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	<title>L'Espresso - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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	<title>L'Espresso - Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</title>
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		<title>Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 23:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso Gustavo Castro si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano Berta Cáceres, attivista indigena honduregna e sua amica di lunga data. Di lei Castro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p><strong>Gustavo Castro</strong> si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano <strong>Berta Cáceres</strong>, attivista indigena <strong>honduregna</strong> e sua amica di lunga data.</p>



<p>Di lei Castro ricorda il <strong>coraggio</strong>, la <strong>coerenza</strong>, la <strong>tenacità</strong> e una grande <strong>capacità di analisi politica</strong>. «Camminava sempre con la sua gente, con il popolo indigeno lenca. La sua azione non si deve intendere come individuale né separarla dall’organizzazione di cui faceva parte: Berta non sarebbe esistita senza il Consejo cívico de organizaciones populares e indígenas de Honduras (Copinh)», dice.</p>



<p>Gustavo Castro è coordinatore della ong messicana <strong>Otros Mundos</strong> e in quei giorni si trovava in Honduras per dare un corso al <strong>Copinh</strong>, di cui Cáceres era leader e cofondatrice. Rimase ospite a casa dell’amica che non vedeva da anni e, prima di ritirarsi nella sua stanza, rimase a chiacchierare in veranda con lei.</p>



<p><strong>Era la notte tra il 1 e il 2 marzo 2016</strong>. Se avesse vissuto due giorni in più, Berta Cáceres avrebbe compiuto <strong>45 anni</strong>. Era madre di quattro figli.</p>



<p>A <strong>dieci anni</strong> dall’uccisione di Berta Cáceres, l’inchiesta del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, ha portato alla luce le responsabilità nel crimine di alcune istituzioni finanziarie internazionali come la banca olandese <strong>Fmo</strong>, la finlandese <strong>Finnfund</strong> e la <strong>Banca centroamericana di integrazione economica</strong> (Bcie): il 67 per cento del credito ottenuto da queste banche per la costruzione del progetto idroelettrico <strong>Agua Zarca</strong> dell’azienda locale <strong>Desarrollo Energéticos</strong> (Desa) – più di dieci milioni di euro – sarebbero stati dirottati per «creare un contesto di minacce e violenza» nei confronti dell’opposizione al megaprogetto portata avanti da Copinh, e per poi pagare i sicari che in quella notte di dieci anni fa hanno ucciso Berta Cáceres.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2226" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?resize=1000%2C750&amp;ssl=1 1000w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2023/03/Bertha-Caceres-e1481544157632.jpg.webp?w=1456&amp;ssl=1 1456w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<p><em>Berta Cáceres durante un&#8217;intervista a Tegucigalpa, capitale dell&#8217;Honduras. Foto: Orsetta Bellani</em></p>



<p>Nel 2011 Desa iniziò i lavori di costruzione della centrale idroelettrica sul fiume <strong>Gualcarque</strong> senza il consenso – indispensabile secondo vari trattati internazionali – delle comunità indigene della zona, distruggendo campi coltivati e restringendo l’accesso al corso d’acqua, che è sacro per il popolo lenca. I villaggi che sono parte del Copinh si organizzarono e bloccarono l’entrata dei macchinari, impedendo la costruzione dell’opera. Desa e lo Stato risposero con la repressione e nel 2013, durante una protesta pacifica, un soldato sparò al militante di <strong>Copinh Tomás García</strong>, assassinandolo.</p>



<p>«Dei fiumi il popolo lenca è custode ancestrale, protetto dagli spiriti che ci insegnano che dare la vita in loro difesa è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta. Sveglia! Sveglia umanità! Non c’è più tempo», disse Cáceres nell’aprile 2015, quando ricevette il prestigioso <strong>premio ambientale Goldman</strong>, considerato come “il <strong>Premio Nobel verde</strong>”.</p>



<p>Un documento pubblicato recentemente dalle <strong>Nazioni Unite</strong> afferma che le aziende e le banche hanno <strong>responsabilità sempre maggiori</strong> negli episodi di violenza a danno delle persone che difendono il territorio nel mondo.</p>



<p>Nel caso del Copinh e di Berta Cáceres, il Giei assicura che in Honduras si è creata una struttura criminale formata dalle istituzioni finanziarie internazionali, Desa e dal governo honduregno. Quando Cáceres è stata uccisa, il Paese centroamericano era presieduto dall’ultraconservatore <strong>Juan Orlando Hernández</strong>, che nel 2024 è stato condannato per narcotraffico negli Stati Uniti e poi indultato dal presidente Donald Trump.</p>



<p>Il report finale degli esperti indipendenti, pubblicato nel gennaio 2026, afferma che il governo honduregno era a conoscenza del piano per uccidere Cáceres già due mesi prima dell’omicidio e non si è mosso per evitarlo. «Con l’omicidio di Berta si cercò di rompere la resistenza contro il progetto idroelettrico Agua Zarca. <strong>È stato un crimine politico</strong>», afferma il Giei, che sottolinea anche la dimensione misogina e razzista del crimine.</p>



<p>Cáceres e Thomas García non sono gli unici membri del Copinh che sono stati uccisi: nel 2024 è toccato a <strong>Juan López</strong>, freddato in macchina mentre usciva da una chiesa. «Siamo nella mira dei sicari, le nostre vite pendono da un filo», disse poco prima di morire Berta Cáceres. Da tempo era vittima di minacce e denunciava quanto fosse comune in Honduras tra le persone che, come lei, difendono la terra, il territorio e l’ambiente.</p>



<p>Per Gustavo Castro, il <strong>coinvolgimento dello Stato</strong> honduregno nella morte della leader indigena è stato immediatamente evidente. Da subito sono iniziati i depistaggi delle indagini e il tentativo di presentare il crimine politico come “passionale”: quando gli chiesero di fare un identikit del sicario, Castro notò che qualsiasi indicazione desse l’uomo mandato dalla Procura disegnava un volto che aveva le sembianze dell’ex compagno di Cáceres, anche lui membro del Copinh.</p>



<p>L’attivista messicano temeva che gli assassini si volessero liberare di lui, unico testimone oculare dell’omicidio. «<strong>Avevo paura che le autorità mi volessero far sparire</strong>», ripete in varie occasioni durante l’intervista, in cui racconta del tentativo di avvelenamento subito in hotel da suo fratello, che lo aveva raggiunto in Honduras per non lasciarlo da solo, delle forti pressioni e manipolazioni a cui fu sottoposto dalle autorità subito dopo il crimine, e di quando nell’aeroporto della capitale Tegucigalpa fu circondato da alcuni agenti della Procura, che «spuntarono dal nulla» per impedirgli di lasciare il Paese. «<strong>Protezione consolare!</strong>», gridarono l’ambasciatrice e il console messicano, circondandolo con le braccia, quando quegli uomini li bloccarono.</p>



<p>La persecuzione è continuata anche nei mesi seguenti in Messico: lo hanno cercato persino <strong>all’uscita di scuola dei suoi figli</strong> e una volta <strong>l’Esercito</strong> si è presentato nel suo ufficio. Alla fine, per proteggere la sua sicurezza e quella della sua famiglia, Castro ha deciso di esiliarsi due anni in Spagna, dove partecipava a conferenze ed eventi pubblici in cui raccontava della situazione in Honduras e della lotta di Berta Cáceres.</p>



<p>L’attivista messicano ha presentato una <strong>denuncia contro il governo</strong> dell’Honduras presso la Commissione interamericana dei diritti umani, per gli errori di procedimento e le torture psicologiche subite nel mese successivo all’omicidio di Cáceres, quando le autorità lo obbligarono a rimanere in Honduras contro la sua volontà. «Esigo che il governo honduregno riconosca pubblicamente quello che mi ha fatto; il riconoscimento sarebbe per me una forma di riparazione del danno», dice.</p>



<p>Castro afferma anche che non è ancora stata fatta giustizia, malgrado alcuni responsabili dell’omicidio di Berta Cáceres siano già stati condannati, tra di loro il presidente esecutivo di Desa <strong>David Castillo</strong>.</p>



<p>«Non penso che il nuovo governo honduregno (presieduto da <strong>Nasry Asfura</strong>, appoggiato da Donald Trump) farà caso alle raccomandazioni del Giei, che esorta lo Stato ad approfondire le responsabilità penali dell’élite economica honduregna e dei funzionari pubblici. In ogni caso, sono convinto che l’inchiesta indipendente fornisca un forte sostegno alla lotta per la giustizia per Berta e permette di mantenere vigente la pressione mediatica», afferma.</p>



<p><em><a href="https://lespresso.it/c/mondo/2026/03/17/berta-caceres-morte-anniversario-cause/60559" title="">Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 13 marzo 2026.</a></em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2026/03/23/chi-ha-pagato-per-uccidere-berta-caceres/">Chi ha pagato per uccidere Berta Cáceres</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una sciagura di nome litio sotto casa</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2025/01/11/una-sciagura-di-nome-litio-sotto-casa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2025 14:11:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Foto: O.B.]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
		<category><![CDATA[litio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso (Foto: O.B.) Mariela Lankai non era affatto contenta quando ha scoperto che sotto i suoi piedi si trova un giacimento di litio. “Per estrarlo serve un sacco di acqua e nel mio villaggio, nella zona di Salinas Grandes, abbiamo paura di rimanere senza. Come si può vivere senz’acqua?”, dice l’indigena di etnia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso (Foto: O.B.)</em></p>



<p>Mariela Lankai non era affatto contenta quando ha scoperto che sotto i suoi piedi si trova un giacimento di litio. “Per estrarlo serve un sacco di acqua e nel mio villaggio, nella zona di Salinas Grandes, abbiamo paura di rimanere senza. Come si può vivere senz’acqua?”, dice l’indigena di etnia kolla del Jujuy, una provincia arida del nord dell’Argentina. “Temiamo anche che l’inquinamento causato dalla miniera possa mettere in crisi la nostra economia, basata sulla produzione di sale e sul turismo”.</p>



<p>Jujuy è una terra di vulcani, rocce dai colori accesi e saline bianche, sotto le quali si trova il minerale che viene usato soprattutto nella produzione di batterie ricaricabili, ma anche della ceramica e di alcuni farmaci. Il metodo di estrazione più comune del litio, che è un componente fondamentale nella fabbricazione di cellulari, laptop ed auto elettriche, consiste nel prelevare una salamoia ricca del minerale dalla profondità della salina e porla poi in vasche, dove viene fatta evaporare. La salamoia dev’essere anche sciacquata con una quantità ingente di acqua: circa 2 mila litri per ogni chilo di litio prodotto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4495" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB2-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Uno dei cartelli contro il litio che le comunità indigene kolla hanno piantato a Salinas Grandes. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>Un’esagerazione che ha portato un tribunale ad imporre alla compagnia Livent, accusata di aver prosciugato un intero fiume, di sospendere l’estrazione del litio nella provincia argentina del Catamarca, a circa 500 km dal Jujuy. La denuncia contro la compagnia statunitense, che è stata anche responsabile dello sversamento a terra di 20 mila litri di acido e di aver sub fatturato l’esportazione del carbonato di litio, era stata presentata dalle comunità indigene locali.</p>



<p>La lotta delle comunità del Jujuy iniziò quando, nel 2010, i rappresentanti di una compagnia mineraria arrivarono nei villaggi di Salinas Grandes per chiedere l’autorizzazione ad estrarre il litio, obbligatoria secondo la Costituzione e il Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui popoli originari. Nessuno allora, tra gli indigeni kolla, sapeva a cosa servisse il minerale, né che il suo consumo fosse in continua crescita, soprattutto a causa della decisione di alcune fabbriche automobilistiche di incrementare la mobilità elettrica. Ad esempio, BMW ha annunciato che nel 2030 la metà dei suoi veicoli saranno totalmente elettrici, e ha firmato un contratto di rifornimento di litio con il governo argentino per quasi 300 milioni di euro. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, fra quindici anni nel mondo esisteranno quasi 125 milioni di auto elettriche, contro i tre milioni del 2017.</p>



<p>Dopo la visita della compagnia mineraria, i 38 villaggi indigeni di Salinas Grandes e della laguna di Guayatayoc si sono messi ad indagare sull’estrazione del litio e le sue conseguenze, e hanno quindi deciso di organizzarsi contro le compagnie estrattive. Sono ricorse alla giustizia, hanno bloccato strade e organizzato manifestazioni, che sono state represse dalla polizia anche con spari ad altezza d’uomo. Le comunità non si sono date per vinte e nell’agosto 2023 hanno percorso quasi 2 mila km per protestare davanti al Congresso della capitale Buenos Aires. Hanno così impedito che si iniziasse ad estrarre il litio a Salinas Grandes, anche se la compagnia Lition Energy è riuscita a mettere in moto la tappa di esplorazione, che consiste nel localizzare i giacimenti di un minerale.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4496" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/MARCHALITIO151024OB-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Nella capitale della provincia del Jujuy, in Argentina, le comunità indigene manifestano contro le miniere, con uno striscione che dice “se distrugge la natura non è progresso”. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“Le compagnie minerarie dicono di portare lavoro, ma offrono impieghi sottopagati e versano allo Stato argentino solo il 3% degli introiti. Si riempiono le tasche mentre i nostri ospedali danno un pessimo servizio”, dice Mariela Lankai, che vive ad Aguas Blancas, un villaggio di poche case di adobe tra cui i lama e le pecore pascolano liberi.</p>



<p>Il villaggio di Mariela si trova lungo la Strada 52, che collega Argentina e Cile e si arrampica a 5 mila metri sul livello del mare. La carreggiata unisce due vertici del cosiddetto “triangolo del litio”, figura che appare tracciando una linea immaginaria tra Salinas Grandes, le saline cilene di Atacama e quelle di Uyuni in Bolivia. Secondo il United States Geological Survey, le distese di sale che caratterizzano il paesaggio di questa regione ospitano il 60% del litio che esiste nel mondo.</p>



<p>È sotto il Salar di Uyuni che si trova la più grande riserva mondiale di litio, un minerale così strategico da motivare, secondo l’ex presidente Evo Morales, il colpo di Stato del 2019 contro di lui. Sotto Uyuni ci sono 21 milioni di tonnellate di “oro bianco”, ma per ora se ne riescono a produrre solo 100 tonnellate all’anno.</p>



<p>“Il modello di Evo Morales prevedeva che l’estrazione del litio fosse monopolio della compagnia statale Yacimientos de Litio Bolivianos (YLB), ma le cose non sono andate come si sperava, a causa della mancanza di tecnologie adeguate e di formazione del personale”, dice un funzionario di YLB. Aggiunge che nel 2023 il governo boliviano ha firmato accordi con compagnie russe e cinesi per implementare la cosiddetta “estrazione diretta” del litio, che dovrebbe avere un minore impatto ambientale e un maggiore rendimento: si prevede che il Salar di Uyuni possa arrivare a produrre 14 mila tonnellate di litio all’anno.</p>



<p>A poche centinaia di chilometri da Uyuni, in Cile i ritmi di estrazione sono invece già molto elevati: grazie a due compagnie che lavorano nel Salar di Atacama, una delle quali è della famiglia Pinochet, il paese è il secondo produttore a livello mondiale. Nel pianeta si produce tanto litio che il suo prezzo ultimamente è crollato, ma le compagnie estrattive sono così sicure della continua crescita della domanda da non essere preoccupate. Da parte sua l’Argentina, che nell’ultimo anno ha aumentato l’estrazione di litio del 46%, è diventata il quarto produttore mondiale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="980" height="735" src="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5.jpg?resize=980%2C735&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4497" srcset="https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/sobreamericalatina.com/wp-content/uploads/2025/01/LITIO181024OB5-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un cartello a Salinas Grandes contro lo sfruttamento del litio. Foto: Orsetta Bellani</em></figcaption></figure>



<p>“Temiamo che l’estrazione del litio ci obblighi a sfollarci dai nostri territori”, dice Mirta Barconte, un’indigena kolla che lavora come guida turistica nella piazzola di sosta di Salinas Grandes. È stata costruita dalle comunità indigene locali lungo la strada 52 per vendere artigianato e offrire tours turistici nella salina, un progetto che economicamente sta funzionando molto bene. “Il turismo cresce di anno in anno e siamo felici di lavorare autonomamente e senza padroni. Difenderemo i nostri impieghi e la nostra salina, non ce ne andremo da qui”, dice la guida.</p>



<p>“Sicuramente le compagnie minerarie sul momento porteranno lavoro, non dico che non sia vero, ma sul lungo termine, quando il litio sarà finito, se ne andranno e ci lasceranno un territorio inquinato e senz’acqua, dove non sarà possibile vivere né lavorare: i turisti non verranno più e il sale sarà invendibile perché contaminato. Le generazioni future saranno costrette a migrare”, dice José Chávez, che vende artigianato fatto di sale nella piazzola di sosta. “Non siamo contrari al litio in sé ma al modo in cui viene estratto, e sappiamo che i modi alternativi di produzione sono ancora in fase sperimentale”.</p>



<p>Dietro a José si estende la salina, dove i turisti passeggiano tra i cartelli giganti contro il litio che le comunità indigene hanno piantato. “Il litio oggi porta pane, domani porta fame”, dice uno di loro.</p>



<p><em>Reportage pubblicato su L&#8217;Espresso il 28 dicembre 2024.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2025/01/11/una-sciagura-di-nome-litio-sotto-casa/">Una sciagura di nome litio sotto casa</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Zapatisti, le luci dal Chiapas</title>
		<link>https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/13/zapatisti-le-luci-dal-chiapas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Orsetta Bellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jan 2024 16:23:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Orsetta Bellani, L&#8217;Espresso</em></p>



<p>Quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) arrestò il generale Absalón Castellanos, lo sottopose a un processo popolare in cui si decise che l’ex governatore del Chiapas, responsabile di numerose angherie contro la popolazione indigena maya, sarebbe stato liberato. Si stabilì che la sua condanna sarebbe stata “vivere fino all’ultimo dei suoi giorni con la pena e la vergogna di avere ricevuto il perdono e la bontà di coloro che, a lungo, ha umiliato, sequestrato, depredato e assassinato”. Erano i primi giorni del 1994 e risultò chiaro che l’EZLN non era una guerriglia come le altre.</p>



<p>Allora l’esercito di indigeni del Chiapas, la regione più povera del Messico, era appena insorto in armi contro cinquecento anni di sopraffazioni: all’inizio degli anni ’90, la popolazione maya lavorava ancora in una condizione di semischiavitù, senza nessun diritto e senza avere accesso a salute ed educazione. &nbsp;</p>



<p>L’insurrezione zapatista, che il primo gennaio 2024 compirà trent’anni, smosse molte coscienze. Nelle città messicane la popolazione si riversò immediatamente nelle strade in solidarietà con i rivoluzionari, spingendo il governo a decretare il cessate il fuoco dopo solo dodici giorni di combattimenti.</p>



<p>L’EZLN attirò immediatamente anche l’attenzione di una sinistra mondiale disorientata e confusa dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Migliaia di persone da tutto il pianeta, anche dall’Italia, viaggiarono in Chiapas per solidarizzarsi con gli indigeni zapatisti, conoscere la loro visione del mondo e la loro lotta.</p>



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<p>I maya ribelli divennero così un importante referente politico, non un modello da replicare ma un’esperienza a cui inspirarsi. Secondo molti analisti il loro esempio ha aperto la strada alle proteste anticapitaliste di Seattle del 1999, al Social Forum di Porto Alegre e alla nascita di movimenti sociali come quello No Global.</p>



<p>Presto gli zapatisti passarono da essere una guerriglia a un movimento politico, e sembravano proporre un’alternativa a chi non aveva mai creduto nel capitalismo ed era rimasto deluso dal comunismo: un azionare politico che si sviluppa fuori dalle strutture dello stato, in modo orizzontale e indipendente dai partiti politici. L’EZLN non ne ha mai creato uno né aspirato a governare il paese, a differenza di altre esperienze rivoluzionarie latinoamericane che spesso, una volta arrivate al governo, hanno costruito dei regimi oppressori.</p>



<p>Negli ambienti intellettuali latinoamericani, la rivoluzione zapatista ha provocato una riflessione critica sempre più profonda non solo sul neoliberalismo, ma anche sul leninismo. Scrive il messicano Gustavo Esteva: “Il leninismo è un’ingegneria sociale imposta dall’alto, dal tetto degli intellettuali e dei dirigenti, dopo aver preso il potere statale. Uno stato che sarà fascista se viene preso dai fascisti, rivoluzionario se lo prendono i rivoluzionari. Uno stato che, in ogni caso, viene visto come qualcosa di innocente che bisogna conquistare per poter fare la rivoluzione, che basta cambiare i dirigenti per fare felice il popolo, che togliendo Peña Nieto [ex presidente messicano] e mettendo al suo posto un altro, risolveremo i problemi della società”.</p>



<p>Gli zapatisti non hanno mai lottato per prendere il potere, ma hanno costruito nei loro territori del Chiapas una società e un governo autonomo e assembleario, che riflette la democrazia comunitaria praticata da sempre dagli indigeni di tutta America. “Qui il popolo comanda e il governo ubbidisce”, scrivono all’entrata dei loro territori.</p>



<p>L’EZLN ha distribuito terre a migliaia di famiglie contadine e ha creato un sistema di giustizia non punitivista ed efficiente, in un Messico in cui più del 96% dei delitti rimangono impuniti. Senza nessun aiuto da parte dello stato, lo zapatismo ha costruito scuole in zone in cui la maggior parte della popolazione era analfabeta e ospedali in villaggi in cui non si era mai visto un dottore, in regioni isolate che si trovano tra le montagne fredde e boscose della regione Altos de Chiapas, o nelle gole umide della Selva Lacandona.</p>



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<p>La penna affilata del “defunto” subcomandante Marcos, i suoi racconti e i suoi testi pieni di simboli e poesia, hanno sicuramente fatto la loro parte nel rendere lo zapatismo un movimento riconosciuto a livello internazionale. Nel 2014, il subcomandante ha annunciato la sua morte simbolica in un testo in cui riflette sul razzismo dei media che lo hanno mitizzato e sopravvalutato perché meticcio, offuscando in questo modo la lotta di migliaia di zapatisti indigeni. Per questo Marcos ha lasciato il comando dell’EZLN, è stato degradato a “capitano” e ha proclamato la sua sparizione simbolica. Disse allora: “Non ci sarà chi vivrà di essere stato il subcomandante Marcos. Non verranno ereditati né il suo nome, né il suo incarico. Non ci saranno viaggi all inclusive per dare conferenze all’estero. Non ci saranno cure in ospedali lussuosi. Non ci saranno vedove né eredi. Non ci saranno funerali, onori, statue, musei, premi, né qualsiasi altra cosa che il sistema fa per promuovere il culto all’individuo e sminuire la collettività”.</p>



<p>Ma lo zapatismo non è solo poesia e proclami: è una prassi ben visibile a chi visita i suoi territori, un esempio pratico dell’”altro mondo possibile”. È un sistema che funziona da trent’anni e che sopravvive anche grazie alla sua capacità di rinnovarsi. Negli ultimi mesi, gli zapatisti hanno annunciato dei cambiamenti interni finalizzati a governare il loro territorio in modo più efficiente e orizzontale.</p>



<p>In Chiapas non hanno mai smesso di arrivare attivisti da tutto il mondo, ma il loro numero è calato negli ultimi vent’anni, da quando lo zapatismo non è più di moda e i riflettori si sono spostati altrove. Anche su questo gli indigeni ribelli hanno una riflessione interessante. Nel 2014, quando le strade di tutto il Messico erano piene di manifestanti che chiedevano giustizia per i 43 studenti <em>desaparecidos</em> di Ayotzinapa, l’EZLN incontrò i loro genitori. “Sapete che probabilmente rimarrete soli”, disse il subcomandante Moisés. &nbsp;“Che può succedere che chi ora si affolla su di voi per usarvi a suo beneficio, vi abbandonerà e correrà altrove alla ricerca di un’altra moda, di un altro movimento, di un’altra mobilitazione. Per questo vi diciamo che non siete soli e che il vostro dolore è il nostro dolore, e nostra è la vostra degna rabbia”.</p>



<p><em>Articolo pubblicato su L&#8217;Espresso il 5 gennaio 2024.</em></p><p>The post <a href="https://sobreamericalatina.com/it/2024/01/13/zapatisti-le-luci-dal-chiapas/">Zapatisti, le luci dal Chiapas</a> first appeared on <a href="https://sobreamericalatina.com">Sobre América Latina - Blog de Orsetta Bellani</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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