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	<title>Cheran - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 09:51:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&#160;purépecha&#160;riempivano le sue giornate, e non aveva molto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.</p>



<p>Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3306" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER250517OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.</p>



<p>“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.</p>



<p>Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi&nbsp;<em>purépecha</em>s, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3307" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=1000%2C667&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1500&amp;ssl=1 1500w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/CHER270518OB1.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la&nbsp;<em>meseta purépecha</em>, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati&nbsp;<em>k’eri</em>&nbsp;in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.</p>



<p>“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex&nbsp;<em>k’eri&nbsp;</em>Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia&nbsp;<em>tacos</em>&nbsp;nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della&nbsp;<em>meseta</em>&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.</p>



<p>La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3311" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0076.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Il&nbsp;<em>pickup</em>&nbsp;si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano&nbsp;<em>perrito</em>&nbsp;(cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera&nbsp;<em>purépecha</em>&nbsp;cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del&nbsp;<em>pickup</em>, che sobbalza per le buche continue.</p>



<p>“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro&nbsp;<em>pickup&nbsp;</em>degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="654" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=980%2C654&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3310" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2021/05/DSC_0057.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la&nbsp;<em>milpa</em>, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.</p>



<p>Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati&nbsp;<em>narcos</em>&nbsp;vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.<br>Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.</p>



<p><em><a href="https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2021/05/28/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/">Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La battaglia di Cherán</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/20/la-battaglia-di-cheran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2013 13:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cherán è un paese di circa ventimila anime adagiato sulle montagne dello stato di Michoacán, nel centro del Messico. Si trova a più di duemila metri sul livello del mare ed è circondato da boschi che, negli ultimi anni, si sono andati assottigliando.Gli abitanti di Cherán sono indigeni purépechas che, come tutte le nazioni indigene&#8230;</p>
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<p>Cherán è un paese di circa ventimila anime adagiato sulle montagne dello stato di Michoacán, nel centro del Messico. Si trova a più di duemila metri sul livello del mare ed è circondato da boschi che, negli ultimi anni, si sono andati assottigliando.<br>Gli abitanti di Cherán sono indigeni purépechas che, come tutte le nazioni indigene d’America, hanno un rapporto speciale ed intimo con quella che chiamano Pacha Mama, la Madre Terra.&nbsp;I nativi americani comprendono in modo spirituale la connessione presente tra la natura e gli esseri umani, relazione difficile da afferrare per la nostra concezione giudaico-cristiana, secondo cui solo gli essere umani hanno un’anima. Per i purépechas, al contrario, i boschi e le fonti d’acqua sono vivi e sacri, e vanno pertanto amati e difesi.<br>Da tempo i talamontes, come si definiscono i tagliaboschi illegali, avevano preso di mira le foreste che circondano Cherán. Le elezioni municipali del 2007 crearono una spaccatura all’interno del paese, e i tagliaboschi approfittarono delle tensioni per portarsi via tonnellate di legna: dai dieci ai venti camion al giorno attraversavano le strade del paese, carichi di pini e querce. Dal 2008 ad oggi, a Cherán sono stati abbattuti 28mila ettari di foresta, l’80% della superficie totale.<br>Quando il crimine organizzato, molto presente nello Stato di Michoacán, si rese conto degli introiti che potevano derivare dal commercio clandestino di legna, volle la loro fetta di torta. Secondo uno studio della Banca Mondiale dal titolo “Giustizia per i boschi. Migliorando gli sforzi della giustizia penale per combattere il disboscamento illegale”, a livello planetario la vendita illegale di legna genera introiti per una cifra compresa tra i 10mila e i 15mila milioni di dollari. In Messico, la maggior parte dei proventi derivati dal commercio della legna finisce nelle casse del crimine organizzato. Parte di questo denaro – continua lo studio – viene utilizzato per pagare funzionari corrotti a tutti i livelli di governo: locale, statale e federale. Le leggi di protezione delle risorse boschive in Messico non vengono applicate proprio a causa della corruzione, ma anche dei problemi di coordinazione tra le autorità, e la probabilità che un depredatore forestale messicano venga sanzionato è una delle più basse del mondo: si parla di meno di un arresto ogni cento tagliaboschi clandestini.<br>Gli uomini del crimine organizzato dello Stato di Michoacán, appartenti al cartello denominato La Familia Michoacana, hanno saputo approfittare di questa situazione di impunità generalizzata: si misero all’entrata del bosco di Cherán chiedendo 1000 pesos (circa 60 euro) ai tagliaboschi per ogni camion che usciva, offrendo in cambio protezione nei confronti della popolazione locale.<br>La tensione tra i tagliaboschi e gli abitanti di Cherán era infatti palpabile. “Vivevamo il disboscamento delle nostre foreste per opera dei talamontes, ma non avevamo capito che dietro di loro c’era il crimine organizzato. Poi, visto che la situazione continuava e che si trattava di una vera e propria devastazione, abbiamo iniziato a pensare che non potevano essere talamontes comuni. Così abbiamo indagato e siamo arrivati alla conclusione che dietro di loro c’era gente armata, appartenente a un cartello del narcotraffico”, racconta a Narcomafie José Merced Velázquez, abitante di Cherán.<br>Il conflitto esplose quando i tagliaboschi iniziarono ad abbattere gli alberi secolari che proteggevano la sorgente che rifornisce d’acqua tutto il paese: il 15 aprile 2011, alle 6 del mattino, un gruppo di donne e giovani bloccarono con pali e pietre tre camion dei tagliaboschi. Fermarono cinque di loro per consegnarli alle autorità e, nello scontro con il crimine organizzato, una persona ricevette una pallottola nella testa. La popolazione riuscì comunque a cacciare i criminali, che nella fuga incendiarono il bosco.<br>“L’insurrezione è iniziata perché i criminali toccarono la nostra più grande sorgente d’acqua – spiega José Merced Velázquez -. A quel punto abbiamo reagito: per noi purépecha il bosco e l’acqua sono sacri, perché sono le fonti della nostra vita. Consideriamo la natura come parte di noi stessi, quando toccarono la zona dove si genera l’acqua ci siamo sentiti come se ci avessero attaccato. Abbiamo reagito come gli essere viventi che siamo, in relazione all’acqua e all’aria. Da tempo parlavamo di fare qualcosa per fermare i talamontes, ma l’insurrezione si è data in modo spontaneo: la gente iniziò a bloccare i camion che passavano per il paese, inizialmente furono le donne, poi ci siamo aggiunti tutti”. “Di fronte all’umiliazione che viveva la nostra comunità e all’inerzia da parte del governo, che non agiva contro i talamontes malgrado le nostre denunce, noi donne abbiamo dato vita alla lotta per la difesa dei boschi, della nostra casa che è Cherán. La storia della nostra comunità è frequente in Messico, dove i popoli nativi vengono spoliati delle loro risorse naturali e dei luoghi sacri che i nostri avi ci hanno lasciati in eredità, e che noi vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti”, racconta Alicia. Anche Angelina ricorda il coraggio che la mosse in quei giorni: “Non eravamo più liberi di uscire in strada ed avevamo paura per i nostri bambini. Abbiamo iniziato a parlare fra noi per decidere il da farsi, e un giorno abbiamo preso in mano i bastoni. Ora siamo liberi e non abbiamo più paura”.<br>Il 15 aprile 2011, dopo aver cacciato la criminalità organizzata, la gente di Cherán ha costruito barricate alle tre entrate del paese, per impedire il passaggio dei tagliaboschi. José Merced Velázquez racconta come la comunità si è organizzata per difendersi: “Ancora oggi c’è una barricata ad ogni entrata, siamo pronti per qualsiasi eventualità. La nostra priorità è assicurare la sicurezza di tutti, e lo abbiamo fatto creando posti di vigilanza in tutto il paese, che poi abbiamo chiamato “falò”: sono fuochi intorno ai quali ci riuniamo riscaldati dalla legna”. Sono stati creati centinaia di falò in tutta Cherán, per permettere a chi vigilava le strade di ripararsi dal freddo pungente della montagna michoacana. I falò si sono presto convertiti in luoghi di aggregazione e interscambio, in una comunità che nella sua coesione ha trovato la forza per lottare contro un potere che a molti sembra invincibile.<br>Il fuoco ha inoltre un significato particolare nella cultura purépecha, come spiega a Narcomafie Jurhamuti José Velázquez Morales: “In lingua purépecha si parla di khurikhua k’erhi, il grande fuoco, elemento creatore e generatore di vita, luce, pace e dialogo. Per noi il fuoco ha una grande importanza, è sempre presente nelle feste e nei rituali, ad esempio in quelli relativi alla medicina tradizionale o nei matrimoni. Parhankua è il falò, il fuoco sul piano mondano, intorno a cui possiamo dialogare e condividere, addirittura imparare: quando c’è stata l’insurrezione i bambini avevano smesso di andare a scuola perché la criminalità organizzata minacciava di attaccarla, e i maestri e le maestre hanno deciso di fare lezione intorno ai falò. Intorno alla parhankua i bambini imparano anche la nostra lingua purépecha, che si sta perdendo, o attività che sono state assorbite nel processo di acculturazione occidentale, come fare legna o preparare pietanze locali. Il fuoco ha quindi per noi un significato storico-sociale molto importante, e oggi acquista una valenza in più: lo abbiamo ripreso nel nostro processo di organizzazione contro la criminalità, lo utilizziamo per proteggerci, per tenerci allerta e caldi. È diventato la cellula del nostro movimento, intorno al falò parliamo della nostra lotta e di ciò che succede nelle nostre famiglie”.<br>Oggi la criminalità organizzata e i camion pieni di legna non passano più per il paese, ma continuano ad operare – seppur in modo ridotto – nei boschi che la circondano. La comunità organizza ronde per proteggere la foresta dai tagliaboschi, e sono diciotto gli abitanti di Cherán morti negli scontri con il crimine organizzato. L’ultimo episodio si è registrato il 18 aprile scorso, quando un gruppo di venti persone impegnate in lavori di riforestazione fu vittima di un’imboscata: due persone vennero ferite e altre due trovarono la morte. Nello stesso luogo, il mese precedente, undici persone furono sequestrate.<br>Il commercio illegale di legna non è l’unico affare che la criminalità organizzata sta facendo alle spalle degli abitanti di Cherán: una volta abbattuti gli alberi, la zona viene bruciata e si converte in terreno adatto alla coltivazione. Non a caso, negli ultimi anni sono spuntati impresari che chiedono l’utilizzo dei terreni per seminare piante di avocado, coltivazione molto comune nello Stato di Michoacán. La gente di Cherán sostiene che gli “impresari dell’avocado” lavorano in accordo con il crimine organizzato, e criticano la scelta di coltivare questa pianta perché ha bisogno di molta acqua, non è adatta al tipo di suolo ed è destinata all’esportazione invece che al consumo interno.<br>Un altro momento importante nella storia di Cherán fu il novembre 2011. Si sarebbero dovute tenere le elezioni locali, ma la comunità decise di non lasciare entrare i candidati alla presidenza municipale: “Abbiamo deciso di non celebrare le elezioni perché il sistema elettorale messicano propizia la corruzione e fa vincere chi in realtà ha perso. Il presidente municipale di allora era colluso con la criminalità organizzata, che lo proteggeva in cambio della sua connivenza: abbiamo denunciato i criminali alle autorità molte volte, ma non hanno mai fatto nulla”, denucia José Merced Velázquez. Inoltre, secondo la gente di Cherán i partiti promuovono l’individualismo e dividono la comunità, creando tensioni tra persone di differente affiliazione politica. E il crimine organizzato si approfitta di queste divisioni per portare avanti il disboscamento clandestino della foresta, che solo una popolazione coesa può riuscire a fermare.<br>Una volta cacciati i partiti, gli abitanti di Cherán decisero di governarsi “per usi e costumi”: elessero le loro autorità attraverso il sistema assembleario con cui i loro avi gestivano la cosa pubblica prima della conquista da parte degli spagnoli, che imposero lo Stato-nazione e la democrazia rappresentativa.<br>Per evitare che i partiti politici collusi con la criminalità organizzata tentassero di organizzare altre elezioni, invalidando il processo politico portato avanti dagli abitanti di Cherán, questi chiesero al Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación (l’organo federale incaricato di risolvere le controversie in materia elettorale) di indire un referendum per chiedere alla popolazione se volesse governarsi “per usi e costumi” o attraverso il sistema costituzionale.<br>La legge non contempla esplicitamente il diritto dei popoli indigeni a governarsi secondo il loro sistema tradizionale, ma il Messico ha ratificato dei trattati internazionali che regolano la materia. In particolare, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e il Convegno 169 dell’OIL, che stabilisce diritti in capo ai popoli nativi sul proprio territorio e sulla propria forma di governo, prevedendo il rispetto, da parte dello Stato e le sue istituzioni, dei costumi e del diritto consuetudinario indigeno. “La normativa internazionale ci ha permesso di appellarci al Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación, e la sua sentenza fu una sopresa per tutti – prosegue José Merced Velázquez -. Noi indigeni messicani siamo abituati a vedere le istituzioni sempre dalla parte dei potenti, ma questa volta il tribunale ci diede ragione, stabilendo il nostro diritto ad eleggere le autorità attraverso il sistema “per usi e costumi”. Al referendum solo otto persone hanno votato a favore del sistema partitario, e le elezioni secondo il sistema tradizionale purépecha si sono svolte il 22 gennaio. Fu una festa, il riconoscimento legale delle nostre autorità è stata una grande vittoria: ora abbiamo un governo collettivo, non individuale e personale, e le istituzioni statali e federali devono rivolgersi a tutte le dodici persone che ne fanno parte. Abbiamo anche cacciato l’esercito e la polizia imposta dal governo, e ora noi stessi eleggiamo chi si occupa di garantire la sicurezza nel paese”. Non più i corrotti poliziotti messicani, spesso collusi con la criminalità organizzata, ma persone scelte dagli abitanti di Cherán, in base alla loro affidabilità e rigore morale.<br>La storia di Cherán ha inspirato altre comunità messicane a cui la criminalità organizzata non permette una vita serena. Lo scorso giugno la gente di Huamuxtitlán, nello Stato di Guerrero, ha liberato diciassette persone sequestrate dal cartello de Los Zetas, e ha poi fermato sei dei suoi integranti. Il sindaco e le altre autorità di Huamuxtitlán, assicurano gli abitanti, sono collusi con la criminalità organizzata.</p>



<p><em>Articolo pubblicato sul mensile Narcomafie nel giugno 2012.</em></p>
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