gli applausi scrosciano nel centro congressi di Bogotá dove si sta inaugurando il Congresso costitutivo del partito politico delle FARC, la guerriglia che per 53 anni ha combattuto il governo colombiano e che l’anno scorso ha firmato un accordo di pace, mettendo fine all’ultimo conflitto della Guerra Fredda. I più di mille delegati e delegate della (ex) guerriglia marxista, che alla fine di giugno hanno consegnato le armi e hanno abbandonato le loro uniformi per jeans e magliette, si alzano in piedi. Con la mano sul cuore, cantano l’inno del gruppo guerrigliero.</p>



<p>“Quante volte nella selva colombiana ci siamo riuniti per cantare quest’inno; oggi lo cantiamo qui, pubblicamente”, afferma il presentatore dell’evento Manuel Bolívar, un giovane incravattato che è difficile immaginare combattendo in montagna.</p>



<p>“Questo è un sogno che diventa realtà, uno si sente di far parte della storia. Continueremo ad essere un partito comunista e bolivariano”, assicura Leonardo Ilich Rojas, ex combattente che abbiamo incontrato durante l’inaugurazione del congresso, che si concluderà giovedì.</p>



<p>In realtà, secondo alcuni, firmando gli accordi di pace ed entrando in politica le FARC stanno accettando il sistema capitalista che hanno sempre criticato. “Avremmo potuto continuare la guerra per altri cinquant’anni, ma ci sarebbero stati nuovi morti, violenza, sofferenze e nessuna trasformazione sociale, che è la ragione della nostra esistenza. Possiamo considerare una vittoria il fatto che l’esercito non sia riuscito a sconfiggerci, ma siamo dovuti arrivare alla conclusione che neanche noi eravamo in grado di batterlo”, afferma in intervista Marco León Calarcá, comandante guerrigliero. “Di fronte allo scenario elettorale del prossimo anno la nostra proposta è una grande convergenza nazionale che abbia come obiettivo l’implementazione degli accordi di pace”.</p>



<p>Un timore che abbiamo percepito nei guerriglieri semplici delle FARC è che il nuovo gruppo politico diventi un nido di corruzione e clientelismo “come gli altri partiti politici”, e che non sappia farsi portatore delle loro esigenze finendo per rappresentare la “pensione dei comandanti”.</p>



<p>Quel che si sa finora è che con ogni probabilità il nuovo partito conserverà l’acronimo FARC e che succeda ciò che molti colombiani temono: che i comandanti condannati per crimini di lesa umanità appaiano nelle liste elettorali del partito.</p>



<p>Il compito più difficile delle FARC in vista delle presidenziali del 2018 sarà conquistare un elettorato che non li ama: secondo un sondaggio di Invamer, l’83% della popolazione colombiana ha un’immagine negativa della guerriglia. Il rifiuto alle FARC – motivato non solo dalla copertura dei media conservatori ma anche dalle loro stesse azioni: massacri, violenze sessuali, bambini sequestrati e obbligati a combattere nelle loro fila – è visibile anche nel risultato del plebiscito dell’ottobre 2016, che ha rifiutato il primo testo degli accordi di pace.</p>



<p>Ma il restyling delle FARC è già iniziato. Attivissimi nelle reti sociali, i comandanti postano frasi sulla riconciliazione, sulla lotta alla corruzione e sulla loro capacità di parlare con trasparenza a differenza di “alcuni politici”. E circolano video che mostrano il lato umano e amichevole delle FARC: guerrigliere che allattano, guerriglieri sorridenti che sognano un futuro di pace, che giocano a pallone, addobbano alberi di natale e parlano dell’importanza dell’uguaglianza tra i generi.</p>



<p>“Se faranno un partito comunista vecchio stile e chiuso avranno una presenza molto limitata nel paese, ma se, come ha detto Timochenko domenica, faranno un partito amplio guardando al futuro potranno trovare uno spazio per le loro proposte”, ha affermato la giornalista colombiana Marta Ruiz nella rivista Semana.</p>



<p><em>&nbsp;Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano nel settembre 2017.<br></em><br></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/09/10/le-farc-lanciano-il-loro-nuovo-partito/">Le FARC lanciano il loro nuovo partito</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le mutilazioni genitali femminili tra le indigene colombiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 13:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altreconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Mutilazioni Genitali Femminili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“A me hanno fatto la curazione, ma a mia figlia no” dice una giovane indigena di etnia Emberá Chamí. La ragazza allatta la bambina, mentre gli altri figli e i nipoti giocano. Siede davanti alla casa della madre a Santa Rita, un piccolo villaggio di case costruite con assi di legno che si trova in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“A me hanno fatto la curazione, ma a mia figlia no” dice una giovane indigena di etnia Emberá Chamí. La ragazza allatta la bambina, mentre gli altri figli e i nipoti giocano. Siede davanti alla casa della madre a Santa Rita, un piccolo villaggio di case costruite con assi di legno che si trova in una gola fra le montagne verdi del Dipartimento di Risaralda, in Colombia.&nbsp;Si può raggiungere solo a piedi, camminando lungo uno stretto sentiero che costeggia il fiume Agüita. “Curazione” è il termine con cui le donne Emberá Chamí descrivono la pratica che consiste nell’esportare il clitoride alle neonate. Non ne è molto chiara l’origine: alcuni studiosi ipotizzano che possa essersi sviluppata a seguito del contatto tra questo gruppo indigeno e un popolo proveniente dall’Africa. La madre della giovane si chiama Maria Lina ed è una partera (ostetrica), ha 48 anni di esperienza: “Quando avevo dodici anni mia nonna mi orientava” ricorda la donna, ormai anziana. “Mi diceva: ‘Quando morirò, tu dovrai prendere il mio posto; un giorno sarai partera’. Mi sono sposata a quattordici anni e l’anno dopo ho avuto una figlia. Chi mi ha accompagnata nel parto? Nessuno, a quel tempo non c’erano ostetriche nel villaggio. Oggi ce ne sono quattro”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3872" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali2.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Il villaggio di Santa Rita, nel Dipartimento di Risaralda. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Nella sua vita Maria Lina ha accompagnato cinquantasei parti. Per farlo parte da Santa Rita e attraversa le montagne di Risaralda, camminando fino a sei ore per raggiungere le zone più isolate. Di notte il sentiero è illuminato dalla luce della luna, di giorno si muove sotto l’impietoso sole del tropico o bagnata dagli acquazzoni nella stagione delle piogge. Maria Lina assicura di non avere mai fatto la curazione a nessuna bambina, e che si faceva solo ai tempi di sua nonna. In realtà, in molti villaggi Emberá Chamí la mutilazione genitale viene ancora praticata dalla partera, d’accordo con la madre, nel momento in cui una bambina nasce. Secondo la cultura Emberá è necessario asportare il clitoride per evitare che le donne diventino brincona, cioè sessualmente promiscue. La pratica risponde alla credenza secondo cui il clitoride, se non viene tagliato, può crescere fino a raggiungere le dimensioni di un pene, causando il desiderio di avere rapporti sessuali con altre donne.</p>



<p>“Questa concezione non esiste più”, assicura un gruppo di Emberá Chamí. Durante l’intervista che alcune ostetriche e altre persone della zona ci hanno concesso per illustrare le caratteristiche della mutilazione genitale femminile presso la loro cultura, hanno affermato che per gli uomini Emberá non è più necessario che una donna sia “curata” affinché sia considerata desiderabile. Sostengono inoltre che ora le ostetriche hanno paura di essere sanzionate per avere praticato la clitoridectomia. Il timore è causato dalla risoluzione 001, emanata nel 2009 dal Consiglio Regionale Indigeno di Risaralda (CRIR), che prevede la “sospensione della pratica della curazione per proteggere la vita e la salute delle neonate del popolo Emberá di Risaralda”, e sancisce sanzioni che vanno da sei mesi a tre anni di lavori comunitari. “Quando mia nonna viveva nel mondo dei vivi, esisteva una piantina per fare la curazione, da applicare dopo l’operazione -ricorda Maria Lina-. Quella bimba è morta perché se la curazione viene fatta male esce molto sangue”.</p>



<p>La donna si riferisce a un episodio del marzo 2007, quando una neonata Emberá Chamí morì dissanguata in un ospedale pubblico di Pueblo Rico, a seguito di una clitoridectomia praticata da una partera. I maggiori media colombiani si occuperano del caso, e malgrado l’esistenza della pratica fosse già stata denunciata negli anni Novanta solo in quel momento venne conosciuta dal grande pubblico. Fino ad allora, si tendeva a pensare che la mutilazione genitale fosse presente solo presso alcuni popoli asiatici ed africani. Secondo l’Unicef, nel mondo circa 200 milioni di donne hanno subito una mutilazione genitale, e si calcola che ogni anno circa 3 milioni di bambine si aggiungano al totale. Il fenomeno interessa buona parte della popolazione femminile di alcuni Paesi africani -in Somalia, il 98%- ed è presente anche in Italia: il Dipartimento per le Pari Opportunità stima che 35mila donne migranti abbiano subito alcun tipo di mutilazione genitale, che vanno dalla recisione del clitoride all’infibulazione, che consiste nel cucire la vulva.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3873" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2017/04/Mutilazioni_Genitali3.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“È una pratica talmente intima che probabilmente è presente anche presso altre comunità dell’America Latina e non ne siamo a conoscenza -afferma Vivian Martínez Díaz, antropologa dell’Universidad de los Andes di Bogotá (Colombia)-. A livello politico ed etico occorre trattare il tema con attenzione: molti rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni non governative la considerano una pratica aberrante. Lo è, però questa valutazione non può portare a criminalizzare gli usi e costumi degli Emberá Chamí in generale, come hanno fatto molti media che li presentavano come un popolo selvaggio e violento”. Nel 2007, a seguito della morte della neonata, in Colombia si scatenò un dibattito che in alcune occasioni sfociò nel razzismo. Vivian Martínez Díaz sostiene che può essere molto complicato armonizzare il diritto all’autonomia dei popoli indigeni -sancito da leggi locali ed accordi internazionali come la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro- con l’ingerenza dello Stato su alcune materie. Un esempio può essere proprio il tentativo di applicare alle culture indigene un concetto occidentale come quello di “diritto umano”.</p>



<p>Nel dicembre 2012, le Nazioni Unite hanno condannato le mutilazioni genitali femminili e dichiarato il 6 febbraio come Giornata mondiale contro questa pratica. Cinque anni prima, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), il Consiglio Regionale Indigeno di Risaralda e due entità governative hanno lanciato un programma per mettere fine a queste pratiche in Colombia. Si chiama Embera Wera e consiste in corsi di formazione per sensibilizzare gli Emberá sulle conseguenze fisiche e psicologiche che l’esportazione del clitoride può avere sulle bambine. Secondo l’UNFPA, “tutto il popolo Emberá si è impegnato ad sradicare la pratica della mutilazione genitale”. “Il progetto ha raggiunto circa 5mila persone, e ha ottenuto l’appoggio delle autorità nella lotta -afferma Dana Barón Romero, consulente di Genere, Diritti e Interculturalità del UNFPA-. Per mettere fine a questa pratica ci vorranno però generazioni: secondo un calcolo degli stessi Emberá, nei loro villaggi si realizza la mutilazione genitale a due bambine ogni 5 nuove nate”. Finora il progetto UNFPA è stato realizzato in due dipartimenti colombiani: Chocó e Risaralda. A seguito della sua implementazione che il CRIR ha deciso di sanzionare la clitoridectomia, che continua comunque ad uccidere le neonate colombiane. Il progetto Embera-Wera non è ancora arrivato a tutti i 250mila Emberá che vivono in Risaralda, Chocó e negli altri dipartimenti della Colombia, come Caquetá, Putumayo, Nariño, Cauca, Antioquia e Córdoba. “Il fatto che una pratica sia ancestrale non vuol dire che non possa cambiare, le culture si trasformano, sono sempre in movimento -afferma la antropologa Vivian Martínez Díaz-. Molte donne indigene sono coscienti del fatto che esistono usi e costumi nelle loro comunità che le reprimono. Sanno che sono stati creati per controllare la loro sessualità, e che è necessario cambiarli”.</p>



<p><a href="https://altreconomia.it/colombia-mutilazioni-genitali-indigene/" target="_blank" rel="noopener" title=""><em>Articolo pubblicato da Altreconomia nel febbraio 2017.</em><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2017/04/09/le-mutilazioni-genitali-femminili-tra-le-indigene-colombiane/">Le mutilazioni genitali femminili tra le indigene colombiane</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Nobel per la Pace allo sconfitto Santos</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/08/nobel-per-la-pace-allo-sconfitto-santos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Nobel per la Pace a pochi giorni dal più grande fallimento politico della sua carriera. Il premio va a Juan Manuel Santos, presidente conservatore colombiano che ha intavolato con le&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia&#160;(FARC) un negoziato di pace dopo aver cercato di annientarle per sei anni, ai tempi in cui era Ministro della Difesa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un Nobel per la Pace a pochi giorni dal più grande fallimento politico della sua carriera. Il premio va a Juan Manuel Santos, presidente conservatore colombiano che ha intavolato con le&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC) un negoziato di pace dopo aver cercato di annientarle per sei anni, ai tempi in cui era Ministro della Difesa del governo ultraconservatore di Álvaro Uribe.</p>



<p>Trattative infinite, quattro anni di tira e molla, fino al 26 settembre, quando Santos e il leader delle FARC Rodrigo Londoño – meglio conosciuto come Timochenko – hanno finalmente firmato un accordo.</p>



<p>Che il presidente colombiano puntasse al Nobel per la Pace, in Colombia lo pensavano tutti. Ma nessuno credeva che ce l’avrebbe fatta dopo il risultato del plebiscito di domenica scorsa, quando la popolazione colombiana ha deciso di non approvare gli accordi di pace firmati.</p>



<p>La guerra durata più di 50 anni e che è costata più di 220mila morti e 6 milioni di sfollati non è finita, pensarono in quel momento molti colombiani. Santos si dimetterà, visto che ha costruito tutta la sua credibilità politica sul successo di questo accordi di pace, pensarono altri.</p>



<p>Ma Santos non si è dato per vinto, e ha convocato un (complicato) dialogo nazionale con l’intenzione di includere nelle trattive per la pace i delegati del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>, il partito che rappresenta i colombiani che hanno votato No al plebiscito.</p>



<p>Il Comitato per il Nobel norvegese ha affermato di aver preso in considerazione proprio questa reazione di Santos alla disfatta di domenica, mentre non ha evidentemente valutato i 3mila&nbsp;<em>falsos positivos</em>&nbsp;che si registrarono in Colombia ai tempi in cui Santos era Ministro della Difesa. Quando i militari sequestravano e assassinavano civili innocenti, per presentarli poi come guerriglieri uccisi in combattimento e incassare il riconoscimento corrispondente.</p>



<p>E non ha valutato lo sforzo che hanno dedicato al processo di pace gli altri attori coinvolti nei negoziati, come le stesse FARC che, secondo l’ex candidata presidenziale Ingrid Betancourt, per più di 6 anni prigioniera della guerriglia marxista, meritavano il Nobel al pari di Santos.</p>



<p>“Esiste un rischio reale che il processo di pace venga interrotto e che la guerra civile esploda nuovamente”, ha affermato in un comunicato il comitato di Oslo. “Il Comitato spera che il premio Nobel per la Pace gli dia [a Santos] la forza per trionfare in questo difficile compito”.</p>



<p>Un Nobel che vuole legittimare e dare impulso al processo di pace, motivare governo, FARC e rappresentanti del No a intraprendere un nuovo cammino comune.</p>



<p>Il premio amplifica anche l’appoggio internazionale al processo di pace e potrebbe motivare il 62% dei colombiani che domenica non sono andati a votare, ad interessarsi maggiormente alle trattative. Sicuramente renderà più difficile per Santos venire meno all’impegno di rispettare il cessate al fuoco bilaterale, almeno prima del 10 dicembre, quando ci sarà la cerimonia di consegna del premio.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 8.10.201</em>6.</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/08/nobel-per-la-pace-allo-sconfitto-santos/">Nobel per la Pace allo sconfitto Santos</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I colombiani bocciano la pace</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/07/i-colombiani-bocciano-la-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 13:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Foto: Christian Escobar Mora/EFE) Erano le sei di domenica pomeriggio quando la Colombia ha scoperto di essere ancora in guerra. Il plebiscito popolare non ha approvato gli accordi di pace firmati il 26 settembre tra il governo e il gruppo guerrigliero delle&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia(FARC) dopo quasi 52 anni di guerra e 4 di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Foto: Christian Escobar Mora/EFE)</em></p>



<p>Erano le sei di domenica pomeriggio quando la Colombia ha scoperto di essere ancora in guerra. Il plebiscito popolare non ha approvato gli accordi di pace firmati il 26 settembre tra il governo e il gruppo guerrigliero delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>(FARC) dopo quasi 52 anni di guerra e 4 di negoziazioni, e che prevedeva la smobilitazione delle FARC, la loro integrazione alla vita politica, una riforma agraria e un sistema di giustizia transizionale per giudicare i crimini di guerra.</p>



<p>Victoria Márquez, una bogotana di 32 anni che collabora con la&nbsp;<em>Universidad Nacional de Colombia</em>, lo ha scoperto guardando la televisione in casa di un amico: “il 50,22% della popolazione ha votato NO; il 49,77% ha votato SI”, diceva il notiziario. “L’astensionismo supera il 62%”.</p>



<p>Victoria si è portata le mani al volto, mentre un’amica l’abbracciava. Piangevano, incredule. “Il NO ha vinto nelle città, ma nei territori in cui le persone hanno vissuto la guerra ha vinto il SI. Come si sentiranno oggi le persone che la guerra la vivono sulla propria pelle?”, chiede Victoria. “Quelli che stavano davanti alla porta di casa con la valigia pronta e che pensavano ci sarebbe stata un’altra opportunità, che ci sarebbe potuto essere qualcosa di diverso, sono condannati a più dolore, più odio, più guerra”.</p>



<p>Circa un’ora dopo, a pochi isolati da lì, il presidente conservatore Juan Manuel Santos, il grande promotore del processo di pace, faceva una breve apparizione pubblica. “Sono il primo a riconoscere questo risultato, in cui la metà del paese ha detto SI e l’altra metà ha detto NO. Il cessate il fuoco bilaterale e definitivo continua e continuerà vigente”, ha affermato il presidente, che ha convocato tutte le forze politiche a una riunione per aprire spazi di dialogo per determinare il cammino da seguire.</p>



<p>La vittoria del NO ha colto completamente di sorpresa la popolazione colombiana. La ratificazione popolare degli accordi di pace era data così per scontata che, almeno pubblicamente, il governo affermava di non avere un “piano B”. Non si sa esattamente cosa succederà ora. Le FARC si smobiliteranno comunque? Sarà difficile che lo facciano, se in cambio non riceveranno nulla. Il processo di pace andrà completamente a monte? Si rinegozieranno gli accordi? Ciò che è sicuro, è che il plebiscito aveva valore solo politico, e che l’accordo firmato continua ad avere un effetto giuridico innegabile e irrevocabile.</p>



<p>“Se vincerà il NO, si dovranno rivedere gli accordi, dovranno essere convocati un’assemblea costituente e un referendum”, ci ha detto in intervista prima del plebiscito Ernesto Macillas Tobar, Senatore del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>, partito ultraconservatore che ha promosso il NO. “Il presidente Santos dice che non possono essere cambiati, lo fa per strategia, perché se dicesse che si possono cambiare, tutto il paese voterebbe NO”.</p>



<p>Domenica sera, nella sede del&nbsp;<em>Centro Democrático</em>&nbsp;di Bogotá, la Colombia confermava di essere un paese profondamente di destra. Riuniti di fronte a un palco in cui si trovavano i leaders del partito, il popolo festeggiava. Sbandierava i colori nazionali e scomodava il mito di David e Golia per spiegare la storica e inattesa vittoria. Affermavano di volere la pace, ma di non essere d’accordo con i punti previsti dall’accordo firmato, e che la partecipazione delle FARC alle prossime elezioni avrebbe portato il “castro-chavismo” in Colombia.</p>



<p>“Sì, è stato possibile!”, urlavano i sostenitori del NO domenica sera. Lo stesso grido che i sostenitori del SI lanciavano il 26 settembre davanti agli schermi giganti disposti nelle piazze di tutto il paese per trasmettere la firma degli accordi di pace. Quando piansero ascoltando le parole del comandante delle FARC Timochenko che chiedeva perdono per tutti i crimini commessi, e si commossero quando Santos terminò il suo discorso citando le parole dell’inno nazionale, che ora sembrano ingenue: “Colombiani, è finita la terribile notte”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 4.10.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/10/07/i-colombiani-bocciano-la-pace/">I colombiani bocciano la pace</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Le FARC abbandonano la lotta armata e fondano un partito politico</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/09/27/le-farc-abbandonano-la-lotta-armata-e-fondano-un-partito-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 13:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
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		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ledis entrò nelle&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia&#160;(FARC) quando aveva 14 anni. Da lì a pochi anni, la guerriglia marxista le propose di studiare come odontoiatra, per curare i suoi compagni. “A quei tempi andavo all’Università vestita da civile per non essere riconosciuta, ma un disertore mi riconobbe e mi consegnò all’autorità”, racconta la combattente. Ledis&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ledis entrò nelle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC) quando aveva 14 anni. Da lì a pochi anni, la guerriglia marxista le propose di studiare come odontoiatra, per curare i suoi compagni. “A quei tempi andavo all’Università vestita da civile per non essere riconosciuta, ma un disertore mi riconobbe e mi consegnò all’autorità”, racconta la combattente.</p>



<p>Ledis sta scontando 60 anni di carcere per ribellione, omicidio e sequestro, ma ha ricevuto un permesso speciale per poter partecipare come delegata alla X Conferenza Nazionale Guerrigliera, un evento in cui le FARC hanno approvato all’unanimità gli accordi di pace che il 26 settembre, dopo 52 anni di guerra, i loro leader firmeranno con il governo colombiano.</p>



<p>“Nel nostro orizzonte c’è sempre stata la prospettiva di una soluzione politica al conflitto. Per questo, la pace è la più bella delle vittorie”, ha affermato il comandante supremo delle FARC Timoleón Jiménez “Timochenko”, durante la chiusura della Conferenza Nazionale Guerrigliera. Gli ormai ex guerriglieri hanno annunciato la creazione di un partito politico e hanno promesso di rispettare gli accordi di pace, oltre che di riconoscere le responsabilità che hanno avuto nel conflitto.</p>



<p>Per la prima volta nella loro storia, le FARC hanno invitato la stampa alla loro conferenza, che si è svolta nella savana del Yarí, una spianata verde circondata dalla selva a sei ore dal primo centro abitato. Più di 350 media di tutto il mondo hanno avuto la possibilità di convivere per una settimana con i guerriglieri, nei loro accampamenti nascosti nella spessa vegetazione colombiana, ai bordi di fiumi che servono da bagno e da cucina. Documentando la loro capacità di adattarsi a vivere in un ambiente ostile come la selva, i loro ultimi giorni in armi, le loro storie e speranze per il futuro.</p>



<p>“La pace per me è quando lo Stato garantisce ai cittadini salute, educazione e una casa in cui vivere”, afferma Jaime García, che combatte nelle FARC da 21 anni. “Una volta che ci smobiliteremo, saremo disposti a lavorare dove i nostri leader decidano. Se potessi scegliere, a me piacerebbe studiare amministrazione di impresa e lavorare per il partito”.</p>



<p>Tra i guerriglieri c’è chi vorrebbe avere un incarico nel nuovo partito, chi vorrebbe studiare e chi preferisce ritornare a coltivare la terra. Alcuni sono così abituati alla vita nella guerriglia che non riescono ad immaginarsi integrati nella vita civile, e non hanno ancora preso una decisione.</p>



<p>La guerriglia più antica dell’America Latina abbandona le armi. Il governo colombiano ha dovuto riconoscere l’impossibilità di vincere militarmente le FARC che, malgrado indebolite, hanno resistito ai forti operativi militari lanciati dai governi di Álvaro Uribe a partire dal 2002. E dal suo canto, la guerriglia marxista si è vista obbligata ad ammettere che la conquista del potere era un sogno lontano, e che un esercito di 500mila effettivi addestrati e finanziati dagli Stati Uniti è un avversario troppo duro da vincere.</p>



<p>Quattro anni di negoziati che hanno portato a un accordo che prevede un processo graduale di consegna delle armi, fondi per finanziare la reincorporazione alla vita civile degli ex combattenti, la possibilità per il partito delle FARC di partecipare alle elezioni presidenziali del 2018, e 10 seggi assicurati nel Congresso.</p>



<p>L’accordo cerca anche di incidere sulle disuguaglianze sociali che stanno alla base del conflitto colombiano, con la redistribuzione di 10 milioni di ettari di terra a contadini che non ne hanno. E crea una Giurisdizione Speciale per la Pace per offrire verità, giustizia, riparazione e non ripetizione alle migliaia di vittime della guerriglia, dell’esercito e dei paramilitari.</p>



<p>Le FARC, al pari degli altri attori armati coinvolti nel conflitto colombiano, sono state accusate di numerosi crimini di lesa umanità –massacri, violazioni sessuali, reclutamento forzato anche di minorenni- e saranno giudicate in un tribunale dove si dovranno confrontare con le loro vittime. Lì potranno essere condannate a pene alternative.</p>



<p>Ma l’implementazione degli accordi di pace non può darsi per scontata. Ci sono dubbi riguardanti l’effettivo rispetto degli impegni delle parti, problemi finanziari che potrebbero impedire allo Stato di rendere concrete le promesse fatte, e un plebiscito che potrebbe rendere vani 4 anni di negoziati. Il 2 ottobre, la popolazione colombiana sarà chiamata a decidere se approvare gli accordi di pace o rifiutarli.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quuotidiano il 27.09.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/09/27/le-farc-abbandonano-la-lotta-armata-e-fondano-un-partito-politico/">Le FARC abbandonano la lotta armata e fondano un partito politico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 13:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[farc]]></category>
		<category><![CDATA[narcostato]]></category>
		<category><![CDATA[narcotraffico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi potrebbe essere un giorno storico per la Colombia. Gli occhi del paese sono puntati sull’Avana, dove ci si aspetta che il presidente Juan Manuel Santos annunci la firma dei trattati di pace con i guerriglieri delle&#160;Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia&#160;(FARC). Proprio lì, nella capitale cubana, nel novembre 2012 sono iniziate le negoziazioni per mettere&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi potrebbe essere un giorno storico per la Colombia. Gli occhi del paese sono puntati sull’Avana, dove ci si aspetta che il presidente Juan Manuel Santos annunci la firma dei trattati di pace con i guerriglieri delle&nbsp;<em>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</em>&nbsp;(FARC). Proprio lì, nella capitale cubana, nel novembre 2012 sono iniziate le negoziazioni per mettere fine a un conflitto di mezzo secolo, che ha visto i guerriglieri marxisti contrapporsi alle forze armate e ai paramilitari, milizie irregolari create dall’esercito e dai cartelli criminali per fare il lavoro sporco. Secondo stime ufficiali, i paramilitari hanno commesso più di mille massacri e ucciso circa 25mila persone.</p>



<p>Una guerra che i colombiani stentano a definire tale, ma che ha causato circa 600mila morti e ha reso il paese sudamericano il secondo al mondo per numero di sfollati dopo la Siria, con 6 milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case.</p>



<p>Tra loro Juan Camilo, che nel 1999, quando era bambino, fu obbligato a lasciare il suo villaggio natale nel dipartimento di Antioquia. Ci è tornato circa un anno fa, e mi mostra i progetti di floricoltura e itticoltura che ha avviato nel suo terreno, “ripulito” dalle mine antiuomo dall’organizzazione non governativa Halo Trust.</p>



<p>“Più di una volta ho camminato lì da bambino, non sapevamo che c’erano 6 mine”, dice il giovane indicando il campo.</p>



<p>Malgrado sia tornato nel suo villaggio perché, afferma, “la situazione ora è molto più tranquilla”, Juan Camilo fa spallucce quando gli chiedo se pensa che la firma di un accordo di pace cambierà veramente la situazione del paese.</p>



<p>Forse perché è difficile immaginare la pace quando hai conosciuto solo la guerra. E ancora di più in un paese che continua a ribollire di conflitti sociali.</p>



<p>Lunedì è iniziata una protesta a tempo indefinito di organizzazioni, soprattutto contadine, che ha coinvolto circa 200mila persone in 27 dei 33 dipartimenti del paese. La settimana scorsa, nel Cauca, due indigeni sono stati uccisi dalla polizia durante una protesta, mentre i guerriglieri dell’<em>Ejército de Liberación Nacional&nbsp;</em>(ELN) -che dovrebbero iniziare presto i negoziati di pace con il governo-, hanno sequestrato tre giornalisti per sei giorni.</p>



<p>Sono ancora vive le ferite lasciate dai massacri commessi dai paramilitari nel decennio scorso, dagli abusi dell’esercito sulla popolazione civile, dalla brutalità della guerriglia. Continua ad essere violento il contrasto tra le campagne e i quartieri di classe media e alta della capitale Bogotá, dove la guerra si vede solo in tv. In Colombia il 20% della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, e il 30,6% della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà, bacino ideale di reclutamento per le organizzazioni criminali che, malgrado siano diminuiti i livelli di violenza rispetto agli anni ‘90, continuano a controllare buona parte del territorio.</p>



<p>“Con i trattati di pace devono avvenire dei cambiamenti strutturali. La guerra in Colombia non è mai finita perché le condizioni che l’hanno generata persistono: disuguaglianze, povertà, esclusione sociale, mancanza di opportunità e di educazione”, afferma in intervista Leonardo Ilich Rojas, ex combattente delle FARC. “Cosa succederebbe se la guerriglia abbandonasse le armi e nel paese non avvenisse nessun cambiamento strutturale? I guerriglieri che hanno un addestramento militare, se non sanno dove andare a lavorare, in pochi anni saranno diventati dei delinquenti”.</p>



<p>Il reinserimento sociale degli ex guerriglieri è una delle questioni chiave della Colombia post-conflitto, un paese che mantiene fresco il ricordo del fallimento della desmobilizzazione dei gruppi paramilitari, iniziata nel 2003, che si sono riarmati e riuniti sotto il nome di&nbsp;<em>Bandas Criminales</em>&nbsp;(BaCrim). Come dell’insuccesso degli accordi di pace del 2002, quando i combattenti delle Farc vennero integrati nella vita politica all’interno del partito&nbsp;<em>Unión Patriotica</em>&nbsp;(UP). I suoi dirigenti e militanti vennero massacrati dalle milizie paramilitari e dall’esercito, e gli ex guerriglieri ripresero in mano le armi.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 5.06.2016.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/06/05/pace-in-colombia-le-sfide-del-post-conflitto/">Pace in Colombia? Le sfide del post-conflitto</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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