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	<title>Narcomafie - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>Narcomafie - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Sospese alla frontiera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 13:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto Myrna all’inizio di aprile, durante la Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, un’iniziativa di un gruppo di attivisti che hanno percorso –quasi completamente in autobus- i più di 5700 km che separano l’Honduras da New York. Lo scopo era chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di mettere fine alla guerra contro le droghe, che in Messico e Centroamerica ha portato ad un incremento della violenza e delle migrazioni forzate.</p>



<p>Seduta al mio fianco in autobus, durante un viaggio interminabile attraverso il territorio messicano, Myrna mi ha raccontato di avere lasciato nel 1998 lo Stato di Puebla, nel centro del Messico, per migrare negli Stati Uniti. Aveva 20 anni, suo padre era morto da poco e doveva aiutare la madre a mantenere i tre fratelli minori.</p>



<p>Myrna decise allora di viaggiare fino a New York, dove aveva qualche contatto. Non fu facile inserirsi nella metropoli, ma alla fine la vita le è venuta incontro: ha trovato lavoro come baby sitter, poi come cuoca in un ristorante messicano. I titolari la trattavano bene e riusciva a mandare rimesse a sua madre. S’innamorò di un ragazzo, anche lui messicano, ed ebbero due figlie: Heidy e Michel, che oggi hanno quindici e otto anni.</p>



<p>La vita scorreva tranquilla, ma a Myrna mancavano la madre e i fratelli. Dopo 15 anni negli Stati Uniti, decise di andare a trovarli con la sua famiglia. In quel momento prese in considerazione la possibilità di trasferirsi nuovamente in Messico, ma temeva per la sicurezza delle sue bambine. “La violenza, i femminicidi”, dice Myrna. “Qui se sanno che vieni dagli Stati Uniti, che hai dei dollari, sei facile preda dei sequestri. E poi le mie figlie sono di New York, hanno la loro vita là”, afferma la donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="551" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=980%2C551&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3969" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR150416OB-1024x576-2.webp?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>L’incontro tra Myrna e le figlie a Monterrey, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Terminata la visita a casa della nonna, Heidy e Michel ritornarono a New York in aereo con il marito di Myrna, mentre a lei, che non aveva documenti per entrare regolarmente negli Stati Uniti, toccò viaggiare via terra e clandestinamente, come aveva fatto la prima volta.&nbsp;<em>De mojada</em>, come si dice in Messico, espressione che letteralmente significa “da bagnata”, e che si riferisce al fatto che per raggiungere gli Stati Uniti i migranti sono costretti a guadare un fiume, il Rio Bravo. Ma Myrna decise di attraversare la frontiera tra lo Stato di Sonora e l’Arizona, dove c’è solo deserto, terra arida e calore. Aveva fretta di arrivare a New York. “Di lì a poco Michel avrebbe compiuto sei anni e le avevo promesso che avremmo tagliato insieme la sua torta di compleanno”, ricorda Myrna.</p>



<p>Durante il suo viaggio solitario nel deserto dell’Arizona, Myrna venne intercettata dalla&nbsp;<em>Border Patrol</em>&nbsp;e spedita al centro di detenzione per migranti di Tucson. “Il tuo unico diritto è andartene dal mio paese”, le disse una donna che lavorava in quel carcere per migranti, dove Myrna venne obbligata a stare un mese. Myrna ricorda il razzismo delle guardie, il freddo costante che si pativa all’interno del centro di detenzione: “lo facevano apposta a tenere la temperatura così bassa, per farci impazzire”, dice.</p>



<p>Venne poi deportata in Messico, con le mani e i piedi ammanettati, come se fosse una criminale, e con l’ordine di non mettere più piede negli Stati Uniti per dieci anni. Mentre il marito e le figlie, di nazionalità statunitense, si trovavano a New York.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3971" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYR080416OB3-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella città di Oaxaca, Messico (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p>Malgrado la tristezza e le lacrime che le attraversavano il viso mentre mi raccontava la sua storia, Myrna ritrovò forza quando iniziò a parlare del lavoro di difesa dei diritti umani che svolge all’interno della organizzazione non governativa Asamblea Popular Familias Migrantes (APOFAM). “Tutta questa frustrazione ora si converte in lotta. So che posso apportare qualcosa alla mia comunità e agli altri bambini che sono rimasti senza genitori a causa delle deportazioni. Una madre non si stanca mai di lottare per stare con le sue figlie”, mi disse, ricordando che fino al 2012 sono circa 200mila le famiglie separate dalle leggi migratorie degli Stati Uniti.</p>



<p>Spesso Myrna pensò di invitare le sue figlie a vivere con lei in Messico, però sapeva che la vita delle bambine era a New York, al sicuro dal contesto di violenza e insicurezza che sarebbe loro toccato vivere a Puebla.</p>



<p><strong>Angélica non ce l’ha fatta</strong></p>



<p>Le leggi migratorie statunitensi sono la barriera che obbliga i genitori deportati a vivere lontani dai loro figli, mentre l’insicurezza che si vive in Messico è la condizione che impedisce ai bambini di raggiungere i propri famigliari.</p>



<p>Angélica María Díaz che come Myrna è un’attivista di Apofam e ha partecipato alla Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità, ha partorito la sua prima figlia negli Stati Uniti, dove è entrata senza documenti, nascosta nel portapacchi dell’automobile del marito. Era il 1995 e dopo sei mesi in Nord America si trasferì con suo marito a Tacupa, un paese nello Stato messicano di Michoacán, dove ha avuto un’altra bambina.</p>



<p>“Tutto andava bene, poi improvvisamente iniziò ad arrivare gente armata”, racconta Angélica. “Mia figlia maggiore, quando aveva quattordici anni, veniva minacciata da persone che la volevano obbligare a portare droga a delle case isolate, dove c’erano persone armate. Avevamo molta paura e non sapevamo cosa fare”:</p>



<p>Fu di fronte alla paura che Angélica e il marito maturarono la decisione di mandare la figlia negli States, visto il suo passaporto nord americano. Oggi vive negli Usa con la sorella minore che, nel frattempo l’ha raggiunta. E studia Medicina.</p>



<p>Malgrado il dolore che le causa vivere lontana dalle figlie, Angelica preferisce non tornino in Messico a causa della violenza che si vive nella regione chiamata Tierra Caliente, nello Stato di Guerrero, dove la donna è stata costretta a tornare per prendersi cura della madre.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="550" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=980%2C550&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-3972" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=300%2C168&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/MYRNA5-1024x575-1.webp?resize=768%2C431&amp;ssl=1 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Myrna nella sua casa di New York (Foto: O.B.)</em></figcaption></figure>



<p><strong>Il lieto fine</strong></p>



<p>Quando la Carovana è arrivata alla frontiera tra il Messico e il Texas, Myrna sembrava nervosa e preoccupata. Aveva già abbracciato le sue figlie a Monterrey, una città messicana che si trova a un paio d’ore dalla frontiera. Dopo tre anni senza vederle si trovavano lì, al suo fianco, nel giorno più difficile, quello in cui avrebbe attraversato la frontiera per consegnarsi alle autorità statunitensi.</p>



<p>Nella città di Nuevo Laredo, all’entrata del ponte che conduce in Texas, davanti agli uffici dove si sbrigano le pratiche migratorie per entrare negli Stati Uniti, Myrna mostrò un cartello che diceva “le mie figlie sentono la mia mancanza e non sono colpevoli del fatto che io sia una migrante”. Iniziò a camminare, con le figlie a braccetto, gli attivisti della carovana dietro di lei e i media che seguivano ogni suo passo. Quando raggiunse la linea che segnala l’inizio del territorio statunitense, Myrna si consegnò alle autorità e presentò la sua richiesta di asilo politico.</p>



<p>Gli attivisti che accompagnavano il caso di Myrna si aspettavano che sarebbe stata trattenuta alla frontiera un paio di settimane, e da lì trasferita a un centro di detenzione per migranti. “Normalmente questo è il procedimento, a volte ancora più crudele, perché la persona viene isolata completamente dalla sua comunità e, spesso, per giorni o settimane non si sa neanche dove si trova”, spiega Juan Carlos Ruiz, sacerdote della Chiesa di Sion di New York e difensore dei diritti dei migranti, che ha accompagnato il caso di Myrna.</p>



<p>Non appena gli attivisti della Carovana per la Pace, la Giustizia e la Dignità terminarono le pratiche burocratiche alla frontiera, arrivò la notizia sorprendente: da lì a poche ora, Myrna sarebbe stata liberata. Le sue figlie si abbracciarono e piansero, questa volta di felicità.</p>



<p>“A Myrna è stato concesso uno status condizionale per un anno, per darle il tempo di presentare i documenti necessari a richiedere di vivere negli Stati Uniti in modo permanente”, spiega Juan Carlos Ruiz. “Lo scenario per noi è ottimistico, visto che ci sembra evidente che la violenza e l’impunità che si vivono in Messico non sono un contesto appropriato per una famiglia che rispetta le condizioni necessarie per vivere permanentemente negli Stati Uniti”.</p>



<p>Ora, seduta nella sua casa di New York, Myrna mi stringe forte la mano e mi sorride. “Ti saresti mai aspettata di vedermi qui?”, mi chiede. “No, davvero, non me lo aspettavo”, le rispondo.</p>



<p>Mi racconta l’ultima parte della sua storia. Arrivata alla stazione migratoria della frontiera tra Messico e Texas, un funzionario la infastidiva facendo commenti razzisti. “Ai messicani non diamo asilo politico. Se varchi la porta ti arrestiamo”, le disse.</p>



<p>Ma poi un altro le chiese se aveva intenzione di andare fino a New York. “Speravo di arrivarci con la carovana”, rispose Myrna, che si sorprese quando quello le rispose: “Sì, lei andrà a New York”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato nel numero di luglio di Narcomafie.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2016/07/31/sospese-alla-frontiera/">Sospese alla frontiera</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Simojovel. Se il Chiapas è in mano alla narcopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 14:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel marzo scorso Victor Hugo García López mise nello zaino tre litri di pozol, una bevanda di mais rinfrescante e nutritiva che si consuma nel sudest del Messico, e uscì di casa. L’indigeno maya tzotzil si unì a circa 15 mila persone della zona di Simojovel e camminò per quattro giorni fino alla città di Tuxtla Gutiérrez, capitale dello Stato del Chiapas, per denunciare il contesto di insicurezza, corruzione e impunità che si vive nella regione.</p>



<p>“La situazione è grave, come fanno ad affermare che il Chiapas è sicuro? Qui siamo in migliaia a dire che le nostre vite sono in pericolo a causa dei narcopolitici, come gli uomini della famiglia Gómez Domínguez di Simojovel”, denunciò una donna al megafono durante la marcia di 150 chilometri che attraversò le montagne, sotto il sole inclemente del tropico.</p>



<p>Simojovel è un municipio a maggioranza indigena di una zona chiamata&nbsp;<em>Altos de Chiapas</em>dove, secondo il Consejo Nacional de Evaluación de la Política de Desarrollo Social (CONEVAL), l’88% della popolazione vive in povertà. Confina con i Municipi di Huitiupán, El Bosque e Pueblo Nuevo Solistahuacán, lontani dalle città commerciali e turistiche del Chiapas. In questa zona di piccoli paesi incastonati nelle montagne, la corruzione delle autorità ha spalancato le porte all’entrata della malavita organizzata.</p>



<p>A Simojovel abbiamo incontrato Padre Marcelo Pérez, un indigeno maya tzotzil che prima del 2011 viveva a Chenalhó (Chiapas). L’ex parrocchia del sacerdote si trova a pochi chilometri dal paese di Acteal dove, nel 1997, un gruppo paramilitare uccise 47 persone riunite in preghiera, durante l’ondata di repressione che ha seguito l’insurrezione dell’<em>Ejército Zapatista de Liberación Nacional</em>&nbsp;(EZLN). Le minacce delle milizie irregolari, che avevano preso di mira il sacerdote a causa del suo lavoro in difesa delle vittime del massacro di Acteal, lo costrinsero a trasferirsi a Simojovel.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB2-1024x768-1.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4036" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB2-1024x768-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB2-1024x768-1.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB2-1024x768-1.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>Quando arrivò nella sua nuova parrocchia, il 4 agosto 2011, Padre Marcelo trovò una situazione preoccupante. «A Simojovel avvengono furti, omicidi, traffico di armi, droga e persone. Le denunce vengono ignorate dalle autorità che sono controllate da Ramiro e Juan Gómez Domínguez, i responsabili della violenza».</p>



<p>‘I Gómez’, come li chiamano in paese, sono due fratelli appartenenti al conservatore&nbsp;<em>Partido Revolucionario Institucional</em>&nbsp;(PRI), entrambi ex sindaci di Simojovel. Secondo le denunce del parroco e di una parte degli abitanti, i due politici locali gestivano la criminalità organizzata del paese; la malavita locale al servizio dei Gómez utilizzerebbe le cantinas – bar popolari in cui si vende alcool, frequentati per lo più da soli uomini – per portare avanti il traffico di droga e la tratta di persone.</p>



<p>I fratelli erano candidati alle elezioni del giugno 2015, uno come sindaco e l’altro come deputato al Congresso dello Stato del Chiapas. Qualche giorno prima della consultazioni, Juan Gómez Domínguez è stato arrestato per porto illegale di armi e possesso di stupefacenti. Poco dopo il fratello Ramiro si è dato alla fuga, ma le minacce contro Padre Marcelo e chi denuncia la violenza non sono finite.</p>



<p>Nel tardo pomeriggio a Simojovel il sole scende rendendo l’aria più respirabile. La fiera anima il paese e la piazza principale, in cui si trova la chiesa di Padre Marcelo, si riempie di gente, giochi, cibo. È difficile credere che pochi mesi fa, a solo un isolato da qui, è stato ucciso un uomo in pieno giorno.</p>



<p>«Il 4 novembre 2014 – racconta Padre Marcelo – l’ex sindaco Ramiro Gómez mi denunciò per calunnia, dicendo che le mie accuse nei suoi confronti sono infondate. Una ventina di giorni dopo, mentre stavo deponendo in merito presso la procura, vicino alla piazza centrale hanno sparato a un uomo chiamato Humberto Aguilar López, in presenza di due poliziotti, che non fecero nulla. E non è l’unico omicidio registrato negli ultimi mesi: una donna è stata fatta a pezzi con il&nbsp;<em>machete</em>&nbsp;e sono state uccise due persone nel mercato. Questa è la situazione che viviamo a Simojovel».</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="551" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB5-1024x576-1.jpg?resize=980%2C551&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4038" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB5-1024x576-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB5-1024x576-1.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB5-1024x576-1.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>La mobilitazione della popolazione del marzo scorso è stata solo una delle espressioni del movimento di rivolta popolare contro il narcotraffico che, sotto forme differenti, si sta creando in Messico, e che continuerà visto che l’arresto dei due principali “imputati” non ha portato la pace nella zona.</p>



<p>A Simojovel tutto iniziò nel settembre 2013, dopo l’omicidio di una donna, e da allora sono sei le pellegrinazioni – che hanno l’aspetto di una manifestazione politica, oltre che religiosa – che il&nbsp;<em>Pueblo</em><br><em>Creyente</em>&nbsp;(Popolo Credente) ha organizzato per denunciare l’insicurezza. Il&nbsp;<em>Pueblo Creyente</em>&nbsp;è un movimento formato da varie organizzazioni, tutte vicine alla Teologia della Liberazione, una corrente cattolica latinoamericana che riscopre il messaggio di giustizia sociale contenuto nel Vangelo.</p>



<p>Padre Marcelo e i suoi collaboratori, il volto pubblico delle denunce popolari, sono vittime di minacce di morte che sono valse la richiesta di misure cautelari presso la Commissione Interamericana di Diritti Umani.<br>«Nel paese di Bochil, qui vicino, la situazione è ancora peggiore, ma non si è formato nessun movimento di protesta. Spesso la popolazione reagisce solo dopo un massacro, ed è proprio quello che vorremmo evitare – spiega il parroco – . Ad ogni modo, la situazione più grave in questa zona è quella del Municipio di Pueblo Nuevo Solistahuacán, dove in alcuni villaggi sono presidiati da gruppi paramilitari vicini all’ex sindaco, e la gente per paura non può uscire».</p>



<p><em>Los Diablos</em>&nbsp;è un gruppo paramilitare composto da circa 40 uomini che ha una relazione di protezione reciproca con l’ex sindaco di Pueblo Nuevo Solistahuacán, Enoc Díaz Pérez, del socialdemocratico&nbsp;<em>Partido de la Revolución Democrática</em>&nbsp;(PRD). Díaz Pérez è stato arrestato nel gennaio scorso quando è stato diffuso un video in cui, insieme ad un gruppo armato irregolare chiamato&nbsp;<em>Proyecto Amigo Revolucionario No.7</em>, sequestra e picchia due industriali locali, colpevoli di aver distribuito in paese un articolo che denunciava l’insicurezza e responsabilizzava il sindaco.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="551" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB6-1024x576-1.jpg?resize=980%2C551&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4039" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB6-1024x576-1.jpg?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB6-1024x576-1.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB6-1024x576-1.jpg?resize=768%2C432&amp;ssl=1 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p>L’ex sindaco di Pueblo Nuevo Solistahuacán era già stato in carcere nel 2008 per aver ucciso insieme al fratello – anche lui politico del PRD – due poliziotti che lo avevano accusato di aver violentato una donna. In seguito, Enoc Díaz Pérez collezionò una serie di denunce per arresto arbitrario, tortura, percosse, omicidio e delinquenza organizzata.</p>



<p>Dopo il suo arresto, la situazione a Pueblo Nuevo Solistahuacán non è molto migliorata: i gruppi paramilitari continuano ad operare, le sparatorie non sono terminate e il Consiglio Municipale che era stato nominato per sostituire il sindaco è stato sciolto, perché considerava il paese ingovernabile.</p>



<p>Anche qui, come a Simojovel, il parroco tuona: «Il problema sono i costanti abusi di magistrati e poliziotti: la corruzione e le estorsioni sono una costante», denuncia Padre Blas Alvarado Jiménez.</p>



<p><em>Articolo pubblicato da Narcomafie nel dicembre 2015.</em><a href="https://i0.wp.com/www.sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2015/12/SIMO260315OB6.jpg"><br></a></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/12/21/simojovel-se-il-chiapas-e-in-mano-alla-narcopolitica/">Simojovel. Se il Chiapas è in mano alla narcopolitica</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 13:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le manifestazioni della società civile messicana a seguito della sparizione dei 43 studenti ad Iguala hanno fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale la brutalità della violenza in Messico e la corruzione della sua classe politica, ma anche la capacità di mobilitazione di un popolo stanco. A Città del Messico abbiamo incontrato Román Hernández Rivas del Centro&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/">La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le manifestazioni della società civile messicana a seguito della sparizione dei 43 studenti ad Iguala hanno fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale la brutalità della violenza in Messico e la corruzione della sua classe politica, ma anche la capacità di mobilitazione di un popolo stanco. A Città del Messico abbiamo incontrato Román Hernández Rivas del Centro di Diritti Umani Tlachinollan, che lavora a tu per tu con gli studenti di Ayotzinapa e con le famiglie dei ragazzi scomparsi.</p>



<p><strong>Perché la guerra al narcotraffico promossa dal governo messicano nel 2006, invece di sconfiggere la criminalità organizzata, ha causato violazioni ai diritti umani?</strong><br>Nel 2000, quando il Partido Revolucionario Institucional (PRI) perse la presidenza della repubblica ed entrò Vicente Fox del Partido de Acción Nacional (PAN), s’interruppe l’egemonia che il PRI aveva da circa 80 anni. Non si trattava solo di egemonia politica, ma di controllo della produzione e distribuzione di droga: negli anni ’70 lo stato messicano produceva eroina e oppio che vendeva agli Stati Uniti. Esisteva un’industria statale della droga, è un fatto documentato. Queste coltivazioni non vennero mai sradicate e con gli anni lo stato perse il dominio sulla produzione della droga, lasciando spazio ai cartelli criminali.<br>Quando il PAN arrivò al governo si crearono divisioni tra i gruppi del narco nella lotta per il controllo territoriale. La situazione peggiorò nel 2006, quando il governo annunciò la guerra al narcotraffico, e l’esercito iniziò ad operare frontalmente come attore armato all’interno dello stesso territorio. Non capiamo esattamente quale sia il gioco dell’esercito, se sta appoggiando uno dei cartelli, se nel tentativo di indebolire uno finisce per rinforzare un altro, o se sta attaccando tutti allo stesso modo.<br>La situazione di crisi attuale che vive il Messico, di violazione dei diritti umani commessa da servitori dello stato, si aggravò ulteriormente nel 2008 con la Iniziativa Mérida, un piano di sicurezza progettato dagli Stati Uniti, che si concretizza nella militarizzazione del paese. La società civile si trova al centro di questa disputa per il controllo territoriale tra cartelli del narco, e tra di essi e l’esercito, e cerca di difendere il territorio conteso.</p>



<p><strong>Perché lo stato decide di far sparire le persone invece di ucciderle?</strong><br>Non possiamo dire perché lo fa, ma possiamo parlare delle conseguenze generate dalla desaparición forzada. Quando una persona scompare i suoi cari sentono ansia, paura e incertezza, non sanno cosa sta succedendo. L’omicidio e la desaparición forzada – che per definizione viene operata da servitori dello stato – si toccano nel punto che rappresenta la frontiera fra la delinquenza organizzata e lo stato messicano, come attori che sono impregnati l’uno dell’altro.</p>



<p><strong>Perché considerate il presidente Enrique Peña Nieto responsabile dei fatti di Iguala? Il crimine è stato commesso dalla Polizia Municipale, non potrebbe essere stato un ordine del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, senza l’intervento del governo federale?</strong><br>Il vincolo tra il narco e lo stato non inizia ad Iguala il 26 settembre. Il Messico si può definire un “narcostato” perché la criminalità organizzata ha tanto potere da poter fare eleggere i sindaci, iniettando soldi alle campagne elettorali. Lo stato non è intervenuto per rispondere alle denunce che indicavano alcuni sindaci come parte del crimine organizzato, la sua responsabilità è quindi per omissione e Peña Nieto è responsabile essendo il titolare dell’esecutivo federale. Ma la delinquenza organizzata non è iniziata con lui, lo stato ha creato le condizioni perché fatti come quello di Iguala potessero accadere. La criminalità organizzata è un’inerzia che lo stato sta trascinando da più di 40 anni, che è prodotto delle sue azioni e omissioni.</p>



<p><strong>Con un panorama come questo, le famiglie degli studenti di Ayotzinapa credono che lo stato possa fare giustizia?</strong><br>Le rivendicazioni dei genitori dei ragazzi sono cambiate dal 26 settembre ad oggi. All’inizio pretendevano che il governo dello stato di Guerrero riportasse a casa i loro figli, poi chiesero l’intervento del governo federale. In questo momento non hanno più fiducia in nessuno e sono convinti che Peña Nieto stia solo cercando di “ripulire” la sua immagine, per continuare a girare il mondo svendendo agli investitori stranieri le risorse naturali del paese.</p>



<p><strong>Il movimento che si è formato in solidarietà con Ayotzinapa chiede la rinuncia di Peña Nieto. Che cosa vi aspettate da un’eventuale uscita di scena del presidente? Considerate che la sua rinuncia potrebbe portare a un cambio reale nel paese?</strong><br>Il movimento chiede la rinuncia del presidente perché è considerato responsabile della violenza di stato, e quindi di quello che è successo ai ragazzi. Ad ogni modo gli studenti di Ayotzinapa affermano che il problema non è Peña Nieto in sé, ma la struttura su cui si sostiene il sistema politico, che permette a una figura come la sua di stare al potere. Gli studenti stanno cercando reali garanzie di non ripetizione di quello che è successo, e non le possono chiedere allo stato messicano visto che lui stesso commette violazioni ai diritti umani. Per questo la popolazione ha occupato una ventina di municipi nello stato di Guerrero, dove si sono formati consigli popolari con l’idea di generare un processo di costruzione politica dal basso, che stabilisca spazi donde si possano prendere decisioni collettivamente e fuori dalla politica partitica. È un esperimento che prende ad esempio le Giunte di Buon Governo presenti in territorio zapatista.</p>



<p><em>Intervista pubblicata da Narcomafie nell’aprile 2015.</em></p>



<p><em>Versión en español:</em>&nbsp;http://www.sobreamericalatina.com/?p=2135</p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2015/04/28/la-responsabilita-dello-stato-messicano-per-i-fatti-di-ayotzinapa-intervista-a-roman-hernandez-del-centro-di-diritti-umani-tlachinollan/">La responsabilità dello Stato messicano per i fatti di Ayotzinapa. Intervista a Román Hernández del Centro di Diritti Umani Tlachinollan</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Rien ne va plus. La legislazione sul gioco d’azzardo e la criminalità organizzata</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2014/01/14/rien-ne-va-plus-la-legislazione-sul-gioco-dazzardo-e-la-criminalita-organizzata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2014 11:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fai Notizia]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
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		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Agli angoli di un incrocio nel quartiere genovese di Sampierdarena ci sono quattro sale slot. È uno dei biglietti da visita del paese che ha il primato europeo di spesa in gioco d’azzardo: 87 miliardi di euro nel 2012, di cui più della metà spesi in slot machine. Si stima che in Italia i giocatori&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/01/14/rien-ne-va-plus-la-legislazione-sul-gioco-dazzardo-e-la-criminalita-organizzata/">Rien ne va plus. La legislazione sul gioco d’azzardo e la criminalità organizzata</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Agli angoli di un incrocio nel quartiere genovese di Sampierdarena ci sono quattro sale slot. È uno dei biglietti da visita del paese che ha il primato europeo di spesa in gioco d’azzardo: 87 miliardi di euro nel 2012, di cui più della metà spesi in slot machine. Si stima che in Italia i giocatori patologici siano circa 800mila, e che siano tre milioni le persone a rischio.</p>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Audio-Slot-Machine.mp3"></audio><figcaption class="wp-element-caption"><em>(Ascolta l’audioreportage sul gioco d’azzardo)</em></figcaption></figure>



<p>Secondo un’inchiesta pubblicata sul mensile Wired da Raffaele Mastrolonardo e Alessio Cimarelli, Genova è la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: uno ogni 235 metri.&nbsp;I problemi sociali causati dal proliferare delle cosiddette “macchinette” hanno portato i cittadini del capoluogo ligure a mobilitarsi per chiedere misure per arginare il fenomeno. A Genova varie associazioni tra cui Libera, Arci e Comunità di San Benedetto al Porto hanno cercato di introdurre una riflessione su quello che sta avvenendo in Italia, dove dal 2004 a oggi il giro d’affari legato al gioco d’azzardo legale è aumentato di dieci volte. Nel marzo 2013, una manifestazione cittadina è riuscita a frenare l’apertura della più grande sala giochi della città, nel quartiere di Pegli.<br>Per capire in che modo si è sviluppato il mercato del gioco d’azzardo negli ultimi anni, la legislazione che regola il settore e il ruolo che in esso riveste la criminalità organizzata, abbiamo conversato con Manlio Trotta, volontario genovese di Libera che da tempo si occupa del tema.</p>



<p><strong>Manlio Trotta, in che momento il gioco d’azzardo è diventato un problema sociale grave nel nostro paese?</strong><br>Il dramma è iniziato negli anni ’90, quando incautamente i governi hanno ritenuto di dover liberalizzare questo gioco concedendo autorizzazioni a tutto spiano, con l’intento dichiarato – non so quanto sincero – di combattere il gioco d’azzardo illegale.<br>Il gioco d’azzardo è sempre esistito in tutto il mondo: in Cina sono stati scoperti dei dadi che risalgono al 2000 a.C. In Italia una volta c’erano il lotto, le lotterie di capodanno, la schedina del totocalcio o i casinò, che erano pochi e ai margini del paese. Con la liberalizzazione degli anni ‘90 è iniziata la proliferazione delle slot machine, e solo recentemente a livello locale si sta cercando di mettere un freno. Le istituzioni centrali sono sorde, visto che ci sono delle lobby fortissime che fino ad oggi sono riuscite a stoppare qualsiasi iniziativa finalizzata a ridurre la prerogativa dello stato nella gestione del gioco d’azzardo.</p>



<p><strong>La liberalizzazione degli anni ’90 ha quindi legalizzato il gioco d’azzardo?</strong><br>In realtà, a livello legislativo l’azzardo è proibito a meno che non sia autorizzato dallo stato. L’azzardo dovrebbe quindi essere vietato tranne qualche eccezione, ma possiamo considerare come un’eccezione il proliferare di slot machine che vediamo nelle nostre città? È un’ipocrisia.<br>Inoltre, l’articolo penale che regola la materia considera come gioco d’azzardo anche la lotteria di capodanno o il lotto, ma è evidente che il loro grado di pericolosità sociale rispetto alle slot machine o alle scommesse online è diverso. Tra l’altro, se si volesse cercare una correlazione tra la percentuale di prelievo fiscale e la pericolosità sociale dei vari giochi d’azzardo, si vedrebbe come tanto più il gioco è socialmente pericoloso, tanto più basso è il prelievo fiscale. Il prelievo nelle scommesse on line è del 0,6% circa, mentre sul lotto è di circa il 40%.</p>



<p><strong>Cosa ne pensa delle recenti iniziative legislative, a livello locale come nazionale, che cercano di arginare la diffusione delle slot machine?</strong><br>Tutta l’attività e la sensibilità dell’opinione pubblica sull’aspetto dell’azzardo è rivolta alla fase finale, cioè alle sue conseguenze negative: l’usura e le patologie che l’azzardo comporta. Di conseguenza tutti i provvedimenti che sono stati presi – la legge regionale ligure, il regolamento del comune di Genova e la proposta di legge parlamentare – riguardano questo aspetto. Anche la maggior parte delle regolamentazioni europee hanno come obiettivo il contrasto a quella che viene chiamata “ludopatia”. Ciò che si sta facendo è restringere lo stagno dell’azzardo per ridurne le conseguenze negative, ma lo stagno resta.<br>Non è ancora stato preso formalmente in esame tutto il problema a monte che riguarda la fase organizzativa dell’azzardo, e l’opinione pubblica normalmente non ha nessuna consapevolezza sul tema. In questa fase c’è la presenza – per me è molto limitativo parlare di infiltrazione, essendo molto più diffusa di quanto non si pensi – della criminalità organizzata.</p>



<p><strong>Attraverso quali attività le mafie si sono inserite nel settore?</strong><br>Innanzitutto un affare in cui girano 87 miliardi di euro l’anno presenta ottime occasioni di riciclaggio, che si concretizza soprattutto nell’apertura delle sale bingo. Quando, nel quadro delle liberalizzazioni del decennio scorso, venne decisa l’apertura delle sale bingo, ci fu la corsa di molti politici ad ottenere la concessione, perché si riteneva fosse un grande affare. Non lo fu, e a quel punto sono entrate le organizzazioni criminali che utilizzarono le sale bingo per riciclare denaro sporco.</p>



<p><strong>In che modo la criminalità organizzata opera nel settore delle slot machine?</strong><br>È un settore in cui si possono guadagnare molto soldi, soprattutto se si hanno comportamenti non corretti come la manipolazione delle macchinette, che permette di ridurre il volume dichiarato di fatturato. Le slot machine dovrebbero essere tutte collegate telematicamente con la Sogei, che è la società pubblica che opera per l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e che si occupa della detrazione fiscale. Per legge una slot machine remunera la filiera degli operatori in base al volume di gioco che ogni macchinetta registra, restituendo ai giocatori il 75% delle giocate mentre il 25% viene suddiviso tra tutti gli operatori: stato, concessionari, gestori ed esercenti.<br>Il mezzo più grezzo di manipolazione di una slot machine consiste nel non collegarla alla Sogei, in questo modo non segnalerà nessuna entrata. Un altro sistema prevede la contraffazione della sceda elettronica, in modo che non trasmetta i dati con continuità. Non sarà solo il fisco a prendere di meno, ma anche il concessionario e l’esercente; è un margine nero che va in tasca al gestore. Normalmente gli esercenti non sanno neanche di avere nei loro locali slot machine truccate.</p>



<p><strong>Ha parlato dell’importanza di porre l’attenzione su ciò che sta a monte dell’azzardo. Come funziona la “filiera” dell’azzardo? In che modo e a che livello le mafie sono riuscite a penetrarla?</strong><br>Il gioco è riservato allo stato attraverso l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la quale fornisce ad alcune società una concessione per una nuova attività, operando come fiduciarie sue e, di conseguenza, dello stato. Varie inchieste della magistratura hanno dimostrato che alcuni di questi contratti sono stati ottenuti corrompendo funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.<br>Attualmente in Italia le concessionarie sono tredici, e sono una grandissima lobby. Questi soggetti gestiscono le slot machine rivolgendosi a dei gestori e stabilendo con loro contratti di tipo commerciale. I gestori sono quelli che hanno in mano il pallino del gioco: il loro ruolo è comprare le slot da chi le fabbrica, distribuirle sul territorio e firmare dei contratti con gli esercenti, ed è soprattutto a livello della gestione che si sono introdotte le mafie.<br>Inoltre, alcune indagini della magistratura hanno mostrato come le mafie non si accontentino di essersi inserite a livello dei gestori e sono in atto tentativi, per ora andati a vuoto, di inserirsi a livello dei concessionari. Acquisendo rami di aziende concessionarie, note famiglie mafiose si sono candidate ad ottenere legalmente la concessione da parte stato. L’organizzazione criminale che ha il predominio, per lo meno numerico, nel settore dell’azzardo legale è la ‘ndrangheta. Non c’è un’alleanza tra le organizzazioni mafiose, però non si pestano i piedi.</p>



<p><strong>Qual è la reazione del mondo politico-imprenditoriale di fronte alla pervasività della presenza mafiosa in un settore così importante per l’economia italiana?</strong><br>Nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia del dicembre 2012 c’è un intero capitolo dedicato all’azzardo. Questo si conclude denunciando chiaramente non solo la presenza delle organizzazioni mafiose, ma la loro collusione con settori imprenditoriali e politico-istituzionali. Emblematico il caso di Francesco Corallo, che era il presidente della società concessionaria Atlantis e figlio di un noto boss mafioso. Corallo aveva molti agganci politici tra cui l’onorevole Amedeo Laboccetta che, mentre quello si trovava latitante, si è presentato nel suo ufficio durante una perquisizione della Guardia di Finanza. Laboccetta ha impedito il sequestro del computer di Corallo dicendo che era suo, se l’è portato via e lo ha poi restituito ripulito.</p>



<p><strong>Qual è la sua proposta per affrontare in modo efficace la lotta all’azzardo e alla criminalità organizzata che opera nel settore?</strong><br>Il problema dovrebbe essere affrontato creando un sistema che renda più efficaci i controlli di tutta la filiera. Ad esempio, non è ammissibile che i concessionari subappaltino la gestione dell’azzardo con contratti di tipo commerciale e privato, che sfuggono il controllo dello stato. Inoltre, come diceva Falcone, “bisogna seguire il denaro”: l’azzardo è uno dei canali di denaro della criminalità organizzata e va prosciugato. Su come prosciugarlo ci sono vari filoni di pensiero: ci sono i proibizionisti e i non proibizionisti. Noi come Libera non lo siamo, e non solo perché è inefficace; secondo noi il problema va affrontato facendo in modo che la gente prenda consapevolezza di tutti questi aspetti negativi, di ciò che sta a monte dell’azzardo. In questo modo, quando qualcuno mette la sua moneta nella slot machine, saprà che trenta centesimi di quell’euro vanno in tasca alle mafie.<br>Stiamo facendo degli sforzi per diffondere nella cittadinanza genovese questa consapevolezza, cercando di dare un taglio informativo che non sia limitato solo agli aspetti patologici. Adesso ci stiamo occupando delle slot machine, ma bisognerà prendere anche in esame il problema delle sale bingo, molte delle quali sono in mano alla malavita organizzata.</p>



<p>BOX – LA PIONERISTICA GENOVA</p>



<p>Non è quindi un caso se Genova è stata la prima grande città italiana ad adottare un regolamento finalizzato a mettere dei paletti al proliferare delle slot machine. “Credo che i comuni debbano intercettare le esigenze che sono dei territori, e che vedono uno stato centrale e un governo completamente scollati e distanti”, spiega a Narcomafie Elena Fiorini, assessore alla Legalità del Comune di Genova. “Dobbiamo decidere come comunità quale modello di impegno per la soluzione dei problemi vogliamo promuovere. Aspettare delle soluzioni magiche che arrivano da una vincita, o scegliere un impegno quotidiano per affrontare quello che è un periodo oscuro dal punto di vista sociale ed economico nel nostro paese”.<br>Il regolamento genovese, che si basa su una legge regionale che permette ai comuni di legiferare in materia, ha introdotto un regime di distanze minime da alcuni luoghi sensibili come scuole, ospedali, sportelli bancomat e compraoro, e prevede che il sindaco conceda l’autorizzazione all’esercente che ne fa richiesta (secondo la normativa nazionale è necessaria una semplice autorizzazione di polizia, che viene concessa a chi dimostra buona condotta e sorvegliabilità dei locali). Da quando il regolamento è entrato in vigore, a Genova non ci sono state nuove richieste di autorizzazioni.<br>Varie regioni hanno seguito l’esempio ligure, come Emilia Romagna e Lazio che hanno approvato leggi simili, mentre le giunte di Lombardia, Puglia, Marche, Veneto, Piemonte e Calabria stanno discutendo proposte che vanno nello stesso senso. A livello centrale, il parlamento italiano sta prendendo in esame una proposta di legge finalizzata ad arginare il fenomeno, e all’inizio dello scorso settembre è stata approvata una mozione sul gioco d’azzardo che chiede una moratoria di dodici mesi per le nuove autorizzazioni.<br>“La mozione mi trova d’accordo, ma è solo un atto di indirizzo del parlamento al governo e non ha nessun valore giuridico”, spiega a Narcomafie il direttore di Vita Riccardo Bonacina, magazine promotore di una campagna contro le slot machine. “Tra l’altro, con l’art. 14 del Decreto IMU il governo ha condonato i concessionari: nel 2007 la Guardia di Finanza scoprì un’evasione fiscale di 98 miliardi di euro e nel 2011 la Corte dei Conti ha portato la multa a 2 miliardi e mezzo di euro. Con l’articolo suddetto, il governo chiude il contenzioso con una cifra di 618 milioni di euro. Quello che contestiamo è che questa transazione è al ribasso assoluto”.<br>Inoltre, la legislazione italiana non sembra preoccuparsi del ruolo di primo piano che hanno le mafie nel gioco d’azzardo legale. Scrive la Direzione Nazionale Antimafia nel rapporto annuale del dicembre 2012: “La criminalità di stampo mafioso non si è lasciata certo sfuggire l’opportunità di penetrare in un settore da cui possono derivare introiti ingenti e attraverso il quale possono essere riciclate ed investite, in maniera tranquilla, elevatissime somme di denaro. Né può essere dimenticato che a fronte di rilevanti introiti economici l’accertamento delle condotte illegali è alquanto complesso, e le sanzioni penali previste risultano piuttosto contenute”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato sul mensile Narcomafie nel dicembre 2013.</em></p>



<p><em><a href="http://www.fainotizia.it/inchiesta/05-11-2013/genova-citt%C3%A0-italiana-delle-slot-machine" target="_blank" rel="noopener" title="">Audioreportage pubblicato su Fai Notizia il 5.11.2013</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2014/01/14/rien-ne-va-plus-la-legislazione-sul-gioco-dazzardo-e-la-criminalita-organizzata/">Rien ne va plus. La legislazione sul gioco d’azzardo e la criminalità organizzata</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
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		<title>La foglia di coca non è cocaina. Intervista al profesor Jorge Ronderos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Nov 2013 13:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’11 gennaio 2013, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha depenalizzato la masticazione della foglia di coca in territorio boliviano e permesso allo stato sudamericano di coltivare la pianta di coca “nell’estensione necessaria” per il suo uso tradizionale.“È una vittoria dei popoli indigeni e dei movimenti sociali. È stato corretto un errore storico dopo quasi cinquant’anni,&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/03/la-foglia-di-coca-non-e-cocaina-intervista-al-profesor-jorge-ronderos/">La foglia di coca non è cocaina. Intervista al profesor Jorge Ronderos</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’11 gennaio 2013, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha depenalizzato la masticazione della foglia di coca in territorio boliviano e permesso allo stato sudamericano di coltivare la pianta di coca “nell’estensione necessaria” per il suo uso tradizionale.<br>“È una vittoria dei popoli indigeni e dei movimenti sociali. È stato corretto un errore storico dopo quasi cinquant’anni, riconoscendo che la foglia di coca non è una droga ”, ha dichiarato Dionisio Núñez, viceministro della Coca e Sviluppo Integrale della Bolivia. Infatti, per i popoli indigeni dei paesi andini masticare coca – prodotto che, nel suo stato naturale, si differenzia enormemente dalla cocaina, che è un suo alcaloide – ha da sempre un significato culturale e rituale molto importante.<br>Il presidente boliviano socialista Evo Morales, indigeno del popolo aymara che ha un passato da leader sindacalista dei cocaleros (contadini produttori di coca), ha sottolineato che i risultati nella&nbsp; lotta contro il narcotraffico dello Stato boliviano sono internazionalmente riconosciuti, e che i contadini controllano il limite della coltivazione della foglia di coca per evitare che venga utilizzata per la produzione di cocaina. È inoltre importante osservare che la decisione dell’ONU si applica solo in territorio boliviano, e continua a proibire internazionalmente l’esportazione della foglia di coca.<br>La Costituzione boliviana del 2009 obbliga a difendere la foglia di coca come parte del patrimonio culturale del paese e in altri stati andini come Colombia, Perù ed Argentina è permesso il consumo tradizionale della pianta di coca. Di conseguenza, la recente vittoria boliviana segna il cammino per questi paesi, le cui leggi entrano in tensione con le Convenzioni internazionali.<br>Infatti, l’articolo 49 della Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, approvata nel 1961 a New York da 184 paesi, vetava la masticazione della foglia di coca (pratica chiamata “pijcheo” in Bolivia, “chajcheo” in Perú, “mambeo” in Colombia e “coqueo” nel nord dell’Argentina), prendendo a pretesto il fatto che la pianta di coca contiene gli alcaloidi con cui viene prodotta la cocaina. Nel 1971, l’accordo venne rafforzato con la firma della Convenzione di Vienna sulle Sostanze Psicotropiche, che include la foglia di coca nella lista 1 degli stupefacenti, di cui fanno parte sostanze considerate “droghe pesanti”, come la cocaina e l’eroina.<br>Nel giugno 2011, la Bolivia si è ritirata dalla Convenzione a causa del rifiuto, da parte delle Nazioni Unite, di togliere la proibizione di masticare la foglia di coca e, sei mesi dopo, il governo boliviano ha chiesto la reincorporazione del paese alla Convenzione di Vienna, a condizione che la masticazione della coca venisse accettata dai paesi firmatari. Il 10 gennaio del 2012 iniziò il periodo di dodici mesi in cui i paesi membri hanno diritto ad esprimere le loro obiezioni e, il 10 gennaio scorso, non sono stati raggiunti i voti necessari a vetare la richiesta del governo boliviano. Di fatto, solo quindici paesi hanno manifestato la loro obiezione, e tra questi l’unico latinoamericano è stato il Messico.<br>Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha quindi accettato il ritorno della Bolivia alla Convenzione di Vienna, annullando la proibizione della masticazione della coca, disposizione effettiva a partire del 10 febbraio 2013.<br>Orsetta Bellani, collaboratrice di Narcomafie, ha parlato della depenalizzazione della foglia di coca, di cocaina ed altre droghe con il sociologo colombiano Jorge Ronderos Valderrama, professore titolare dell’Università di Caldas, che dirige il gruppo di ricerca e la rivista “Cultura y Droga”.</p>



<p>Professor Ronderos Valderrama, cosa ne pensa della recente decisione dell’Onu di depenalizzare la masticazione della foglia di coca?<br>Accolgo la decisione con molto favore, la Convenzione di Vienna è datata, è stata inefficiente ed ha creato una grande corruzione.<br>A lungo il presidente boliviano Evo Morales ha lottato perché venisse&nbsp; cambiata, si tratta di una giusta rivendicazione per il riconoscimento dell’identità del suo popolo, che considera la coca come una pianta sacra.</p>



<p>Mi può parlare del processo di trasformazione della foglia di coca in cocaina?<br>La cocaina è un alcaloide della pianta di coca, che ne ha altri come la nicotina e la caffeina. Macerando la foglia di coca e utilizzando sostanze come cloridrato, solfato e in alcuni casi anche benzina, si estrae il “cristallo” della cocaina, che è una polvere bianca. Gli alcaloidi sono il risultato del processo naturale di metabolizzazione di una pianta, ma possono anche essere prodotti sinteticamente in laboratorio. Spesso l’alcaloide, la cocaina, viene erroneamente chiamata coca. “Coca” è la pianta, che è una cosa molto differente.</p>



<p>In che modo la pianta di coca viene utilizzata dai popoli indigeni delle Ande?<br>Nelle culture andine la pianta di coca viene utilizzata con fini sciamanici e curativi, ad esempio per alcune infezioni come l’ascesso. L’uso tradizionale è il mambeo, che consiste nel masticarla mischiandola con la saliva, e viene fatto normalmente con una finalità e in un determinato contesto rituale. Ad esempio gli indigeni della Sierra Nevada di Santa Marta, in Colombia, dicono di masticare la coca per “tessere pensieri”. Altri la masticano prima di un’attività faticosa, come intraprendere un viaggio, perché dà energia.&nbsp; La coca viene utilizzata anche come alimento, essendo molto ricca di calcio.</p>



<p>Quali sono i maggiori produttori di coca? E quali paesi sono i maggiori consumatori di cocaina?<br>I paesi che producono la pianta di coca sono Colombia, Perù, Bolivia, Ecuador e anche Venezuela, in una parte della zona andina. È una pianta che può crescere dai 200 fino ai 1500 metri sul livello del mare, dando specie differenti. Spesso la cocaina viene prodotta illegalmente in questi stessi paesi e la maggior parte viene inviata negli Stati Uniti, che sono i maggiori consumatori di cocaina, coprendo il 70% del consumo mondiale. Una volta negli Stati Uniti, la cocaina viene tagliata con altre sostanze, aumentando il rischio che crei problemi nel soggetto che la consuma.<br>Un altro elemento che vale la pena rilevare è che inizialmente per produrre la Coca Cola si utilizzava la coca, da cui viene il nome della bibita. A partire dalla proibizione della pianta, l’impresa dice di aver sostituito la coca con la caffeina.</p>



<p>Quale definizione di droga è stata adottata dal suo gruppo di ricerca?<br>Normalmente con il termine “droga” ci si riferisce ad alcune sostanze psicoattive proibite, che nel linguaggio delle convenzioni internazionali viene chiamato “stupefacente”. Il mio gruppo di ricerca considera invece il concetto di droga da un punto di vista più amplio, ossia come qualsiasi sostanza biologicamente attiva che nel momento in cui viene incorporata in un organismo produce un cambio e, nel caso specifico dell’essere umano, una mutazione di stato d’animo.<br>Gli esseri umani non sono gli unici consumatori di droghe: sono state documentate più di trecento specie animali che le consumano, non in modo casuale o accidentale, ma in certi momenti della loro esistenza e durante determinati processi. Mi riferisco ad esempio a elefanti, capre, scimmie, uccelli e anche pesci, che attraverso il consumo delle droghe modificano il loro modo di percepire, comportarsi e agire in un determinato contesto.</p>



<p>Secondo questa definizione, quali sostanze possono essere considerate come droghe?<br>Consideriamo droghe sostanze come lo zucchero, il cioccolato, le sigarette, il peperoncino, l’eroina, la marijuana, la cocaina, la caffeina, i farmaci, le bibite, l’alcool e i profumi. Esistono persone dipendenti da questa sostanza, che sentono di perdere la propria identità se non portano il profumo della tal marca.</p>



<p>Da quale punto di vista il suo gruppo di ricerca studia le droghe?<br>Studiamo le droghe nel modo in cui emergono in ogni cultura, perché e come si utilizzano, in che dosi possono produrre problemi per la salute. Ad esempio l’alcool, una droga che nella nostra cultura occidentale si consuma da millenni, se si usa adeguatamente non è negativo: in certe situazioni una determinata dose di alcool può essere un rimedio, ma usato in modo inadeguato è un veleno. Un altro esempio che possiamo fare è quello dello zucchero. Sono state identificate circa cento malattie associate al suo consumo, o meglio al suo abuso, e conosciamo il caso di una comunità peruviana nella Foresta Amazzonica dove la popolazione ne è dipendente: lo consumano in modo compulsivo e hanno gravi problemi di salute.<br>In generale, il fatto che una droga sia benefica o malefica dipende dall’organismo: ognuno ha affinità positive o negative con ciascuna sostanza. Su alcune persone fumare sigarette non produce gravi danni, per altre può essere letale in breve tempo.</p>



<p>Con quale funzione sono nate le droghe?<br>Molte droghe nascono come rimedio per curare una malattia o, più in generale, hanno avuto applicazione medica. Ad esempio, nel XVI secolo lo zucchero non si consumava massivamente come si fa oggi, ma veniva usato dai medici nelle corti europee per curare la melanconia. Abbiamo già detto come, se utilizzato in dosi eccessive per un determinato organismo, lo zucchero si possa convertire in una sostanza dannosa per la salute.<br>Un altro esempio è quello dell’oppio, che nel secolo XIX in Europa veniva utilizzato per curare vari tipi di malattie, incluso per calmare il pianto dei bambini. Poi c’è la cocaina, creata in Europa intorno al 1880, che fu il primo anestetico utilizzato in medicina, in particolare in otorinolaringoiatria. Evidentemente è una sostanza che se utilizzata in modo incorretto produce effetti molto negativi.<br>Un altro esempio di anestetico che si usa in campo veterinario, oltre che sui bambini, è la chetamina: è un farmaco a tutt’oggi legale che viene utilizzato anche con fini ricreativi. Anche l’estasy in Spagna è stato usato in procedimenti terapeutici, in particolare su donne vittime di violenza sessuale.<br>La marijuana per uso terapeutico è legale in molti paesi del mondo e in alcune zone degli Stati Uniti, come lo Stato di Washington, è stato approvato il suo “uso ludico e ricreativo” per gli adulti. La canapa è una pianta che produce una tela molto resistente: i primi blue jeans e le prime banconote di dollari erano fatti di canapa. Ford creò un automobile a canapa e fino agli anni ’50 in Italia si seminava in grandi estensioni di terra per produrre agrocombustibili.</p>



<p>Da cosa dipende quindi la denominazione “droga” o “medicina”?<br>Dipende del contesto culturale, dove la medicina e la scienza contribuiscono alla formazione di una determinata cultura. Le sostanze spesso sono viste come il male, ma non sono le sostanze ad essere negative in sé o a creare dipendenza. La malattia della dipendenza, che è sintomo di un desiderio non soddisfatto, è causata da caratteristiche proprie dell’individuo all’interno del suo sistema di relazioni, del suo ambiente, della sua storia personale, le persone dipendenti sono soggetti incapaci di trovare senso nella vita. Possiamo prendere il caso dei depressi, soggetti dipendenti dai farmaci antidepressivi che la nostra società considera “drogati buoni”, perché assumono droghe legali.</p>



<p>Perché alcune sostanze nel corso della storia e all’interno della solita cultura sono passate da essere considerate “medicine” ad essere considerate “droghe”?<br>Ci si è basati su fattori economici e meccanismi di potere, più che su criteri relativi alla dannosità della sostanza. In Russia, durante l’epoca degli zar, era stato proibito il caffè: i consumatori di caffè erano considerati terroristi e venivano perseguiti, incarcerati e gli veniva tagliato un pezzo di orecchio per poterli identificare come nemici del sistema.</p>



<p>Cosa ne pensa della proibizione della produzione, del consumo e della commercializzazione delle droghe come strategia per combattere il narcotraffico?<br>Per quanto una determinata sostanza si possa proibire, finché ci sarà qualcuno interessato a consumarla, ci sarà qualcuno che la produrrà. Per questo in economia si parla della legge della domanda e dell’offerta, non esiste la legge dell’offerta e della domanda.<br>È un fatto che il narcotraffico è un prodotto del proibizionismo, che i cartelli criminali perderebbero gran parte dei loro introiti se lo stato legalizzasse e controllasse la produzione e la vendita delle droghe. Durante il Vertice delle Americhe, che si è svolto a Cartagena de Indias (Colombia) nell’aprile 2012, i governi latinoamericani hanno riconosciuto il fallimento di quella che viene chiamata “guerra al narcotraffico”, che genera corruzione e si converte in una guerra contro la popolazione. I paesi latinoamericani hanno iniziato a considerare la possibilità di affrontare il problema in un modo differente, il dibattito è stato avviato ma gli interessi in gioco sono molti, non sarà semplice.</p>



<p><em>Intervista pubblicata sul numero di febbraio 2013 del mensile Narcomafie.</em></p>



<p><em><a href="https://sobreamericalatina.com/2013/11/05/lo-hoja-de-coca-no-es-cocaina-entrevista-con-el-profesor-jorge-ronderos/" target="_blank" rel="noopener" title="">Versión en españól</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/11/03/la-foglia-di-coca-non-e-cocaina-intervista-al-profesor-jorge-ronderos/">La foglia di coca non è cocaina. Intervista al profesor Jorge Ronderos</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Messico: il culto alla Santa Muerte</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/25/messico-il-culto-alla-santa-muerte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2013 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Muerte]]></category>
		<category><![CDATA[sincretismo religioso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notte del 31 ottobre di ogni anno, a Città del Messico migliaia di persone si raccolgono attorno ai circa 1500 altari intitolati alla Santa Muerte. Il più noto è quello fondato da Donna Queta, nel quartiere popolare di Tepito.La Santa Muerte, o Niña Blanca (bambina bianca), è considerata la santa dei narcos e di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<p>La notte del 31 ottobre di ogni anno, a Città del Messico migliaia di persone si raccolgono attorno ai circa 1500 altari intitolati alla Santa Muerte. Il più noto è quello fondato da Donna Queta, nel quartiere popolare di Tepito.<br>La Santa Muerte, o Niña Blanca (bambina bianca), è considerata la santa dei narcos e di tutti quelli che non sono accolti nella Chiesa Cattolica, ma in realtà il suo culto è molto più esteso: si parla di un numero compreso tra i cinque e i dieci milioni di fedeli.&nbsp;<br>Quando gli spagnoli conquistarono l’America per depredarla e cattolicizzarla, le religioni indigene vennero proibite. Per non perdere del tutto la propria cultura, i popoli nativi crearono un’interessante forma di sincretismo religioso: mischiando i simboli cristiani con quelli pagani, veneravano i propri idoli “travestendoli” da santi. In Messico, il culto della morte risale al 1600 e ha incrementato il numero dei suoi adepti soprattutto negli ultimi anni.<br>A Tepito i fedeli si mettono in fila per toccare l’altare di Donna Queta accompagnati dalla musica dei mariachi, i tradizionali gruppi messicani composti da trombe e chitarre. Si scambiano pareri sui miracoli compiuti dalla Santa Muerte e portano con loro statue, fiori, sigarette e liquori da offrirle.<br>Alcuni raggiungono l’altare percorrendo il quartiere in ginocchio e sono molti i fedeli che arrivano da lontano. La signora Ana di Hidalgo, città che si trova a circa tre ore dalla capitale, racconta: “Hanno sparato nove colpi a mio figlio e i dottori dicevano che sarebbe morto. Una mia amica mi ha portato una statua della Niña Blanca e da allora mio figlio ha iniziato a guarire. La Santa Muerte è buona ed è una donna bellissima”.</p>



<p><em>Reportage pubblicato sul mensile Narcomafie nell’ottobre 2012.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/25/messico-il-culto-alla-santa-muerte/">Messico: il culto alla Santa Muerte</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La battaglia di Cherán</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2013/10/20/la-battaglia-di-cheran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2013 13:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[Narcomafie]]></category>
		<category><![CDATA[Cheran]]></category>
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		<category><![CDATA[popoli indigeni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cherán è un paese di circa ventimila anime adagiato sulle montagne dello stato di Michoacán, nel centro del Messico. Si trova a più di duemila metri sul livello del mare ed è circondato da boschi che, negli ultimi anni, si sono andati assottigliando.Gli abitanti di Cherán sono indigeni purépechas che, come tutte le nazioni indigene&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-28f84493 wp-block-columns-is-layout-flex">
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<p>Cherán è un paese di circa ventimila anime adagiato sulle montagne dello stato di Michoacán, nel centro del Messico. Si trova a più di duemila metri sul livello del mare ed è circondato da boschi che, negli ultimi anni, si sono andati assottigliando.<br>Gli abitanti di Cherán sono indigeni purépechas che, come tutte le nazioni indigene d’America, hanno un rapporto speciale ed intimo con quella che chiamano Pacha Mama, la Madre Terra.&nbsp;I nativi americani comprendono in modo spirituale la connessione presente tra la natura e gli esseri umani, relazione difficile da afferrare per la nostra concezione giudaico-cristiana, secondo cui solo gli essere umani hanno un’anima. Per i purépechas, al contrario, i boschi e le fonti d’acqua sono vivi e sacri, e vanno pertanto amati e difesi.<br>Da tempo i talamontes, come si definiscono i tagliaboschi illegali, avevano preso di mira le foreste che circondano Cherán. Le elezioni municipali del 2007 crearono una spaccatura all’interno del paese, e i tagliaboschi approfittarono delle tensioni per portarsi via tonnellate di legna: dai dieci ai venti camion al giorno attraversavano le strade del paese, carichi di pini e querce. Dal 2008 ad oggi, a Cherán sono stati abbattuti 28mila ettari di foresta, l’80% della superficie totale.<br>Quando il crimine organizzato, molto presente nello Stato di Michoacán, si rese conto degli introiti che potevano derivare dal commercio clandestino di legna, volle la loro fetta di torta. Secondo uno studio della Banca Mondiale dal titolo “Giustizia per i boschi. Migliorando gli sforzi della giustizia penale per combattere il disboscamento illegale”, a livello planetario la vendita illegale di legna genera introiti per una cifra compresa tra i 10mila e i 15mila milioni di dollari. In Messico, la maggior parte dei proventi derivati dal commercio della legna finisce nelle casse del crimine organizzato. Parte di questo denaro – continua lo studio – viene utilizzato per pagare funzionari corrotti a tutti i livelli di governo: locale, statale e federale. Le leggi di protezione delle risorse boschive in Messico non vengono applicate proprio a causa della corruzione, ma anche dei problemi di coordinazione tra le autorità, e la probabilità che un depredatore forestale messicano venga sanzionato è una delle più basse del mondo: si parla di meno di un arresto ogni cento tagliaboschi clandestini.<br>Gli uomini del crimine organizzato dello Stato di Michoacán, appartenti al cartello denominato La Familia Michoacana, hanno saputo approfittare di questa situazione di impunità generalizzata: si misero all’entrata del bosco di Cherán chiedendo 1000 pesos (circa 60 euro) ai tagliaboschi per ogni camion che usciva, offrendo in cambio protezione nei confronti della popolazione locale.<br>La tensione tra i tagliaboschi e gli abitanti di Cherán era infatti palpabile. “Vivevamo il disboscamento delle nostre foreste per opera dei talamontes, ma non avevamo capito che dietro di loro c’era il crimine organizzato. Poi, visto che la situazione continuava e che si trattava di una vera e propria devastazione, abbiamo iniziato a pensare che non potevano essere talamontes comuni. Così abbiamo indagato e siamo arrivati alla conclusione che dietro di loro c’era gente armata, appartenente a un cartello del narcotraffico”, racconta a Narcomafie José Merced Velázquez, abitante di Cherán.<br>Il conflitto esplose quando i tagliaboschi iniziarono ad abbattere gli alberi secolari che proteggevano la sorgente che rifornisce d’acqua tutto il paese: il 15 aprile 2011, alle 6 del mattino, un gruppo di donne e giovani bloccarono con pali e pietre tre camion dei tagliaboschi. Fermarono cinque di loro per consegnarli alle autorità e, nello scontro con il crimine organizzato, una persona ricevette una pallottola nella testa. La popolazione riuscì comunque a cacciare i criminali, che nella fuga incendiarono il bosco.<br>“L’insurrezione è iniziata perché i criminali toccarono la nostra più grande sorgente d’acqua – spiega José Merced Velázquez -. A quel punto abbiamo reagito: per noi purépecha il bosco e l’acqua sono sacri, perché sono le fonti della nostra vita. Consideriamo la natura come parte di noi stessi, quando toccarono la zona dove si genera l’acqua ci siamo sentiti come se ci avessero attaccato. Abbiamo reagito come gli essere viventi che siamo, in relazione all’acqua e all’aria. Da tempo parlavamo di fare qualcosa per fermare i talamontes, ma l’insurrezione si è data in modo spontaneo: la gente iniziò a bloccare i camion che passavano per il paese, inizialmente furono le donne, poi ci siamo aggiunti tutti”. “Di fronte all’umiliazione che viveva la nostra comunità e all’inerzia da parte del governo, che non agiva contro i talamontes malgrado le nostre denunce, noi donne abbiamo dato vita alla lotta per la difesa dei boschi, della nostra casa che è Cherán. La storia della nostra comunità è frequente in Messico, dove i popoli nativi vengono spoliati delle loro risorse naturali e dei luoghi sacri che i nostri avi ci hanno lasciati in eredità, e che noi vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti”, racconta Alicia. Anche Angelina ricorda il coraggio che la mosse in quei giorni: “Non eravamo più liberi di uscire in strada ed avevamo paura per i nostri bambini. Abbiamo iniziato a parlare fra noi per decidere il da farsi, e un giorno abbiamo preso in mano i bastoni. Ora siamo liberi e non abbiamo più paura”.<br>Il 15 aprile 2011, dopo aver cacciato la criminalità organizzata, la gente di Cherán ha costruito barricate alle tre entrate del paese, per impedire il passaggio dei tagliaboschi. José Merced Velázquez racconta come la comunità si è organizzata per difendersi: “Ancora oggi c’è una barricata ad ogni entrata, siamo pronti per qualsiasi eventualità. La nostra priorità è assicurare la sicurezza di tutti, e lo abbiamo fatto creando posti di vigilanza in tutto il paese, che poi abbiamo chiamato “falò”: sono fuochi intorno ai quali ci riuniamo riscaldati dalla legna”. Sono stati creati centinaia di falò in tutta Cherán, per permettere a chi vigilava le strade di ripararsi dal freddo pungente della montagna michoacana. I falò si sono presto convertiti in luoghi di aggregazione e interscambio, in una comunità che nella sua coesione ha trovato la forza per lottare contro un potere che a molti sembra invincibile.<br>Il fuoco ha inoltre un significato particolare nella cultura purépecha, come spiega a Narcomafie Jurhamuti José Velázquez Morales: “In lingua purépecha si parla di khurikhua k’erhi, il grande fuoco, elemento creatore e generatore di vita, luce, pace e dialogo. Per noi il fuoco ha una grande importanza, è sempre presente nelle feste e nei rituali, ad esempio in quelli relativi alla medicina tradizionale o nei matrimoni. Parhankua è il falò, il fuoco sul piano mondano, intorno a cui possiamo dialogare e condividere, addirittura imparare: quando c’è stata l’insurrezione i bambini avevano smesso di andare a scuola perché la criminalità organizzata minacciava di attaccarla, e i maestri e le maestre hanno deciso di fare lezione intorno ai falò. Intorno alla parhankua i bambini imparano anche la nostra lingua purépecha, che si sta perdendo, o attività che sono state assorbite nel processo di acculturazione occidentale, come fare legna o preparare pietanze locali. Il fuoco ha quindi per noi un significato storico-sociale molto importante, e oggi acquista una valenza in più: lo abbiamo ripreso nel nostro processo di organizzazione contro la criminalità, lo utilizziamo per proteggerci, per tenerci allerta e caldi. È diventato la cellula del nostro movimento, intorno al falò parliamo della nostra lotta e di ciò che succede nelle nostre famiglie”.<br>Oggi la criminalità organizzata e i camion pieni di legna non passano più per il paese, ma continuano ad operare – seppur in modo ridotto – nei boschi che la circondano. La comunità organizza ronde per proteggere la foresta dai tagliaboschi, e sono diciotto gli abitanti di Cherán morti negli scontri con il crimine organizzato. L’ultimo episodio si è registrato il 18 aprile scorso, quando un gruppo di venti persone impegnate in lavori di riforestazione fu vittima di un’imboscata: due persone vennero ferite e altre due trovarono la morte. Nello stesso luogo, il mese precedente, undici persone furono sequestrate.<br>Il commercio illegale di legna non è l’unico affare che la criminalità organizzata sta facendo alle spalle degli abitanti di Cherán: una volta abbattuti gli alberi, la zona viene bruciata e si converte in terreno adatto alla coltivazione. Non a caso, negli ultimi anni sono spuntati impresari che chiedono l’utilizzo dei terreni per seminare piante di avocado, coltivazione molto comune nello Stato di Michoacán. La gente di Cherán sostiene che gli “impresari dell’avocado” lavorano in accordo con il crimine organizzato, e criticano la scelta di coltivare questa pianta perché ha bisogno di molta acqua, non è adatta al tipo di suolo ed è destinata all’esportazione invece che al consumo interno.<br>Un altro momento importante nella storia di Cherán fu il novembre 2011. Si sarebbero dovute tenere le elezioni locali, ma la comunità decise di non lasciare entrare i candidati alla presidenza municipale: “Abbiamo deciso di non celebrare le elezioni perché il sistema elettorale messicano propizia la corruzione e fa vincere chi in realtà ha perso. Il presidente municipale di allora era colluso con la criminalità organizzata, che lo proteggeva in cambio della sua connivenza: abbiamo denunciato i criminali alle autorità molte volte, ma non hanno mai fatto nulla”, denucia José Merced Velázquez. Inoltre, secondo la gente di Cherán i partiti promuovono l’individualismo e dividono la comunità, creando tensioni tra persone di differente affiliazione politica. E il crimine organizzato si approfitta di queste divisioni per portare avanti il disboscamento clandestino della foresta, che solo una popolazione coesa può riuscire a fermare.<br>Una volta cacciati i partiti, gli abitanti di Cherán decisero di governarsi “per usi e costumi”: elessero le loro autorità attraverso il sistema assembleario con cui i loro avi gestivano la cosa pubblica prima della conquista da parte degli spagnoli, che imposero lo Stato-nazione e la democrazia rappresentativa.<br>Per evitare che i partiti politici collusi con la criminalità organizzata tentassero di organizzare altre elezioni, invalidando il processo politico portato avanti dagli abitanti di Cherán, questi chiesero al Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación (l’organo federale incaricato di risolvere le controversie in materia elettorale) di indire un referendum per chiedere alla popolazione se volesse governarsi “per usi e costumi” o attraverso il sistema costituzionale.<br>La legge non contempla esplicitamente il diritto dei popoli indigeni a governarsi secondo il loro sistema tradizionale, ma il Messico ha ratificato dei trattati internazionali che regolano la materia. In particolare, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e il Convegno 169 dell’OIL, che stabilisce diritti in capo ai popoli nativi sul proprio territorio e sulla propria forma di governo, prevedendo il rispetto, da parte dello Stato e le sue istituzioni, dei costumi e del diritto consuetudinario indigeno. “La normativa internazionale ci ha permesso di appellarci al Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación, e la sua sentenza fu una sopresa per tutti – prosegue José Merced Velázquez -. Noi indigeni messicani siamo abituati a vedere le istituzioni sempre dalla parte dei potenti, ma questa volta il tribunale ci diede ragione, stabilendo il nostro diritto ad eleggere le autorità attraverso il sistema “per usi e costumi”. Al referendum solo otto persone hanno votato a favore del sistema partitario, e le elezioni secondo il sistema tradizionale purépecha si sono svolte il 22 gennaio. Fu una festa, il riconoscimento legale delle nostre autorità è stata una grande vittoria: ora abbiamo un governo collettivo, non individuale e personale, e le istituzioni statali e federali devono rivolgersi a tutte le dodici persone che ne fanno parte. Abbiamo anche cacciato l’esercito e la polizia imposta dal governo, e ora noi stessi eleggiamo chi si occupa di garantire la sicurezza nel paese”. Non più i corrotti poliziotti messicani, spesso collusi con la criminalità organizzata, ma persone scelte dagli abitanti di Cherán, in base alla loro affidabilità e rigore morale.<br>La storia di Cherán ha inspirato altre comunità messicane a cui la criminalità organizzata non permette una vita serena. Lo scorso giugno la gente di Huamuxtitlán, nello Stato di Guerrero, ha liberato diciassette persone sequestrate dal cartello de Los Zetas, e ha poi fermato sei dei suoi integranti. Il sindaco e le altre autorità di Huamuxtitlán, assicurano gli abitanti, sono collusi con la criminalità organizzata.</p>



<p><em>Articolo pubblicato sul mensile Narcomafie nel giugno 2012.</em></p>
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